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LA CHIESA

Alice Ravinale e Davide Malacrino

Il processo a Galileo: contesto storico e suo significato

La necessità di fare luce sul contesto.

Si tratta innanzitutto di chiarire tutti i fattori che contornano l'episodio storico del processo, che tutto sommato rimane un particolare imponente, ma pur sempre un particolare all'interno della più complessa vicenda galileiana. Un processo che non ha avuto una preoccupazione di carattere dogmatico, ma di carattere amministrativo.

Infatti, esso fu teso ad individuare il comportamento che lo stesso Galileo avrebbe dovuto tenere rispetto a quanto stabilito nel 1616, data del primo processo, che di fatto non fu celebrato, ma archiviato. Infatti, il cardinale Bellarmino, prefetto della congregazione del Sant'Uffizio, in quell'occasione si limitò a dare un precetto, un consiglio: quello di non pubblicare niente sulle nuove concezioni cosmologiche, se non quando fossero state rigorosamente e scientificamente dimostrate. Consiglio che Galileo violò nel 1632 pubblicando Il Dialogo sopra i Massimi Sistemi, ritenendo che Urbano VIII, l'antico amico Maffeo Barberini, che nel frattempo era diventato Papa, si sarebbe mostrato comprensibile. È solo a questo punto che Galileo cadde sotto i rigori dell'Inquisizione, che aprì un processo formale, terminato con la condanna e la richiesta dell'abiura. Rispetto a tale vicenda la Chiesa ha già riconosciuto il punto che considera negativo per quanto riguarda l'atteggiamento avuto dai cardinali dell'Inquisizione: quello di avere cercato di suffragare questo intervento di carattere amministrativo con una giustificazione di carattere teorico che era sostanzialmente sbagliata: cioè l'uso della Sacra Scrittura a conferma di una ipotesi scientifica. Secondo tale prospettiva, l'ipotesi tolemaica si sarebbe fondata oltre che su delle osservazioni di carattere scientifico anche sulla lettura che tradizionalmente il mondo cattolico faceva delle Scritture.

Occorre precisare subito che la Chiesa non ha sbagliato ad intervenire, perché, come si vedrà meglio in seguito, era corretto il sostanziale giudizio di non conferma scientifica della concezione copernicana, come è stato dimostrato dalla storia della scienza, dal momento che sono passati 150 anni prima che si sia potuto arrivare, attraverso la teoria dell'aberrazione della luce solare, all'affermazione incontrovertibile della teoria copernicana. Bisogna, infatti, tenere presente che nel processo non si è voluto dire che la posizione copernicana era sbagliata e quella tolemaica giusta. Si è, invece, voluto sostenere che la posizione copernicana non era ancora sufficientemente dimostrata scientificamente, rendendo quindi del tutto ingiustificato il cambiamento della visione scientifica, alla quale si appoggiava la Chiesa in quel momento. Ai tempi in cui i cardinali sono intervenuti la visione geocentrica era molto più scientificamente dimostrata di quella eliocentrica, non solo per l'autorevolezza della tradizione, ma anche per l'autorevolezza scientifica. I gesuiti del Collegio Romano, che erano il fior fiore della intelligenza cattolica del tempo, che hanno considerato il problema di Galileo con estrema apertura e simpatia, non hanno potuto non riconoscere che tutta la massa delle osservazioni del mondo scientifico di allora era contro le teorie di Galileo, non per partito preso, ma per la stringenza di osservazioni scientifiche.


L'errore fu quindi quello di mischiare indebitamente una visione di carattere teologico ad una visione di carattere esegetico. Facendo confermare la visione scientifica da una visione esegetica.

Se si vuole comprendere realmente quello che è accaduto occorre ricomporre il quadro senza cadere in letture semplicistiche che tendono a vedere da una parte la luce e dall'altra le tenebre. Occorre cioè superare un certo tipo di storiografia di cui è un esempio particolarmente significativo il seguente brano: "Galileo fu colui che volendo innovare il metodo di indagine nel regno della natura, trovò sulla sua strada la Chiesa cattolica ed il suo impianto oscurantista e repressivo, l'Inquisizione; da questa fu obbligato ad una umiliante autoaccusa e sottoposto ad una lunga e dura carcerazione. Ma il suo esempio fu accolto dagli spiriti più liberi d'Europa e consentì di aprire la strada a quel sapere scientifico che ha rimosso la superstizione ed ha beneficato l'umanità con i risultati delle sue scoperte" [cfr. Brandmüller, Galilei e la Chiesa ossia il diritto ad errare, cit. in L. Negri, Controstoria. Una rilettura di mille anni di vita della Chiesa, ed. San Paolo, Cinisello B. 2000, p. 60].

