Storia

La comunicazione di massa

 

 

Il processo comunicativo e le teorie sui media

 

Il processo comunicativo, secondo il modello del politologo Harold Lasswell, si realizza all’interno del contesto sociale e consiste nella trasmissione del messaggio, attraverso l’uso di un canale e di un codice indivisibili, da un emittente ad un ricevente e viceversa.

L’emittente attribuisce un codice al messaggio attraverso la sua codifica mentre il ricevente riconosce il codice tramite l’operazione di decodifica.

Secondo Marshall Mc Luhan il medium è il messaggio poiché il mezzo ha la capacità di modificare la portata e la forza del messaggio. Applicando tale iter comunicativo alle comunicazioni di massa si solleva la questione sui possibili effetti dei media sul pubblico.

Il dibattito sul potere delle comunicazioni ha origine con la nascita del cosiddetto “villaggio globale” e si concentra sugli effetti delle comunicazioni di massa sul pubblico.

In uno scritto del 1964 Marshall Mc Luhan, studioso delle comunicazioni di massa, parlava di un'epoca elettrica che si sostituiva alla passata epoca meccanica e tracciava un accurato ritratto di un uomo nuovo, un abitante del villaggio globale, ancora sospeso tra le due tecnologie, due modi diversi di agire e pensare.

Definisce quest'uomo alla ricerca dei suoi valori, della sua integrità con un ritorno al passato per poi congiungerlo al futuro; un uomo che pretende di comprendere fino in fondo la propria indole, consapevole dell'agire, ma bisognoso di chiarezza nel caos delle informazioni. Quest'uomo vive in un'unica realtà, il "mondo intero" ed è attore e spettatore e deve lavorare per costruire le proprie responsabilità perché davanti a lui si presenta una realtà "ricca di scambi, influenze, confronti tra tutte le sue parti improvvisamente collegate l'una con l'altra da un afflusso continuo di dati". Un'interconnessione che lo costringe ad essere vigile per prevenire la "distruzione di una qualsiasi parte dell'organismo che può risultare fatale per il tutto".

Il "villaggio globale" è un ossimoro, è il fortunato ossimoro inventato da Marshall Mc Luhan per descrivere la situazione contraddittoria in cui viviamo. I due termini dell'enunciato si contraddicono a vicenda, il "villaggio" esprime qualcosa di piccolo, mentre "globale" sta a significare l'intero pianeta.

Mc Luhan ha forzato il linguaggio per meglio esprimere una situazione inedita e difficilmente rappresentabile. Per capire cosa intende Marshall Mc Luhan possiamo immaginare il mondo popolato da giganteschi dinosauri, o da gatti con gli stivali, che con pochi balzi lo percorrono da un capo all'altro. Quello che prima era gigantesco, grazie alle nostre potenti invenzioni tecnologiche - i magici stivali - è diventato piccolissimo, percorribile in lungo e in largo. La metafora degli stivali prende in considerazione solo l'ambito degli spostamenti, ma quello che rende il mondo un villaggio globale non è solo la possibilità di muoversi rapidamente da un punto all'altro.

La globalizzazione agisce a molti livelli che interagiscono e si "rinforzano" reciprocamente. La globalizzazione investe ogni campo ed il risultato, l'effetto di questo fenomeno è quello che accade in un punto qualsiasi del pianeta è come se avvenisse sotto casa, accanto a noi come se vivessimo in un immenso villaggio.

Mc Luhan afferma che per creare un mondo globale c'è bisogno di una fusione organica tra tutte le funzioni frammentarie e lo spazio totale. In conclusione il processo di formazione dell'uomo moderno risulta apparire più complesso di quello del villaggio globale dal momento che entriamo nel nuovo millennio ancora carichi del passato e bisognosi di autodefinirci sia come singoli che come abitanti di un solo unico mondo.

 

Le teorie sugli effetti dei media sul pubblico si dividono in quelle a breve termine ed in quelle a lungo termine. Le teorie a breve termine si compongono di tre fasi: fase dei media potenti, fase dell’influenza mediata ed fase in cui predomina la visione funzionalista.

