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Matematica e… teatro (7)
di Maria Rosa Menzio
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“E tu chi sei?”
domandò il Bruco.
Non era incoraggiante, come inizio di conversazione.
Alice rispose timidamente: “Io a questo punto quasi non lo
so più, signore. O meglio, so chi ero quando mi sono alzata
stamane, ma da allora credo di essere stata cambiata parecchie volte”
Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie |
“Alice” di Lewis Carroll
Lewis Carroll in realtà si
chiamava reverendo Dogson. Era appassionato di matematica e si mise
a scrivere, quasi per gioco, un testo stupendo: “Alice nel paese
delle meraviglie”.
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| Lewis Carroll, 1832 - 1898 |
Si tratta di un libro straordinario
sotto molti punti di vista, che rimarrà nella storia del pensiero
anche per i molteplici livelli di lettura a cui si può avvicinare
il pubblico.
“Alice” infatti può essere apprezzato come fiaba
o racconto magico, oppure ancora come intreccio fra la letteratura e
la logica…
Vediamo di farne un breve riassunto. Alice è in realtà
la storia di un sogno. La bambina non riesce a seguire la lezione di
storia, e preferisce seguire uno strano coniglio bianco (il Bianconiglio)
con un enorme orologio e un panciotto, precipita fino al centro della
terra, dove le succede una cosa strana: cambia dimensioni con una facilità
sorprendente, diventa più grande o più piccola a seconda
che mangi una strana torta trovata per puro caso, oppure beva un particolare
liquore in casa del Bianconiglio. Fa poi conoscenza del gatto del Cheshire,
uno strano felino che può apparire e scomparire a poco a poco
cominciando dal sorriso e terminando ancora nel sorriso che per un momento
rimane sospeso in aria. Si imbatte quindi nel Brucaliffo, un bruco che
fa strane spirali di fumo a forma di vocale, nel Cappellaio Matto e
nel Leprotto Bisestile che per trecentosessantaquattro giorni all’anno
celebrano la festa di non-compleanno.
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Arriva infine ad incontrare un mazzo
animato di carte da gioco. A quel punto partecipa a una partita a criquet
organizzata dalla Regina di cuori, quindi è chiamata a testimoniare
al processo di un Fante accusato per un furto di tortellini. Rischia
anche di trovarsi nei pasticci quando tutte le carte da gioco, dei cui
personaggi ormai ha fatto conoscenza, si agitano e turbinano accanto
a lei, che la Regina vuol catturare per tagliarle la testa. Allora si
sveglia e si trova ancora nel bosco.
Continuazione delle avventure di
“Alice nel paese delle meraviglie” è il racconto
“Dietro lo specchio”, dove la bimba passa al di là
della lastra di vetro di uno specchio e compie un viaggio nel paese
retrostante, fatto a forma di scacchiera: ancora una volta incontra
molti altri strani personaggi, dai fiori che parlano a due singolari
creature: Tuideldì e Tuideldum.
Quando Tuideldum si addormenta, Tuideldì
dice ad Alice:
Tuideldì: Sogna di te. E se cessasse di
sognare di te, dove credi che saresti?
Alice: Dove sono ora, naturalmente!
Tuideldì: Niente affatto, non saresti in
nessuna parte, tu sei solamente una specie di idea nel suo sogno.
Vi sono molti altri dialoghi di questo genere,
originali e profondi allo stesso tempo, il cui sostrato logico appassiona
i matematici. C’è la Regina che promette la marmellata
“per ogni domani” e c’è il Re che
si rallegra con Alice perché lei riesce a “vedere Nessuno,
a questa distanza!” e alla fine la bimba finisce nell’ottava
casella della scacchiera e diventa essa stessa regina, quindi presiede
a un banchetto stranissimo in cui i commensali vanno a finire nei piatti
e le vivande prendono il loro posto.
