Il telefonino rivisitato

Umberto Eco, L'Espresso, 01/09/2005


Agli inizi degli anni Novanta, quando i telefonini cellulari erano ancora in possesso di poche persone, ma queste poche già rendevano atroce un viaggio in treno, avevo scritto una Bustina, piuttosto irritata. Dicevo in sintesi che il telefonino avrebbe dovuto essere consentito solo ai trapiantatori d'organi, agli idraulici (in entrambi i casi persone che per il bene sociale debbono essere reperite ovunque e all'istante), e agli adulteri. Per il resto, specie nei casi in cui signori altrimenti impercettibili vociavano in treno o all'aeroporto a proposito di azioni, profilati metallici e mutui bancari, era anzitutto segno di inferiorità sociale: i veri potenti non hanno telefonini ma 20 segretari che filtrano le comunicazioni, mentre ha bisogno di telefonino il quadro intermedio che deve rispondere a ogni istante all'amministratore delegato, o il piccolo faccendiere al quale la banca deve comunicare che il suo conto è in rosso.

Da allora anzitutto è cambiata due volte la situazione degli adulteri: in una prima fase essi hanno dovuto rinunciare a questo riservatissimo strumento perché, non appena l'acquistavano, ecco che il coniuge era messo in legittimo sospetto; in una seconda fase la situazione si è di nuovo ribaltata perché, visto che ormai il telefonino lo avevano tutti, non era più irrefutabile indizio di relazione adulterina. Ora gli amanti possono usarlo, ma a patto di non aver storie con personaggi in qualche misura pubblici, perché in tal caso la comunicazione sarà sicuramente intercettata. Nulla di cambiato per l'inferiorità sociale (ancora non risultano foto di Bush col telefonino all'orecchio), ma sta di fatto che il telefonino è diventato strumento di comunicazione (eccessiva) tra mamme e figli, di frode agli esami di maturità, di fotomania compulsiva; le giovani generazioni stanno abbandonando l'orologio da polso perché l'ora la vedono sul telefonino; si aggiunga la nascita dei messaggini, delle informazioni giornalistiche minuto per minuto, del fatto che col telefonino ci si può collegare con Internet e ricevere posta elettronica senza fili, che nelle sue forme più sofisticate esso funziona non solo da agenda ma anche da computer da tasca, ed ecco che si è in presenza di un fenomeno socialmente e tecnologicamente fondamentale.

Si può ancora vivere senza telefonino? Visto che 'vivere-per-il-telefonino' implica una adesione totale al presente e un furore del contatto che ci priva di qualsiasi momento di riflessione solitaria, chi ha a cuore la propria libertà (sia interiore che esteriore) può sfruttare moltissimi servizi che lo strumento consente, salvo l'uso telefonico. Al massimo si può accenderlo solo per chiamare un taxi o comunicare a casa che il treno ha tre ore di ritardo, ma non per essere chiamati (basta tenerlo sempre spento). Quando qualcuno critica questa mia abitudine, rispondo con un triste argomento: quando è morto mio padre, più di quarant'anni fa (e dunque prima dei telefonini), io ero in viaggio e sono stato contattato solo molte ore dopo. Bene, queste ore di ritardo non hanno modificato nulla. La situazione non sarebbe cambiata anche se fossi stato informato nel giro di dieci minuti. Questo vuol dire che la comunicazione istantanea consentita dal telefonino ha poco a che vedere coi grandi temi della vita e della morte, non serve a chi sta facendo una ricerca su Aristotele e neppure a chi si arrovella sull'esistenza di Dio.

Il telefonino è dunque privo d'interesse per un filosofo (se non per portare in saccoccia una bibliografia di tremila titoli su Malebranche)? Al contrario. Ci sono certe innovazioni tecnologiche che hanno cambiato la vita umana a tal punto da diventare argomento per la filosofia - e basti pensare all'invenzione della scrittura (da Platone a Derrida) o all'avvento dei telai meccanici (vedi Marx). Curiosamente c'è stata poca filosofia su altre mutazioni tecnologiche che ci paiono così importanti, per esempio l'automobile o l'aeroplano (anche se si è riflettuto sul mutamento dell'idea di velocità). Ma è che l'automobile e l'aereo (se non siamo tassisti, camionisti o piloti) li usiamo solo in certi momenti, mentre la scrittura e la meccanizzazione della maggior parte delle attività quotidiane hanno cambiato radicalmente ogni istante della nostra vita.

A una filosofia del telefonino dedica ora un libro Maurizio Ferraris (Bompiani editore). Dovrebbe apparire a inizio settembre, mentre questa Bustina uscirà una settimana prima. Sono contrario (anche come autore) alle recensioni in anticipo: il lettore viene incuriosito dal libro, va a chiederlo in libreria, si sente dire che non c'è ancora, dà la colpa all'inettitudine del libraio, nei giorni seguenti legge recensioni di altri libri, e si lascia prendere da altre curiosità. Pertanto, mentre sto finendo di leggere questo libro in bozze, mi riservo di riparlarne in una seconda Bustina. Anche perché, se il titolo ('Dove sei? Ontologia del telefonino') lascia sospettare uno scanzonato divertimento, Ferraris trae invece da questo oggetto una serie di riflessioni molto serie e ci coinvolge in un gioco filosofico piuttosto intrigante.

