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Dio è numero intero, secondo Pitagora
Rosso Davide
Liceo Scientifico Einstein - Torino
Classe V A
Il nome di Pitagora è tradizionalmente associato alla geometria ed alla
matematica in genere. In effetti alla scuola pitagorica, che sintetizzò
il proprio sapere tra il 550 ed il 490 a.C., si fa risalire la definizione di
tale sapere come scienza.
L'idea centrale di tutta la dottrina pitagorica sta nell'idea dell'aritmo-geometria,
il sapere che allora riuniva l'algebra e la geometria e che gravitava intorno
al concetto di numero, in cui si ritrova l'arché stessa del mondo; il
numero non è inteso dai pitagorici soltanto come la definizione di una
quantità, ma come forma: la sostanza della natura è il numero,
che diventa icona della razionalità stessa che regola l'universo.
La misurabilità è quindi per i pitagorici la caratteristica più
nobile propria alla natura; non solo, la centralità del numero porta
ad identificare il reale con ciò che è matematizzabile e a rifiutare
ciò che non può essere ricondotto ad un numero finito. Una concezione
di questo tipo non permetterà alla scuola, però, di superare una
crisi come quella detta "degli incommensurabili", crisi che la guiderà
verso il tramonto. Infatti, la scoperta che, per esempio, la diagonale di un
quadrato ed il suo lato non possiedono un sottomultiplo comune, mise alla luce
l'esistenza di numeri che non potevano essere definiti senza un'approssimazione.
Ecco dunque che nel cuore di una descrizione che pareva perfetta nella sua formalità
del mondo, erano emerse delle crepe che non sarebbero più potute essere
sanate; si erano scoperti i numeri irrazionali che nella loro inafferrabilità
avevano già minato in modo irreparabile tutto il pensiero pitagorico
ed il suo paradigma interpretativo, che si erano dimostrati troppo lontani da
quella stessa realtà che prima era icona di perfezione.
Dunque la frase "Dio è numero intero" esprime in modo esemplare
la presunzione della scuola pitagorica di inquadrare tutto, anche il trascendente,
nella sue fredde catene numeriche; ma entrata in contatto con una dimensione
che davvero poteva richiamare l'inafferrabilità di Dio, non ha saputo
riciclarsi e si è fossilizzata in un'anacronistica difesa dell'antico
linguaggio; Dio, forse, non è numero intero, ma, per così dire,
"illimitato non periodico".
C'è da dire, comunque, che il tentativo di dimostrare l'esistenza (o
la non esistenza) di Dio o di definire il sistema di leggi che regola l'intero
kosmos è stato l'utopia della grande scolastica medievale, ma anche di
tutta una branca della filosofia razional-metafisica, da Aristotele a Cartesio.
Il fallimento, ad esempio, del poderoso sistema aristotelico-tolemaico, altro
non è stato che l'incapacità di un linguaggio di inglobare al
proprio interno i nuovi dati scientifici, esattamente come accadde per il pitagorismo
(al posto dei numeri razionali, qui si trovano le nuove scoperte astronomiche
come elemento destabilizzante).
L'esperienza della scuola pitagorica, comunque, si riassume nel primo grande
tentativo di lettura matematica dell'esperienza umana attraverso un linguaggio
sintetizzato dall'uomo stesso. Ma tale tentativo, venuto a contatto con l'illimitato,
con l'indefinito e, per estensione, con l'imprevedibile e col caso, non ha saputo
modificare, in base alle nuove scoperte, il proprio modello interpretativo.
In effetti un pitagorico non si sarebbe mai permesso di apportare modifiche
sostanziali al linguaggio dell'aritmo-geometria: essa era l'essenza stessa del
mondo, era un qualcosa di sacro e perfetto. Fu questo il vero motivo per cui
la scuola preferì cercare di tenere nascosta la scoperta degli incommensurabili,
illudendosi forse di poter adattare la realtà al modello, e non viceversa.
La crisi del pitagorismo, comunque, portò anche molteplici vantaggi.
Se dapprima si sfociò nel radicalismo di Zenone e nei suoi paradossi,
in seguito fu fondamentale per iniziare lentamente a capire che in un'analisi
scientifica, la dimensione del caso non fosse più ignorabile e anzi,
dovesse diventare il vero campo di indagine del sapere.
Qual è, dunque, l'eredità del pitagorismo? È un'eredità
enorme. È l'idea che comunque nella natura vi è un ordine intrinseco,
è la ricerca di un determinismo di fondo, dal quale, però non
si può mai allontanare l'idea del caso; la ricerca del vero deve andare
di pari passo e, talvolta venire sostituita, da quella del probabile. Se il
trionfo della scuola pitagorica ci ha aperto gli orizzonti della matematizzazione
del mondo, il suo crollo ci ricorda che comunque la natura ha in sé una
dimensione di imprevedibile, di non definibile con assoluta certezza. E, forse,
il Dio che Pitagora credeva di definire nella perfezione e finitezza del numero,
oggi lo si può cercare nell'indefinitezza di fondo della natura, nell'impossibilità
dell'uomo di arrivare ad una conoscenza assoluta e totale di ciò che
gli sta intorno.
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