Matematica e… teatro (4)

di Maria Rosa MENZIO

Vorrei trattare di un argomento complesso e ammaliatore.
E parlarne nel suo duplice versante scientifico e teatrale.

 


IL TEMPO

Immagine da http://www.cfa.harvard.edu/press/pr0501image.html

Due parole sul concetto di tempo in fisica

Un evento è identificato univocamente dalle sue quattro coordinate, tre spaziali e una temporale. Quella temporale è la famosa <quarta dimensione> su cui molti studenti si scervellano invano. Se consideriamo quindi un evento e la sua brava quaterna di numeri, allora la teoria della Relatività Ristretta di Einstein implica che l’ordine di successione di due eventi possa addirittura essere invertito, se il giudizio è pronunciato da due osservatori diversi. Ma non si può dire la stessa cosa dell’ordine causale: perché una causa segua l’effetto si dovrebbero avere velocità superiori a quelle della luce.

Immagine da http://www.cfa.harvard.edu/press/pr0501image.html

Reichenbach ha addirittura dimostrato che tutte le misure spaziali sono riconducibili a misure temporali, cioè causali.
L’universo sarebbe così dominato dal concetto di causa…

Nel romanzo “Le pietre volanti”, di Luigi Malerba, il protagonista, tornato in Italia dopo il viaggio in Canada, dice:
Di ritorno da Vancouver, […] devo rendere conto di un’altra sorpresa: trovai il giardino come l’avevo lasciato, con gli stessi fiori e le foglie verdi come quando ero partito. Con mia grande sorpresa non erano cadute le foglie, non erano appassiti i fiori, non erano passate le stagioni ma solo quattro giorni. La grande distanza aveva dilatato la mia assenza e mi aveva fatto confondere lo spazio con il tempo.

Secondo Einstein, il tempo in Relatività è quella venatura lungo cui si estendono le catene causali, mentre lo spazio riflette le relazioni di vicinanza (il “trovarsi tra”) tra catene causali coesistenti.

Albero sapienziale

La teoria della Relatività Generale arriva a una proprietà più affascinante ancora: la macchina del tempo. Sembra che sufficientemente vicino a una singolarità (del tipo buco nero) sia possibile portarsi su traiettorie (non-geodetiche) lungo le quali si viaggia nel passato rispetto a un osservatore lontano. E diciamo osservatore lontano perché si ritiene che non si possa viaggiare nel proprio passato, per evitare paradossi. Il paradosso più semplice è quello di ammazzare il proprio nonno e non poter più essere generati, per cui si produrrebbero due universi paralleli e contraddittori, uno dove l’osservatore ammazza il proprio nonno e non nasce, l’altro dove il nonno vive tranquillamente senza nipoti assassini provenienti dal futuro e genera la propria famiglia... Nonno vivo-nonno morto, nipote vivo-nipote mai nato...

Godel stesso diceva che “Facendo un viaggio con una navicella spaziale lungo una traiettoria circolare sufficientemente ampia, sarebbe possibile viaggiare in qualunque regione del passato, del presente e del futuro e ritornare indietro”

Mappa del mondo di Paolo dal Pozzo Toscanelli (sec.XV)

 

Concetto di tempo in teatro: esempi tratti da testi di Pirandello
Universi paralleli e contraddittori

 

”La Signora Morli, uno e due”

La signora Evelina, Eva per il marito e Lina per l’amante, spensierata per l’uno e contegnosa per l’altro, e nessuna per sé.

Ferrante: Non posso soffrire la pedanteria, lo sai! Povera piccola Eva, sei diventata accanto a lui una brava saggia mammina feroce. Ti ricordi? Iviù! E tu mi saltavi al collo!
No! Basta! Scusami… Mi pare impossibile che, pur essendo all’aspetto quasi la stessa, tu sia divenuta un’altra, così…

Ritratto enigmatico…


 

“Così è, se vi pare”