Si vede cioè come l’autore abbia da un lato una mentalità
spregiudicata, libera, addirittura
spietata verso i costumi e le tradizioni della società (e nel
suo caso si trattava della società vittoriana); dall’altro
lato quella leggera follia, quell’estro bizzarro che tanto conquistano
le anime dei matematici. Abbiamo quindi humour logico e verbale, folle
di personaggi paradossali, un intreccio dato in “Alice nel paese
delle meraviglie” da carte da gioco animate, e in “Alice
dietro lo specchio” da pezzi degli scacchi il cui comportamento
segue le regole del gioco. Questi sono gli ingredienti principali della
scrittura del reverendo Dogson, che di mestiere faceva il lettore di
matematica.
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Inoltre, nessuno meglio di Lewis Carrol
conosceva l’importanza della nominazione. Le parole segnano e
disegnano le cose, e le fanno uscire da quella sorta di ammasso primordiale
indifferenziato (o “brodo primigenio”?) nel quale vivevano
prima.
La logica, la linguistica e la semantica, cioè la scienza del
significato, hanno un’importanza enorme nella nascita della matematica,
cioè della scienza (o conoscenza) di tutti i rapporti che regolano
le cose che costituiscono il mondo.
Leggiamo qualche battuta, pregnante di umorismo e insieme di significati
matematici, filosofici e sociali addirittura.
“E’ un bel colpo dare un significato
a una parola” disse Alice pensierosa“ “Quando faccio
fare così tanto lavoro a una parola” disse Humpty Dumpty
“poi le pago sempre lo straordinario”
“Ma… un nome deve
significare qualcosa?” chiese Alice dubbiosa.
“Quando io uso una parola” disse Humpty Dumpty sdegnoso
“essa significa solo ciò che io voglio che significhi.
“Il problema è” disse Alice “se sia possibile
far sì che le parole abbiano significati diversi” (Ecco
la logica)
“Il problema è” disse Humpty Dumpty “chi è
che comanda” (Ecco il sociale)
Lewis Carrol, “Dietro
lo specchio”
“I fisici” di Durrenmatt
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| I Fisici di Durrenmatt
al Teatro Camploy di Verona con la regia di Renato Baldi |
Questo dramma affronta il tema sempre più scottante della
responsabilità dello scienziato di fronte al genere umano. Vi
sono molti ribaltamenti e scambi inquietanti di identità, poiché
– dice Durrenmatt - un dramma che tratta di fisici
deve essere paradossale.
Siamo in una casa di cura per malattie mentali, piena di sedicenti fisici
o matematici, cioè siamo in una gabbia di matti… Chi è
veramente ogni personaggio? C’è un commissario che indaga,
perché è stato commesso un delitto. Vi sono due pazienti,
chiamati rispettivamente Einstein e Newton, così denominati perché
si crede che la loro malattia consista nell’identificazione con
i due scienziati. Poi Newton arriva a dire di non essere lui Newton,
di fare solo finta di esserlo. Ammette di essere Einstein travestito,
e di comportarsi così solo perché l’altro paziente,
quello che appunto si crede veramente Einstein, non abbia una crisi.
Scambio di identità inquietante, perché non si capisce
veramente chi è chi, chi crede di essere chi, chi fa finta di
credere di essere chi, eccetera
COMMISSARIO: Lei ora mi deve avere
più di duecento anni…
NEWTON: Duecento? E perché mai?
COMMISSARIO: Beh, in quanto Newton…
NEWTON: Mi scusi, lei è matto o ci fa soltanto?
COMMISSARIO: Ma come…
NEWTON: Dunque lei crede veramente che io sia Newton?
COMMISSARIO: Ma se è lei che ci crede!
NEWTON: Posso confidarle un segreto?
COMMISSARIO: Ma certamente, dica pure.
NEWTON: Io non sono Isaac Newton. Faccio solo finta di esserlo.
COMMISSARIO: Ah, e perché, se posso chiedere?
NEWTON: Per non confondere Ernesti.
COMMISSARIO: Mi scusi, ma non ci arrivo proprio…
NEWTON: Al contrario di me, Ernesti è veramente malato, si illude
di essere Albert Einstein.
COMMISSARIO: E che c’entra con lei, questo?
