Wiener, padre della cibernetica

Nel 1948 Norbert Wiener pubblicava un libro nel quale aveva inciso col fuoco i principi di una delle più fortunate icone tecno-sociali del Novecento, la cibernetica

 

di Paolo Marocco

 

Norbert Wiener , 1894 – 1964, al MIT

Nel 1948 Norbert Wiener pubblicava un libro nel quale aveva inciso col fuoco i principi di una delle più fortunate icone tecno-sociali del Novecento, la cibernetica:[1] un simbolo che avrebbe trasceso sia la notorietà del suo creatore sia la rigorosa e vincolante definizione che quest'ultimo aveva coniato. Il successo del libro fu dirompente e inaspettato, in particolare per l'autore stesso, che non l'aveva concepito per un vasto pubblico: nei primi sei mesi si succedettero cinque ristampe, e le prime edizioni vendettero ben 21.000 copie, una cifra enorme all'epoca per un saggio di divulgazione scientifica. Sebbene il libro fosse disseminato di formule matematiche e concetti inusuali, divenne, insieme al rapporto Kinsey, il caso dell'anno. Per analogia, si potrebbe dire che la cibernetica aprì le porte a una nuova liberazione mentale.

Prima di pubblicare il libro, Wiener, che aveva intrapreso la carriera di matematico dopo aver conseguito un dottorato in filosofia, aveva abbozzato le linee generali della nuova disciplina durante una serie di dieci incontri tra studiosi appartenenti a  diversi campi del sapere, organizzati dalla Fondazione Macy dal 1946 al 1953. Il titolo della prima riunione suona oggi abbastanza contorto: "Feedback Mechanisms and Circular CausaI Systems in Biological and Social Systems", ma la sua portata culturale è quanto mai attuale: investigare le analogie tra matematica, biologia e scienze sociali, alla luce dei nuovi paradigmi sui processi artificiali. Per raggiungere questo proposito venivano messe in campo le conoscenze di neurofisiologi (Warren

McCulloch), antropologi (Gregory Bateson, Margaretb Mead), psicologi (Kurt Lewin, Paul Lazarsfeld), ingegneri delle comunicazioni (Julian Bigelow) e matematici (Norbert Wiener, John von Neumann).

Norbert Wiener, a destra, con da sinistra a destra W.Ross Ashby, Warren McCulloch, Grey Walter, a Parigi per un seminario.

Dopo alcuni incontri, il complicato titolo dato alla serie di convegni venne ridotto al più semplice termine di cibernetica. La definizione non era nuova. Wiener l'ereditava da una tradizione filosofica (cibernetica nasceva dalla pronuncia inglese del greco kubernetés: timoniere, pilota, colui che governa la nave) e da una fisica (il governor di Watts: uno strumento di regolazione della velocità della macchina a vapore), per indicare un meccanismo che fosse al contempo di comando e regolazione. Secondo l'approccio di Wiener, questo meccanismo doveva essere visto come una scatola nera dotata di canali di comunicazione che interagiscono con l'ambiente esterno, senza entrare nella logica interna di funzionamento. E poiché questi canali trasportano segnali, a diversi livelli di complessità e codifica, l'approccio di Wiener si concentrava sull'analisi di questi segnali, in particolare di quelli sufficientemente strutturati da essere interpretati come messaggi.

Norbert Wiener e Max Born a Cambridge, USA, nell’inverno del 1925/26.

Purtroppo il gruppo rimase compatto soltanto nelle primissime riunioni; già prima della seconda, il pacifista Wiener aveva rotto i rapporti con von Neumann che un tempo ammirava per i modi da gentleman e la destrezza imprenditoriale, ma che, dopo il suo coinvolgimento nel progetto Manhattan, reputò troppo vicino alla politica dei signori della guerra. Qualche anno più tardi, nel '51, Wiener interruppe bruscamente un altro legame basilare della sua carriera di scienziato, quello con gli ideatori delle reti neurali, McCulloch e Pitts, ma in questa occasione i diverbi nacquero non tanto per motivi ideologici e politici, quanto per ragioni di carattere personale e fraintendimenti dovuti ai diversi stili di vita, quello anarcoide e liberalizzato di McCulloch contro quello morigerato e conservatore di Wiener.

Un francobollo emesso da Israele per ricordare il grande scienziato ebreo.

