La necessità della comunicazione:forme del comunicare nel tempo

Cristina Scarcella

Classe IIID

Liceo Classico C.Cavour

A.S. 2003/2004

Indice

 

Presentazione

 

Greco: Dall’oralità al libro

L’ideologia dell’oralità fino a Platone

Epica omerica

Epoca lirica (VII-V secolo)

La tragedia e l’oratoria (il V e il IV secolo)

Platone

Dopo Platone

La biblioteca ed il museo:

Alessandria

Le biblioteche

La biblioteca

La consistenza libraria

Biblioteche e storia dei testi

 

Latino: Il libro

Le pratiche della testualità

Le tecniche del libro

Le modalità della lettura

La diffusione del libro

 

Filosofia: Soren Kierkegaard e la comunicazione

d’esistenza

Un singolo nell’esistenza

La comunicazione d’esistenza tra scrittura e noia

 

Italiano: Pirandello e il metateatro

Formazione culturale e concezione della vita

Le opere teatrali

Lo stile

L’umanità e la moralità di Pirandello

  

Storia: La comunicazione di massa

Il processo comunicativo e le teorie sui media

Gli strumenti del comunicare di Mc Luhan

 

Storia dell’Arte: L’astrattismo e Wassilj Kandinskij

Il significato di astratto e astrazione

L’interpretazione gestaltica e l’interpretazione esistenziale

Wassilj Kandinskij

Opere

 

English: The international language

International languages

International words

 

Informatica: Il futuro della rete

Telecomuinicazioni

Le reti locali wireless: Wi-Fi e 802.11

Wireless: la nuova frontiera delle telecomunicazioni

Wireless e quotidianità

Solo computer o macchine pensanti???

I computer come costruttori di realtà alternative

E infine...

 

Geografia astronomica: Le sonde interplanetarie

Pioneer 10-11

Voyager 1-2

Bibliografia

 


Presentazione

La comunicazione ha sempre avuto un ruolo centrale nella storia degli uomini. Ovviamente è strettamente dipesa, nelle sue forme, dalle tecnologie del tempo ed è stato uno degli ambiti nei quali la modernità si è più prepotentemente manifestata.

L’obiettivo di questo excursus attraverso i secoli ed anche i millenni, attraverso i pensatori e gli autori, i filosofi ed i teorici, è stato rendere noto quanto l’uomo abbia da sempre avvertito la necessità di comunicare e quanto abbia desiderato avere interlocutori sempre più lontani, temporalmente e spazialmente: dai posteri che avrebbero potuto leggerne gli scritti, fino alla ricerca di un ipotetico “quid” nell’universo.

Aristotele fu il primo a dire che l’uomo è un animale sociale, ebbene, questa socialità dell’uomo non può che manifestarsi nel suo costante e insaziabile bisogno di comunicare con gli altri. 

Uno spot diffuso attraverso tutti i canali della comunicazione di massa nel corso dello scorso inverno si è domandato “che mondo sarebbe senza comunicazione?” questa tesina umilmente risponde che non ci sarebbe alcun mondo qualora la comunicazione non esistesse o non fosse mai esistita.

 


 

Greco

Dall’oralità al libro

Ermete e Argo, Le Metamorfosi di Ovidio, Bruxelles, 1677
immagine da http://homepage.mac.com/cparada/GML/000Free/000Hermes/source/8.html

L’IDEOLOGIA DELL’ORALITA’ FINO A PLATONE

 

La letteratura greca, per l’alta cronologia delle sue origini documentate (VIII secolo a.C.), si trova nella condizione di offrire sia la documentazione di una fase orale (i poemi omerici) sia la documentazione di una successiva acquisizione della tecnologia scrittoria. Questa acquisizione databile intorno alla metà del VIII secolo a.C. non rivoluziona subito le condizioni della comunicazione e della produzione dell’opera letteraria: l’utilizzazione della scrittura è graduale e, quel che è più interessante, suscita a poco a poco un dibattito culturale che, più o meno esplicito dura a lungo, fino almeno al IV secolo a.C.. Per “oralità” si intende qui quella che da alcuni viene chiamata “primaria”, nella quale cioè il messaggio si realizza oralmente in assenza di una qualsiasi tecnologia scrittoria. Il messaggio viene così prodotto, trasmesso e recepito oralmente e ugualmente orale è il processo con cui si realizza la sua conservazione. Per questa ragione i primi grandi testi letterari che la cultura greca ci offre, l’Iliade e l’Odissea, nell’ipotesi che si vogliano far risalire ad una fase di oralità primaria o integrale, vanno considerati non certo come documento di oralità, ma tutt’al più come una semplice testimonianza di oralità. Questo varrebbe anche per chi considerasse l’ipotesi di testi “dettati oralmente” perché quando la composizione orale convive con una stretta realtà scrittoria circostante, più o meno estesa, è da quest’ultima in qualche misura influenzata. In altre parole, i poemi omerici, nella loro facies testuale arrivata a noi ci testimoniano una fase di composizione orale.