Le prime teorie sugli effetti dei media sul pubblico sono:

1.   l’istintualismo: le persone ereditano gli stessi meccanismi biologici che li portano a reagire in modo predeterminato ed omogeneo;

2.   la teoria ipodermica (o del proiettile magico): la massa è indifesa dai messaggi che costituiscono fattori di persuasione;

3.   comportamentismo: gli individui sono tra loro diversi ed in base alle loro esperienze passate a stimoli uguali possono seguire risposte differenti.

Le teorie a breve termine successive attribuiscono ai media un’influenza mediata da più fattori e sono:

1.   neobehaviorismo: tra lo stimolo e la risposta vi è una mediazione e si passa dal modello stimolo/risposta al modello stimolo/organismo/risposta e gli effetti non dipendono solo dal messaggio ma anche dalle caratteristiche del ricevente;

2.   teoria di Hovland, la funzione mediatrice delle variabili intervenienti si articola in tre fasi: attenzione, comprensione, accettazione;

3.   teoria della dissonanza cognitiva di Festinger, alla base dei processi mentali delle persone vi è una motivazione a ridurre i processi di dissonanza cognitiva; la dissonanza, manifestazione di una divergenza interiore tra insiemi di idee e valori tra loro contrastanti, è percepita come spiacevole dall’individuo che tenderà di ridurla il più possibile intervenendo principalmente su tre variabili: il proprio comportamento, il complesso delle proprie credenze, atteggiamenti, opinioni e l’ambiente;

4.   teoria di Lazarsfeld: gli effetti attribuiti ai media sono di rafforzamento e quindi limitati;

5.   teoria del flusso comunicativo a due livelli: la comunicazione avviene per opera dei media (primo livello) e degli opinion leaders (secondo livello).

Fanno parte delle teorie sugli effetti a breve termine la teoria funzionalista, secondo cui gli effetti che un sistema può produrre sono funzionali per il suo funzionamento, e la teoria degli usi e delle gratificazioni. Secondo tale teoria la situazione sociale genera bisogni nelle persone e i media sono considerati da ciascun membro del pubblico capaci di soddisfare alcuni di questi bisogni e per questo vengono “usati”; dall’uso dei mass media in vista della soddisfazione dei bisogni derivano al pubblico “gratificazioni” che aiutano ad affrontare la situazione sociale e ad alleviare eventuali condizioni di disagio.

Con le teorie degli effetti a lungo termine si ha un ritorno al concetto di potere dei media. Gli effetti più rilevanti e stabili della comunicazione di massa si situano a livello cognitivo e a livello di rappresentazione della realtà. L’analisi si sposta dal piano comportamentale a quello delle rappresentazioni. L’esposizione prolungata e continuativa dei media porta all’esigenza di studiare i media non più come veicolo di campagne (persuasione) ma come elemento di comunicazione globale.

Le principali teorie sugli effetti a lungo termine sono:

1.   teoria dell’agenda setting: i media influiscono sulla strutturazione della realtà ovvero i criteri di selezione e rilevanza adottati dai media determinano la stessa descrizione della realtà anche per l’individuo;

2.   teoria della coltivazione: il periodo di esposizione ai mezzi di comunicazione di massa determina il livello di influenza e vengono così coltivate le credenze delle persone;

3.   teoria della spirale del silenzio: da questa teoria deriva l’immagine di un’opinione pubblica destinata a fluttuare tra le diverse opinioni di volta in volta rafforzate e reiterate dai media nel caso in cui il sistema sia di tipo pluralistico oppure l’immagine di un’opinione pubblica asservita nel caso in cui il sistema considerato sia di tipo monopolistico; le persone esprimono opinioni nella misura in cui le percepiscono condivise dai media: alcune dunque si diffondono più di altre, altre cadono nel silenzio.

