Latino

Il libro

 

 

Le pratiche della testualità

 

A tipologie diverse di discorso corrispondevano nel mondo antico modi e fasi di testualità e di scritturazione manuale differenziati; fatto che ha segnato, altresì, le vicende sincroniche e diacroniche di diffusione e di tradizione dei testi.

La scrittura dell’opera, anche se autografa, avveniva di regola a voce alta o almeno sussurrata, il che trova corrispondenza nell’altro modo in cui poteva essere fatta una stesura letteraria, forse il più diffuso per la composizione di scritti in prosa, e che consisteva nel dettare il testo a segretari – amanuensi. Non mancano testimonianze di autori, i quali dettano le loro opere, affidandone dunque ad altri la scritturazione manuale fin dalla prima stesura. Cenni al riguardo si incontrano a proposito di Cesare (Plinio il Vecchio Naturalis Historia VII 91) e in Cicerone (anche per testi di altri); ma di più veniamo a conoscere da Plinio il Giovane.

La stesura di opere vaste, complesse o di contenuto composito era di solito preceduta da una raccolta di materiali: è il caso della Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, zio di Plinio il Giovane; e quest’ultimo ci ha lasciato informazioni piuttosto precise sul modo di lavorare dell’avo a opere che richiedevano un bagaglio immenso di conoscenze come la stessa Naturalis Historia e altre che Plinio il Giovane ricorda (Plinio il Giovane Epistolae III 5 10-17). L’avo si faceva leggere, o forse qualche volta egli stesso leggeva un libro, notava quanto gli interessava o quanto gli riusciva nuovo rispetto ad altre letture, quindi ne faceva degli escerti, talvolta dettandoli a un segretario che li registrava su taccuini. I brani estratti venivano comunque trascritti su rotoli in forma di cosiddetti commentarii. Altra abitudine dell’avo era dettare le sue opere anche al momento dei pasti, in viaggio e persino quando faceva il bagno, mentre veniva massaggiato e asciugato.

Alla fine della prima stesura, autografa o dettata, seguiva quella della correzione, intesa nel senso più largo (aggiunte, tagli, modifiche). Si tratta di un processo articolato da considerare in relazione a processi di produzione libraria e ai mutamenti di questi nel tempo, a loro volta correlati ad un più generale contesto socioculturale. Il brogliaccio viene rivisto, corretto, rimaneggiato dall’autore a stretto contatto con una cerchia più o meno ristretta di amici, anche questi letterati o “critici”. La circolazione dell’opera iniziava, dunque, immediatamente dopo la sua prima stesura. Dopo una prima rimeditazione del suo testo, l’autore lo faceva leggere agli amici, ricevendone proposte e interventi: Attico segnava con una cerula rossa le correzioni che riteneva necessarie agli scritti di Cicerone, e Plinio e Tacito si scambiavano in lettura le loro opere per averne reciproche suggestioni; secondo Plinio, infatti, in vista di darne una lettura, l’autore sorvegliava meglio il suo lavoro per una certa auditorium reverentia e inoltre poteva giovarsi di più pareri. Nel caso di scritti di testualità complessa ed estesa, tuttavia, il momento della lettura, sia sotto forma di una prima e ristretta circolazione del testo sia sotto l’altra di recitatio scritta davanti ad un uditorio, doveva mancare a favore di discussioni “critiche” tra l’autore e pochi intimi. La correzione, comunque, avveniva di regola su basi uditive; non a caso Marziale vuole che le correzioni ai suoi versi siano fatte aure diligenti “con orecchio accorto”.

Quanto ai modi materiali di correzione/revisione di un’opera, questi si devono ritenere necessariamente di mano stessa dell’autore ove si trattasse di testi autografi.

Poiché la “correzione” consiste, oltre che nell’aggiungere anche nel togliere e nel cambiare, Quintiliano da in tutti i casi norme precise, raccomandando in particolare, come già Orazio, di mettere da parte per un po’ di tempo quel che si è scritto in modo da ritornare sul proprio testo con più distacco.

Più complesso e più particolare in senso diacronico si deve credere il processo nel caso in cui la prima stesura fosse avvenuta sotto dettato. Al tempo di Cicerone, tutto lascia ritenere che il lavoro di correzione/revisione della prima stesura non fosse di mano stessa dell’autore. La produzione libraria a quest’epoca conosce poche botteghe; essa è piuttosto manifattura accessoria di un’economia domestica di tipo schiavistico.

