Wendelin Werner

di Piergiorgio Odifreddi

Werner Werner
Werner
Werner

Wendelin Werner è nato in Germania nel 1968. Ha preso la cittadinanza francese nel 1977. Ha vinto la medaglia Fields nel 2006. Attualmente insegna all'Università di Parigi Sud e anche alla École Normale Supérieure. E’ il più giovane membro della Académie des Sciences.

 

Se qualcuno mi chiede a che cosa possa servire l’insegnamento della matematica alle superiori per chi, nel suo lavoro, non avrà mai bisogno di conoscenze scientifiche, una delle mie risposte è che la scienza consente di formare dei buoni cittadini: la sua conoscenza consente di distinguere un ragionamento corretto, motivato da uno costruito apparentemente come un ragionamento, ma falso e sbagliato.

Wendelin Werner, dalla lettera aperta a Sarkozy

Wendelin Werner
io, matematico famoso, grazie a Romy Schneider

La Repubblica — 24 agosto 2010
http://www.repubblica.it/
PIERGIORGIO ODIFREDDI

 

La medaglia Fields è l’analogo del premio Nobel per la matematica. Viene assegnata ogni quattro anni, al Congresso Internazionale dei Matematici, e le prossime quattro saranno annunciate il 19 agosto a Hyderabad, in India.
Fino ad allora Wendelin Werner rimarrà uno dei quattro vincitori incombenti, avendo ricevuto l’ambito premio il 22 agosto 2006 a Madrid.
Werner, un matematico francese di origine tedesca, ha partecipato il 14 luglio 2010 alla Milanesiana. E ha stupito tutti per la sua simpatia e la sua freschezza, lontane anni luce dallo stereotipo del matematico. Uno dei motivi per cui Werner se ne discosta, è che ha recitato nel 1982 in La signora è di passaggio, con Romy Schneider e Michel Piccoli.

