Filosofia e barricate

intervista a Hilary Putnam di Piergiorgio Odifreddi
LA REPUBBLICA

  “Cosa può esserci più bianco dell’argento? Eppure alcuni sostengono che sia nero. Se anche il candore dell’argento viene messo in dubbio, non possiamo quindi meravigliarci che gli uomini siano in contrasto fra loro quando discutono di guerra e di pace, di alleanze, di introiti e di spese e di altre cose simili”.

Anonimo, da un frammento del II – III sec.

I filosofi si dividono, sostanzialmente, in due grandi campi avversi: gli analitici e i continentali. I primi analizzano nozioni e problemi in maniera scientifica, sono preminenti nei paesi anglosassoni, e hanno una filosofia nuova ogni volta che li si incontra. I secondi discutono le posizioni dei loro predecessori in maniera letteraria, dettano legge nella Vecchia Europa, e per tutta la vita professano al massimo una filosofia. A volte, però, le contrapposizioni manichee non fanno giustizia alle personalità complesse. E' il caso di Hilary Putnam, professore a Harvard, e uno dei più autorevoli filosofi contemporanei. Partito da posizioni analitiche, negli anni '60 Putnam ha abbracciato il marxismo ed è stato uno dei leader della contestazione contro la guerra in Vietnam. In seguito ha rivalutato il pragmatismo e la religione, e nel 1995 un suo epocale incontro con Jurgen Habermas ha mostrato la possibilità di una saldatura tra filosofia analitica e continentale. Putnam sarà a Perugia a metà ottobre, per una serie di conferenze su Etica senza ontologia. Noi l'abbiamo intervistato a Boston in occasione del suo settantacinquesimo compleanno.

Lei ha avuto due mostri sacri come Quine e Carnap per maestri e colleghi. Che ricordo ne ha?
"Quine! Che dire di qualcuno che è stato il tuo professore fin dal primo anno di dottorato, e poi tuo collega per 35 anni? Era nato nel 1908, e lo vedo come un uomo della Belle Epoque. Sia come filosofo che come persona, era unico: un vero "gentleman". Amava la compagnia, possedeva un vero arsenale di argomenti interessanti, ma non cercava solo di impressionare: considerava la buona conversazione come un fine. Che si fosse o no d'accordo con lui, si era intimoriti dalla forza del suo pensiero, e non poteva non piacere.
"L'ho conosciuto nel 1953 a Princeton, quando arrivai come assistente, e siamo subito andati d'accordo. Era un essere affettuoso e senza pretese, con un meraviglioso senso dell'umorismo. Amava le discussioni, e le sue obiezioni mi hanno abituato a pensare attentamente prima di parlare. Da parte sua, non aveva paura di cambiare opinione. Non condividevo la maggior parte delle sue posizioni, ma è stato uno dei migliori filosofi che abbia mai incontrato. Certamente, uno dei più amabili".

Dopo aver vissuto per mezzo secolo sulle "barricate filosofiche", quale considera la figura filosofica più rappresentativa della seconda metà del Novecento?
"Non credo che esista un filosofo veramente rappresentativo degli ultimi cinquant'anni: ci sono state troppe scuole e troppi movimenti. Molti, però, sono stati influenti. Carnap, ad esempio: le sue idee hanno dominato la filosofia della scienza fino agli anni '50, e poi sono diventate il bersaglio delle critiche successive. Wittgenstein è stato certamente una figura dominante, e continua a essere studiato e discusso nel mondo anglosassone e, recentemente, in Francia. Quine ha avuto grande impatto negli Stati Uniti. Anche Fodor ha una certa influenza, ma io la considero negativa: la sua è una fantafilosofia che pretende di offrire soluzioni "scientifiche" a problemi filosofici.
"Fra i continentali, Habermas è importante, benché i suoi oppositori non discutano le sue idee, e si limitino a farne delle caricature. In Francia ci sono stati molti personaggi influenti. Ad esempio, benché siano un po' troppo relativisti per i miei gusti, io ho trovato utile studiare Derrida e Foucault".

Passando al suo lavoro, lei ha incominciato come logico matematico, e così hanno fatto Quine, Dummett e Kripke. Si tratta di una coincidenza, o la logica matematica è la via regia per la filosofia (analitica)?
"Lo è stata al tempo di Quine, ma non credo lo sia più ora. Certo rimane uno strumento indispensabile".