Per superare tale lettura ideologica occorre tenere presente il contesto in cui si svolsero i fatti.

Il particolare momento religioso e culturale e sociale in cui si svolge la vicenda galileiana.

E’ un momento particolarmente complesso e per certi aspetti particolarmente nervoso. Il XVII secolo inizia prendendo atto di ciò che è accaduto: la divisione sostanziale del mondo cristiano tra la nuova formulazione della religione, che si riferisce a Cristo e che è tradotta in termini moderni, il protestantesimo, e l'antica concezione, quella cattolica. Bisogna tenere conto di ciò perché esiste un forte nesso fra la visione religiosa e la visione culturale, socio-politica, connessione che a noi uomini del XX secolo può anche non piacere, ma che nel XVII sec. è presente.

L'Europa è divisa, si è persa l'unità culturale e religiosa dell'occidente, si è sviluppato un movimento di carattere socio-politico che tende ad una nuova Europa: l'esito della divisione culturale e religiosa sono quelle che impropriamente sono dette guerre di religione, che sono onde di assestamento di una nuova geopolitica.
In tale situazione una vicenda scientifica non può rimanere nell'ambito solamente scientifico. Oggi tra gli scienziati intorno alle visioni cosmologiche ultime ci sono probabilmente divisioni ben più radicali di quelle di allora, ma non hanno rilievo sulla vita della società, sull'impatto socio-politico. Oggi sono altri gli aspetti della scienza che hanno ripercussioni importanti sulla società, come ad esempio gli studi sul nucleare, che hanno reso possibile la bomba atomica, oppure gli studi di genetica che rendono possibile la manipolazione degli esseri umani. Non sono certamente le visioni cosmologiche.

Diverso era ai tempi di Galileo. Se teniamo presente ciò si capisce che Galileo è un personaggio le cui caratteristiche travalicano il problema scientifico. La Chiesa si è occupata di Galileo perché il problema scientifico era inserito in una situazione complessa, in cui era messa in questione la presenza della Chiesa, la sua capacità di missione, la sua capacità di informare la cultura. Occorre perciò inserire il problema scientifico che sorge intorno a Galileo in questo movimento di guerre di religione che culminano nella guerra dei Trent'anni. Guerra che finisce nel 1648, quindi contemporaneamente alla vicenda di Galileo, e si svolge con massacri nei confronti dei quali solo quelli della seconda guerra mondiale presentano drammi simili. Essa termina con i trattati di Westfalia. Il perno sul quale si costruisce la nuova situazione europea è sostanzialmente un principio anticattolico, quello del cuius regio eius et religio. Con questo principio si afferma la religione come fatto dello Stato: chi non la pensa come il principe deve andarsene.

Collegata a questa situazione di fondo va colto il problema esegetico. Galileo pone il problema esegetico con estrema intelligenza e la Chiesa lo ha riconosciuto non solo adesso ma già allora. La Chiesa ha riconosciuto che nelle due famose lettere a Benedetto Castelli e alla Granduchessa Cristina di Lorena, è indicata una visione dei problemi esegetici decisamente importante: cioè l'esegesi non c'entra con la scienza, la scienza non c'entra con l'esegesi, si tratta di due ambiti completamente distinti. L'esegesi è una lettura, un'interpretazione della parola di Dio, che segue certi metodi, certe regole, una propria metodologia. Essa deve cercare di spiegare quello che Dio chiede agli uomini, come Dio si rivela. Nella visione galileiana, che è una visione in qualche modo già influenzata dal protestantesimo, la Parola di Dio è intesa più come una serie di indicazioni morali che non come storia della salvezza. Comunque, nella lettura della Bibbia l'uomo deve utilizzare i metodi dell'interpretazione, che sono sì metodi scientifici, ma sono metodi di una scienza del linguaggio, della parola, della formazione del testo. La scienza ha un'altra preoccupazione, quella di spiegare i diversi fenomeni della realtà.