I risultati di queste teorie stanno ad indicare, seppur in modo non unanime, che quella della comunicazione di massa è un’influenza mediata da una molteplicità di fattori personali e sociali, in cui agiscono tanto gli atteggiamenti individuali, quanto i processi più complessi sottesi alla formazione e al cambiamento del sapere comune. Nessuno di noi è solo sulla terra trafitto dagli effetti dei media: l’influenza delle comunicazioni di massa sul pubblico, che pure è reale, è un’influenza mediata da una molteplicità di fattori.

Se, e solo se, questi fattori di mediazione vengono meno o si indeboliscono, allora l’influenza dei media diventa diretta e il loro potere più consistente.

Se le istanze sociali e culturali di socializzazione, aggregazione, partecipazione, non svolgono la loro adeguata funzione, se i media diventano per molti l’unica finestra sul mondo, se le comunicazioni di massa possono imporsi sulla società in presenza di un effettivo controllo democratico sulla loro gestione, allora l’ipotesi dell’onnipotenza dei media potrebbe avere una qualche credibilità.

 

La Terra vista dall’Apollo 17
Immagine da http://nssdc.gsfc.nasa.gov/photo_gallery/photogallery-earth.html

 

“Gli strumenti del comunicare” di Mc Luhan

 

Il concetto di "villaggio globale" fu introdotto per la prima volta nella storia del pensiero da Marshall Mc Luhan, lo studioso canadese delle comunicazioni di massa, nel suo scritto del 1964 "Gli strumenti del comunicare" (titolo originale "Capire i media").

Inventore di una metafora divenuta ora espressione di un’epoca, quella contemporanea, definita dall’autore "elettrica" in contrapposizione alla precedente, "meccanica", che ha caratterizzato il secolo scorso ed è destinata ad un inarrestabile declino, Mc Luhan, in questo saggio, descrive il mondo con la sensibilità di chi ormai è attore e spettatore di un’era che "ha ridotto il globo a poco più che un villaggio e, riunendo con repentina implosione tutte le funzioni sociali e politiche, ha intensificato in misura straordinaria la consapevolezza della responsabilità umana".

Il mondo si mostra, così, al nostro sguardo, incluso in un unico ampio spazio, di cui rappresenta l’espressione nel suo significato più vero: una realtà vivente dispiegata in ogni suo punto sotto il medesimo orizzonte. Questa dimensione, anche se all’apparenza può risultare ristretta nei suoi confini, fa più piccola e familiare rispetto all’immagine misteriosa e sconosciuta che ancora la nascondeva e proteggeva fino a qualche decennio fa, mai come nel tempo presente si manifesta tanto ricca di scambi, influenze e confronti tra tutte le sue parti improvvisamente vicine e collegate l’una con l’altra.

Proprio la simultaneità e la possibilità continua dei contatti e dei rapporti di tutti gli esseri di questa realtà, d’un tratto ci impongono un risveglio a noi stessi, ci obbligano a togliere il velo che tanto a lungo ha celato la nostra vera identità.

Quello che ad una prima lettura potrebbe, allora, sembrare il consueto discorso sui media, si trasforma invece per Mc Luhan in un impegno di ricerca di contenuti di natura filosofica, di derivazione esistenzialista, quali la verità ed il valore; termini importanti questi, dal sapore antico e mai così attuali, se il nostro autore non esita a scrivere, ad un certo punto del suo libro, che nell’epoca attuale "le poltrone dei dirigenti vengono occupate da dottori in filosofia".

Infatti, sottolinea lo scrittore nell’introduzione, "l’aspirazione della nostra epoca alla totalità, all’empatia e alla consapevolezza in profondità è un complemento naturale della tecnologia elettrica".

Il nostro pianeta si presenta nella nostra era, considerato da questa prospettiva, come teatro della "ribellione contro gli schemi imposti. Siamo divenuti improvvisamente ansiosi che cose e persone dichiarino totalmente la propria natura. Deve potersi riconoscere in questo nuovo atteggiamento una fede profonda, che tocca l’armonia fondamentale dell’intero essere".

E’ alla luce di un’intensa trasformazione morale dell’essere umano (e non di esso solo), quindi, che questo libro è stato scritto, collocandosi in tal modo all’interno di un percorso teorico di carattere quasi escatologico, che ha come fine programmato la ricerca del "principio dell’intelligibilità".