In pratica l’autore agisce continuamente e contemporaneamente sul processo di produzione sia del testo sia del libro, ma non in forma diretta, giacché i due momenti sono strettamente connessi; l’intero ciclo è affidato a maestranze servili cui può ricorrere in ogni fase.

Più tardi, dalla testimonianza di Plinio il Giovane è lecito rilevare una fase di correzione autografa anche nel caso di opere composte per dettatura (Plinio il Giovane Epistolae V 12 2; VII 17 7; IX 40 2).

 

 

Le tecniche del libro

 

La sede del testo scritto è il libro. Ma non si deve credere che fin dall’età arcaica i libri a Roma fossero diffusi o che la loro manifattura presentasse un’elevata qualità tecnica.

I primi libri romani erano forse delle specie di quei codici composti da una serie di tavolette che gli autori latini attestano in uso fin dall’età più antica; libri lignei risultano non a caso quelli che contenevano le orazioni di Catone.

A questi prodotti lignei a Roma vennero a sostituirsi il rotolo di papiro e, più tardi, il codice di pergamena come vettori delle opere letterarie. Per quanto riguarda il rotolo di papiro, è Plinio il Vecchio a farcene conoscere il metodo di preparazione, ricavandolo dall’omonima pianta. Fogli fabbricati con sottili strisce di papiro venivano congiunti lateralmente di regola in numero di venti fino a formare volumnia, rotoli. Sul rotolo, tenuto sulle ginocchia quando vi si vergava il testo, la scrittura era eseguita, con calamo o penna metallica e inchiostro, sulla facciata che presentava le fibre del fusto di papiro in senso orizzontale. Il rotolo veniva quindi avvolto, per lo più senza alcun dispositivo, ma talora intorno a bastoncini detti umbilici o cornula.

Questi, come altri caratteri tipologici di manifattura si ricavano dai rotoli greci, conservatisi in numero assai alto. Infatti l’uso a Roma di questo supporto librario rappresentò fin al III-II sec. a.C. la ripresa di un modello greco: e dunque si deve credere che la tipologia del rotolo di papiro negli usi romani non si sia discostata nel complesso da quella fissata nella cultura filologica e libraria ellenistico - alessandrina. Non a caso è in Ennio che si trova la prima menzione di un rotolo di papiro, e a Ennio segue Lucilio, ed è ancora Ennio il primo a suddividere in libri la sua opera, gli Annales.

Il rotolo fu il tipo di libro normale tra il II secolo a.C. e il II secolo d.C. per l’editoria letteraria; rimase in circolazione anche nel secolo III, scomparendo nel corso del IV giacché man mano sostituito da una forma libraria da ritenere innovativa solo nella veste, aggiornata e rifinita, ma che in sostanza era la forma tradizionale del libro romano, quella del codice. Già sullo scorcio del I secolo i componimenti di Marziale circolavano in questa forma; ma vi erano anche altri codici di contenuto letterario, come esemplari di Omero, Virgilio, Cicerone, Livio, Ovidio.

Sull’avanzata e il definitivo imporsi in campo letterario di questa forma libraria nuova, ma sostanzialmente antica e tradizionale, si può introdurre qualche riflessione. Il rotolo si era diffuso in un’epoca di progressiva “ellenizzazione” della cultura romana; ma con l’età di Commodo e dei Severi si assiste ad una destrutturazione delle influenze greche su Roma. D’altra parte la forma del codice non solo era quella più tipicamente “romana”, ma era anche il genere di supporto più usuale nella produzione scritta quotidiana, si trattasse di documenti civili e militari, o più modestamente di conti, ricevute, messaggi, minute. Anche il Cristianesimo, la nuova religione, adotta questo tipo di libro, contribuendo, così al suo definitivo trionfo. In campo letterario il codice, che fino al II secolo circa aveva affiancato i rotolo in vari esemplari, venne man mano a prendere il sopravvento, sicché autori e testi che avevano trovato nel rotolo la loro sede di pubblicazione e diffusione furono trascritti nella forma del codice.