Il signor Ponza ha una moglie che si comporta in modo inverosimile: comunica con la madre, la signora Frola, solo per mezzo di bigliettini calati dalla finestra con un cestino. Il fatto stimola la curiosità dei vicini.
Così uno per volta i tre personaggi vengono a spiegare ciascuno la propria verità. La signora Frola incolpa il genero: sarebbe lui a proibire alla moglie di avere contatti con lei in maniera diversa. Ponza supplica che non le diano ascolto, perché la suocera è ammattita dopo la morte della figlia che lui cerca di farle credere ancora viva. Rientra in scena la signora Frola a insistere che il matto è lui, che ha mandato la moglie in manicomio con la sua gelosia.
I parenti sono tutti scomparsi; i documenti atti a provare l’identità dei personaggi, bruciati in un incendio.
L’unica cosa che rimane da fare è quella di chiedere alla signora Ponza quale sia la verità: e lei si presenta col volto coperto dai veli a spiegare che esistono tutt’e due le verità, quella del signor Ponza e quella della signora Frola, e che lei è “nessuno”:
“La verità è solo questa: che vi sono, sì, la figlia della signora Frola – e la seconda moglie del signor Ponza: sì, e per me nessuna! Nessuna! … Per me, io sono colei che mi si crede”
In questa commedia Pirandello si diverte da un lato a fare dell’umorismo, è vero, ma dall’altro si commuove sul destino degli uomini, che non sapranno mai, che resteranno soli e ostili con i loro rimpianti, in una meschinità senza scampo. E’ la più assoluta incomunicabilità. Solo la pietà può consolare, aprendo la solitudine in solidarietà, per questi uomini condannati al buio dei sensi.


 

“ Enrico IV ”.

Un giovane gentiluomo partecipa a una cavalcata in costume nei panni di Enrico IV. Cade da cavallo, batte la testa e impazzisce: crede di essere davvero Enrico IV e si comporta da imperatore. Gli amici gli trasformano la villa in prigione dorata, con tanto di sala del trono e valletti. Dodici anni sono passati in questa finzione finché il protagonista un mattino si risveglia guarito. E’ solo, ha “perso” nel dramma dodici anni di vita. Matilde, la ragazza che lo accompagnava la sera della cavalcata, è diventata l’amante del rivale, Belcredi, quello che provocò la caduta per liberarsi di lui. Enrico IV decide così di continuare a fare il pazzo, guardando la vita come spettatore di una commedia di cui conosce già il copione.
A questo punto comincia il dramma: arrivano da lui Matilde, la figlia Frida, Belcredi, e un medico che vuole guarire Enrico IV. Quest’ultimo dà udienza a Matilde e Belcredi senza risparmiare le allusioni. La donna in particolare è quella che comprende per prima di esser stata riconosciuta. Il medico pensa di guarire il creduto folle con un facilissimo espediente: metterà di fronte a Enrico IV Matilde e a Frida, vestite entrambe come in quella lontana cavalcata in costume. Vuole insomma riportare il “paziente” a quel momento in cui per lui il tempo si è fermato: <come un orologio che si sia arrestato a una cert’ora, e che si rimetta a seguire il suo tempo, dopo un così lungo arresto>. Il “paziente” ora si è già rivelato ai valletti e confessa di essere rinsavito. Ma Frida in costume si è messa al posto di un quadro che raffigura la madre: Enrico entra, lei lo chiama, e quella voce e quella vista gli procurano un terrore folle, gli fanno dubitare di essere mai rinsavito. E quando Belcredi e Matilde lo vogliono portar via con loro, Enrico IV ritiene che solo da Frida gli possa arrivare la salvezza. Il tempo pare essersi fermato con lei… Enrico fa per abbracciare la ragazza, e quando Belcredi cerca di impedirglielo, lui lo trafigge con la spada. Da quel momento, per Enrico IV la follia resta l’unica via di scampo

Enrico IV: “vivi, vivi veramente nella storia del mille e cento, qua alla Corte del vostro Imperatore Enrico IV! […] Otto secoli in giù, in giù, gli uomini del mille e novecento s’arrabattano in un’ansia senza requie di sapere come si determineranno i loro casi. Mentre voi, invece, già nella storia! Con me! Per quanto tristi i miei casi, e orrendi i fatti; aspre le lotte, dolorose le vicende: già storia, non cangiano più, non possono più cangiare, capite? Fissati per sempre: che vi ci potete adagiare. Il piacere, il piacere della storia, insomma, che è così grande!”
[…]La solitudine […] rivestirmela subito, di tutti i colori e gli splendori di quel lontano giorno di carnevale, quando voi, Marchesa, trionfaste! – e obbligar tutti a seguitarla, per il mio spasso, ora, quell’antica famosa mascherata che era stata – per voi e non per me – la burla di un giorno! Fare che diventasse per sempre – non più una burla; ma una realtà, la realtà di una vera pazzia: qua, tutti mascherati, e la sala del trono, e questi quattro miei consiglieri: segreti, e – s’intende – traditori. […] Sono guarito, signori: perché so perfettamente di fare il pazzo, qua; e lo faccio, quieto! –