Con l’avvento dell’era elettrica, dell’informazione allo stato puro, un altro principio regolativo dell’esperienza che si gioca nello scenario globale emerge in primo piano, quello dell’interconnessione continua ed onnipervasiva che collega ed anima ogni evento e realtà del mondo, poiché nulla di ciò che accade risulta, ad una riflessione attenta, privo di ripercussioni sul disegno totale, al punto che "la distruzione di qualsiasi parte dell’organismo può risultare fatale per il tutto", soprattutto in un momento storico in cui "la velocità elettrica mescola le culture della preistoria con i sedimenti delle civiltà industriali, l’analfabeta con il semianalfabeta e con il post-alfabeta"; il tutto dispiegato davanti ai nostri sensi e non solo ormai ai nostri occhi (antico retaggio di una cultura fredda e distaccata quasi al tramonto), in un Multiversum comprensivo di differenti ritmi temporali sia storici sia naturali, tutti comunque simultaneamente presenti ed agenti.

Sì, perché nell’era elettrica "abbiamo come pelle l’intera umanità".

"La prospettiva immediata dell’occidentale alfabeta e frammentato che si scontra con l’implosione elettrica all’interno della sua stessa cultura è la sua trasformazione rapida e continua in una persona complessa e strutturata in profondità che si rende emotivamente conto dei suoi rapporti di interdipendenza con il resto della società umana."

L’uomo contemporaneo ha così un compito morale: ricomporre la sua figura totale, ricostituire la sua vera identità, profonda e completa, recuperando i frammenti di se proiettati all’esterno per tutti i secoli che hanno contraddistinto la precedente, fredda e parcellizzata, cultura alfabetica. Un compito arduo ed impegnativo, non più prorogabile nel tempo, di ricomposizione delle energie psichiche e sociali attraverso un processo di implosione elettrica, che si sostituisce a quello di esplosione appartenente già al passato e che ha, per il nostro autore, tutte le caratteristiche di una fusione nucleare: "non è infatti una lenta esplosione dal centro ai margini, ma un’implosione improvvisa e una fusione tra spazio e funzioni. La nostra civiltà specialistica e frammentaria, con struttura centro marginale, vede improvvisamente e spontaneamente tutti i suoi frammenti meccanizzati riorganizzarsi in un tutto organico. E’ questo il nuovo mondo del villaggio globale."

Il senso del tatto in questo discorso sembra essere, più degli altri, deputato ad attuare nella nostra vita interiore un ruolo unificatore al di là dello stato di disintegrazione che ci aveva isolato dal contatto con noi stessi, e questo gli artisti lo sanno bene, come una parte importante dell’arte del Novecento testimonia. L’autore si interroga a fondo sulla funzione particolare di questo senso, chiedendosi se, oltre ad essere costituito dal rapporto reciproco di tutti i sensi, esso non sia addirittura "la vita stessa delle cose nella mente".

Per Mc Luhan è proprio l’artista ad incarnare la figura ideale di interprete e guida di questa difficile epoca di transizione, in quanto "l’artista è sempre impegnato a scrivere una minuziosa storia del futuro perché è la sola persona consapevole della natura del presente." Inoltre "L’artista è l’uomo che in qualunque campo, scientifico o umanistico, afferra le implicazioni delle proprie azioni e della scienza del suo tempo. E’ l’uomo della consapevolezza integrale."

Il concetto fondamentale della consapevolezza a questo punto entra in scena: "Una volta raggiunta una frammentazione estesa al mondo intero, non è innaturale pensare ad una integrazione negli stessi termini....Ma ciò che abbiamo oggi non è una coscienza sociale elettricamente ordinata, bensì una subcoscienza individuale o un punto di vista individuale rigorosamente determinato dalla vecchia tecnologia meccanica. E’ una conseguenza ben naturale di un ritardo o di un conflitto culturale in un mondo sospeso a metà tra due tecnologie."

Data l’importanza e l’ampiezza degli elementi in campo, l’esito positivo di questo processo di integrazione a livello planetario, lungi dall’essere garantito, rappresenta forse la sfida più grande che la nostra civiltà si trova ad affrontare nella sua storia plurisecolare.