Il processo non fu privo di conseguenze. Si deve partire, infatti, dalla considerazione che, a differenza del rotolo, il codice rappresentava un contenitore di testo altrimenti largo.; e, dunque, quando se ne compresero e utilizzarono tutte le potenzialità, opere in più libri/rotoli furono trascritte in un unico libro/codice, o anche, se troppo estese, in un certo numero di codici contenenti ciascuno più libri; gli scritti di un medesimo autore contenuti in più rotoli furono riuniti in un solo corpus ed ebbero un’unica sede, o furono trasferiti in pochi tomi; o ancora più autori/testi di genere letterario affine furono riuniti in un unico libro miscellaneo; o infine, opere di tipo assai diverso concorsero a formare, soprattutto ad uso della scuola, codici di contenuto vario e disorganico.

Giambattista Tiepolo, Mercurio messaggero degli dei, 1653

Si è a ragione osservato che il contenuto di determinati codici sembra seguire convenzioni più o meno rigide per quanto riguarda il numero di libri/rotoli trascritti: cinque o dieci per gli storici, sette per gli autori di teatro, numeri diversi per altre opere. In ogni caso il libro/codice venne a ricompattare la letteratura di Roma in un’epoca, la tarda antichità, tesa a sistemare il patrimonio del passato piuttosto che a produrre opere nuove.

Talvolta comunque queste opere letterarie nuove vi furono e, a partire dal secolo IV, ebbero proprio nel codice la prima sede editoriale. Al rotolo, con la sue convenzioni si era sostituito uno strumento di più duttile capacità, che non imponeva alle opere norme di estensione o partizioni interne particolari.

 

 

Le modalità della lettura

 

Ritrovare nel mondo romano le pratiche della lettura è operazione assai difficile. A Roma le tracce che la lettura ha lasciato sono soprattutto di ordine iconografico, negli affreschi o nella scultura, mentre solo in scarsa parte noti ne restano modi, circostanze, luoghi.

Fino al secolo II-III “leggere un libro” significava di solito “leggere un rotolo”: si prendeva il rotolo nella mano destra e lo si svolgeva progressivamente con la sinistra, la quale ne riavvolgeva e tratteneva la parte già letta; a lettura ultimata il rotolo restava tutto avvolto nella mano sinistra.  

Si possono osservare il lettore seduto, solo con il suo libro che un uditorio in piedi ascolta leggere, il maestro impegnato in una lettura di scuola, l’oratore che declama il suo discorso con lo scritto sott’occhio, il viaggiatore che legge sul carro, il banchettante disteso che coglie con lo sguardo le righe dal rotolo tra le mani, la fanciulla intenta a leggere in piedi o seduta sotto un porticato. La lettura insomma sembra essere stata un’operazione molto libera, non solo nelle situazioni ma anche nella fisiologia.

Le condizioni dell’imparare a leggere risultano diverse secondo epoche, stato sociale, circostanze; in genere esso avveniva nell’ambito familiare o presso maestri privati o nella scuola pubblica. La capacità di leggere poteva fermarsi ai rudimenti indispensabili o raggiungere, attraverso un tirocinio compiuto con maestri di grammatica e di retorica, gradi assai avanzati, fino alla perfetta padronanza. Ma prima ancora di imparare a leggere , si imparava a scrivere. Quando la lettura era sicura e spedita, l’occhio correva davanti alla bocca; e si trattava, in ultima analisi, di una lettura orale e visuale insieme. La maniera più abituale di leggere era comunque quella a voce alta, a quanto risulta anche da altri luoghi dello stesso Quintiliano e da testimonianze diverse. La lettura poteva essere diretta o anche fatta da un lettore interposto tra il libro e chi ascoltava, uditorio o individuo; nel caso di certi componimenti poetici, più voci lettrici si alternavano, secondo la struttura del testo. Queste pratiche spiegano anche l’interazione assai stretta tra scrittura letteraria e lettura. La prima era dominata dalla retorica, che imponeva le sue categorie anche alle altre forme letterarie, poesia, storiografia, trattazioni filosofiche o scientifiche; esse perciò richiedeva una lettura espressiva. Non a caso il termine che indica il leggere la poesia è sovente cantare e canora è la voce che la interpreta. Si iniziava questo tipo di esercizio con la lettura di Omero e Virgilio; si passava quindi ai lirici, ai tragici e ai comici; letti erano anche poeti e prosatori arcaici ; infine, nelle scuole di retorica, si leggevano gli oratori e gli storici, sia in silenzio sia ad alta voce. Dello sforzo talora richiesto da questa lettura a voce alta testimonia la terapeutica del tempo che pone la lettura stessa tra gli esercizi fisici che giovano alla salute, tanto più ove si pensi che essa era di solito accompagnata da più o meno accentuati movimenti della testa, del torace e delle braccia.

