|
Brevetto sul software un pericolo per lItalia ANDREBBE A VANTAGGIO SOLO DELLE MULTINAZIONALI COLPENDO DURAMENTE LE PICCOLE E MEDIE IMPRESE di Angelo Raffaele Meo (TuttoScienze - La Stampa - 3 settembre 2003) Professore titolare della cattedra di Sistemi per l'Elaborazione dell'Informazione presso il Politecnico di Torino.
Nei prossimi giorni il parlamento europeo sarà chiamato a votare la proposta di estendere il brevetto anche al software, ai metodi di calcolo, agli stessi principi concettuali dell'innovazione. Secondo alcuni osservatori, l'esito è quasi certo: la disattenzione dei politici di tutti gli schieramenti nei confronti dell'innovazione e la forza di persuasione di lobbies potentissime indurrà il legislatore europeo a legittimare quella che passerà alla storia come la più grande appropriazione di conoscenza pubblica a fini privati. Una camicia di forza di monopoli che soffocherà l'innovazione per una generazione e forse più. Ognuno di noi, nel corso di una giornata tipo, entra in contatto con il software più di 200 volte. Il software permea la nostra vita sia lavorativa sia privata, dai programmi dei nostri telefoni cellulari ai bancomat, dai DVD agli applicativi per personal computer. Il software è diventato la linfa vitale dell'economia e della società. Chi controlla il software, dunque, ha un potere enorme, un potere più pervasivo di quello connesso alle tecnologie «abilitanti» del passato, come l'elettricità. E' quindi comprensibile l'aspirazione delle multinazionali più potenti a forme di controllo sempre più stringenti. Fino a oggi, il controllo ha preso la forma del diritto d'autore (copyright). Ora si intende aggiungere un secondo livello di controllo sul software: quello offerto dallo strumento del brevetto. In altre parole: se finora ci si preoccupava di proteggere il programma faticosamente digitato alla tastiera da Tizio, in modo che Caio non potesse impunemente copiarlo, oggi si vorrebbe proteggere l'idea (o, molto più probabilmente, le idee) alla base del programma di Tizio, di modo che né Caio né altri possano liberamente scrivere un programma che utilizzi quell'idea. Il cambiamento proposto è radicale. Finora nel mondo dell'informatica l'attenzione era sull'originalità del programma. Un programmatore, quindi, che volesse garantirsi, dal punto di vista legale, una tranquilla attività professionale aveva una semplice, per quanto potenzialmente onerosa, strada maestra da seguire: scrivere software interamente ex-novo. Con l'introduzione dei brevetti sul software, invece, il programmatore non solo dovrebbe essere in grado di sviluppare il programma da zero, ma dovrebbe anche assicurarsi che il suo codice non violasse nessuno delle decine di migliaia di brevetti software esistenti. Di fatto, un'assoluta impossibilità per tutti tranne che per le grandi aziende, che i brevetti altrui o li ignorano, grazie ad accordi di cross-licensing (tu usi i miei brevetti e io uso i tuoi), o li pagano, grazie alle loro ingenti risorse. L'introduzione dei brevetti sul software segnerebbe, dunque, un durissimo colpo alle piccole e medie imprese informatiche europee - che, infatti, interpellate, non hanno mancato di esprimere il loro netto dissenso, come è successo, per esempio, l'8 maggio 2003 al parlamento europeo a Bruxelles. Molti di coloro che si occupano di diritto industriale fanno notare che la pressione per introdurre il brevetto sul software non è in alcun modo anomala: perché proprio il software, di tutte le tecnologie, dovrebbe essere esente dalla protezione brevettuale? La risposta é semplice, almeno per chi si occupa di informatica: il software non dovrebbe essere brevettabile perché non è un campo della tecnologia come la meccanica, la chimica o l'aeronautica. Il software è intrinsecamente diverso, in quanto ogni programma è l'intreccio di mille conoscenze pure, astratte, frutto del lavoro di centinaia di migliaia di studiosi, progettisti, programmatori di tutto il mondo. Nemmeno l'autore di un programma è in grado di distinguere il proprio contributo dalle altre idee acquisite più o meno consapevolmente nel corso dello studio e del lavoro. Il software per sua intrinseca natura è conoscenza collettiva. Per di più l'estensione del brevetto al software e ai principi scientifici sarebbe contraria agli interessi dell'industria europea e disastrosa per l'industria italiana, un'autentica condanna a morte per la grande maggioranza delle piccole imprese del nostro paese. Non per ragioni scientifiche, ma esclusivamente per la debolezza economica che impedirebbe alla stragrande maggioranza delle aziende e dei programmatori di partecipare alla costosissima lotteria dei tribunali.
da TuttoScienze - La Stampa - 3 settembre 2003 |