Per quanto riguarda l’oralità “secondaria” o “mista” si tratta della convivenza di due diversi mezzi di comunicazione che possono influenzarsi a vicenda a seconda dell’occasione, che a sua volta determina la natura ed i contenuti del messaggio. Con utile approssimazione è possibile sostituire la formulazione di oralità mista con quella di “auralità” che prescinde dalla composizione (che può essere o essere stata orale) e porta in primo piano il fattore della pubblicazione (e della ricezione): quest’ultimo si realizza oralmente (auralmente) anche se il testo è stato concepito e redatto con l’ausilio della scrittura. E’ necessario sempre tenere distinti tre momenti: la composizione, che, in assenza di scrittura, fino alla redazione scritta deve essere orale, e poi, con l’avvento della scrittura, ne è ovviamente influenzata; la trasmissione, che in origine è orale, e poi viene affidata alla scrittura; e la pubblicazione ovvero esecuzione, che nel mondo greco continua ad essere orale (aurale) almeno fino al IV secolo a.C.. Con diverse sfumature, dovute alla progressiva diffusione della scrittura e al progressivo affermarsi del “libro” come veicolo di contenuti di cultura, quella di auralità è la condizione normale in Grecia fin dal momento in cui siamo in grado di seguire le vicende della comunicazione letteraria. Il problema è quindi quello di stabilire la misura della mescolanza di oralità e scrittura nei singoli periodi che si considerano e della dialettica culturale in cui i due procedimenti sono coinvolti.

 

Immagine da http://www.shunya.net/Text/Herodotus/images/sackTroy.jpg

Epica omerica

 

Friedrich August Wolf (1785) è insieme sia punto di arrivo per l’accertamento documentario delle fonti esterne ad Omero in argomento sia punto di partenza per quella che diventò dopo di lui la cosiddetta questione omerica. L’affermazione di Wolf che i poemi omerici fossero un corpus di canti trasmessi oralmente in un lungo corso cronologico e che non potessero quindi essere opera di un singolo, portò la critica a volgersi quasi esclusivamente a quella che fu chiamata analisi e cioè all’identificazione di diverse voci compositive. Milman Parry nel 1928 impose all’attenzione della ricerca un nuovo oggetto: la configurazione linguistica del testo, che si presenta nella forma di un tessuto molto ricco di formule fisse, molto più ricco di quello offerto da altre epiche anch’esse originariamente nate in condizioni di composizione e di comunicazione orale. L’analisi di Parry, continuata dal dopoguerra in poi, ha messo in luce la presenza di nessi formulari (nome - epiteto, formule verbali, ecc...) e di quelle che, da W.Arend (1933) in poi, si chiamano “scene tipiche”, continuamente ripetute con o senza varianti: sacrificio, preghiera, giuramento, viaggio, armarsi e vestirsi, sonno, sogno, assemblea, ecc..

Come caratteristica di cultura orale c’è da ricordare la stretta empatia che si stabilisce fra aedo e pubblico e che è testimoniata, fra l’altro, da un bel verso odissiaco (XI 332; XIII 2), dove si descrive l’atteggiamento degli ascoltatori di Odisseo che narra “e stavano incantati nel megaron ombroso”. Coinvolgimento totale fra esecutore e ascoltatore. E’ certo che i poemi epici vengono da lontano, ma è anche certo che hanno continuato a crescere su sé stessi anche in epoca scrittoria e certamente con l’ausilio della scrittura: il che ci riporta al problema della convivenza e dell’interazione dei due procedimenti

 

 

Epoca lirica (VII-V secolo)

 