La lettura espressiva condiziona a sua volta la scrittura letteraria che, proprio in quanto destinata ad essere letta abitualmente a voce alta, esigeva pratica e stili propri dell’oralità. Le frontiere tra il libro e la parola si dimostrano così assai sfocate. La voce dunque entrava a far parte del testo scritto in ogni fase del suo percorso, dall’emittente al destinatario. “Si dovrà sempre comporre nello stesso modo in cui si dovrà dar voce allo scritto” teorizza Quintiliano (Inst. IX 4 138 e IX 2 33).

Assai meno abituale,  era la lettura silenziosa, ma non del tutto anomala; né trovava un forte ostacolo nella scriptio continua, come si è sostenuto. Forse praticata soprattutto nel caso di prodotti scritti come lettere, documenti, messaggi, essa risulta comunque attestata anche per testi letterari. E invero, soprattutto nel mondo di Roma imperiale, le tecniche della lettura, come gli atteggiamenti e le situazioni, erano liberi.

Tuttavia, nell’antichità, la lettura silenziosa non indicava una tecnica più avanzata rispetto ad una esperta lettura a voce alta; dalle testimonianze che se ne hanno sembra si trattasse di una scelta nella quale influivano certi fattori o condizioni particolari, come lo stato d’animo del lettore. Si deve ritenere che essa fosse praticata da individui che la praticavano accanto all’altra ad alta voce. Né mancava una lettura sussurrata, anch’essa correlata non tanto al grado di capacità di leggere, ma piuttosto a fattori d’altro genere, inerenti alle situazioni della lettura o/e la testo.

Sotto l’aspetto qualitativo e quantitativo, la lettura era strettamente in relazione alla diffusione dell’alfabetismo ed ai meccanismi di produzione e circolazione del libro. Fu soltanto in età imperiale che un alfabetismo molto più diffuso non solo per numero di individui genericamente capaci di leggere (e scrivere), ma anche per grado elevato di padronanza dei segni, determinò l’insorgere di un vero e proprio pubblico di lettori. Impossibile, comunque, è qualsiasi riferimento a classi sociali, in un mondo dove i grammatici, esperti lettori ed essi stessi maestri di lettura, erano sovente di estrazione servile. Le differenze passavano piuttosto attraverso il possesso o meno della strumentazione grammaticale e retorica. In ogni caso l’incremento della lettura tra i secoli I e III è tra l’altro dimostrato dalla frequenza assai alta di scene di lettura negli affreschi e nei rilievi scultorei di quell’epoca, gli stessi che della lettura documentano le strategie.

Non sempre chiari sono i modi d’accesso di questo pubblico alla lettura. La fioritura di biblioteche a Roma e nel mondo romano a partire già dalla fine dell’età repubblicana, ma soprattutto nei primi secoli dell’impero deve essere messa in relazione con le più ampie esigenze di lettura dell’epoca soltanto entro certi limiti. Mancano fonti iconografiche che mostrino scene certe di lettura all’interno di una biblioteca pubblica. Le biblioteche si frequentavano piuttosto per cercare opere antiche o rare, per fare certi riscontri, per leggere qualche brano fugacemente, o anche come luogo di incontro, spazio urbano tra gli spazi urbani. Si trattava in sostanza di “biblioteche erudite”, accessibili a tutti nella concezione da cui nascevano, in realtà frequentate da un ristretto pubblico di dotti o letterati di professione. Un repertorio diverso forse possedevano certe biblioteche minori, “da intrattenimento”, annesse alle “grandi terme”; ma anche le opere di cui esse disponevano venivano lette con ogni probabilità non tanto all’interno delle costruzioni - esedre nelle quali si trovavano i libri, ma altrove, lungo i viali o all’interno della basilica o nelle sale del complesso termale. Crebbe il numero delle biblioteche private, sempre più numerose a partire dal tornante tra il I secolo a.C. e il I d.C.. Questi libri erano di solito destinati alla lettura individuale. Ma assai diffusa fu anche la lettura in pubblico, mediante la quale l’opera letteraria poteva essere fruita anche da individui non adusi ad una esperta lettura diretta, orale o visiva che fosse; sicché va ammessa una certa differenza tra pubblico letterario e vero e proprio pubblico di lettori: il primo sembra essere stato più esteso dell’altro.