A proposito di matematica, è possibile capire i classici (Platone, Cartesio, Kant) senza conoscerla? E se no, perché non fa parte del curriculum dei filosofi?
"So bene che lei non è d'accordo con me, ma non penso che sia indispensabile conoscere la matematica per capire la maggior parte di Platone o Kant. Certo, chi non conosce la fisica matematica del tempo di Kant perderà un pezzo importante della sua opera, ma non sarebbe realistico pretendere di insegnarla a ogni studente. Quanto a Cartesio, i problemi scettici che egli solleva sono universalmente accessibili. La sua metafisica richiede invece dettagli sulla fisica dei vortici, ma quelli ormai non li conosce più neppure un matematico di professione".

Negli anni '60 lei ha proposto una nuova teoria della mente, oggi nota come "funzionalismo", basata sull'analogia con i programmi di computer. Che ne pensa oggi, dopo quarant'anni?
"Il funzionalismo è riuscito a porre un altro piatto nel menu della filosofia della mente. Di positivo, ci ha mostrato che possiamo vedere le nostre proprietà mentali come esercizi di coinvolgimento dell'organismo nel mondo: una versione moderna di ciò che Aristotele chiamava "ilomorfismo". Di negativo c'era che costituiva ancora una forma di riduzionismo".

A proposito di computer, come giudica gli obiettivi originali e le realizzazioni attuali dell'Intelligenza Artificiale, da un punto di vista filosofico?
"Penso che lo slogan "Intelligenza Artificiale"' sia una forma disonesta di pubblicità. Si tratta solo di "Ingegneria del Software": utile, ma certo non intelligente. I computer simulano in maniera banale, oltre che antiquata, i processi di comprensione e di apprendimento. Pensare di replicare l'intelligenza umana su queste basi è pura fantascienza. Non parliamo, poi, addirittura di migliorarla".

Forse il suo più famoso argomento degli anni '80 è stata la dimostrazione che non siamo "cervelli nella vasca". Trova ancora soddisfacente questo argomento antiscettico? E i suoi critici si sono convinti?
"Se fossimo cervelli in una vasca, attaccati a un computer, il nostro mondo esterno sarebbe un'illusione, e ogni nostra affermazione su di esso dovrebbe essere falsa. In particolare lo sarebbe anche quella che dice che siamo cervelli nella vasca, che invece è vera. Io sono ancora soddisfatto di questo argomento, ma alcuni critici continuano a non essere convinti".

Negli anni '90 lei è tornato alle origini della filosofia americana, rivalutando il pragmatismo. Uno dei suoi obiettivi era "fare giustizia del modo in cui la gente sperimenta il mondo". Non le sembra, però, che la più grande "ingiustizia" venga perpetrata quando si cessa di indirizzarsi all'uomo comune, per rivolgersi ai filosofi professionisti?
"Io concordo con Kant, che diceva che la filosofia deve parlare all'uomo comune, ma anche mirare alla sistematicità e al rigore. Il che significa che, a volte, bisogna affrontare problemi specialistici. Senza rivolgersi all'uomo comune, si perde rilevanza. Ma rivolgendosi solo a lui, si perde rigore".

Più specificamente, non crede che il disinteresse degli scienziati per la filosofia della scienza sia dovuto al fatto che essa non affronta i problemi che interessano a loro? E che la "vera" filosofia della scienza sia fatta internamente, dai matematici e dagli scienziati stessi?
"Al contrario. Oggi sono principalmente i filosofi a interessarsi alle famose discussioni fra Hilbert e Brouwer, o Einstein e Bohr, così come ai teoremi di Godel e Bell. I fisici non affrontano i problemi fondazionali, perché non fanno vincere il Premio Nobel. Ma l'idea stessa di "discussioni interne" puzza di servitù accademiche troppo rigide. Einstein era amico di Reichenbach, e discuteva con lui senza snobbarlo. Abbiamo bisogno di interdisciplinarietà, non di matematici e fisici che guardano dall'alto in basso i filosofi che si preoccupano dei problemi che essi stessi hanno spazzato sotto il tappeto per mezzo secolo".