Com’è successo, che lei sia finito a fare un film?
Oh, è molto semplice. La produzione voleva un ragazzino che suonasse il violino, e vennero a cercarlo alle prove dell’Orchestra Giovanile. Chiesero chi era interessato a recitare in un film, e tutti alzarono la mano. Meno due, tra cui io. Ma mentre stavo ritirando il violino per tornare a casa, dopo la prova dell’Orchestra, il produttore venne da me e mi disse che potevo almeno provare a fare il provino, che sarebbe stato divertente, eccetera.
Dire di no è una buona strategia per essere scelti, dunque?
La mia non era pretattica: io non ero veramente interessato a fare l’attore! Ma forse proprio questo mi permise di fare il provino molto rilassato, e venni scelto.
Che età aveva?
Tredici anni.
E come fu l’esperienza?
Interessante, ma mi resi subito conto che era una cosa da non ripetere. Ci pensai, naturalmente, perché a quell’età si cerca di capire cosa si vorrà fare da grandi, e dopo quel film avrei potuto pensare di continuare la carriera cinematografica.
Com’erano state le recensioni?
Buone, direi. Anche se la mia non era stata una vera recitazione: avevo solo dovuto interpretare me stesso, e l’unica difficoltà consisteva nel non sentire la presenza della cinepresa. Ma dopo la fine delle riprese capii che preferivo studiare matematica o fisica.
Il film cambiò il suo rapporto con gli amici?
Questa è una delle cose che mi diedero più fastidio. Prima ero solo uno studente come gli altri, ma tutto d’un colpo mi ritrovai a essere una piccola star. L’intera scuola andò a vedere il film, e dopo tutti mi guardavano in modo strano. Una sensazione terribile.
Non le piaceva, la notorietà?
Per niente! E a contribuire all’immunizzazione ci fu anche il trattamento che vidi riservare a Romy Schneider. Lei aveva appena perso suo figlio, e si sarebbe suicidata un paio di mesi dopo. Durante le riprese era praticamente perseguitata dai giornalisti, che cercavano di rubare una sua foto in lacrime, o di strapparle una dichiarazione. Non ci voleva molto a capire che essere molestati da paparazzi e giornalisti non era una bella prospettiva di vita.
Con la medaglia Fields, però, i riflettori si sono accesi un’altra volta.
E’ abbastanza ironico, che io abbia scelto di fare matematica per rimanere in un ambiente in cui mi potevo sentire al riparo da queste cose, e che poi sia successo di nuovo.
Forse in modo un po’ diverso.
Sicuramente meno ossessivo. Ma anche più tangenziale: in fondo, la matematica non interessa direttamente il pubblico, e quindi nelle interviste si finisce di parlare d’altro.
Di cinema, ad esempio.
Appunto. O anche peggio, a causa della percezione che si ha del matematico, come di un matto. Ad esempio, si va a vedere se uno non si taglia le unghie. O perché non accetta la medaglia Fields, come fece Perelman proprio quando la diedero anche a me. Naturalmente, senza mai interessarsi di cosa si è fatto per meritarla.
Lei cosa ha fatto, per meritarla?
Ah, questa `e l’altra faccia della medaglia! So benissimo che, se incomincio a spiegarlo, i lettori smettono di leggere. Anche perché c’è una percezione  completamente distorta di ciò che noi matematici facciamo, e dell’impatto che abbiamo sul mondo reale. In genere ci sono due tipi di reazioni. Una è di delusione, tipo: “Tutto qui?”. L’altra di rigetto, tipo: “Che cavolo sta dicendo?”.
Proviamoci ugualmente.
Il mio lavoro cerca di capire i sistemi apparentemente casuali, che spesso si originano nello studio della fisica. Come d’altronde la maggior parte dei problemi matematici, anche se oggi ci sono molti input che arrivano dall’economia, dalla biologia e dall’informatica.
In particolare, cosa studia?
Ad esempio, le transizioni di fase. Cioè i cambiamenti repentini della struttura di un sistema, che si verificano quando si raggiunge una certa temperatura critica: tipo il congelamento dell’acqua a zero gradi, o l’evaporazione a cento. Ci sono fenomeni universali che si verificano nel momento delle transizioni di fase, e io ho lavorato su quelli che si situano sulla linea di confine tra l’analisi complessa e la teoria della probabilità.
Di recente lei è tornato al cinema, però, proprio grazie alla teoria della probabilità.
Beh, non direi “tornato al cinema”. Non ho fatto praticamente niente!
Semplicemente, nel Racconto di Natale, il regista Arnaud Desplechin ha affrontato una serie di problemi di famiglia, cristallizzati simbolicamente e praticamente in una malattia genetica. E come succede tristemente in queste cose, c’era da affrontare il problema delle statistiche relative all’efficacia di terapie come i trapianti. A un certo punto, nel film appare un matematico che spiega le problematiche relative, e affronta anche un po’ la storia della probabilità.
Che, in fondo, è nata in Francia.
Infatti volevano citare il problema di Chevalier de Méré, la corrispondenza di Pascal e Fermat, eccetera. Avevano un po’ le idee confuse, però, e chiesero una consulenza a un mio amico, che mi portò con sé. Ma tutto si risolse in una mattinata di consulenza.
E hanno seguito i vostri consigli?
Sì. Addirittura, nel film hanno lasciato una lavagna su cui il mio amico aveva scritto delle formule, che sono perfettamente corrette e sensate! Questo è sorprendente, perché in genere in un film non si curano questi aspetti: è più tipico vedere un attore che suona un violino, e lo tiene in mano come uno studente che ha cominciato a studiarlo da due settimane.
L’esempio non è casuale, credo. Che ruolo ha avuto il violino nella sua vita?
Mi sono diplomato al Conservatorio. E ho continuato a suonare, in particolare  in un quartetto d’archi di matematici. Che è un modo per non sprecare lo studio che si è fatto, quando non si diventa musicisti professionisti.
Qual è la connessione tra la musica e la matematica?
Viste dal di fuori, sono entrambe attività astratte. Guardandole dal di dentro, ci sono somiglianze strutturali, ma io preferisco non enfatizzarle troppo. Personalmente, sono più interessato al fatto che tra la musica e la matematica non ci siano conflitti, e si possano dunque praticare entrambe. In fondo, non ci si può veramente concentrare su dei problemi matematici per più di qualche ora al giorno, e la musica aiuta a dirottare la mente altrove, in maniera intellettualmente stimolante.
Lei trova ancora il tempo di esercitarsi?
Poco. Anche perché se uno ha dei figli, non è una bella cosa passare le
poche ore libere dal lavoro chiudendosi in una stanza a suonare, invece di stare con loro.
Lei sembra aver avuto tutto dalla vita: due figlie, la medaglia Fields, un film con Romy Schneider, i quartetti d’archi. Cosa le rimane da fare, nei suoi secondi quarant’anni?
Mah, sa, uno può prendere il premio Nobel, e poi traumatizzare l’intera famiglia. Per me la medaglia Fields non conta più di tanto. Naturalmente, è una bella cosa veder riconosciuto e premiato il lavoro che si fa. Ma dopo rimane da fare, come per ciascuno di noi, ciò che è veramente importante nella vita: cercare di essere brave persone, gentili con il prossimo e utili alla società.