Il “lancio” stesso delle opere letterarie avveniva attraverso un cerimoniale collettivo, le recitationes, ed è invero recitare nella lingua latina implica non una qualche recitazione a memoria, ma “la doppia operazione dell’occhio e della voce”, quindi la lettura di uno scritto fatta davanti ad un uditorio. Queste recitationes si tenevano in luoghi pubblici: auditoria, stationes, theatra. In privato, oltre alla pratica della lettura individuale, sono attestate letture fatte da un lector in occasione di riunioni, soprattutto conviviali.

Queste letture fortemente “espressive” di sicuro riguardavano soprattutto un certo tipo di letteratura, quella dominata dalla retorica e dai suoi artifici, cui potevano accedere come lettori o ascoltatori di lettura mediata gli individui più colti, quanti della retorica possedevano gli strumenti.

Quando Apuleio, nell’introduzione del suo romanzo, dice di voler accarezzare le orecchie dei suoi lettori lepiso susurro, destina le sue Metamorfosi anche a questo pubblico e ad una lettura individuale, sussurrata, come doveva essere quella non solo della narrativa, ma più in generale della letteratura di consumo e di intrattenimento, meno adatta alle letture a voce alta in pubblico. Questa letteratura aveva una circolazione “trasversale” giacché si prestava ad una lettura differenziata per comprensione ed appropriazione testuale, a seconda dei livelli di cultura del pubblico, fortemente disomogenei.

Nella tarda antichità, quando al rotolo si sostituì definitivamente il codice, vennero a modificarsi anche pratiche e modi della lettura. Rispetto al rotolo risultava agevolata la rilettura del libro o di parte di questo, giacché il codice stesso non necessitava, come il rotolo, di un riavvolgimento a ritroso prima di una nuova lettura. Inoltre, in quanto non legato a convenzioni tecnico - librarie più o meno fisse, ma potendo assumere tipologie diverse per formato e consistenza, dal maneggevole al voluminoso, il codice veniva a modificare le correlazioni tra libro e fisiologia della lettura; secondo la loro strutturazione materiale, impedivano o imponevano, o almeno suggerivano, certi atti posizioni, tecniche, situazioni. Alla lettura dell’otium letterario si sostituiva una lettura frazionata e attenta, a voce sempre più bassa, mormorata, atta ad una ricezione autoritaria del testo, quale imposta dal libro cristiano, giuridico o scolastico, intesa a condizionare fortemente i modi del pensare e dell’agire; al “piacere del testo” succedeva un lavorio lento di riflessione e meditazione.

Il codice, in ultima analisi, venne a porsi come lo strumento del passaggio da una lettura “estensiva” di molti testi da parte di un pubblico vario e stratificato, quale nei primi secoli dell’Impero, ad una lettura “intensiva” di pochi testi fatta di ritorni ripetuti su segmenti testuali, di sforzi interpretativi, di collegamenti, quale nella tarda antichità e poi nel Medioevo; una lettura che diventa limitata non soltanto ai libri/testi, ma anche agli individui ed alle situazioni. Era la conseguenza della caduta verticale dell’alfabetismo e della produzione scritta, riconducibile a sua volta alla crisi ed alle trasformazioni profonde della società romana negli ultimi secoli dell’Impero.

