Dai gesti alla parola: la nascita del linguaggio

di Pietro Greco (L’Unità 15.03.2004)

 

«Ignorate il problema di come è nato il linguaggio e di quali sono i suoi meccanismi cerebrali, perché vanno ben oltre la possibilità di una seria indagine scientifica». Il consiglio di Noam Chomsky, vecchio ormai di una cinquantina d'anni, non regge più. Oggi non è più possibile ignorare il tema dell'origine del linguaggio ed è ormai possibile iniziare a capire come il cervello controlla la parola. Successi in entrambe queste direzioni, peraltro convergenti, sono stati ottenuti negli ultimi tempi. Anche a opera di italiani. Ne abbiamo avuto prova in un dossier redazionale che la rivista americana Science ci ha proposto nei giorni scorsi per focalizzare l'attenzione su quello che viene considerato uno dei più grandi temi aperti della scienza moderna.
Come, dunque, è nato il linguaggio? Come, dunque, il cervello «libera» la parola?
Per cominciare a fornire le prime risposte alle due domande occorre partire da Noam Chomsky. Lo scienziato più citato dai suoi colleghi nell'intero dopoguerra. Il teorico della «grammatica universale». L'uomo, sostiene Chomsky, ha un dono che nessun altro essere vivente conosciuto possiede: un linguaggio con una complessa sintassi e una ricca semantica che possono essere continuamente arricchite. L'unicità del linguaggio umano non riguarda solo e non riguarda tanto quello straordinario numero di suoni che noi chiamiamo parole e che non ha eguali nel mondo animale, ma la capacità di produrre parole nuove e di mettere insieme le parole per produrre enunciati nuovi. Ciò significa che il linguaggio umano non è un archivio, più o meno ampio, di risposte agli stimoli dell'ambiente, come volevano i comportamentisti. L'uomo ha la possibilità, sperimentata quotidianamente, di costruire un numero infinito di enunciati partendo da un numero grande, ma finito di parole. L'uomo, a differenza degli animali, deve possedere una sorta di ricetta, una «grammatica», per elaborare un linguaggio così ricco e dalla potenzialità di espressione praticamente infinita. Inoltre, sostiene Chomsky, questa «grammatica» deve essere «universale», perché ogni bambino è in grado di acquisire in pochissimo tempo il linguaggio complesso degli adulti e di esprimere enunciati nuovi e mai appresi prima. I cuccioli d'uomo, conclude Chomsky, nascono dunque con uno schema innato, un istinto del linguaggio, che consente loro di apprendere e sviluppare in piena autonomia una qualsiasi lingua. Questo schema innato è una «grammatica universale» che appartiene all'uomo e solo all'uomo.
La teoria di Chomsky è davvero potente. Tuttavia, a meno di non voler credere in un qualche «miracolo», che improvvisamente e inspiegabilmente conferisce all'uomo la «lingua degli angeli» e gli consente di sperimentare ciò che nessun altro essere vivente ha sperimentato, l'idea innatista di Chomsky va superata. Occorre capire «come» l'uomo ha acquisito la «grammatica universale».
La prospettiva, per ogni scienziato moderno, non può che essere evolutiva. È nell'ambito dell'evoluzione darwiniana che la specie umana ha acquisito questo carattere nuovo e unico. Il guaio è che il linguaggio umano ha un carattere marcatamente immateriale. Non lascia resti fossili. Ed è quindi difficile, molto difficile, per un paleoantropologo documentare quando e come quel particolare genere di primati che chiamiamo uomini ha acquisito la «grammatica universale» e ha iniziato a esprimersi mediante un linguaggio vocale complesso.
Le prove dell'evoluzione del linguaggio (graduale o puntuata che sia) sono difficili da trovare, ma non impossibili. E, in questo caso, lo studio del cervello umano ce ne fornisce di preziose. Da tempo, per esempio, si sa che ci sono due aree cerebrali primarie associate al linguaggio: l'«area di Broca» nella corteccia frontale sinistra e «l'area di Wernicke» nel lobo temporale sinistro. Sappiamo inoltre che queste aree sono comparse nel cervello degli uomini circa due milioni di anni fa. Quando, sulla Terra, non esisteva ancora la nostra specie, quella dei sedicenti sapiens, ma iniziavano ad apparire i primi erectus.
Già questa scoperta si presta a una riflessione. O quei nostri antichi cugini già possedevano un linguaggio complesso e una qualche forma di «grammatica universale» e, quindi, la nostra non sarebbe l'unica specie vivente ad aver avuto questa possibilità, oppure, come pensava Chomsky, la «grammatica universale» appartiene solo alla nostra specie e quindi si pone il problema di spiegare, in termini adattivi, l'emergere delle due aree cerebrali deputate al linguaggio due milioni di anni prima che la possibilità di parlare si realizzasse.
Un ulteriore elemento gettato sul tavolo della discussione dai paleoantropologi è relativo all'evoluzione dell'apparato che produce i suoni indispensabili al linguaggio complesso. L'apparato di fonazione «moderno», con la laringe posta sopra la trachea e con la conseguente possibilità di modulare una quantità enorme di suoni, è apparsa circa 300.000 anni fa. A ciò si aggiunge il fatto che alcuni geni, per esempio il FOXP2, coinvolti nell'articolazione del linguaggio, hanno assunto la loro forma attuale non più di 200.000 anni fa. Tutto ciò fa presumere che il linguaggio complesso sia effettivamente nato con la nostra specie, Homo sapiens.

Ritorniamo, dunque, al modello del «miracolo»? Niente affatto. Perché se le posizioni in campo sono tutt'altro che univoche, un po' tutti, biologi e neuroscienziati, concordano sul fatto che il nostro linguaggio fatto di numerose parole è l'evoluzione di altre forme di linguaggio magari più povere, ma pur sempre capaci di comunicazione complessa.
Le posizioni sono almeno tre. La prima è quella dell'evoluzione dal linguaggio gestuale. Secondo questa ipotesi le specie umane che acquisirono l'«area di Broca» e l'«area di Wernicke» svilupparono un complesso linguaggio gestuale, arricchito anche dai suoni. Quando, poi, in Homo sapiens si è evoluto l'apparato fonatorio moderno e, con esso, la possibilità di articolare suoni numerosi e complessi, la parola ha preso il sopravvento (ma non ha completamente estromesso) i gesti dalla comunicazione tra gli individui. Questa ipotesi è avvalorata dal fatto che nel nostro cervello le aree del linguaggio e le aree del controllo motorio sono largamente coincidenti.
Altri sostengono che la lingua dei segni non ha nulla a che fare con la lingua delle parole. Che il nostro linguaggio complesso e sonoro è l'evoluzione del linguaggio sonoro semplice dei primati, che hanno una certa capacità di comunicare, appunto, attraverso grida e suoni.
Una terza ipotesi in campo, infine, è quella che le specie di ominini abbiano imparato a modulare dei suoni di tipo nasale e che questo linguaggio dei suoni sia passato dal naso alla bocca allorché la laringe si è collocata nella posizione ottimale lì, in alto sulla trachea.
Tutte queste e altre ancora sono, allo stato, delle ipotesi di lavoro e non ancora delle teorie esaustive. Tuttavia è da sottolineare il fatto che la gran parte di queste ipotesi e dei fatti su cui si poggiano è emersa sostanzialmente negli ultimi anni, grazie allo studio interdisciplinare di linguisti, genetisti, neuroscienziati, paleoantropologi classici e paleoantropologi molecolari. E che in questi dieci anni tutti questi studiosi hanno falsificato il consiglio di Noam Chomsky.