In quest’epoca la scrittura viene utilizzata per la composizione. Ed è dalla configurazione stessa dei testi poetici dell’epoca lirica che l’utilizzazione della scrittura viene confermata. A questo fatto solo strutturale si aggiunge un ben più forte indizio interno alla lingua e cioè la presenza costante di omerismi unita però alla singolare assenza di una formularità autonoma della poesia lirica. La cultura dell’epoca lirica è del resto più alfabetizzata di quanto si credesse fino a poco tempo fa. Ma il legame stretto della produzione letteraria con le occasioni (feste e simposio) denuncia il fatto che la circolazione della parola avviene in una situazione di comunicazione ancora pienamente aurale: anche il dramma, più tardi, vivrà di pubblicazione aurale, pur se la composizione avverrà a mezzo della scrittura. Spie dei livelli e gradi della comunicazione si possono ricavare da alcuni indizi. Se una costante della comunicazione letteraria greca fino al IV secolo è senza dubbio l’auralità (e cioè la pubblicazione orale), è interessante identificarne e valutarne una variabile: quello che vorrei chiamare il grado di perspicuità del testo verbale, che è una conseguenza della sua diversa destinazione e quindi del suo diverso genere letterario. La valutazione comparativa della perspicuità del testo è uno strumento di comodo e lo è solo per noi che leggiamo i testi, li leggiamo soltanto e li leggiamo tutti nello stesso modo. Omero ha uno stile narrativo piano, in accordo con la prevalenza della paratassi. Con Bacchilide e Pindaro la comunicazione è resa già di per sé più problematica per la novità dell’esecuzione corale (musicale e orchestica insieme), che, nel processo della comunicazione, crea un disturbo o un rumore per quanto riguarda il codice verbale. Tuttavia il pubblico delle feste recepiva il messaggio verbale di Pindaro reso più difficile dal rumore del canto e della danza e anche dalla sua complessa elaborazione stilistica non con la chiarezza con cui l’uditorio omerico recepiva l’epos. Ne viene un quadro della cultura aurale che risulta articolato e secondo i modi della comunicazione e secondo la rilevanza relativa della comunicazione stessa e cioè con l’adattamento del messaggio al destinatario, di volta in volta diverso. La cultura aurale conosce livelli molteplici della comunicazione. Un indizio della trasmissione scrittoria della lirica è, per di più, il riuso simposiale e cioè la riutilizzazione dei testi poetici nati non solo per occasione diversa, ma anche in ambiente diverso.

Abbiamo parlato finora di condizioni oggettive della comunicazione. Ci si deve ora chiedere quale conoscenza ne avessero i Greci. E’ già nell’epoca lirica che la dialettica oralità - scrittura comincia a configurarsi come una scelta che si può chiamare ideologia. Ma non è ancora l’alternativa pura e semplice fra due diversi mezzi di comunicazione: è piuttosto, l’affermazione dei contenuti diversi dell’epos. La diffusione del libro è ancora lontana, in prospettiva. Se la pubblicazione orale (aurale) continua, sia nelle feste panelleniche e locali per l’epos e per la lirica corale sia nel canto simposiale per la lirica, sono frequenti i casi di rifiuto degli ideali etici dell’epos o della materia dell’epos stesso, frutto di oralità primaria, ma di una cultura che veniva sentita per più aspetti come superata.

 

La lotta fra Ettore e Achille
immagine da http://www.thebritishmuseum.ac.uk/myths/mythtrojan.html

 

La tragedia e l’oratoria (il V e il IV secolo)

 

La tragedia attica ha come materiale il mito eroico, quello stesso che era stato trattato dall’epos orale, ma ne è lontana quanto l’epica orale è lontana dalla polis matura sia come situazione compositivo – comunicativa sia come atteggiamento ideologico di fronte al mito. La composizione è scrittoria e il mito è diventato sempre più apologo per la vita etico-politica contemporanea e ha perso il suo carattere di narrazione per essere agito sulla scena. L’immaginario della scrittura continua ad essere sempre più produttivo, certo in rapporto con la sempre maggiore diffusione della competenza scrittoria (il dramma attico è tutt’altro che aristocratico ed esoterico: il suo referente è la vita della polis e la scrittura ne è ormai parte integrante. Uno dei casi più singolari è nell’Ippolito di Euripide, quando Teseo legge la postuma lettera accusatoria di Fedra contro Ippolito (877sgg.): “La tavoletta grigia grida cose tremende![...] Quale, quale canto ho visto che risuona attraverso la scrittura!”. E’ stato giustamente messo in luce che si ha qui l’interazione sinestetica vista – udito, che richiama a consuetudine con tutti e due i processi di comunicazione, quello aurale e quello scrittorio.