 

Immagine da http://www.shunya.net/Text/Herodotus/TheGreeks.htm

 

La diffusione del libro

 

Circolazione libraria e commercio librario a Roma sono in stretto rapporto con una serie di cause. La prima nel tempo e più rilevante è costituita dalla progressiva diffusione della cultura, legata a sua volta alla penetrazione politico – militare nei territori di lingua greca. Da questo punto di vista almeno tre date fondamentali: dopo la vittoria su Perseo a Pidna nel 168 a.C., Lucio Emilio Paolo portò a Roma il suo bottino di guerra, la biblioteca del re macedone. Successivamente, dopo la conquista di Atene nell’86 a.C., nel bottino di guerra di Silla confluì la celebre biblioteca di Apellicone di Teo, generale e filosofo, in cui erano finiti i resti di quelle di Aristotele e Teofrasto. Infine Lucullo, reduce delle spedizione contro Mitridate nel 66 a.C., portò con sé quale bottino l’enorme quantità di volumi del re del Ponto e li mise a disposizione dei dotti nell’ampia ed ariosa biblioteca delle sua villa di Tuscolo.

La diffusione della cultura scritta va di pari passo, ovviamente con un crescente processo di alfabetizzazione. E’ verosimile che nella Roma repubblicana la pratica della scrittura si sia parzialmente diffusa anche tra gli individui appartenenti agli strati medi o addirittura ai ceti subalterni, anche se i passi tradizionalmente invocati a sostegno di tal ipotesi sono entrambi plautini e potrebbero quindi riflettere la situazione degli originali greci. A dispetto, tuttavia, della crescente alfabetizzazione, di un vero e proprio commercio librario non abbiamo notizie sino al I secolo a.C.. Questa apparente stranezza è stata spiegata con la tenace persistenza di una cultura di tipo orale. Di conseguenza la necessità di disporre del libro si sviluppa tardi, probabilmente in seguito alla creazione di biblioteche private sulla scia del trasferimento di quelle greche a Roma i seguito alle guerre vittoriose: la quasi totale scomparsa degli autori arcaici potrebbe inquadrarsi in questo fenomeno.

Di proliferazione di testi scolastici tale da richiedere un’attività editoriale di maggior portata non si può parlare sino al I secolo a.C., quando lo consentirono le mutate condizioni sociali e l’allargamento dell’istruzione a ceti che sinora ne erano stati esclusi: non a caso è proprio in quell’epoca che troviamo le prime attestazioni di editoria e commercio librari. Anche nel periodo della declinante Repubblica, in ogni caso, non bisogna pensare allo sviluppo di un commercio librario di ampie dimensioni, per soddisfare alle richieste di vasti settori della popolazione: la cultura di stampo sostanzialmente erudito era destinata a rimanere di esclusiva competenza di un numero limitato di raffinati intenditori; un’azione in tal senso fu esercitata dalla penetrazione e dalla diffusione della letteratura alessandrina, con la conseguente e progressiva ellenizzazione della classe dirigente e l’affermarsi del valore autonomo e la cultura nell’ambito della stessa nobilitas.

L’impulso decisivo alla diffusione e al commercio del libro fu fornito da sorgere del collezionismo, con il conseguente moltiplicarsi delle biblioteche private e in un periodo successivo dalla fondazione di biblioteche pubbliche.

Tuttavia anche il settore romano cominciò ad avere ben presto un suo sviluppo sistematico tanto che divenne normale la suddivisione di una biblioteca in una sezione greca ed una romana. Una tale suddivisione, che era il frutto di una concezione biblioteconomica ben radicata, ci è confermata da un’affermazione paradossale del Trimalchine petroniano: durante la cena, infatti, l’incolto parvenu, che si sforza di fare sfoggio di cultura per stupire il retore Agamennone ed i suoi accompagnatori (Enclopio, Ascilto, Gitone), proclama di avere tre biblioteche, “una greca, l’altra latina” (Styricon 48 4). L’incongruenza è solo apparente, perché parlare di tre biblioteche ed elencarne due è in piena sintonia con il comportamento di Trimalchione nel corso della cena: in ogni caso le sua parole confermano la netta separazione tra biblioteca greca e biblioteca latina.

La biblioteca non poteva mancare neppure nelle dimore dei dotti, anche se per loro non era sempre facile allestirla in modo soddisfacente: il costo presumibilmente elevato dei libri, infatti, doveva rendere talora drammatica la situazione dei letterati poveri, prima che la creazione di biblioteche pubbliche venisse in loro soccorso.

