Filosofia

Soren Kierkegaard e la comunicazione d’esistenza

 

Un singolo nell'esistenza

 

Sulla vicenda biografica di Kierkegaard abbiamo soltanto le migliaia di pagine del Diario, che non rappresentano una spiegazione del suo pensiero, ma solo un'autobiografia in cui s'intrecciano le linee della sua filosofia. Il padre di Kierkegaard, Michael, era un commerciante che aveva raggiunto il benessere dopo una fanciullezza solitaria sui pascoli dello Jutland. Era un uomo severo, profondamente religioso. Aveva sposato, dopo la morte della prima moglie, la cameriera dalla quale aveva avuto sette figli.

Soren Kierkegaard era l'ultimo (1813) e descrive la sua infanzia come infelice, perché non si sentiva uguale agli altri: fragile fisicamente e acuto mentalmente; sproporzionato, dunque. Nascondeva questa sua infelicità al mondo e al padre, l'uomo che più amava, ma che meno l'aveva capito, impartendogli un'educazione cristiana che sfiorava la pazzia e trattandolo come un vecchio. Nonostante ciò, Kierkegaard non odiò mai il cristianesimo, ma si propose di difenderlo ed esporlo nella sua vera figura.

Nel 1830 Kierkegaard si iscrive alla facoltà di teologia di Copenaghen dove si laureerà dopo 10 anni. Anche questo periodo è segnato dalla malinconia: intorno al 1832 muoiono sua madre e tre fratelli, mentre il padre se ne addossa la colpa considerandola una punizione divina forse per una bestemmia pronunciata tempo prima o forse per la relazione con la cameriera conosciuta prima della morte della prima moglie.

Da queste rivelazioni del padre segue il "grande terremoto" interiore di Kierkegaard (1835), a seguito del quale si allontanerà dal padre e cadrà in una grande crisi di sfiducia religiosa. Da allora Kierkegaard farà esperienza del mondo della sensualità, del dubbio, della disperazione. Dopo un rapporto con, forse, una prostituta, Kierkegaard sentirà crescere dentro di sé questa colpa inconfessabile al punto da ritenersi precluso ad una vita normale: la famiglia e la carriera di pastore.

Il Diario dì Kierkegaard inizia nel 1833. Oltre alla sua biografia da esso possiamo scoprire le letture del filosofo. Insieme ad un’immensa mole di testi religiosi, Kierkegaard lesse la letteratura romantica (amò molto Goethe), l'idealismo tedesco, ma soprattutto Socrate, con il suo "conosci te stesso”. Nel frattempo, i suoi maestri gli insegnano il bisogno dì conciliare religione e filosofia, citando esempi illustri, ma Kierkegaard è convinto che ciò non è possibile. Nel 1838 Michael, suo padre, muore. Kierkegaard si convince allora a finire gli studi, si laurea ed entra nel Seminario pastorale. Ottiene un titolo nella facoltà di Filosofia e si fidanza con l’amatissima Regine Olsen, una borghese.

Sembra che la prospettiva di una buona carriera e del matrimonio abbiano aperto a Kierkegaard la via della riconciliazione con l'universale, ma è il filosofo stesso che la impedisce. Rifiuta di sposarsi con Regine, anche se l’ama moltissimo. Kierkegaard è ancora legato all’idea di non essere degno di adempiere ai doveri matrimoniali e sente ancora l'oppressione della colpa patema gravare su di lui.

Riceve l'eredità paterna, grazie alla quale può dedicarsi esclusivamente alla scrittura delle sue maggiori opere. I suoi scritti sono una testimonianza del cristianesimo. Ma il filosofo non si limita a testimoniare la sua fede attraverso le opere scritte ed inizia così una lunga serie di battaglie pubbliche, che lo amareggia molto, in cui viene più volte schernito per le sue idee e per l’aspetto fisico. Kierkegaard sostiene la monarchia, attacca l'esaltazione del suffragio universale (è molto pessimista rispetto alla politica) e del concetto di folla, pericolosissima in quanto tende ad eliminare il concetto d'individuo.

La battaglia più violenta è contro la Chiesa luterana danese. Muore un vescovo ed il suo successore, durante l'encomio, lo chiama "testimone della verità". In un articolo, Kierkegaard attacca violentemente quest’affermazione e la polemica diventa molto aspra. Il filosofo decide persino di fondare una rivista che redige tutto da solo in cui polemizza contro la burocratizzazione e la mondanizzazione della Chiesa che tradisce l'autentico spirito cristiano.

È l'ultima battaglia della sua vita: nell'ottobre 1855 è colpito da paralisi e muore il 18 novembre

 

Murillo, Il sogno di Giacobbe, 1660 - 1665

 

La comunicazione d’esistenza tra scrittura e noia

 

Il rapporto con la scrittura è fondamentale per Kierkegaard. Non è un fatto immediato, ma meditato e ricercato fin nei minimi termini. È come se cercasse di ridare vita alla morta filosofia con le parole, come se volesse mostrare il nesso incredibile fra la vita e i dialoghi socratici.

La comunicazione è fondamentale. Kierkegaard stesso divide le sue opere in rapporto ai metodi di comunicazione:

· comunicazione diretta, a cui appartengono gli scritti religiosi (sono le opere firmate).

· comunicazione indiretta a cui appartengono le opere pseudonime (firmate con pseudonimi)

· il Diario

La pseudonimia, tipica del romanticismo, è la maschera di Kierkegaard, rappresentata da nomi bizzarri o allusivi che spesso dialogano da un’opera all'altra, in un gioco di scatole cinesi. Scopo della maschera è di poter realizzare la comunicazione indiretta. Attraverso essa si attua la comunicazione d'esistenza, che dovrebbe attivare nell'interlocutore l'idea di poter fare.