Per questo motivo dobbiamo nuovamente raggiungere "il cuore dell’oscurità tribale", pervenire alla nostra "Africa interna" là dove "il carattere istantaneo del movimento elettrico d’informazione non allarga la famiglia umana, ma la coinvolge nella vita coesiva del villaggio"; perché "l’uomo alfabeta, l’uomo civilizzato, tende a restringere e a rinchiudere lo spazio nonché a separare le funzioni, mentre l’uomo tribale aveva liberamente esteso la forma del suo corpo in modo da includere in essa l’universo. Agendo come organo del cosmo, egli accettava le sue funzioni fisiche come modi di partecipazione alle energie divine."

Il recupero della capacità di sintonizzarsi con ogni elemento dell’universo vivente, che già esiste nella memoria storica, ci aiuta a rendere di nuovo totale nelle sue funzioni la nostra più vera natura di esseri umani, rimasta per troppo tempo sacrificata e impedita dall’esprimere tutte le sue potenzialità. "E’ anche possibile" - prosegue l’autore - "che l’estensione elettrica del processo di coscienza collettiva, creando una coscienza senza pareti, possa rendere antiquato il muro del linguaggio. I linguaggi sono balbettanti estensioni dei nostri cinque sensi, in varie proporzioni e in varie lunghezze d’onda. Una simulazione immediata della coscienza supererebbe il discorso in una forma di massiccia percezione extra - sensoriale" poiché "Il linguaggio separa di fatto l’uomo dall’uomo e l’umanità dall’inconscio cosmico."

Il nostro mondo si viene così configurando come un mosaico vivente dal disegno nuovo, che rinasce in parte da un passato mai completamente dimenticato, capace di dare nuove finalità ad antiche funzioni umane percettive e conoscitive; un mondo in cui si accresce sempre più il bisogno di sapere, di essere informati e di comprendere la realtà complessa che ci circonda, al punto che, in esso: "nostra preda è la conoscenza e la comprensione dei processi creativi della vita e della società".

L’uomo elettrico o ecologico, come lo definisce Mc Luhan, è l’uomo del campo totale, colui che vive in un’epoca nella quale "la nuova tecnologia elettrica è tendenzialmente organica, anziché meccanica, in quanto estende, anziché gli occhi, il nostro sistema nervoso centrale a tutto il pianeta". E "su un pianeta ridotto dai nuovi media alle dimensioni di un villaggio, persino le città appaiono strane ed eccentriche, forme arcaiche già ricoperte da nuovi modelli di cultura."

Si formano così gradualmente ma velocemente le premesse per un rinnovato rapporto autentico con la natura, essa stessa organismo vivente, madre di tutti gli esseri che popolano la terra, di noi uomini, ormai cittadini del mondo, che possiamo infine, con l’ausilio delle tecnologie più moderne, sentirci a casa, in patria, in ogni punto del globo.

L’uomo "nuovo", non più costretto a vivere rinchiuso nei ghetti urbani, può riaprirsi finalmente ad una condizione di vita più completa, sacra, e può cercare di ricomporre, non solo a livello mentale, la scissione ormai millenaria che ha lacerato la natura ed il corso della storia dell’Occidente nei due poli perennemente contrapposti del soggetto e dell’oggetto, dell’interno e dell’esterno, della natura e della cultura, in un’unica dimensione simbolica che unisce in sé tutta la ricchezza dell’esistenza. Perché: "Nell' implosione dell’era elettrica la separazione tra pensiero e sensazione finisce per sembrare strana quanto la frantumazione della conoscenza nelle scuole e nelle università. Tuttavia fu proprio la capacità di separare il pensiero dall’emozione e di agire senza reagire che liberò l’uomo alfabeta dal mondo tribale degli stretti legami familiari nella vita privata come in quella sociale."

L’attuale tentativo di spiritualizzazione della realtà si rende possibile, quindi, solo al termine di un faticoso ma necessario processo millenario di individualizzazione dell’essere umano, che introduce all’autentica convivenza pacifica di tutti nel consorzio mondiale dell’umanità.