Per rendere perspicue le parole chiave della cibernetica, retroazione ed entropia, Wiener fornisce, nel suo primo saggio divulgativo, alcuni esempi tratti dalla vita di tutti i giorni: «Se sono pigro la mattina, invece di alzarmi dal letto, schiaccio un bottone che accende i caloriferi, chiude la finestra e accende il fornello elettrico... io invio un messaggio a questi apparecchi».[2]

Non solo - continua Wiener - se il soggetto in questione fosse ancora più pigro, l'apertura/chiusura dei termosifoni e della finestra potrebbe autoregolarsi senza alcun intervento esterno: «Se il termostato registra una temperatura eccessiva della camera e chiude il calorifero (feedback), fino a raggiungere la temperatura scelta, si può dire che il messaggio funziona come sistema di comando rispetto al calorifero stesso».[3] In questo semplice schema, in pratica, il sistema rimane stabile grazie alla riproduzione di un meccanismo di regolazione molto diffuso in natura: il segnale in uscita (dalla caldaia al termostato: caldo) viene bilanciato da uno opposto in entrata (chiusura della valvola: freddo).

Norbert Wiener, giovane studente.

In questo esempio, lo scambio tra la caldaia e il termostato si riduce a compiti limitati; non vi sono inoltre ostacoli né rumori di fondo che potrebbero interferire, a differenza di comunicazioni più complesse, come quelle che coinvolgono il linguaggio verbale. Per introdurre l'uso della cibernetica rispetto alla comunicazione umana, Wiener descrive un'altra circostanza quotidiana: due persone che si parlano attraverso una linea telefonica disturbata, e che riescono a ricevere soltanto dei frammenti della conversazione. Wiener si chiede: come possiamo sapere quale potrà essere il livello di comprensione di ciò che si sono detti? La risposta sta nel calcolare l'entropia del messaggio, ossia di valutare la quantità d'informazione veicolata nel messaggio stesso rispetto a tutti i messaggi previsti (supponiamo che il messaggio sia composto da una serie di comandi, l'entropia dà una stima probabilistica di quante volte occorra ripetere i comandi affinché giungano a buon fine).

Durante la guerra Wiener si era già imbattuto in questo problema, e lo aveva scandagliato in maniera sofferta ed estenuante a causa delle pressioni della committenza militare. In quel caso, i compiti dello scienziato erano quelli di calcolare le rotte dei proiettili diretti su un bersaglio mobile, sfruttando le segnalazioni automatiche dei radar. Poiché il bersaglio, per esempio un aereo, quando si trovava sotto il fuoco di una contraerea nemica cercava di muoversi in maniera più casuale possibile, cosi da ingannare le previsioni di chi stava sparando, per colpirlo occorreva prevedere statisticamente la traiettoria successiva. Dato che i radar tendevano a visualizzare oggetti inesistenti, occorreva anche eliminare il rumore di fondo. In definitiva, i compiti di Wiener comprendevano sia il mettere a punto servomeccanismi di taratura del puntamento, per correggere la mira in base alla risposta dei radar, sia il valutare automaticamente l'affidabilità e la purezza dell'informazione di questi strumenti di segnalazione. Si trattava di analizzare l'entropia e il feedback, visti all'interno di uno stesso processo.[4]

I sigari di Wiener.

Wiener fu piuttosto risentito quando, negli anni '50, un altro grande teorico delle scienze dell'informazione, Claude Shannon, venne gratificato di pubblici riconoscimenti per una teoria analoga. Sebbene entrambe le teorie attingessero agli studi sulla termodinamica elaborati da Ludwig Boltzmann nella seconda metà dell'Ottocento, l'approccio di Shannon adottava una matematica più agevole rispetto a un'applicabilità ingegneristica. Le riflessioni di Wiener si orientavano invece verso una prospettiva di livello più alto, la cui estensione non era tanto nella versatilità applicati va, ma nel carattere globale dell'impresa. Shannon aveva concentrato la sua attenzione sulle proprietà lessicali e sintattiche del messaggio, ovvero sulle possibilità di ricostruire un'informazione corrotta all'interno di un canale rumoroso, indipendentemente da un livello superiore di decodifica del significato, e senza inserirlo in un sistema più ampio di autoregolazione.

