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5. Lo zero arriva in Europa
Dall’India lo zero e il nuovo sistema
di numerazione arriveranno in Europa. Non direttamente, ma attraverso
gli arabi. Nel secolo IX dopo Cristo, Abu Jafar Muhammad Ibn Musa al-Khwarismi,
cioè Mohammed padre di Jafar e figlio di Musa, il Kwarismiano
(della provincia persiana di Khoresm) scrisse un libretto di aritmetica
nel quale spiegava l’uso dei nuovi numeri, da lui conosciuti attraverso
gli scritti dei matematici indiani, alcuni dei quali erano arrivati
alla corte di Bagdad.
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Francobollo dell’ex
Unione Sovietica in ricordo di al-Khwarismi (circa 780 – 850),
il grande matematico arabo che fu tra i primi a far conoscere le
nuove cifre indiane. |
Il libro ebbe una grande diffusione e, tradotto
in latino, probabilmente da Abelardo di Bath, verso il 1120, contribuì
a far conoscere anche ai matematici europei il nuovo sistema di numerazione.
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| Leonardo Fibonacci (1180 -
1250) |
La confusione a proposito dello zero era
però ancora grande. Veniva considerato un’invenzione del
diavolo. Per Guglielmo di Malmsbury, ad esempio, la matematica del mondo
arabo, che introduceva lo zero, era "pericolosa magia saracena".
Si cercava di ridicolizzarlo:
“Proprio come il pupazzo vorrebbe essere un’aquila,
l’asino un leone e la scimmia una regina, così lo zero
si dà arie e pretende di essere una cifra” - troviamo
scritto in un libro francese del XV secolo.
Altri gli attribuivano proprietà addirittura divine, come dimostra
questo brano, tratto da un celebre manoscritto del monastero di Salem,
del XII secolo:
“Ogni numero nasce dall’Uno e questo deriva dallo Zero.
In questo c’è un grande sacro mistero: Dio è rappresentato
da ciò che non ha né inizio né fine; e proprio
come lo zero non accresce né diminuisce un altro numero al quale
venga sommato o dal quale venga sottratto, così Egli né
cresce né diminuisce”.
Interpretazioni diverse dunque dello zero,
di cui si riconosceva certo l’importanza, anche se non era ben
chiaro fino a che punto potesse essere considerato un numero.
Gerberto d’Aurillac, celebre matematico, destinato a diventare
papa Silvestro II nel 999, è stato fra i primi divulgatori delle
cifre indo-arabiche e dello zero che aveva conosciuto durante un suo
viaggio in Spagna nel 967. Nella rappresentazione dei numeri naturali
sull’abaco, Gerberto segnalava l’assenza di un’unità
lasciando vuota la colonna corrispondente.
E uno dei primi manuali di presentazione delle nuove cifre è
stato il Liber Abaci, scritto da Leonardo Fibonacci
nel 1202. Il padre di Fibonacci era un mercante e il commercio lo aveva
portato a contatto con il mondo arabo.
Fibonacci ebbe così modo di studiare sotto la guida di un maestro
musulmano e di compiere molti viaggi in Oriente, venendo a conoscenza
dei nuovi numeri e dei loro grandi vantaggi nel far di conto.
“Gli indiani - scrive Fibonacci nel suo libro –
usano nove figure: 9, 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1 e con queste, assieme al
segno 0, che gli arabi chiamano cephirum, scrivono
qualsiasi numero”. Lo zero era diventato cephirum
in latino, come traduzione della corrispondente parola araba sifr,
traduzione a sua volta del termine sunya che in sanscrito
significa “vuoto”. Cephirum o ciphra
quest’ultimo termine per indicare poi, in italiano, non solo più
lo zero, ma qualsiasi cifra. Mentre Cephirum diventerà
zefiro, zevero e finalmente, nel dialetto veneto,
zero:
“Et dovete sapere chel zeuero per se solo non significa nulla
- scriveva Fibonacci - ma è potentia di fare significare...
Et decina o centinaia o migliaia non si puote scrivere senza questo
segno 0”. Se già nel Duecento quindi, lo zero e il
sistema di numerazione indo- arabico erano universalmente noti in Europa,
dovevano però passare ancora diversi secoli prima di una loro
definitiva affermazione.
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L’evoluzione
delle cifre indo - arabe, dal mille d. C. all’Italia del 1400 |
I vantaggi
del nuovo sistema erano infatti evidenti per chi, come il matematico,
faceva i suoi calcoli con carta e matita, per scritto, ma lo erano molto
meno per la stragrande maggioranza delle persone, abituate a usare l’abbaco.
Solo nel Cinquecento, superate le diffidenze nei confronti dei nuovi
numeri, lo zero e il sistema di numerazione indo-arabico diventarono
finalmente popolari, anche al di fuori degli ambienti matematici. Ma
ancora nel Cinquecento, in un libro francese si leggeva che lo zero
è “une chiffre donnant umbre et encombre”,
una cifra che produce confusione e difficoltà.
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