D’altronde la polis ha bisogno della scrittura e se ne serve, esempio capitale, per le leggi, dai leggendari legislatori arcaici (orali - aurali) a Solone e alle formulazioni dell’Antigone sofoclea. E’ del resto nell’oratoria che appare più evidente proprio la concomitanza e concorrenza fra auralità e diffusione della scrittura, intesa come mezzo sia per la composizione sia per la diffusione. L’oratoria è attività primaria dell’oratore, mentre la retorica è dottrina dell’oratoria. Nello specifico l’oratoria giudiziaria è destinata al cliente, che deve recitarla, ed è scritta a questo scopo: significativo che il logografo più famoso, Lisia, si specializzi come avvocato perché all’assemblea non parla, essendo un meteco. L’oratoria politica è, all’inizio, anche composta oralmente (Temistocle, Pericle): se Tucidide avesse avuto registrazioni scritte, non avrebbe sentito il bisogno di giustificare il suo intervento redazionale, con il quale precisa i criteri della sua ricostruzione dei discorsi. Più tardi l’oratoria anche politica continuerà ad essere pubblicata oralmente ma sarà diffusa anche per iscritto (Demostene, Eschine). Il discorso epidittico può essere anch’esso esemplare e il suo punto di partenza è Gorgia, con la sua prosa artificiosa composta con cura per iscritto proprio per esercitare più efficacemente il suo magico potere di seduzione aurale e per offrirsi allo studio degli allievi. E’ stata rilevata, del resto, l’importanza dei sofisti per la diffusione del libro, inizialmente con le loro technai ovvero manuali retorici; l’orazione, originariamente destinata alla sola recitazione orale, sarebbe più tardi diventata orazione – modello e cioè materia di manualistica retorica, diffusa per iscritto come esempio di retorica..

La vittoria della composizione e della diffusione scrittoria è in connessione con un fatto di grande importanza: il divorzio fra genere letterario e occasione volto a raggiungere un pubblico in qualche modo “selezionato”. La commistione dei generi, come si usa chiamarla, sarebbe inconcepibile senza la diffusione della scrittura (e del libro), che è premessa per l’affrancamento dell’occasione e raggiungerà in epoca alessandrina dimensione pressoché totale. Ma la vittoria dello scritto, anche nella composizione, è lungi dall’essere totale. In questo panorama si situa la figura di Socrate, oratore e didatta orale per eccellenza. Il forte accento che le fonti pongono sul suo rifiuto totale della scrittura, sulla necessità dello scambio dialogico per la ricerca della verità, fanno capire che la sua posizione è in buona misura eccentrica. Socrate si oppone, dunque, alle innovazioni che si stanno realizzando nella comunicazione. Dal punto di vista dei mezzi di comunicazione, nel rifiuto della scrittura e del “libro” dei sofisti, il vero reazionario è Socrate più che Platone.

 

 

Platone

 

Un punto chiave della dialettica orale/scritto è la posizione di Platone, che è sempre stata al centro di un vivace dibattito. Platone è favorevole alla scrittura? Punto di partenza obbligato sono le formulazioni del Fedro. Alla fine del dialogo Platone offre una serrata critica della scrittura, che sarebbe non aiuto per la memoria ma per la “rammemorazione”. Ma Platone, nonostante tutto questo, scrive e scrive di filosofia: questa è apparsa una contraddizione non minore di quella che secondo molti emerge da una parte del suo rifiuto della letteratura, espresso con forza soprattutto nella Repubblica e dall’altra dal riconoscimento dell’utilità della letteratura stessa per l’educazione fantastico – emotiva della gioventù. Salvare Platone da alcune contraddizioni, cercando tale coerenza nel suo corpus sarebbe fargli un torto che la sua rappresentazione orale, e cioè la sua stessa messa in scena dell’euforistica filosofica del dialogo, non merita; e d’altra parte merita anche indulgenza la sua indubbia posizione di compromesso in un momento che è ancora di passaggio tra composizione orale e scritta del dialogo. Ma una coerenza interna può anche essere trovata: dalla scrittura della sua filosofia pare che vengano escluse le “dottrine non scritte”, visto che l’insegnamento filosofico è riservato ai pochi che sono in grado di recepirlo oralmente, mentre la massa ne è esclusa. La sua scrittura non è quindi la sistematica esposizione della sua filosofia, ma una sere di “saggi” in cui, tra l’altro la situazione di oralità viene esposta mimicamente, scenicamente agita come nel dramma: e in questo Platone, dal punto di vista letterario è un precursore della prassi alessandrina di presentare situazioni sceniche anche al di fuori del teatro (Teocrito, Eroda) e di mimare la comunicazione aurale della festa religiosa (Callimaco negli Inni). E del resto accetta la scrittura per la letteratura, per le leggi e per l’oratoria, mostrando in questo una scelta di mezzi di comunicazione a seconda dell’occasione e del destinatario.