La prospettiva di Wiener invece era più vasta e meno verticale. Cercava non solo di strutturare in maniera unitaria la trasmissione e il controllo dei processi, ma voleva estendere queste formule ad altri ambiti, come la biologia e l'economia. Forte della sua preparazione in matematica, filosofia, zoologia e biologia, Wiener ambiva a stabilire le leggi generali per descrivere sia i fenomeni intenzionali guidati dall'uomo, sia quelli naturali. Sono aspetti che lo pongono in una posizione di precursore della contemporaneità e gli attribuiscono a posteriori una spiccata sensibilità nei confronti di discipline che sarebbero germogliate negli anni successivi, come le neuroscienze e l'intelligenza artificiale.

Gli studi di Wiener presentano tuttavia un punto debole: l'ostinazione dello scienziato nel continuare a pensare in termini analogici e non digitali. Shannon, le cui equazioni erano orientate verso i nuovi formati delle strutture forniti dalle macchine, aveva colto principi essenziali che sarebbero stati adottati dall'informatica e dalle comunicazioni nei decenni successivi. Sebbene Wiener non rifiutasse il formalismo digitale, anzi lo considerasse più appropriato per la programmazione dei futuri calcolatori, il suo approccio generale agli studi della retroazione e dell'entropia rimarrà ancorato a una teoria della misura analogica. In pratica Wiener non contribuì a erigere un ponte tra i fondamenti della sua disciplina e le modalità per implementarli tramite i nuovi strumenti di calcolo. Un ponte che comunque non sarebbe stato certo un'impresa agevole negli anni Cinquanta.

Dopo decenni di silenzio escono a distanza di pochi mesi due libri su Wiener: L'eroe oscuro dell'età dell'informazione di Flo Conway e Jim Siegelman giornalisti e divulgatori scientifici americani - e Le armonie del disordine di Leone Montagnini, studioso di comunicazione e di storia della tecnica. Le due opere vanno a colmare una lacuna considerevole, poiché Wiener, oltre che padre della cibernetica, fu un intellettuale attento ai fenomeni sociali e alla loro interrelazione con la tecnoscienza, anche nelle forme meno visibili.[5]

I due libri hanno un taglio differente: il corposo saggio di Conway e Siegelman è dedicato prevalentemente agli aspetti biografici dello scienziato, all'interno di uno scenario storico nel quale ogni evento viene trattato nei minimi dettagli. I due autori non si addentrano però nella critica della produzione scientifica di Wiener, e tracciano solo superficialmente i legami tra la cibernetica e le diverse discipline parallele e tangenziali che videro la luce nel primo dopoguerra, come la teoria dell'informazione e la computer science. Si tratta di sviluppi presi invece in esame nel saggio di Montagnini, che mette a fuoco l'importanza della figura di Wiener nella nascita delle scienze dell'informazione e della comunicazione.

In un periodo di passaggio dalle tecnologie elettriche e meccaniche a quelle elettroniche legate allo sviluppo dei calcolatori, Wiener riesce a mobilitare il proprio background logico-filosofico per giungere al cuore della dialettica uomo-macchina e alle modalità dell'organizzazione sociale della civiltà tecnologica. Due opere complementari quindi, la cui lettura combinata può offrire un ritratto esaustivo dello scienziato, in particolare per quel che concerne la sua formazione culturale interdisciplinare.

Norbert Wiener di fronte a un automa che gioca a scacchi e, a destra, l’inventore della macchina, Torres y Quevedos.

Entrambi i libri dedicano uno spazio considerevole alla formazione culturale e sociale dello scienziato, ai suoi viaggi e ai suoi incontri con il gotha filosofico (Bertrand Russell, Edmund Husserl, William James) e matematico (David Hilbert, Godfrey Hardy, John E. Littlewood, Karl Jacobi, George D. Birkhoff...) dei primi decenni del Novecento, in Europa e negli Stati Uniti. Precocissimo (ad appena 18 mesi conosceva già l'alfabeto), enfant prodige durante l'adolescenza, tanto da iscriversi dodicenne all'università per poi laurearsi in filosofia a diciotto, Norbert Wiener, raggiunta l'età adulta, non abbandonò quei caratteri di istrionismo geniale un po' buffo e infantile che lo avevano contraddistinto negli anni della formazione.

