Matematica e… teatro (6)

di Maria Rosa Menzio

 

 

Ma di che sostanza è il tempo? E dove esso si forma, se tutto è stabilito, immutabile, unico? […] La notte guardo gli spazi fra le stelle, vedo il vuoto senza misura; e ciò che travolge e porta via, è il momento fisso privo di inizio e di fine.

Antonio Tabucchi

 

Ecco alcuni spunti per riflettere, tratti da testi teatrali o romanzi che saranno a breve portati sulla scena.

 

“Il meridiano” di Denis Guedj

Questo bel libro1 è nato come stesura di un soggetto cinematografico.

La sua appendice si apre con una citazione del grande storico e geografo greco Strabone:
Quando al desiderio di sapere si uniscono l’ammirazione e la meraviglia, aumenta il piacere, che è il filtro della scienza

per continuare con le parole dello stesso Guedj:
<Mentre le scienze forgiano tanto in profondità la società odierna, esse sono sorprendentemente assenti dagli schermi cinematografici, da scene teatrali e pagine di romanzi. (N.B. Denis Guedj scrive nel 1987, oggi le cose sono forse un poco cambiate) Strumenti efficaci o contenuti didattici, ma raramente soggetto di racconto. Fin dai tempi più antichi, tutte le società hanno avuto i loro cantastorie. Essi svolgono una funzione capitale, sociale e individuale; fanno appello all’immaginario, ma anche ai saperi. Il campo della conoscenza, soprattutto quello della conoscenza scientifica, può essere un formidabile campo drammatico. (…) La Storia delle scienze esige dal ricercatore un rigore che lo obbliga a evitare di tappare i <buchi> che i documenti e le testimonianze non hanno potuto colmare. Egli deve attenersi a ciò che essi lo autorizzano ad affermare. E’ a questo prezzo che il materiale consegnato offre una garanzia di autenticità; può dunque essere utilizzato da altri, dallo sceneggiatore, dal romanziere. Questi ultimi hanno quindi a loro disposizione un materiale affidabile, che però pone loro dei limiti. Il romanziere può colmare i buchi, inventare vicende, e tra due fatti accertati tracciare una linea continua, che è la sua stessa creazione. Egli crea nelle <pieghe> e fa ciò che gli si chiede, ciò per cui viene voglia di leggerlo: inventa un universo. Ma lo inventa in piena cognizione di causa, in conformità con ciò che è attestato. Fiction reali. Fiction, perché l’immaginazione dell’autore ne determina il valore; reali, in quanto conformi alla verità scientifica e storica.

(…) Si può trattare una verità scientifica come qualsiasi altra verità storica? Come presentare un personaggio scientifico in un mondo aperto, dove la verità che si sta cercando non è ancora emersa del tutto? Qual è la libertà del personaggio scientifico di fronte alla verità?

(…) Che cosa esigeva il popolo nel 1789? L’uniformazione di pesi e misure: Era tutto, ed era molto. Se ci si fosse attenuti a questa sola esigenza e si fosse adottato come campione, per esempio, la tesa del Perù, il corso degli eventi sarebbe stato molto diverso. Ma i circoli scientifici e i protagonisti politici degli anni Novanta del Settecento non volevano soltanto offrire alla Francia un<buon> sistema. Avevano altre ambizioni. Gli uni volevano fondare il nuovo sistema su basi scientifiche, gli altri tenevano a legittimarlo tramite principi filosofici e politici, quelli dei Lumi per capirci. I desideri degli uni e degli altri concordavano in maniera sbalorditiva. Per ragioni diverse, sia gli scienziati sia i politici desideravano l’universalità. E’ capitato raramente di assistere a una così piena convergenza di interessi fra le mire dei circoli politici e i progetti degli ambienti scientifici. Raramente la Storia delle Scienze e la Storia si sono intrecciate a tal punto>

Nell’ultimo capoverso, le parole di Guedj mostrano come sia stato inventato il metro, vale a dire una misura valida “per tutti i tempi, per tutti gli uomini”.


L’amore perfetto è una galassia

“La rivoluzione dell’anima” di Anna Curir è un testo teatrale insolito, in cui si paragona la vita di due coniugi (e le energie spese nell’arco di vent’anni insieme) alla fusione stellare e alla compenetrazione di due galassie. Nel testo si confrontano psicologia e astronomia. L’unione di due realtà che nel fondersi ne creano una terza.