Oralità e scrittura si erano presentate, specialmente fra V e IV secolo, come i due poli di un’alternativa, come oggetto di una scelta. Per valutare appieno il peso culturale di tale scelta e il suo specifico culturale – ideologico, dovremmo essere più informati di quanto in realtà siamo sulla qualità e sulla disponibilità dei materiali scrittori e sulla estensione dell’alfabetizzazione.

 

 

Dopo Platone

 

Con l’epoca ellenistica e con la letteratura alessandrina la scrittura e il libro occupano sempre più lo spazio che era stato della comunicazione orale e cioè dell’auralità. Nel campo specifico della letteratura il primo vero liber è quello dei Giambi di Callimaco, che farà scuola a Roma (Catullo etc..)e che sarà il “contenitore” della lirica moderna: il liber è forse il primo prodotto letterario del tutto impensabile senza scrittura, che ne struttura e ne presenta in sequenza obbligata le singole parti. Per di più gli inizi di un nuovo genere letterario, l’Antologia poetica, si situano tra il II e il I secolo a.C.. Il genere “antologia” non è altro che la traduzione libresca dell’agone, fosse esso rapsodico, drammatico o simposiale: la serie degli epigrammi in gara l’uno con l’altro si chiude con l’epigramma dell’antologista, che si situa alla fine della serie (in un ordine fisso e visivo che è quasi una riproduzione grafica della realtà agonale) e si attribuisce così la vittoria.

E del resto la filologia alessandrina, ponendo le basi della filologa moderna, ha ridotto a libro tutta una letteratura che non era nata come libro: a parte la preziosa opera di conservazione e di restauro delle opere dei poeti e dei prosatori, basterebbe, per far ad esse un rimprovero, l’aver trattato come libro un autore come Omero, procedimento che a noi oggi sembra quanto mai inopportuno. Anche se non siamo certi di doverlo attribuire a Zenodoto, il famoso principio di metodo espresso con l’aforisma “interpretare Omero attraverso Omero” che comprensibilmente ha sedotto la filologia positivistica, è quanto di meno storico si possa immaginare: Omero, appunto, non è un libro in sé conchiuso e una corretta esegesi avrebbe bisogno, per noi come per gli alessandrini, di tutta la tradizione epica a lui anteriore, coeva e posteriore, della quale a noi resta poco o niente e agli alessandrini restava comunque, nell’insieme, non abbastanza. D’altra parte i letterati alessandrini, seppure ormai dipendenti dalla scrittura e da libro, si sono compiaciuti di “mimare” l’oralità. Il mondo greco arcaico e classico aveva vissuto con viva coscienza a molteplicità dei propri mezzi di comunicazione e aveva operato diversi tipi di selezione del pubblico, applicando una sua sociologia della comunicazione. E l’età alessandrina e quella romana, oltre ad adattarsi a situazioni nuove, hanno adottato anche una loro “archeologia” della comunicazione, fedeli in questo ad un gusto archeologico che hanno fatto operare in vari settori delle loro culture.

Tutto questo, come si è già detto, non significa certo la fine della vocalità, ovvero della lettura a voce alta per sé o per altri, che è ancora icasticamente descritta, alla fine del secolo IV d.C., nella meraviglia di Agostino che sorprende Ambrogio nella sua stanza tacite legentem. L’interesse per la recitazione (destinata se non altro alle declamazioni di scuola, ma utilizzata da un’oratoria che si specializzava anche nella conferenze) continua ad essere costante in tutta la letteratura grammaticale e soprattutto nella retorica.