Nel '48, ricordano Conway e Siegelman, la rivista Time lo descriveva cosi: «Assomiglia a un concorrente bambino di quiz trasformatosi in un Babbo Natale». L'immagine angosciata e bizzarra dell'ex bambino prodigio che non riesce a scrollarsi di dosso un passato di gare a premi, lo rende somigliante a un personaggio uscito da un romanzo di Salinger, il quale, diventato famoso, finisce in un romanzo di Thomas Pynchon.[6] L'eccentricità di Wiener, la cui carriera scientifica fu indissolubilmente legata al MIT, si esprimeva in modi diversi: dalle nuotate con occhiali e sigaro in bocca alle passeggiate per il campus dove spesso sbagliava strada e aula, conversando con chiunque incontrasse, senza badare al ruolo e agli interessi del suo interlocutore. A dispetto delle sue capacità di divulgatore - i suoi libri restano un esempio di riflessione svolta in maniera originale e densa ma al contempo fluida e semplice - le sue modalità di improvvisazione nella conversazione scientifica erano spesso tortuose e incomprensibili, e, stando alle ricostruzioni di Conway e Siegelman, altrettanto erano molte sue lezioni.

Wiener al MIT, con Jerome Wiesner e Yuk W. Lee

I due autori scrivono un'opera che si inserisce nel filone delle biografie americane dedicate a illustri uomini di scienza, che scavano nel loro privato e nelle loro debolezze, secondo un costume fashionable che strizza l'occhio al pubblico. Lo stile è quello del giornalismo colto e analitico, che sfrutta gli aneddoti e i tratti variopinti dello scienziato, per mantenere alta l'attenzione del lettore per tutte le oltre cinquecento pagine. L'articolazione tra la vita privata e quella pubblica di Wiener, incornicia un quadro a tutto campo degli eventi e dei protagonisti dell'informatica moderna (Alain Turing, John von Neumann, Julian Bigelow, Howard H. Aiken...) e di coloro che, operando in aree limitrofe, come Warren Mc Cullogh e Arturo Rosenblueth, ne sarebbero stati influenzati. Sullo sfondo le vicende delle due guerre mondiali, nel loro doppio carattere di distruzione e al contempo di preparazione a un rinnovamento.

Il libro riporta alla luce i legami familiari di Wiener, spesso difficili e capaci di farlo sprofondare in forti depressioni (per esempio il rapporto con il padre Leo, figura apprensiva e ossessiva, tendente a un maniacale controllo delle abilità del figlio, un atteggiamento che lo stesso Norbert in parte erediterà ed eserciterà nei confronti delle figlie). Ma i tratti nevrotici di Wiener non inficiano l'integrità della sua figura, anzi, la sua immagine un po' fumettistica di scienziato tra le nuvole è la stessa del condottiero che porta avanti battaglie contro le istituzioni di potere, un atteggiamento che lo vide per alcuni anni nel mirino dell'FBI e delle inchieste del maccartismo. I suoi interventi a favore di una democrazia illuminata, nemica degli interessi politici e individuali, lo presentano come un garante dell'indipendenza della scienza e del suo statuto progressista e benefico, in un momento storico, quello della guerra fredda, che vedeva l'opinione pubblica intimorita dal minaccioso connubio tra scienza e armi di distruzione.

La scarsa condiscendenza di Wiener verso i compromessi, se da un lato lo tenne lontano da logiche di profitto e di gloria mondana, dall'altro non fu un vantaggio per la ricerca cibernetica. La fine dei rapporti prima con von Neumann e poi con Mc Culloch rinviò quello che era l'obiettivo del gruppo: simulare i meccanismi biologici e sociali attraverso processi automatici. L'allontanamento di von Neumann si fece particolarmente sentire, dato che i due scienziati si complementavano idealmente per chiudere il cerchio di comunicazioni con fisiologi e ingegneri, un aspetto che costituiva il motore di cui avrebbe avuto bisogno la cibernetica per una spinta decisiva.

Durante la guerra, l'esigenza di veloci strumenti di calcolo per crittografare i messaggi nemici e per migliorare i sistemi di puntamento delle armi da fuoco aveva accelerato lo sviluppo di protocomputer analogici.

L’ENIAC il calcolatore digitale dell’Università di Pennsylvania.