 

<Meccanismo perfetto- dice la critica- presente in molti aspetti della natura, di rado raggiunto dagli esseri umani nel rapporto d’amore.
Quando due galassie si uniscono danno origine a una terza galassia: un processo unico, puro, senza ombre di sbavature. E soprattutto irreversibile> Invece nella vita di coppia la reversibilità esiste. I sentimenti mutano, si torna indietro e si finisce a volte lontani dall’innocenza iniziale.

°°° Il versante psicanalitico del testo è collegato all’articolo di Anna Curir apparso sul numero di ottobre 2005 del Giornale Storico di Psicologia e Letteratura. Questo numero in particolare si occupa di “contaminazioni” tra psicologia del profondo, epistemologia, cinema e teologia.


“Variazioni Majorana” di Rossotiziano

In questa piéce teatrale, la rappresentazione torna indietro nel tempo, agli avvenimento della vita grande fisico catanese, sparito misteriosamente fra il 25 e il 26 marzo 1938. Alcuni ritengono che Majorana abbia inscenato fin nei più piccoli particolari la sua scomparsa dal mondo. Per quale motivo? Che cosa voleva, o doveva, evitare? Fino a che punto la sua lucida intelligenza, il suo genio, hanno influenzato la sua dipartita, vero suicidio o invenzione che sia? Il soggiorno in Germania, i contatti con i migliori cervelli della scienza di tutto il mondo, l’ultimo periodo a Napoli…
La vicenda si apre con l’arrivo dei due agenti che il regime fascista ha mandato per investigare su un “caso” che allarma perfino il Duce.
Dice la recensione sul “Manifesto” che <Essi si imbarcano sullo stesso traghetto su cui era salito Majorana nel fatidico viaggio Napoli-Palermo, ricostruiscono la sua biografia, si interrogano sul significato del suo lavoro scientifico e sui suoi possibili sviluppi… Ma quel traghetto è una specie di macchina del tempo dove il presente si avvita sul passato e fa ripartire all’infinito il gioco delle possibilità.>


Infinities di Barrow, diretto da Ronconi

La messinscena di quest’opera si svolge in cinque momenti di sosta in cinque ambienti diversi:

L’albergo di Hilbert: fatto in modo che ad ogni stanza se ne possa sempre aggiungere una nuova; con vari stratagemmi logici, ogni volta che l’albergo si riempie, si può ospitare sempre un nuovo cliente.

Il luogo dove si può vivere in eterno: in scena c’è uno psicologo del futuro con alcuni pazienti. Hanno la faccia piena di rughe e i capelli lunghissimi e bianchi: sono i condannati all’immortalità, i quali non sanno che fare del tempo infinito loro concesso, e vivono giorni pieni di noia, pensando che, per ogni cosa, c’è tempo ancora.

L’universo della replicazione infinita: poiché qualunque cosa con probabilità diversa da zero deve accadere un numero infinito di volte, allora ogni essere umano possiede un numero illimitato di copie identiche a lui.

Gli infiniti matematici: l’infinita gerarchia degli infiniti, quelli numerabili e no. L’infinito non è un numero molto grande, non è proprio un numero: è qualitativamente diverso da ogni numero immaginabile.

Il mondo dei viaggi nel tempo: da un’idea sfruttata per la prima volta da H.G. Wells ne “La macchina del tempo” nel mondo dei viaggi nel tempo lo spettacolo non finisce, se si vuole si può tornare all’albergo infinito e ricominciare tutto da capo, in uno spettacolo che non è diverso dal precedente, stanza infinita, vita infinita, replicazione infinita, fino a quando si esce dal teatro sbalorditi, con l’idea di aver viaggiato molto nel tempo e nello spazio, fisico-matematico, logico e filosofico.

“L’enigma del solitario”, di Jostein Gaarder

Un romanzo che sarà presto trasformato in piéce teatrale.

L’idea fondante del soggetto è un mazzo di carte che prende vita. In mano a un uomo straordinario che possiede un’immaginazione fantasmagorica e vive in una solitudine assoluta, le cinquantadue carte diventano cinquantadue persone. Uno spunto del genere l’abbiamo già visto in Pirandello, “Sei personaggi in carca d’autore” quando Madama Pace arriva in scena evocata da una necessità “estetica”, ma qui l’idea è portata alle sue estreme conseguenze, e a tutte le sue implicazioni numerico-matematiche.