Forse, se si ripercorre all’indietro la storia della ricerca moderna e si risale fino a qualche decennio prima quando l’oralità integrale e l’auralità greche erano ancora poco esplorate, era nel mondo latino che si ricercava, paradossalmente quello che era difficile trovarvi: per esempio l’esecuzione musicale viva delle odi del libresco Orazio, sedotti come si era dalla sua mimesi del simposio greco arcaico e dalla sua devozione, solo formale, ad una tradizione musicale presa di peso dal testo, divenuto ormai muto, dei suoi modelli. Per tutto il mondo antico, anche nella sua fase tarda, a cominciare dal momento in cui il libro cominciò gradualmente a diffondersi in Grecia, il leggere fu definito come l’esecuzione di una partitura musicale e questo sia nella prassi descritta dai grammatici sia nella loro terminologia, che rimanda al canto e che trova il suo più ampio e influente bacino collettore in Quintiliano.

 

 

LA BIBLIOTECA E IL MUSEO

 

Alessandria

 

Il trasferirsi dell’esperienza dell’organizzazione del sapere legata al nome di Aristotele ed il suo installarsi su larga scala nella metropoli di Alessandria d’Egitto sotto l’egida del primo e del secondo Tolomeo fu, con ogni probabilità, merito di Demetrio Falereo. Strabone, lo scienziato e storico di età augustea, nella pagina in cui descrive le fasi iniziali della storia del testo di Aristotele definisce Aristotele il primo che raccolse libri ed insegnò ai re d’Egitto l’ordinamento di una biblioteca. Il Museo – Biblioteca compreso dentro la reggia di Alessandria costituisce la riproposizione in grande stile e con maggiore dovizia di mezzi dell’esperienza del Liceo. Ormai il Museo, la Biblioteca ad esso connessa e gli scienziati stessi, sono per così dire “proprietà” del sovrano.

Nel Museo vengono a confluire strumenti di lavoro, collezioni di animali, raccolte di libri; dentro il Museo vivono gli scienziati ed i letterati: lì studiano, lì impartiscono i loro insegnamenti, lì consumano i pasti in comune. Grande è la circolazione del sapere rispetto agli altri centri mondiali.. Anche altre opere dal troppo generico titolo di Mouseion ci sono note attraverso la tradizione erudita – una di Alcidamante ed una di Callimaco –, ma è difficile stabilire se davvero si occupassero dell’istituzione alessandrina.

 

 

Le biblioteche

 

Questo libro tradotto dal caldeo in greco per ordine di Alessandro di Macedonia, contiene la storia vera degli antenati. Così cominciava uno scritto che fu trovato “negli archivi di Ninive: questa testimonianza attesta l’iniziativa di Alessandro di “fondare” o forse ampliare con libri greci la “Biblioteca” di Ninive; attesta cioè un impulso dato da Alessandro alle fondazioni bibliotecarie. Per altro verso mostra in modo significativo il nesso, già chiaro in Alessandro, tra “Biblioteca” e traduzione: un nesso che ad Alessandria sarà sin dall’inizio evidente e di notevole efficacia. Su Alessandro avranno influito modelli molteplici. Non soltanto il suo maestro Aristotele, il Liceo con la sua struttura bibliotecario-scientifica, ma anche la realtà dell’Oriente con cui Alessandro ha promosso un processo di osmosi su vari piani.

 

 

La biblioteca

 

E’ su questo sfondo che prende corpo, ad Alessandria, l’iniziativa tolemaica di dar vita alla grande biblioteca mirante, secondo l’ambizioso progetto, a contenere tutti i libri del mondo. A sua volta la grandiosa fondazione alessandrina fu modello delle analoghe fondazioni che si diffusero man mano nel mondo ellenistico e a Roma.