Nella maggioranza dei casi si trattava di macchine dedicate a una specifica funzione; gli investimenti vennero poi concentrati su un calcolatore digitale di grandi dimensioni, il primo programmabile per uno spettro generale di compiti: l'ENIAC (1943-1946) dell'Università di Pennsylvania. li successo fu dovuto al fortuito incontro tra Goldstine e von Neumann avvenuto nel 1944 alla stazione di Aberdeen.Il primo era un giovane matematico, nonché ufficiale dell'esercito, che il ministero della Difesa aveva mobilitato per occuparsi di un progetto ultrasegreto, il secondo era un membro eminente dell'Istituto di Studi Avanzati di Princeton, impegnato su molti fronti, tra cui i progetti legati agli incontri della Fondazione Macy e agli scambi con Wiener. Nel 1946 von Neumann, terminato il suo impegno per l'ENIAC, che era ormai pronto a entrare in scena, scrisse una lettera a Wiener in cui gli comunicava i propri interessi per neuroni e batteri, allo scopo di trovare somiglianze e differenze rispetto alle macchine artificiali. In una pubblicazione del 1948, General Logical Theory of Automata, von Neumann affrontava il problema del carattere ibrido degli organismi viventi, dove il comportamento delle cellule può essere modellato, per certi aspetti, sulle funzioni digitali e, per altri, su quelle analogiche. Von Neumann possedeva un approccio logico-statistico, ma riusciva altresi a calarsi nei risultati degli esperimenti dei biologi: il sistema nervoso veniva interpretato a partire da una prospettiva matematica, grazie alla quale i neuroni venivano considerati come unità di calcolo.

John Von Neuman – Foto di Alan Richards

I controversi rapporti tra Wiener e von Neumann, le reciproche influenze e i disaccordi rispetto a un'etica della scienza, sono stati trattati in un saggio non uscito in Italia[7] e ripresi da Montagnini, che affida a Wiener un ruolo di particolare risalto nella genesi del computer, sebbene le intuizioni di Wiener, come vedremo, furono in questo caso di carattere teorico e sociale, non ingegneristico. Von Neumann, insieme con Wiener e Shannon, è la terza grande figura della matematica statunitense degli anni '40-'50 impegnata a gettare le basi per la futura scienza di elaborazione dell'informazione e della comunicazione. Al pari di Wiener si occupa delle analogie tra fenomeni biologici e artificiali e, d'altro lato, elabora una teoria degli automi che ingloba le ricerche di Turing e di Shannon.[8]

Negli anni Cinquanta von Neumann affrontava un punto cruciale della debolezza delle macchine, che avrebbe potuto integrarsi perfettamente con il programma cibernetico. Secondo il matematico ungherese, la penalizzazione dei primi computer (che si sarebbe sempre più consolidata negli anni) risiedeva nella loro incapacità di autocorreggere automaticamente gli errori che si generavano alloro interno. Un computer progettato per intervenire su se stesso in modo tale da reagire ai malfunzionamenti, avrebbe avuto caratteristiche più simili ai sistemi evolutivi biologici, e una maggiore garanzia di autonomia e robustezza. Purtroppo la morte di von Neumann, a causa di un tumore che lo colpi a metà degli anni Cinquanta (e che in molti, tra cui Conway e Siegelman, attribuiscono alle radiazioni subite durante gli esperimenti nucleari), provocò un'interruzione di queste ricerche, che vennero riprese soltanto alcuni decenni più tardi, quando ormai l'architettura fondante vedeva l'autodiagnostica come un surplus economicamente non conveniente.

Sia il libro di Conway e Siegelman sia quello di Montagnini restituiscono i singolari e fortunati percorsi formativi del giovane Wiener. Montagnini si addentra negli influssi filosofici assorbiti nel corso degli anni, attraverso una produzione di frammenti e articoli, ed emersi in maniera più completa e articolata nei cinque volumi scritti da Wiener dopo i cinquant'anni. In particolare si sofferma su un saggio del 1929 su matematica e arte, nel quale Wiener esprime la propria visione della matematica: il suo carattere estetico nel trattamento elegante delle forme (che lo scienziato distingue dalla logica pura, in quanto quest'ultima viene vista come formulazione di un sistema di verità più rigido e aprioristico) e il suo muoversi all'interno di forme ideali che necessitano di una continua conferma sperimentale.

