INTERVISTA A JACQUES ROUBAUD

di Piergiorgio Odifreddi

LA REPUBBLICA, 13 agosto 2010

 

Roubaud
Roubaud

Jacques Roubaud, poeta, scrittore e docente di Matematica, è nato il 5 dicembre 1932 a Caluire-et-Cuire. Ha prodotto varie opere, romanzi, poesie, scritti autobiografici e saggi. Nel 1966 aderì all’Oulipo, presentato da Raymond Queneau, e nel 1981 fondò ALAMO l'Atelier de Littérature Assistée par les Mathématiques et les Ordinateurs. Fino al 2001 è stato il direttore dell’EHESS, l’École des Hautes Etudes En Sciences Sociales.

Quest'anno si celebrano i cinquant'anni dell'Oulipo: la singolare congrega di letterati e matematici fondata nel 1960 da Raymond Queneau e François Le Lionnais, della quale hanno fatto parte scrittori del calibro di Georges Perec e Italo Calvino. Contemporaneamente, si celebrano anche i vent'anni dell'Oplepo, l'Opificio di Letteratura Potenziale che ne è la versione italiana, e che Edoardo Sanguineti ha presieduto fino alla sua recente scomparsa.

Dei membri storici dell'Oulipo, Jacques Roubaud è l'esponente più noto è apprezzato, oltre che il più rappresentativo del crocevia fra matematica e letteratura che ha caratterizzato la congrega. Egli ha infatti studiato la prima con bourbakisti quali Laurent Schwartz, Claude Chevalley e Alexandr Groethendieck. E ha praticato la seconda in innumerevoli opere, alcune delle quali tradotte in italiano: ad esempio, i deliziosi romanzi La bella Ortensia e Il ritorno di Ortensia.

 

In che modo la matematica ha ispirato e diretto la sua produzione letteraria?
Ho cominciato a far poesia nel 1961, rifiutando tutto ciò che avevo scritto fino ad allora, sotto l'influenza di varie tendenze surrealiste. In quel momento avevo ancora grande rispetto per il metodo assiomatico, e me ne sono ispirato per la concezione e la realizzazione del mio primo libro, Epsilon, che mi ha impegnato per cinque anni. Non volevo che fosse soltanto una raccolta di poemi, bensí qualcosa che avesse una struttura esplicita, in cui ciascun testo avesse senso non soltanto individualmente, ma anche per la sua collocazione nell'insieme.

Una struttura matematica, intende?
No, non ci sono ancora in Epsilon applicazioni o trasposizioni dirette di strutture o risultati matematici, come nei miei lavori successivi. Piuttosto, mi sono scelto una forma poetica antica, la forma-sonetto, di cui la tradizione presenta molte varietà: all'italiana (Petrarca), alla francese (Ronsard), all'inglese (Shakespeare) ... E ci sono molte sottovarietà, basate sulle differenze di rima, metro, disposizione delle strofe ... Io ne ho fatto un'esplorazione più o meno esaustiva.

E il titolo Epsilon da dove arriva?
Da un parallelo con gli Elementi di matematica del Bourbaki: il simbolo di appartenenza della teoria degli insiemi diventava l'appartenenza di un «io», colui che parla nei poemi, al «mondo». Ogni parte del libro aveva poi per titolo un altro simbolo della teoria degli insiemi o della logica predicativa, metaforicamente interpretato.

L'ordine di presentazione dei poemi, invece, qual è?
Mi venne l'idea di evitare, almeno parzialmente, il carattere statico del libro tradizionale di poesie, proponendo una lettura corrispondente a una partita di Go. Chevalley mi aveva regalato una serie della rivista Go Review, e in suo onore decisi di seguire una partita che mi aveva commentato lui stesso. Per due anni, nel 1965 e 1966, scrissi la restante metà dei poemi in funzione della loro interpretazione in termini di questa partita.