Frattale

Il guaio è per voi che la vivete agitatamente, senza saperla e senza vederla, la vostra pazzia.”
La mia vita è questa! Non è la vostra! – La vostra, in cui siete invecchiati, io non l’ho vissuta!”


 

Vorrei ora citare frasi sparse, prese da vari autori e vari pezzi teatrali, sull’idea di tempo.

Dramma “ La grande caccia al sole” di Peter Shaffer, quando Pizarro dice:

Ascoltate! Ascoltate! Tutti i nostri sentimenti sono figli del tempo. Tutte le bellezze della vita ne portano l’impronta. Immaginate un tramonto immobile: l’ultima nota di una canzone che risuoni per un’ora intera, o un bacio che duri mezz’ora. Tentate di arrestarvi per un momento nella vita e tutto si decompone subito. Perfino questa parola, <momento>, è sbagliata, perché dovrebbe significare una particella di tempo, un frammento staccato da una roccia da scrutare… Ma questo è il terribile imbroglio della vita. Non si può sfuggire ai vermi a meno che si vada di pari passo col tempo e, se anche ci si riesce, essi si contorcono ugualmente dentro di voi.

Dramma “ Chi non ha il suo Minotauro?” di Marguerite Yourcenar, quando Arianna dice a Dio:

Tu hai i secoli a disposizione, il tuo tempo si misura a epoche pressoché eterne! Ma Teseo ha, tutt’al più, cinquant’anni davanti a sé

Commedia “ Aspettando Godot” di Samuel Beckett, quando Pozzo dice:

Ma la volete finire con le vostre storie di tempo? E’ grottesco! Quando! Quando! Un giorno, non vi basta, un giorno come tutti gli altri, è diventato muto, un giorno io sono diventato cieco, un giorno diventeremo sordi, un giorno siamo nati, un giorno moriremo, lo stesso giorno, lo stesso istante, non vi basta?

Dramma “ La piccola città” di Thornton Wilder. Si tratta della descrizione di Grover’s Corner e dei suoi abitanti, i dati geografici, l’aspetto architettonico, la planimetria, i gesti quotidiani di una piccola comunità americana. La commedia diventa epopea in due punti. Nel primo si parla di una lettera spedita dal pastore a una parrocchiana ammalata: Grove’s Corner, Contea di Sutton, New Hampshire, Stati Uniti d’America, Continente dell’America Settentrionale, Emisfero Occidentale, Terra, Sistema solare, Universo, Mente di Dio. Nel secondo punto a una delle protagoniste del dramma viene concesso dopo la morte di tornare ancora una volta sulla Terra, a rivivere il suo dodicesimo compleanno. E trova che i vivi non capiscono quello che i morti hanno compreso, i vivi sono soltanto dei ciechi.

“Ecco cosa significa essere vivi… Sprecare il tempo, buttarlo via come se gli anni da vivere fossero milioni”

Dramma “ Viaggi tra i morti” di Eugène Ionesco, quando Jean chiede alla madre, nell’altro mondo:

Perché sei così vecchia? Sei vecchia come la nonna e il nonno. Eppure sei figlia loro” La madre risponde: ”Ho raggiunto l’età dei miei genitori. Si invecchia anche nell’aldilà. Si arriva fino a cent’anni, poi ci si ferma

Concludo questa sezione con il “Macbeth” di Shakespeare:

Domani, poi domani, poi domani: così, da un giorno all’altro, a piccoli passi, ogni domani striscia via fino all’ultima sillaba del tempo prescritto; e tutti i nostri ieri hanno rischiarato, a dei pazzi, la via che conduce alla polvere della morte. Spegniti, spegniti, breve candela!

Eclissi