John Von Neumann con i fisici Stanislaw Ulam e Richard P. Feynman

Il lavoro del matematico viene comparato con quello dell'artigiano che sperimenta nuove leggi e le mette alla prova collaborando con chi utilizzerà queste leggi. La fiducia di Wiener nella concretezza empirica recepisce la fiducia ottocentesca per la scienza e la sposa con il pragmatismo di William James: un accoppiamento, scrive Montagnini, capace di «combinare gli standard logici della coerenza formale con le esigenze della praticità». Non solo, rimanendo in un campo epistemologico più interno alla matematica, Wiener, insieme con von Neumann, fu capace di un'indagine tesa ad approfondire e raccogliere gli strumenti teorici che avrebbe costituito l'intelaiatura futura dell'intelligenza artificiale: ossia la logica, la meccanica statistica e l'analisi matematica. Questi traguardi di ampio respiro culturale non riuscirono purtroppo a tenere il passo con l'evoluzione ingegneristica dei calcolatori, a ragione della diffidenza di Wiener verso le architetture digitali. I fondatori del nuovo settore dell'intelligenza artificiale, John Mc Carthy e Marvin Minsky, non trovarono in Wiener un interlocutore disponibile a proposito dell'intelligenza dei processi automatici. I due giovani ricercatori avevano elaborato un nuovo approccio, basato sulla programmazione dei calcolatori, ed erano capaci di sfruttarlo per compiti, come il riconoscimento di forme geometriche e in seguito di volti, più adeguati all'intelligenza delle macchine (soprattutto rispetto alla capacità di elaborazione dell'epoca).

Non furono però solo le separazioni, le differenze concettuali e i diversi approcci" ai problemi a impedire una convergenza verso un paradigma unico. Wiener, che fu tra i primi a intuire l'utilizzo futuro del computer non tanto come macchina da calcolo quanto come macchina di controllo e di gestione di processi industriali, limitò le sue ricerche perché temette fin da subito il pericolo di una nuova rivoluzione in cui l'automazione potesse sostituire il lavoro dell'uomo. Alla luce di questi timori, presero il sopravvento interessi di carattere etico vertenti sull'interazione tra le macchine e l'uomo, che confluirono nell'ultima opera di Wiener Dio & Golem s.p.a.[9]

Sebbene in maniera indiretta, le preoccupazioni morali di Wiener influirono sul curioso destino della cibernetica. Se come effettivo strumento scientifico la disciplina ebbe vita breve, o almeno inferiore alla portata annunciata dal gruppo della Fondazione Macy, la sua forte valenza informale di attributo della modernità non venne mai meno. Il prefisso cyber sarebbe diventato una delle icone più usate e abusate degli ultimi decenni. Le ragioni di questo successo capillare possono essere ricondotte alle stesse caratteristiche che non ne favorirono il programma scientifico, ovvero una certa fluidità concettuale e il fatto che gli interessi di Wiener, nell'ultima fase della sua carriera, fossero orientati a riflessioni morali e filosofiche più che a fornire evidenze sperimentali.

Gli obiettivi erano comunque ardui già in partenza. Dal punto di vista funzionale e applicativo si trattava di progettare delle unità di controllo e decisione, basate sulle interazioni con l'ambiente esterno (a partire da sistemi di retroazione e di filtro dell'informazione); da un punto di vista epistemologico, invece, lo scopo era quello di applicare queste unità artificiali nelle analisi dei sistemi biologici (per esempio i meccanismi di omeostasi, i comportamenti dei neuroni) e sociali (i mercati finanziari, i comportamenti della popolazione...), per poi estrarre modelli matematici omogenei e consistenti. Un conto però era applicare il programma cibernetico ai sistemi di puntamento balistico, dove esisteva già una fisica affermata, un altro era applicarlo a domini complessi come quelli della biologia, che soltanto oggi iniziano a essere sottoposti a formalizzazione.

Per certi aspetti fu proprio la fluidità concettuale della cibernetica a suscitare l'interesse dei sociologi, che videro nella nuova disciplina una sorta di studio di fattibilità per l'adozione della matematica nei loro studi, senza la necessità di elaborare in un sistema logico i propri fondamenti concettuali. Ma non furono comunque questi risultati, abbastanza parziali e specialistici, a rendere conto del successo popolare del termine. Nei primi anni Sessanta esso era diventato un pass-partout, una sorta di sinonimo di sinergia e azione interdisciplinare, che aveva varcato le soglie di ambiti impensabili nel decennio precedente: dai consigli di amministrazione delle multinazionali alla letteratura popolare. Cibernetica era una nuova visione della realtà, di cui diventava possibile una descrizione razionale e scientifica, cibernetico era un modo di pensare capace di coniugare l'intuito con la competenza.

