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Inserire Internet nel patrimonio dell’umanità
Charles de Laubier – Le Monde
22/10/10
Traduzione di Federico Peiretti

Finché siamo ancora in tempo. L’Unesco avrebbe deciso di inserire Internet nella lista del “Patrimonio mondiale dell’umanità”. Si tratta di un riconoscimento attribuito a tutti i beni culturali o naturali degni di comparire nella lista come “eredità del passato, di cui noi oggi usufruiamo e che dovremo trasmettere alle generazioni future”.
La data di nascita dell’Unesco coincide con quella di Internet: inizio degli anni settanta. Oggi più di 180 Stati hanno aderito all’Unesco e sono gli stessi paesi che sono parte integrante della rete delle reti. Nel momento in cui il 2010 segna il punto di superamento di due confini storici – quello dei 2 miliardi di persone che hanno accesso a Internet su rete fissa e del miliardo di persone che si connettono attraverso un telefono multimediale o smartphones (su 5 miliardi di persone che nel mondo utilizzano un cellulare) – è ora di riconoscere Internet come patrimonio mondiale da salvaguardare.
Ed è urgente, perché l’Internet storico, nato quarant’anni fa, potrebbe scomparire in favore di reti dedicate a servizi gestiti da operatori delle telecomunicazioni e da provider. Mentre il principio di fondo della neutralità del Net – che garantisce a tutti un accesso ai contenuti e ai servizi disponibili– era condivisa da tutti, ora ci si sta orientando verso una “regolamentazione del traffico” e un “trattamento differenziato delle informazioni” trasportate sulla rete.
L’Internet aperto come lo utilizziamo oggi potrebbe scomparire e lasciare progressivamente il posto a “reti proprietarie” sulle quali sarebbe pratica corrente una discriminazione d’accesso, un controllo dei dati trasmessi secondo la tecnica del Deep Packet Inspection (DPI), la limitazione dell’erogazione secondo una logica commerciale, un filtro sui contenuti, cioè in pratica un blocco di siti web o il blocco dell’accesso all’internauta. E non mancano certo le “buone intenzioni” invocate da chi vorrebbe la fine del Net libero: la lotta contro la pirateria informatica delle opere delle industrie culturali, l’interdizione dell’accesso a siti web di carattere pedopornografico, la caccia ai giochi on line, non autorizzati, con scommesse in denaro, o ancora la cyberguerra contro il terrorismo. Persino stati che hanno stampato nella loro costituzione la libertà di espressione e le libertà fondamentali dell’individuo, si accingono, ad esempio in Cina, a istituire delle “liste nere” di siti web che i provider sarebbero tenuti a bloccare. Se si aggiunge a questo il pretesto dell’esplosione del traffico e del video, prospettato dagli operatori delle telecomunicazioni – stufi di dover continuamente adeguare il livello delle infrastrutture esistenti per evitare la loro saturazione o di dover finanziare reti di nuova generazione (fibra ottica e 4G), senza ritorno da questi investimenti, tutto è pronto perché suoni la campana a morto dell’Internet universale.
La lotta legittima contro la pirateria delle opere culturali (musica, film, libri, ...) può giustificare che venga rimesso in discussione il principio, anche questo più che legittimo, della neutralità di Internet? Questo fondamento non scritto, sia negli Stati Uniti che in Europa, viene rimesso in discussione. In altre parole, l’Internet che miliardi di internauti utilizzano nella loro vita quotidiana – autentico filo d’Arianna tra i paesi ricchi e quelli in via di sviluppo – è destinato ad essere non più una rete aperta a tutti, ma a trasformarsi in un insieme di diverse reti “bloccate e sicure”, che dovranno servire gli interessi economici di questo o quel settore di attività. Il settore musicale, il primo ad essere bistrattato dalla “distruzione creatrice” della rete, potrebbe ben presto disporre di una propria rete, controllata e gestita dai produttori. Anche l’industria cinematografica vorrebbe controllare l’introduzione in rete e la circolazione tra gli internauti dei suoi film, con un marchio apposito anti–pirateria. Pure i canali televisivi sarebbero tentati a gestire essi stessi le piattaforme Video on Demande (VOD) e le riproposte dei programmi (catch up TV), piuttosto che affidare i programmi a punti di libero accesso sul Web, il più delle volte gratuiti. Un domani, le case editrici potrebbero ugualmente organizzarsi in una megalibreria on line in grado di garantire la distribuzione senza rischi del loro libri digitalizzati.
Altre industrie culturali – giornali, giochi video, arti, musei, ...- potrebbero chiedere per i loro lavori degli “intranet” o degli “extranet”, come per le reti private virtuali di imprese e le organizzazioni professionali. Il web inizia già ad essere rivisto a favore non più di una navigazione attraverso link, ma da applicazioni e servizi scaricabili dalla rete.
La piattaforma multimediale iTunes della Apple è un esempio particolarmente significativo del walled garden - cioè del “giardino murato” – che prospera all’ombra del Web, al punto da aver conquistato una posizione dominante, senza tuttavia contribuire al mantenimento della sua apertura e alla sua interoperabilità. E’ sufficiente per turbare i due “Tim”. Il primo è il britnnico Timothy Berners – Lee, l’inventore vent’anni fa del World Wide Web con il belga Robert Cailliau, che ha recentemente denunciato il “nuovo flagello” costituito dalla legge Hadopi che ha stabilito la disconnessione dal Net come sanzione anti-pirateria. Il secondo è l’americano Timothy Wu, al quale si deve dal 2003 la teoria della neutralità delle reti, si turba per la presa del potere sul Net, a livello centralizzato, da parte del “capo commutatore” (The Master Switch). Vuole impedire l’integrazione verticale sui nuovi media e auspica un principio di separazione tra editori di contenuti, operatori della rete e fornitori d’accesso.
Senza l’idealismo dei pionieri e dei loro successori, Internet non sarebbe mai esistito e non sarebbe diventato quel bene comune, senza precedenti nella storia dell’umanità. Ma la sua caratteristica neutrale e universale rischia di essere ridotta a una parte adatta a un “servizio di qualità minima” a partire da un “accesso di base”. La quantità migliore (best effort) della neutralità del Net verrebbe annullata dalla quantità minima, una specie di servizio minimo del cyberspazio. Nel momento in cui Stati Uniti e Unione Europea mettono in campo una legislazione dell’accesso tra le “condutture” e i contenuti, un richiamo sui fondamenti del Net da parte di autorità internazionali sarebbe il benvenuto per conservare quello che è ancora possibile. “Costruire la pace nell’animo degli uomini” è lo slogan dell’Unesco. “Conservare la neutralità di Internet per tutti”, potrebbe essere un altro slogan per questa organizzazione delle Nazioni unite che si è data come missione di “contribuire alla costruzione della pace, alla lotta contro la povertà, al progresso dell’umanità e al dialogo interculturale attraverso l’educazione, le scienze, la cultura, la comunicazione e l’informazione”. E’ Netto e chiaro.

Da leggere: l’articolo di Tim Berners-Lee, Long Live the Web: A Call for Continued Open Standards and Neutrality, SCIENTIFIC AMERICAN, 22 novembre 2010.
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