Werner

Un fotogramma del film La signora è di passaggio, 1982. Romy Schneider e Wendelin Werner.

Lettera aperta al presidente Nicolas Sarkozy, pubblicata da Le MONDE, 19 febbraio 2009. E’ una critica al Presidente nei suoi rapporti con i ricercatori e la difesa della cultura matematica.

Non avrei mai immaginato di trovarmi un giorno nella situazione in cui mi trovo oggi, scrivere una lettera al presidente della Repubblica francese: quello che mi interessa per prima cosa, e quello a cui ho deciso di dedicare la mia vita professionale, è riflettere sulle strutture matematiche, di parlarne con i miei colleghi in Francia e all’estero e di insegnare ai miei studenti. Ho avuto il privilegio di vedere i miei lavori ricompensati con un premio importante. E questo mi dà una certa responsabilità di fronte alla mia comunità e mi consente d’altra parte di essere un po’ più ascoltato dai mezzi di comunicazione e dal potere politico.
Come ha scritto il sociologo tedesco Max Weber, nel suo libro Lo scienziato e il Politico, al quale Barack Obama ha fatto un implicito riferimento nel suo discorso d’insediamento, noi dobbiamo condividere un’identica etica di responsabilità. E’ in nome di questa che oggi mi rivolgo a voi.
Probabilmente voi non riuscite a valutare la diffidenza quasi unanime nei vostri confronti che si è stabilita all’interno della nostra comunità scientifica. Nell’unica occasione nella quale noi abbiamo potuto scambiare qualche parola, voi mi avevate detto che era importante arrivare a parlarsi francamente, al di là delle divergenze, perché in questo modo si può progredire. Permettetemi quindi di esprimermi ancora, ma pubblicamente questa volta.
Io mi sento d’altra parte autorizzato per quanto avevate detto nel discorso che avevate pronunciato l’anno scorso in occasione della vostra visita a Orsay, per festeggiare il premio Nobel Albert Fert: “Il  mio compito è impegnativo, perché ho voluto essere circondato dai più grandi ricercatori francesi, di cui voi fate parte, per vedere come si possa riformare il nostro strumento scientifico e renderne la guida la più efficace possibile. Io consulterò regolarmente gli scienziati, voglio sentire i loro consigli.” Dirò quindi quanto penso, senza timori e in tutta onestà.
Il vostro discorso del 22 gennaio ha, nel giro di qualche minuto, ridotto a zero la fragile fiducia che poteva ancora sussistere tra l’ambiente scientifico e il potere politico. C’era già una reazione ostile di una parte importante della nostra comunità ai diversi progetti presentati dal vostro governo e alla loro motivazione ideologica. Ma qui io voglio parlare soltanto del vostro discorso e delle sue conseguenze.
Tutti i colleghi che lo hanno sentito, in diretta o su Internet, sia di destra che di sinistra, in Francia o all’estero (veda la reazione della rivista Nature) sono unanimemente sconvolti e scandalizzati. Molte persone presenti quel giorno all’Eliseo mi hanno detto che erano tentati dall’uscire ostentatamente dalla sala, e le reazioni indignate si sono moltiplicate nei giorni successvi.
Ricordiamo che voi vi siete rivolto a un pubblico in cui erano presenti molti scienziati, nel quadro solenne del palazzo dell’Eliseo. Tralascerei il tono amichevole e la sintassi approssimativa che fanno parte del bagaglio di aneddoti nei vostri confronti e   che sono stati già sufficientemente commentati altrove. Se qualcuno mi chiede a che cosa possa servire l’insegnamento della matematica alle superiori per chi, nel suo lavoro, non avrà mai bisogno di conoscenze scientifiche, una delle mie risposte è che la scienza consente di formare dei buoni cittadini: la sua conoscenza consente di distinguere un ragionamento corretto, motivato, da uno costruito apparentemente come un ragionamento, ma falso e sbagliato.