Il cristianesimo è comunicazione d'esistenza, che trasforma. Dunque la pseudonimia e anche l'ironia sono i mezzi per raggiungere questa comunicazione. Con queste maschere Sören non vuole proteggersi dal giudizio dei suoi oppositori, ma vuole distanziare il suo punto di vista da quello espresso dalle maschere. Così ogni maschera rappresenta una possibilità di esistenza, ma in nessuna di queste il filosofo si identifica. . La pseudonimia e l’ironia dovrebbero servire a introdurre una comunicazione effettiva, aperta, non anonima, che costringa il lettore a mettersi in discussione. “Scrivere è e dev’essere un’azione e perciò un esistere personale”.

Lo scrittore deve essere, in un certo senso, un maestro, deve “reduplicarsi”, dove “reduplicarsi è essere ciò che si dice”.

Naturalmente non manca la critica verso la comunicazione del tempo, giudicata radicalmente falsa. La falsità non deriva dal contenuto della comunicazione ma dal rapporto fra gli interlocutori. I pensatori, coloro che comunicano il loro pensiero, sono distaccati da esso; propongono modelli di vita che non seguirebbero mai. Gli esempi da seguire sono Cristo e Socrate, pensatori cosiddetti "esistenti". Ma mentre Socrate cerca la verità nell’anima di ogni uomo (conosci te stesso), Cristo rivela la verità, una verità che è differenza assoluta, assoluta trascendenza. Cristo è la trascendenza stessa che si finitizza, verità stessa che si fa esistenza. Solo la comunicazione autentica “rende libero l’altro”. "Sia la comunicazione etica che quella etico-religiosa ha come fine non un "sapere" ma una "realizzazione". Ma la realizzazione sul piano semplicemente etico si compie sempre dentro un orizzonte di immanenza, mentre sul piano etico-religioso si ha la trascendenza del "paradosso assoluto" cui corrisponde il paradosso della fede, come decisione di libertà, per cui il momento caratteristico della dialettica della comunicazione etica è la "maieutica", mentre quello della comunicazione etico-religiosa è la "testimonianza con autorità". [...] La comunicazione etico-religiosa si inscrive nella verità della realtà. Ora la verità della realtà esistenziale è che l’esistenza è ad un tempo storica e spirituale, posta all’incrocio tra l’orizzonte del finito e la verticale dell’infinito. L’esistenza si costruisce nel tempo, ma con una vocazione che travalica il tempo e attinge l’eterno. Chiudersi nell’immanenza significa dimenticare l’aspetto verticale della realtà. Nella "Malattia mortale" Anti-Climacus dirà che "l’io si fonda trasparente in Dio". L’autenticità dell’esistenza è connotata dal rapporto alla Trascendenza. Ma la verità della realtà dice ancora di più: dice il "paradosso assoluto" cioè l’Uomo-Dio, la realtà di Cristo, che è "la Verità". L’esistenza è perciò chiamata a porsi in rapporto con Lui. La comunicazione etico-religiosa, proprio perché coinvolgente la verità della realtà, passa per Cristo. Ciò chiede la decisione della fede e l’impegno della testimonianza"

Ma la cristianità così come è vissuta nel mondo contemporaneo, altro non è che una tranquilla vita borghese-mondana, poiché la chiesa ufficiale, con i suoi preti-funzionari, stipendiati dello Stato, ha trasformato il cristianesimo in “un paganesimo amabile e sentimentale”, quanto mai lontano dall’autentico spirito cristiano. Una Chiesa trasformata in “bottega” che propina il cristianesimo come fosse “birra”: “tra i vari servizi che lo Stato offre ai suoi cittadini, come l’acqua, la luce, le strade, la sicurezza politica, c’è anche quello di un’eterna beatitudine nell’aldilà”. Pertanto “Tutta la mia feconda attività di scrittore, scrive Kierkegaard, si riduce a quest’unico pensiero: colpire alle spalle” cioè scuotere, con la forza urticante dell’ironia socratica questo stato di illusione e di torpore.

Esiste un rapporto di anonimità fra gli interlocutori, per cui il ricevente non si chiama più "io”, ma "pubblico”.

Quindi per attuare una comunicazione d'esistenza non si può usare la forma diretta che è propria del sapere oggettivo che genera la dimenticanza, ma la forma indiretta. "La dialettica della comunicazione è da intendere nel quadro della distinzione tra pensiero soggettivo (esistenziale) e pensiero oggettivo. Il pensiero oggettivo è indifferente rispetto al soggetto pensante. Esso pone tutto in "risultato", mentre il pensiero soggettivo pone tutto "in divenire". La caratteristica del pensare soggettivo è la riflessione doppia: cioè l’universale nell’esistenza. [...] Mentre la comunicazione del pensare oggettivo è diretta, in quanto la forma di questo è l’oggettività del "sapere", la comunicazione dell’esistenza non può che essere indiretta e la sua arte è la maieutica. Il fondamento della comunicazione indiretta è la stessa struttura dell’esistente, sintesi di finito e infinito. [...] La comunicazione indiretta è, quindi, ambigua, perché è ambigua l’esistenza, che pur essendo finitezza sporge nell’infinito"

L’estensione deve essere ridotta a favore dell'intensità della comunicazione perché si parla ad un Singolo, non ad un Pubblico.

La funzione della comunicazione è costringere gli uomini a diventare attenti alla realtà. La funzione della comunicazione religiosa è rompere l’illusione che tutti hanno di essere cristiani mentre in realtà non lo sono affatto.

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