Biblioteche private e commercio librario ebbero un notevole incremento in epoca imperiale. Le testimonianze appartengono agi autori più diversi: Plinio ci parla della biblioteca di Erennio Severo; Marziale, nel proemio del IX libro dei suoi epigrammi, di quella di Stertinio Avito; Ateneo di quella di Publio Livio Larense, ricchissima di esemplari greci; Persio lascia in eredità al maestro Anneo Cornuto una biblioteca ricca di settecento rotoli con gli scritti di Crisippo.

Avere una biblioteca diviene ormai una moda: averne di splendide poi, conferisce prestigio e contribuisce al successo personale. Di conseguenza ci si adopera perché esse non siano solo un austero luogo di studio, ma rechino diletto agli occhi, oltre che alla mente dei frequentatori: le regole vitruviane sull’esposizione più adatta delle stanze destinate a biblioteca ci fanno capire da un lato che esse erano normalmente inserite in lussuosi edifici, dall’altro che andavano diffondendosi sempre più nella ville di campagna.

Fu soprattutto a partire dal periodo augusteo che si sviluppò un fiorente commercio librario con le province: ciò giustifica le compiaciute e certamente iperboliche affermazioni dei poeti augustei e postaugustei su una loro fama sino ai confini del mondo. Saranno probabilmente esagerate le affermazioni in tal senso di Orazio e Ovidio anche se bisogna tenere presente che i soldati romani di stanza nei territori più lontani avevano un corredo librario; in ogni caso è più preciso Marziale, il quale asserisce che le sue opere sono in vendita in Gallia, in Spagna e in Britannia, mentre Plinio non nasconde la sua soddisfazione nell’apprendere che i librai di Lione vendono nelle loro tabernae le sua opere. In questi anni trionfa il biblomane, che raduna rotoli spesso rari, ma si preoccupa soprattutto del loro aspetto esteriore. “A che innumerevoli libri e biblioteche, se il loro proprietario in tutta la sua vita non ne scorre neanche il catalogo?”, tuona Seneca nella sua invettiva contro i collezionisti maniaci (Dialogi XI 4-6): e infierisce, mettendo in chiaro che per i bibliografi analfabeti i libri non sono strumenti di lavoro, ma un ornamento della sala da pranzo.

Il sempre più diffuso alfabetismo favorisce anche la divulgazione di letteratura amena, di manuali di varia natura, di scritti licenziosi dallo stile semplice. Plutarco nella Vita di Crasso 32 4 attesta che nella tarda età repubblicana gli ufficiali romani avevano l’abitudine di portare con loro libri di narrativa erotica, come le Storie Milesie di Aristide che Sisenna aveva tradotto in latino.

Diversa è la vicenda della biblioteche pubbliche A partire dal 36 a.C., anno in cui nel tempio della Libertà sorse la prima biblioteca pubblica grazie al bottino di guerra di Asinio Pollione reduce dal trionfo sui Parti, le biblioteche pubbliche presero a sorgere a ritmo serrato. Biblioteche erano annesse, poi, alle terme, ai templi, alle ville imperiali e avevano ampia diffusione in Italia e nelle province: spesso il loro allestimento era reso possibile dall’intervento di munifici personaggi, come nel caso di quella di Como, donata da Plinio il Giovane ai suoi concittadini.

La scomparsa delle biblioteche pubbliche è legata alla decadenza di Roma e dell’Occidente: il centro dell’Impero si era ormai spostato in Oriente. Muta per di più il panorama culturale a causa del diffondersi della letteratura cristiana e di biblioteche private dai contenuti diversi, in cui le Sacre Scritture e le opere degli autori cristiani finiscono per sostituire quelle della tradizione classica. Con lo sfaldarsi del potere politico centrale anche la cultura classica si dissolve, per cedere il passo alla letteratura cristiana e alle emergenti culture locali. Una vera  propria rivoluzione libraria, poi, è costituita dal passaggio dal rotolo al codice, che testimonia l’affermarsi di esigenze provenienti dal basso, da frange sociali in precedenza escluse dalla vita culturale.

La nuova forma libraria non si affermò solo a causa della crisi economica e della conseguente diminuzione dei traffici, che rendevano omai troppo costoso il già raro papiro egiziano: il passaggio dal rotolo al codice è la prova di un mutamento rilevante del pubblico dei destinatari delle opere letterarie.

Carta del cielo, sec. XV, Biblioteca Nazionale di Parigi

 

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