Si evidenzia così la nostra posizione di figli di un’epoca che ci chiede sempre più insistentemente di recitare fino in fondo la nostra parte nella vita, in quanto noi stessi creatori di storia, e di essa, quindi, responsabili.

I grandi cambiamenti dei paradigmi scientifici avvenuti nel nostro secolo hanno, infatti, prodotto un totale capovolgimento del punto di vista da cui osservare il mondo e le esperienze che lo abitano, soprattutto nella fisica, che ha visto dissolversi le stesse basi sulle quali poggiava dal tempo della sua nascita. La rivoluzione einsteiniana, in seguito alla quale tempi e spazi non appaiono più continui e uniformi come il senso comune era abituato a percepirli, ha aperto la via ad un nuovo modo di intendere la realtà, per cui "da quando abbiamo acquisito qualche conoscenza in fatto di elettricità non è più possibile parlare degli atomi come di particelle di materia".

L’era elettrica ha unificato il campo dell’esperienza, che risulta così collegato in ogni suo punto. E' il campo elettromagnetico il grande regista della danza dei suoi elementi, che non si intrecciano in maniera casuale, bensì seguono la legge di risonanza che tutti li anima, e ricercano la coesione per costruire i mattoni con i quali l’antico spirito della materia degli alchimisti edifica la trama del mondo.

"Oggi molti sono i biologi che considerano l’organismo fisico una rete di comunicazioni. Mentre tutte le tecnologie precedenti avevano infatti esteso parti del nostro corpo, si può dire che l’elettricità abbia esteriorizzato il sistema nervoso centrale, cervello compreso. E il sistema nervoso centrale è un campo unificato praticamente senza segmenti."

Noi, uomini e donne del ventesimo secolo, facciamo tutti parte di un unico organismo che nulla esclude nel continuo gioco di rimandi delle sue molteplici parti in campo: "Noi viviamo oggi nell’era dell’informazione e della comunicazione perché i media elettrici creano istantaneamente un campo totale di eventi interdipendenti ai quali partecipano tutti gli uomini. Ora questo mondo di azioni reciproche pubbliche ha la stessa interdipendenza onnicomprensiva e integrale che aveva sinora caratterizzato soltanto i nostri sistemi nervosi individuali. Questo perché l’elettricità ha carattere organico e rafforza il legame sociale organico mediante il suo impiego tecnologico nel telegrafo, nel telefono, nella radio e in altre forme" - e qui il nostro autore inserirebbe sicuramente anche Internet - ." La simultaneità della comunicazione elettrica, tipica anche del nostro sistema nervoso, rende ognuno di noi presente e accessibile ad ogni altra persona esistente al mondo."

In questo processo di trasformazione, si viene a creare una rete di informazione globale estesa a tutto il pianeta, che possiede i tratti del nostro sistema nervoso centrale, essendo costituita da un campo unificato di esperienza; come accade nel cervello individuale, essa comunica attraverso la sincronizzazione istantanea di tutte le sue operazioni: ed è la luce ad illuminare il campo totale.

Concludo, giunta ormai al termine di questa breve visita nel "villaggio globale" di Marshall Mc Luhan, con due ultime frasi, appartenenti ai capitoli finali del suo testo, che trovo particolarmente significative per il tema del nostro libro:

"L’era elettronica è letteralmente un’epoca di illuminazione", la natura stessa dell’elettricità è "pura informazione che, nella sua applicazione pratica, illumina tutto ciò che tocca. Qualsiasi processo che si avvicini all’azione reciproca istantanea di un campo totale tende ad elevarsi al livello della consapevolezza..." .

Queste parole, soprattutto con il loro richiamo al valore della consapevolezza, ci fanno riflettere a fondo: forse, non è un caso che nella nostra epoca si torni con tanta insistenza a parlare in senso spirituale di "illuminazione", quasi che la direzione e l’ordine stesso dell’evoluzione del mondo debbano ad essa inevitabilmente condurre.

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