Dello sforzo imponente di raccolta di libri, da parte dei Tolomei, è indizio l’esistenza di un fondo detto “delle navi”. Risalirebbe al Filadelfo, il quale aveva ordinato che venissero ricopiati tutti i libri che per caso si trovassero nelle navi che facevano scalo ad Alessandria, che gli originali fossero trattenuti e che ai possessori venissero restituite le copie. Al Filadelfo si attribuiva addirittura l’iniziativa di un appello “a tutti i sovrani e governanti della terra”, cui il re chiedeva che gli inviassero le opere di ogni genere di autori. E’ interessante osservare come la lista degli autori richiesti da Tolomeo sia costituita per “generi” secondo un ordinamento che sarà poi proprio della biblioteca alessandrina nonchè delle opere dedicate alla sua descrizione. Un impegno speciale fu dispiegato nella traduzione di testi in lingue diverse dal greco e furono impiegati, in questo lavoro, specialisti provenienti dai vari paesi, esperti non soltanto della propria lingua ma anche della lingua greca. D’altro canto il fenomeno della traduzione non è dovuto soltanto alla smania dei Tolomei di conseguire l’obbiettivo abbagliante di costituire nella loro reggia una biblioteca universale. E’ anche il frutto di una duplice spinta caratteristica del mondo ellenistico, cioè di un mondo che, pur diviso in monarchie reciprocamente ostili per ragioni di politica di potenza, è nel suo complesso caratterizzato da un tratto comune: il predominio di uno strato dominante greco, numericamente esiguo ma militarmente temibile, sulle popolazioni indigene. E’ la spinta, da un lato dei dominati a farsi intendere ed ascoltare dai dominatori e, dall’altro, la consapevolezza da parte di questi ultimi che la comprensione consolida il dominio. Comunque l’interesse a tradurre si è manifestato in entrambe le direzioni giacché il III secolo a.C. è anche il secolo in cui la letteratura romana prende avvio e consistenza a partire da un sapiente lavoro di “traduzione artistica”.

 

 

La consistenza libraria

 

Sulle cifre relative alla consistenza libraria della biblioteca di Alessandria vige una notevole confusione dovuta soprattutto alla controversa interpretazione dei termini con cui i vari tipi di rotoli vengono indicati, ma la situazione è aggravata anche dalle iperboliche notizie relative alla “distruzione” della biblioteca al tempo della guerra alessandrina (48/47 a.C.).Per esempio il contrario del monobyblos cioè del rotolo contenente un’opera capace di stare tutta in un solo rotolo, non è il rotolo “miscellaneo”, bensì il rotolo che, insieme con altri, concorre a formare un’opera unica. Ed è questo il caso più frequente: i trenta libri di Eforo, i circa quaranta del corpus senofonteo, i cinquantotto delle Filippiche di Teopompo, i quaranta di Polibio, i quaranta della biblioteca di Diodoro, i centoventi dei Pinakes calimachei, e così via, sono altrettanti rotoli strettamente legati tra loro dal fatto, appunto, di appartenere ad un’unica opera. Il rotolo è, dunque, l’unità di misura dei calcoli bibliotecari. Perciò le fonti antiche ci forniscono quelle cifre a prima vista impressionanti- centinaia di migliaia di rotoli -: appunto in ragione dell’uso di computare non le opere ma i rotoli..

 

 

Biblioteche e storia dei testi

 

Le due più grandi biblioteche del mondo ellenistico – Alessandria e Pergamo – furono determinanti dal punto di vista della tradizione, non solo come luogo di raccolta e di tutela delle opere della letteratura greca, ma altrettanto come laboratorio di cura e di esegesi di quei testi.

Meno facile è invece stabilire in che misura il testo che si è venuto fissando tra la tarda antichità e il medioevo rispecchi quello costituito dai grandi dotti ellenistici e non piuttosto una dotta vulgata alquanto eclettica che ormai arduo riportare a questa o a quell’altra “antica edizione”. Delle fasi precedenti possiamo solo immaginare il carattere policentrico e possiamo considerare le grandi biblioteche come i centri propulsori di tale policentrismo testuale.

Di pari passo con le vicissitudini delle biblioteche del mondo ellenistico – romano si produce un fitto intrecciarsi e contaminarsi delle “antiche tradizioni”, e si complica ulteriormente quando incominciano a nascere le biblioteche dei centri di studio cristiani. Esso dà un’idea scoraggiante ma realistica della tradizione dei classici nella lunghissima e decisiva fase in cui essi furono non già sporadici esemplari salvatisi magari in copia unica, ma assiduo oggetto di copia per conto di un’estesa élite sovranazionale. Una élite che tra i segni del suo prestigio aveva anche la proliferazione capillare delle biblioteche.

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