NEWTON: Se Ernesti viene a sapere che in realtà Albert Einstein
sono io, scoppia il finimondo.
COMMISSARIO: Come? Lei vuol dire?
NEWTON: Proprio così. Sono io il famoso fisico e creatore della
teoria della relatività. […] Mi limito a formulare una
teoria, basata su osservazioni scientifiche. La trascrivo in linguaggio
matematico, e ne ricavo un paio di formule. […] Una macchina è
utilizzabile solo se è indipendente dal pensiero scientifico
che ha portato alla sua invenzione.
Poi arriva un altro scienziato,
cioè un paziente che si crede tale.
MOBIUS: La mia disgrazia è
che mi appare re Salomone, e nel mondo della scienza niente produce
maggior scandalo che un miracolo.
Questa frase è verissima.
Lo scienziato puro, specialmente il fisico teorico, accetta il paradosso,
la sfida, il cambiamento, può accettare addirittura – per
dirla come il filosofo della scienza Kuhn – un mutamento drastico
del paradigma, cioè di quelle idee e quegli strumenti che fondano
un programma coerente di ricerca, idee e conoscenze che vengono accettate
da tutti. Ma uno studioso non si abbassa mai a credere ad un miracolo.
Per lui farlo significherebbe qualcosa di peggio che barare al gioco:
significherebbe che è la natura stessa a barare, eludendo le
proprie leggi. E che la natura segua alcune leggi – forse ancora
sconosciute – questo è un argomento che gli scienziati
non si sognano di toccare.
NEWTON: Si fa una gran parlare di
responsabilità. Tutti hanno paura e tirano in ballo la morale.
Cosa assurda. Il nostro compito è di fungere da pionieri della
scienza, e niente di più. Se poi l’umanità è
capace o no di seguire il sentiero da noi tracciato è affar suo.
Siamo in compagnia di pazzi che
pensano di essere grandi scienziati, o di pensatori che si nascondono
per sfuggire alle conseguenze estreme di un lavoro scientifico sfruttato
male? Ascoltiamo che cosa dicono, poi ne trarremo le conseguenze
MOBIUS: Siamo al limite del conoscibile.
Conosciamo alcune leggi esattamente definibili, i rapporti tra fenomeni
incomprensibili, e nient’altro. Tutto il resto, che è enorme,
è mistero.
Siamo alla fine del cammino.
Ma l’umanità non è
ancora arrivata. La nostra scienza è divenuta terribile, la nostra
ricerca, pericolosa, le nostre scoperte, letali. Dobbiamo revocare il
nostro sapere.
EINSTEIN: Che vuol dire?
MOBIUS: Dovete restare con me in manicomio. […] Solo qui ci è
permesso di pensare. In libertà, i nostri pensieri sono dinamite.
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Cioè sono pensieri esplosivi.
Questo perché sono le idee a cambiare il mondo, sia dal punto
di vista teorico sia da quello pratico. Pensiamo ad esempio alla disputa
avvenuta nel Milleseicento fra pensiero tolemaico e pensiero copernicano;
questo) come caso teorico. Pensiamo, ai nostri giorni ai cambiamenti
che la scienza ha fatto, alla maniera in cui ha modificato la nostra
vita e quella altrui. E questo sia nel bene come nel male. Gli alimenti
ad alta percentuale di OGM, la telefonia cellulare, i computer sempre
più elaborati, la bomba atomica.
Spaventati da queste realtà, i nostri eroi scelgono l’oblio.
Coscientemente, vanno alla deriva.
Restano nel manicomio con le loro false identità, a far finta
di studiare, oppure a studiare davvero, questo non lo sapremo mai…
Decidono di recitare una vita che è un copione, in cui è
tutto previsto, e non ci sono incertezze né esiste il libero
arbitrio.
NEWTON: Io sono Newton. Ho detto
“Hypotheses non fingo”. Sono il presidente della <Royal
Society>
EINSTEIN: Io sono Albert Einstein.
E a me si deve la formula E = m c 2, la chiave per la trasformazione
della materia in energia.
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