I fondamenti della letteratura

Piergiorgio Odifreddi

letteratura

La scheda dedicata a Raymond Queneau sul sito dell’Oulipo, di Hervé Le Tellier
Raymond Queneau è stato il fondatore dell’l’Oulipo, nel 1960, insieme a François Le Lionnais. Nato a Le Havre nel  1903 (« Mia madre e mio padre erano entrambi commercianti/ frementi di gioia»), Queneau incontra il surrealismo nel 1924, e partecipa a tutte le attività del gruppo prima di rompere con  André Breton, nel 1929. Frequentatore assiduo dei corsi di Alexandre Kojève dedicati a Hegel, effettua delle ricerche sui « fous littéraires », e il suo interesse per la matematica aumenta (nel 1948 entrerà nella Société Mathématique de France). Le Chiendent, pubblicato nel 1933, esplora già il linguaggio e, al di là di una complessa struttura del romanzo tradizionale, si interroga, non senza pudore, sul senso della vita. I romanzi successivi nascono dalla sua esperienza personale, come una serie di elementi di una psicoanalisi iniziata nel 1932. La sua opera, dapprima pessimista, si tinge poco per volta di uno  humour complicato: Pierrot mon ami (1943) presenta un Pierrot, una specie di doppio di Queneau, distaccato e  naïf, che preannuncia il Valentin della Dimanche de la vie (1952). Con gli Exercices de style (1947) arriva il successo popolare. Entra nel 1950 ala Académie Goncourt e al Collège de pataphysique, dove avrà il titolo  di “Transcendant Satrape”. Dirige la redazione della Encyclopédie de la Pléiade, e Zazie dans le métro, pubblicato nel 1959 gli porta la celebrità. Nel 1960, con l’Oulipo, si interessa alle opere « potenziali » con i Cent mille milliards de poèmes che ne sono il miglior esempio. La sua preoccupazione per la forma, le strutture narrative, talvolta nascoste, sono al centro del suo lavoro, come rivela egli stesso in  Entretiens avec Georges Charbonnier (1962). La sua ultima opera, Morale élémentaire, presenta una nuova forma, invariabile, che in seguito verrà ripresa dagli oulipiani. Queneau muore a Parigi nel 1976.

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I Fondamenti della letteratura
Piergiorgio Odifreddi

Verso il 300 prima della nostra Era, quel classico dei classici che sono gli Elementi di Euclide ridusse la matematica alla geometria, e la geometria a cinque postulati:

letteratura1) Per ogni coppia di punti esiste un segmento che li unisce.
2) Ogni retta è illimitata, nel senso che ogni segmento è estendibile.
3) Per ogni punto e ogni segmento esiste un cerchio che ha il punto come centro e il segmento come raggio.
4) Gli angoli retti sono tutti uguali.
5) Se due rette formano da una parte di una trasversale angoli coniugati interni la cui somma è minore di due retti, esse si incontrano da quella parte della trasversale.

Nel 1899, quel classico dei moderni che sono i Fondamenti della geometria di David Hilbert raffinò la formulazione di Euclide in un sistema di una ventina di assiomi, suddivisi in cinque gruppi: di incidenza, di ordine, di congruenza, di continuità e di parallelismo. Ad esempio, gli assiomi di incidenza affermano che per ogni coppia di punti esiste una e una sola retta che passa per essi, su ogni retta stanno almeno due punti, e ci sono almeno tre punti che non stanno sulla stessa retta. Dagli assiomi di ordine si può dedurre il teorema che tra due punti ce ne sono sempre infiniti altri. E l'assioma di parallelismo, equivalente al quinto postulato di Euclide, afferma che data una retta e un punto fuori di essa, esiste una e una sola retta parallela alla retta data e passante per quel punto.

letteraturaL'assiomatizzazione di Hilbert era puramente formale, e non definiva in alcun modo i concetti di «punto», «retta» e «piano»: al loro posto si potevano utilizzare nozioni arbitrarie, purché soddisfacenti alle proprietà enunciate dagli assiomi, ed esse avrebbero automaticamente soddisfatto anche alle proprietà enunciate dai teoremi. Hilbert illustrò questo aspetto in maniera memorabile un giorno che, insieme ai colleghi coi quali aveva assistito a una conferenza di geometria a Halle, sedeva al bar della stazione di Berlino in attesa del treno per tornare a Königsberg: in quell'occasione, disse appunto che i teoremi della geometria dovevano continuare a valere anche se, al posto di «punti», «rette» e «piani», si fosse parlato di «tavoli», «sedie» e «boccali di birra».

Nel 1976 Raymond Queneau, forse dopo essere stato pure lui al bar e aver gustato un boccale di troppo, lo prese in parola e pubblicò, nel terzo dei fascicoli della Biblioteca Oulipiana, un lavoro paradossale su I fondamenti della letteratura secondo David Hilbert, nel quale presentava un'assiomatica della letteratura ottenuta sostituendo i concetti geometrici di «punto», «retta» e «piano» con quelli linguistici di «parola», «frase» e «paragrafo».

