4. Lo zero nelle civiltà antiche Già i babilonesi, circa duemila anni avanti Cristo, avevano perfezionato il loro sistema di numerazione adottando un simbolo particolare per indicare la posizione vuota. Non ancora un numero, ma solo l’indicazione dell’assenza di una cifra, che nelle tavolette degli ultimi secoli del primo millennio avanti Cristo veniva rappresentata con due piccoli cunei obliqui, quelli indicati nella figura seguente, in basso.
Una delle prime sistematiche adozioni di un simbolo per lo zero risale ai Maya. Era una conchiglia o, secondo un’altra interpretazione, un occhio semichiuso. I maya adottavano un sistema vigesimale, che andava quindi di venti in venti. I numeri maya venivano scritti verticalmente: in figura il pallino corrisponde a un ventina e la conchiglia a zero unità.
In un tempio indiano, nei pressi di Gvalior,
un’iscrizione riporta l’elenco dei doni fatti dai fedeli.
E’ questo uno dei più antichi documenti (siamo nell’870
dopo Cristo) in cui compare lo zero, rappresentato
con un piccolo cerchio. Si tratta delle misure di un appezzamento di
terreno “da destinarsi a giardino fiorito”, le
cui dimensioni sono 270 per 187 hastas reali. Lo zero
del numero 270 è annotato proprio con un cerchietto. Ma si ritiene
che lo zero fosse già conosciuto in India alcuni secoli prima.
Nell’isola di Sumatra è stata ritrovata un’iscrizione
del 684 con numeri in cui compare lo zero come circoletto e una analoga
in Cambogia, del 683 in cui compare lo zero come un punto nero. In Cina compare per la prima volta
il simbolo zero, nel 1247, in un libro del matematico Ch’in Kiu-shao,
Le nove sezioni della matematica. |