Il rigore e la ricerca necessari, la determinazione della verità scientifica, sono utili a ben altri livelli. I vostri discorsi contengono asserzioni false, generalizzazioni esagerate, semplificazioni eccessive, dubbi risultati di retorica, che lasciano perplesso qualunque scienziato. Parlate dell’importanza della valutazione, ma il modo in cui arrivate alle vostre conclusioni è proprio il tipo di ragionamento  frettoloso e tendenzioso contro il quale ogni scienziato e osservatore rigoroso deve lottare.
Molti di noi, credetemi, non hanno creduto alle proprie orecchie. Voi, che siete un abile uomo politico, e i vostri consulenti, che conoscono bene il mondo universitario, avrebbero dovuto per forza prevedere le conseguenze del vostro discorso. Non riesco a capire quale possa essere stato il motivo di tale brutalità e disprezzo (per riprendere i termini usati da   Danièle Hervieu-Léger, il presidente del comitato che avete messo a presiedere quel giorno), il cui effetto immediato è stato di ghiacciare completamente la situazione e di rendere impossibile qualsiasi rapporto sereno e costruttivo. Molti studiosi o colleghi di primo piano, scoraggiati, mi hanno fatto sapere, in questi ultimi giorni, che il loro desiderio in questo momento è di andare a lavorare all’estero. Confesso che per un attimo anch’io l’ho pensato, ascoltando il vostro intervento su Internet.
La scarsa considerazione che sembrate accordare ai valori del mestiere dello scienziato, che non si riduce alla caricatura che ne avete fatto – competizione e l’attrattiva di un guadagno – non può attirare i nostri giovani e brillanti studenti a impegnarsi su questa strada.  Il ministro e in vostri consulenti ci assicurano da più di un anno che vi augurate onestamente e sinceramente di poter aiutare la ricerca scientifica francese. Ma non ci riuscirete umiliando e intaccando il suo fondamentale motore: l’etica scientifica.
Come avete detto, la ricerca scientifica dev’essere una priorità per un paese come la Francia. Allo stato attuale delle cose, sembra che non sia più possibile per il vostro governo chiedere una prova di fiducia da parte della comunità scientifica.
Molti colleghi moderati e compiacenti esprimono ora il loro timore di essere strumentalizzati se accettano di partecipare a un dibattito o a una commissione. Il ministro della ricerca e il primo ministro hanno sicuramente coscienza della situazione senza via d’uscita nella quale le avete portati. Ho cercato di riflettere in questi ultimi giorni su quanto sia ancora possibile fare per salvare il salvabile e uscire da questa situazione di blocco in cui ci troviamo.
Un buon inizio per arrivare alla soluzione potrebbe essere quello di allontanare i consulenti che vi hanno aiutato a scrivere questo discorso e anche da coloro che non vi hanno avvertito delle possibili conseguenze di tali parole. Essi sono inoltre responsabili di questa  situazione di diffusa diffidenza nella quale ci troviamo in questi giorni e che il vostro intervento del 22 gennaio ha cristallizzato.
Essi hanno commesso, a mio avviso, un grave errore e d è una vostra regola precisa che ogni colpa meriti sanzioni appropriate. Questo permetterebbe alla nostra comunità di riavere qualche speranza e di lavorare per migliorare il nostro sistema in un clima più sereno, in modo meno ideologico e più trasparente.
Per me, è indispensabile ricreare le condizioni d’un vero dialogo.  L’organizzazione della ricerca e dell’insegnamento superiore è sicuramente un impegno urgente, ma come voi stesso avevate osservato un anno fa, di una estrema complessità. Questa riforma richiede intelligenza e serenità. Tocca soltanto a voi correggere il tiro.

Werner

Cedric Villani, medaglia Fields 2010 e Wendelin Werner medaglia Fields 2006, arrivano all’Eliseo per un pranzo di lavoro con il presidente Nicolas Sarkozy, il 7 settembre 2010.