I primi due postulati di Euclide, così come gli assiomi di incidenza di Hilbert, si prestano facilmente allo scopo. Da essi apprendiamo, anzitutto, che per ogni coppia di parole esiste una e una sola frase che le contiene entrambe. Ora, che si possa formare una frase con due parole è evidente: la verifica di Queneau è che, date le parole «la» (articolo) e «la» (nota), esiste la frase «la violinista dà il la al cantante». Ma è sorprendente che di tali frasi ce ne sia una sola! Ad esempio, se si pensa a due parole come «ramo» e «lago», una volta scritta una frase che le contenga entrambe, come «quel ramo del lago di Como», tutte le altre frasi come «quel ramo del lago di Garda», o «questo ramo del lago di Como», non sono che pseudofrasi, da rigettare in base all'assioma: ovvero, e per fortuna, non si scrivono mai due volte I promessi sposi.

Gli assiomi successivi affermano che ogni frase contiene almeno due parole, e che ci sono almeno tre parole che non stanno nella stessa frase. Da un lato, dunque, espressioni come «Sí», «No», «Mah?», «Boh?», «Dio!», «Madonna!» e simili, non sono frasi. E, dall'altro lato, il fatto che il Manzoni abbia fallito nei suoi insistenti tentativi di comporre frasi che contenessero tutte le parole della lingua italiana, non è da imputare non a una sua insufficiente prolissità, ma solo a una assiomatica impossibilità. A proposito dei due assiomi in questione, si deve comunque notare che essi sono metafrasi, ma non frasi: altrimenti andrebbero contro il precedente assioma, che impedisce a due frasi diverse di contenere le stesse parole (nella fattispecie, «frase» e «parole»).

Il teorema che si dimostra a partire dagli assiomi di ordine afferma sorprendentemente che tra due parole ce ne sono sempre infinite altre, benchè a prima vista sembri che ogni frase ne contenga soltanto un numero finito. La soluzione di Queneau all'apparente dilemma è strettamente geometrica: secondo lui, sull'esempio della vecchia geometria proiettiva, dobbiamo far appello a «parole all'infinito». Ovvero, la maggior parte delle infinite parole che il teorema assicura essere presenti in ciascuna frase, stanno appunto all'infinito e non sono leggibili a distanza ravvicinata: il che attribuisce all'oscurità proiettiva della letteratura, e non all'incapacità espressiva dei letterati, la condanna dei testi letterari a dire sempre molto meno di quanto avrebbero potuto e dovuto.

Per l'assioma di parallelismo, infine, data una frase e una parola non contenuta in essa, esiste una e una sola frase che contiene quella parola, e non ha parole in comune con la frase data. Ad esempio, prendiamo dal Primo Canto della Divina Commedia la frase «Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in una selva oscura, ché la diritta via era smarrita», e la parola «amara»: la frase «Tant'è amara che poco è più morte, ma per parlar del ben ch'io vi trovai, dirò de l'altre cose ch'io v'ho scorte» soddisfa i requisiti dell'assioma, perché non contiene parole contenute nella prima frase, e non ci sono nel Primo Canto altre frasi che contengano la parola «amara» (gli altri canti non contano, perché come una retta e un punto fuori di essa determinano un unico piano, così una frase e una parola non contenuta in essa devono determinare un unico canto).

Finora ci siamo limitati alla trasposizione letteraria delle rette, che sono gli enti geometrici rappresentabili algebricamente con equazioni di primo grado. Queneau conclude la sua analisi notando che, quando si passa alle equazioni di secondo grado e alle relative coniche, non c'è nemmeno più bisogno di trasposizioni, perché ci si trova direttamente nel regno della retorica: infatti, «le ellissi, le iperboli e le parabole sono tutte figure familiari allo scrittore, benché ai nostri giorni l'ellisse sia rara, la parabola inutilizzata (da circa duemila anni) e l'iperbole moneta corrente».

Piergiorgio Odifreddi

 

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Il gruppo dell’Oulipo à Boulogne, avenue de la Reine, il 23 settembre 1975, nel giardino della casa di François Le Lionnais. Al centro Raymond Queneau e François Le Lionnais, al suo fianco, con un giornale in mano. All’estrema sinistra Italo Calvino.

 

In rete e in libreria

Raymond Queneau sulla Wikipedia:
http://it.wikipedia.org/wiki/Raymond_Queneau

E la scheda dedicata all’Oulipo:
http://fr.wikipedia.org/wiki/Ouvroir_de_litt%C3%A9rature_potentielle

Oeuvres complètes I: Poésies, a cura di Claude Debon, Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard, 1989

Il pantano, traduzione di Fernanda Pivano, Einaudi, 1948

I fiori blu, tradotto da Italo Calvino,Einaudi, 2005

Zazie nel metró, Einaudi, 2005 
Portato sullo schermo da Louis Malle

Esercizi di stile, Traduzione di Umberto Eco, a cura di Stefano Bartezzaghi, Einaudi, 2008

Sei minuti di Zazi dans la metro, il film di Louis Malle:
http://www.youtube.com/watch?v=00d_XAvG190

Cento, mille, miliardi di poesie di Queneau:
http://www.pleinde.biz/Queneau/

Il sito dell’Oulipo (acronimo di Ouvroir de Littérature Potentielle, ovvero “Officina di letteratura potenziale”) :
http://www.oulipo.net/

Nella sezione ANTOLOGIA di Polymath si veda la presentazione di Les nombres remarquables di François Le Lionnais, fondatore con Queneau dell’Oulipo.