Come ha fatto a pubblicare un'opera cosí complessa?
Già, a chi potevo inviare quella bizzarría esotica, una vera marmellata linguistica? C'era una sola persona che avrebbe potuto non buttare immediatamente il manoscritto nel cestino: Raymond Queneau. Gliel'ho mandato, e ho aspettato. Dopo due o tre settimane mi ha convocato nel suo ufficio, e un bel giorno d'aprile del 1966 ho spinto l'augusta porta dell'editore di tanti poeti, e sono stato ammesso tremante alla presenza dell'autore della Piccola cosmogonia portatile: perchè era quel Queneau che andavo a trovare.

E cosa successe?
Mi accolse con la sua usuale cortesia. Parlammo, ma non di poesia: di matematica. Fu molto interessato nel sapere che ero un categorista, e mi accorsi che conosceva molta più matematica di quanto già pensassi dopo aver letto Segni, cifre e lettere. E dopo un bel po', mi preparai ad andarmene. Quand'ormai ero sulla porta, mi disse che aveva letto i miei poemi, e che li avrebbe proposti per la pubblicazione a Gallimard.

Quali sono i suoi migliori ricordi di lui?
Quelli delle riunioni dell'Oulipo, dove ho potuto approfittare della sua costante benevolenza e dei suoi consigli di lettura: ad esempio, L'arte della memoria di Francis Yates. Ma tra quei momenti, quelli meglio incisi nel mio ricordo sono alcuni scambi tra lui e Calvino. Entrambi erano in genere taciturni, ma quando parlavano, non era certo per non dire niente: immaginiamo, poi, quando parlavano tra loro! Allora tutti i giovani dell'Oulipo, in genere molto più baldanzosi, tacevano e ascoltavano.

Più in generale, qual è stata l'evoluzione dell'Oulipo nei quarant'anni in cui lei ne ha fatto parte?
Ci sono stati tre periodi: prima, durante e dopo Perec e Calvino. Il primo periodo fu quello della fondazione. L'accento era quasi esclusivamente sulla combinatoria, e l'opera di riferimento è Centomila miliardi di poemi di Queneau.
Il secondo periodo ha visto l'apparizione delle prime opere significative, da La scomparsa di Perec a Il castello dei destini incrociati di Calvino. Perec fu il primo esempio di autore veramente oulipiano, anche un po' maniacale, e fece fare un passo avanti considerevole alla scrittura sotto costrizioni.

E Calvino?
L'ho sempre considerato un oulipiano, almeno dopo la sua famosa trilogia di Il visconte dimezzato, Il barone rampante e Il cavaliere inesistente. Fu il primo vero rappresentante dell'Oulipo semantico, complementare a quello combinatorio, e basato sulla narrazione assiomatica rivendicata da Henry James in L'immagine nel tappeto.

E il terzo periodo dell'Oulipo?
E' quello odierno, ormai divenuto un'impresa autonoma di esplorazione letteraria, e non più soltanto un punto di contatto secondario di tre individualità geniali, alle quali Queneau avrebbe voluto aggiungere Julio Cortazar come quarto moschettiere. Solo negli ultimi vent'anni la scrittura sotto costrizioni è diventata veramente produttiva e collettiva, ha sfondato le barriere nazionali francesi per diventare internazionale, ha animato laboratori di scrittura e organizzato letture pubbliche.

Dopo quarant'anni di esperimenti, sia individuali che collettivi, che ruolo pensa la matematica possa giocare in letteratura?
Io credo che l'utilizzazione di modelli matematici per la composizione di testi letterari, che è una delle maggiori originalità del progetto oulipiano originale, sia stata appena abbozzata. Oltre agli strumenti già impiegati nel passato (permutazioni, successioni rimarchevoli di interi, strutture algebriche elementari), l'Oulipo si è oggi rivolto verso altre famiglie di strumenti, dalla probabilità alla logica.

E, forse meno convenzionalmente, che ruolo può giocare la letteratura in matematica?

Non saprei. Certo, l'esempio dell'n-ina, che è una generalizzazione della sestina classica, mostra come delle particolari costrizioni possano dar luogo a problemi di natura tipicamente matematica, non sempre facili da risolvere. Ma questo è vero, più o meno, di ogni attività. Per ora, non mi sento di affermare che la matematica troverà un giorno problemi veramente interessanti, originati da costrizioni oulipiane. Ma non mi sento di affermare neppure il contrario.