Dopo una flessione avvenuta negli anni Settanta, il prefisso cyber avrebbe invaso il decennio successivo con un nuovo significato, che attingeva sempre al nucleo originario di Wiener, infarcendolo con le contaminazioni fantascientifiche della nuova narrativa. Il cyber (e la forma derivata cyborg), dopo i romanzi di Sterling e Gibson, diventava il simbolo dell'incrocio tra il biologico e l'artificiale, riprendendo le intuizioni di Philip Dick riflesse ormai in un'epoca dove i computer e le reti annunciavano una piattaforma di telecomunicazione mondiale. La rinascita del termine cyber nelle forme letterarie post-atomiche e post-lisergiche, in cui le macchine si sarebbero trasformate in entità temibili e deliranti, può essere vista come la peggior conseguenza del problema del rapporto tra creatore e creatura, preso in esame dallo stesso Wiener in Dio & Golem s.p.a. L'inventore della cibernetica vi confronta la posizione di un creatore umano di esseri artificiali rispetto a quella di Adamo nel giardino dell'Eden, il quale si vede offrire dal serpente l'opportunità blasfema di essere un Dio. La fiducia positiva della cibernetica degli anni Sessanta, rispetto alla quale lo stesso Wiener aveva comunque alcune riserve ideologiche e morali, trova già qui il suo contrappunto negativo: la ribellione delle macchine nei confronti dell'uomo-dio. Un tema destinato a un enorme impatto nell'immaginario letterario e cinematografico degli ultimi vent'anni.

FLO CONWAY e JIM SIEGELMAN, L'eroe oscuro dell'età dell'informazione. Alla ricerca di Norbett Wiener; il padre della cibernetica, trad. di Paola Bovini, Torino, Codice, pp. 550, € 32,00.

LEONE MONTAGNINI, Le armonie del disordine. Norbett Wiener matematicofilosofo del Novecento, Venezia, Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti, pp. 328, € 25,00.

 

Ringraziamo la Rivista dei Libri per aver acconsentito alla pubblicazione dell’articolo di Paolo Marocco (Marzo 2006, n. 36).

Autografo di Wiener. Pagina di una lettera alla sorella Berta. Immagine da http://libraries.mit.edu/

[1] N. Weiner, La cibernetica. Controllo e comunicazione nell'animale e nella macchina, Milano, Il Saggiatore, 1968 (ed. orig. 1948).

[2] Id., Introduzione alla cibernetica, Torino, Einaudi, 1953 (ed. orig. 1948), p. 23.

[3] Ibidem.

[4] Questi studi e progetti prototipali sono all'origine della rete SAGE, uno dei sistemi tecnologicomilitari più ambiziosi della guerra fredda: .Una rete di computer connessi a postazioni antiaeree muniti di radar e collegati tra loro, sparsa su tutto il Nord-America», scrive Montagnini in Le armonie del disordine.

[5] Nel volume L'invenzione. Corne nascono e si sviluppano le idee, Milano, Bollati Boringhieri, 1994 (ed. orig. 1993), Wiener investigò proprio sui canali sotterranei nei quali le invenzioni rimangono latenti per un lungo periodo, per poi emergere improvvisamente, dando l'impressione di comportarsi come eruzioni o terremoti.

[6] L'aspetto romanzesco della famiglia Wiener comprende anche alcuni tratti distintivi della moglie,le cui evidenti simpatie per il nazismo provocarono ulteriori inquietudini nel marito, e della figlia Peggy, funzionario della Polizia Scientifica e campionessa del noto quiz televisivo americano "Jeopardy", nel 1988.

[7] .S. Heims, John von Neumann and Norbert Wumer: From Mathematics to the Technologies or Lire and Death, Cambridge (Mass.), The MIT Press, 1980.

[8] Von Neumann, nel suo approccio logico, adottava con molta eleganza e senso pratico, le teorie più promettenti di quegli anni: .Le reti neuronali formali di McCulloch e Pitts erano il modello assiomatico su cui poggiava la teoria. Su queste basi, von Neumann cominciava a studiare diversi filoni: l'affidabilità, la complessità e l'autoriproduzione degli automi. Il tema della complessità - o complicazione, per dirla con von Neumann - degli automi veniva affrontato ricorrendo al concetto di macchina di Turing. (G. Israel e A Millan Gasca, Il mondo come gioco matematico, John von Neumann, scienziato del novecento, Roma, NIS, 1995, p. 109).

[9] N. Wiener, Dio & Golem s.p.a Cibernetica e religione, Torino, Bollati Boringhieri,1991 (ed. orig. 1964).