“Cinquantadue carte fanno cinquantadue settimane. Il tutto fa trecentosessantaquattro giorni. Fin qui tutto bene. E poi i mesi diventano tredici, di ventotto giorni ciascuno… E anche qui arriviamo a trecentosessantaquattro. Tutte e due le volte, però, avanza un giorno…” “Che sarebbe il giorno del Jolly” spiegai. Rimase a lungo a fissare gli aranci, poi mormorò: “E tu quando sei nato, Hans Thomas?” Non capivo dove voleva arrivare. “Il 29 febbraio 1972” risposi. “Ma in quale giorno cadeva?” Allora ebbi l’illuminazione: nel giorno <in più> di un anno bisestile. Secondo il calendario dell’isola incantata, sarebbe stato il Giorno del Jolly.
“Ah! Ogni settimana ha la sua carta, ogni mese pure, e ad ogni stagione corrisponde uno dei quattro semi. […] E c’è dell’altro… […] La somma di tutti i simboli di ogni seme dà novantuno. L’asso vale uno, il re tredici, la donna dodici, e così di seguito. Diavolo, sì fa proprio novantuno.” “Novantuno?” ripetei. Non lo seguivo proprio. “Quanto fa novantuno per quattro?” “Nove per quattro fa trentasei” io dissi. “Diavolo, certo: trecentosessantaquattro!” “Esattamente!” […] “Credi che i mazzi di carte siano stati composti intenzionalmente in questo modo?” domandai. “Che il numero dei simboli di un mazzo corrisponda quindi di proposito ai giorni dell’anno?”

La risposta è lasciata a chi legge.

Commedie e tragedie

Tutti quanti avete visto delle commedie, o delle tragedie.
Qual è la differenza fra le une e le altre?
Molti rispondono semplicemente che la commedia è a lieto fine, mentre la tragedia di solito si conclude con un’ecatombe.

Mi piacerebbe illustrare con un modello psicanalitico di tipo TRIANGOLARE lo schema classico dei due generi.

Pensiamo a uno dei più importanti classici di tutti i tempi: “Edipo re”.

C’è un padre, c’è una madre, che hanno un figlio. Viene predetto che il neonato sarà causa di tremende sciagure per sé e per la propria famiglia, e sarebbe meglio toglierlo di mezzo. Dopo alcune peripezie e giuramenti di mantenere il segreto, il bimbo viene affidato a un’altra coppia.

Passano gli anni: a un incrocio del destino, per quello che oggi noi chiameremmo “diritto di precedenza”, il figlio litiga con un uomo e lo uccide. Non sa, e lo scoprirà solo in seguito, che si tratta del proprio padre. Passa ancora altro tempo, e il giovane arriva in una città la cui regina è una bellissima donna, di diciassette anni più vecchia di lui. Se ne innamora alla follia, e la fa sua sposa. Tempo dopo conosce la tremenda verità, l’orrore: ha ucciso suo padre e sposato sua madre. Disperato, si acceca.

La tragedia è quindi la sconfitta del padre, ed è una sconfitta cruenta, c’è sangue che cola, si arriva a uccidere. Si vince eliminando l’avversario (il padre): e molto abbiamo a che fare coi miti cosmogonici (ad esempio quelli greci, basti pensare pensi a Chronos, o Saturno, signore del Tempo).

  MADRE
   
 
FIGLIO
 

 

Nella commedia, invece, (pensiamo a Goldoni o a Marivaux) c’è sempre un padre, c’è ancora un figlio, ma la donna questa volta è la fidanzata del figlio, di cui per avventura s’innamora anche il padre: e la sua sconfitta stavolta non sarà nulla di sanguinario, non sarà causata da un omicidio, ma dal ridicolo della situazione. Si vince mettendo alla berlina.

 

 
 
   
FIGLIO   FIDANZATA DEL FIGLIO



FIGLIO FIDANZATA DEL FIGLIO

Ora consideriamo l’evoluzione delle scene in un dramma teatrale: la successione temporale, la lunghezza e l’alternarsi dei diversi personaggi può essere visto come un grafico matematico. Sarebbe uno studio degno di una tesi di laurea scoprire se detto grafico ubbidisce a una legge. In caso di esito positivo, avremmo così la conferma che intuizione e logica arrivano agli stessi risultati di bellezza seppur da cammini diversi.


1  Denis Guedj, Il Meridiano, Longanesi, 2001