 

Il telefonino e la verità

Umberto Eco, L'Espresso, 15/09/2005

Quando Zivago rivede dal tram Lara, non riesce a scendere in tempo e muore. Ma se avessero avuto un cellulare forse ci sarebbe stato un lieto fine.


La scorsa Bustina ho accennato al libro di Maurizio Ferraris ('Dove sei? Ontologia del telefonino', Bompiani) in cui si mostra come i cellulari stiano cambiando radicalmente il nostro modo di vivere e quindi siano divenuti oggetto 'filosoficamente interessante'. Assunte anche le funzioni di agenda palmare e piccolo computer con connessione al Web, il telefonino è sempre meno strumento di oralità e sempre più strumento di scrittura e lettura. Come tale è diventato strumento onnicomprensivo di registrazione - e vedremo quanto, a un sodale di Derrida, parole come scrittura, registrazione e 'iscrizione' possano far rizzare le orecchie.

Appassionanti anche per il lettore non specialista sono le prime cento pagine di 'antropologia' del telefonino. C'è una differenza sostanziale tra parlare al telefono e parlare al telefonino. Al telefono si poteva chiedere se c'era in casa qualcuno mentre al telefonino (salvo casi di furto) si sa sempre chi risponde, e se c'è (il che cambia la nostra situazione di 'privacy'). Però il telefono fisso permetteva di sapere dove stesse il chiamato, mentre ora rimane sempre il problema di dove sia (tra l'altro, se risponde "sono alle tue spalle", ma è abbonato a una compagnia di un paese diverso, la risposta sta compiendo mezzo giro del mondo). Tuttavia io non so dove sta chi mi risponde ma la compagnia telefonica sa dove siamo entrambi - così che a una capacità di sottrarsi al controllo dei singoli corrisponde una trasparenza totale dei nostri movimenti rispetto al Grande Fratello (quello di Orwell, non quello della tv).

Si possono fare varie riflessioni pessimistiche (paradossali e dunque attendibili) sul nuovo 'homo cellularis'. Per esempio cambia la stessa dinamica dell'interazione faccia a faccia tra Tizio e Caio, che non è più un rapporto a due, perché il colloquio può essere interrotto da una inserzione cellulare di Sempronio, e tra Tizio e Caio l'interazione si sviluppa soltanto a singhiozzo, o si blocca. Così lo strumento principe della connessione (l'essere io sempre presente agli altri come gli altri a me) diventa al tempo stesso lo strumento della sconnessione (Tizio è connesso a tutti meno che a Caio). Tra le riflessioni ottimistiche mi piace il richiamo alla tragedia di Zivago che rivede dopo anni Lara dal tram (ricordate la scena finale del film?), non riesce a scendere in tempo per raggiungerla, e muore. Se entrambi avessero avuto il cellulare avremmo avuto un lieto fine? L'analisi di Ferraris oscilla tra le possibilità che il cellulare apre e le castrazioni a cui ci sottopone, prima tra tutte la perdita della solitudine, della riflessione silenziosa su noi stessi, e la condanna a una costante presenza del presente. Non sempre la trasformazione coincide con l'emancipazione.

Ma giunto a un terzo del libro Ferraris passa dal telefonino a una discussione sui temi che lo hanno sempre più appassionato negli ultimi anni, tra cui la polemica contro i suoi maestri di origine, da Heidegger a Gadamer e Vattimo, contro il post-modernismo filosofico, contro l'idea che non ci siano fatti ma solo interpretazioni, sino a una difesa ormai piena della conoscenza come 'adaequatio' ovvero (povero Rorty) Specchio della Natura. Naturalmente con molti grani di sale, e spiace non potere seguire passo per passo la fondazione di una sorta di realismo che Ferraris chiama 'testualismo debole'.

Come si arriva dal telefonino al problema della Verità? Attraverso una distinzione tra oggetti fisici (come una sedia o il Monte Bianco), oggetti ideali (come il teorema di Pitagora) e oggetti sociali (come la Costituzione italiana o l'obbligo di pagare le consumazioni al bar). I primi due tipi di oggetti esistono anche al di fuori delle nostre decisioni, mentre il terzo tipo diventa, per così dire, operativo solo dopo una registrazione o iscrizione. Una volta detto che Ferraris tenta anche una fondazione in qualche modo 'naturale' di queste registrazioni sociali, ecco che il telefonino si presenta come lo strumento assoluto di ogni atto di registrazione.

Sarebbe interessante discutere molti punti del libro. Per esempio le pagine dedicate alla differenza tra registrazione (sono registrazione un rendiconto bancario, una legge, una qualsiasi raccolta di dati personali) e comunicazione. Le idee di Ferraris sulla registrazione sono estremamente interessanti, mentre le sue idee sulla comunicazione sono sempre state un poco generiche (per usare contro di lui la metafora di un suo pamphlet precedente, sembrano acquistate all'Ikea). Ma nello spazio di una Bustina non si fanno discussioni filosofiche approfondite.

Qualche lettore si domanderà se occorreva davvero riflettere sul telefonino per giungere a conclusioni che potevano anche partire dai concetti di scrittura e di 'firma'. Certo, il filosofo può prendere le mosse anche dalla riflessione su un verme per disegnare una intera metafisica, ma forse l'aspetto più interessante del libro non è che il telefonino abbia permesso a Ferraris di sviluppare una ontologia, bensì che la sua ontologia gli abbia permesso di capire e farci capire il telefonino.