Tuttavia nella posizione di Galileo era presente anche un modo nuovo di concepire il sapere. Secondo la filosofia soggiacente al suo fare scienza, quest'ultima non ha più il compito di vedere come stanno le cose. La scelta delle qualità secondarie invece che delle qualità primarie, va intesa in questo senso: un attacco frontale alla metafisica, alla filosofia dell'essere, alla filosofia della realtà. Questa è impossibile per Galileo ed è possibile solo lo studio delle qualità primarie, cioè degli oggetti in quanto sono riconducibili al quadrato, al cerchio, cioè in quanto sono matematizzabili. Questa è una scelta metafisica, è la scelta che condizionerà da Cartesio a Kant tutta la filosofia moderna, che abbandona la scienza dell'essere per discutere come si conosce. Quindi si può dire che in una idea giusta, che l'esegesi non può essere tirata sul campo della scienza e viceversa, si annidava una posizione filosofica che la chiesa guardava con una certa riserva. Improvvisamente si diceva che 1500 anni di metafisica erano superati e che l'unica filosofia era la scienza. Quale persona intelligente non avrebbe detto che, pur rappresentando la scienza un aspetto nuovo del sapere, qualche cosa di rivoluzionario (Galileo è l'istauratore del metodo scientifico come metodo della verifica empirica e soprattutto è colui che stabilisce un nesso tra la scienza e la tecnica), non poteva pretendere di occupare integralmente il campo del sapere? In realtà Galileo non ha formulato così il problema, ma già i galileisti del suo tempo lo fecero. Per questo si può dire che il galileismo è stato l'origine del razionalismo e del tecnologismo dell'età moderna contemporanea. Se la scienza nel corso della modernità ha finito per identificarsi totalmente con il conoscere, con la cultura (vedi Kant), è stato anche per il tipo di soluzione che Galileo ha proposto: interrompiamo il tentativo di cercare l'essenza ultima della realtà, che non è possibile e stiamo a ciò che è adeguatamente conoscibile, cioè gli oggetti in quanto sono riconducibili alla chiarezza e distinzione del procedimento scientifico.

Su questo punto è possibile vedere la grande alleanza Cartesio, Leibniz, razionalisti, empiristi che scandirà la nascita dello sviluppo dello scientismo moderno-contemporaneo. Questo è un grosso problema che Galileo ha lasciato alla cultura occidentale. Non credo che si possa dire che Galileo è stato il primo scientista, ma si deve piuttosto dire che nella modalità con cui ha posto la questione scientifica, soprattutto in polemica con la filosofia, si chiude l'epoca del conoscere il reale, le essenze diventano nomi: ciò che esiste veramente sono il quadrato, il cerchio, ovvero gli oggetti su cui si può stabilire un procedimento matematico e fisico. Si vuole indicare in questo snodo, uno dei punti cruciali della modernità, che rende Galileo molto più significativo di Cartesio a tale riguardo. Nessuno avrebbe fatto un processo a Cartesio, perché Cartesio è un filosofo che accetta il nuovo ma è legato all'antico, scrive un discorso sul metodo che portato alle sue estreme conseguenze metterebbe in crisi la metafisica, ma nelle Meditazioni e nelle Ritrattazioni, non mette in questione l'intero patrimonio della tradizione.
Ora, la Chiesa difende anche una tradizione culturale, sebbene non si identifichi con nessuna tradizione culturale. Non si è identificata con quella dell'Impero romano, per cui quando questa è caduto, la Chiesa pur avendo fatto fatica, perché è fatta di uomini del suo tempo, ha dato vita ad una nuova civiltà. I benedettini si sono immessi nel nuovo mondo e hanno dato vita ad un procedimento culturale e civile che è andato oltre Roma e ha consentito di salvare la cultura antica. È chiaro che non ci si può spogliarsi della cultura del proprio tempo. Se da una parte c'era Galileo e la scienza, con tutte le sue promesse, dall'altra, solo per fare alcuni nomi, Platone, Aristotele, Plotino, Agostino, S. Tommaso. Da sempre la chiesa quando si muove ha voluto salvaguardare un contesto culturale che non può essere sbrigativamente identificato con l'ultima scoperta. Infatti, si può usare come criterio generale per leggere la storia della Chiesa la seguente affermazione: la Chiesa quando si muove parte dal grande principio fondamentale che l'ultima verità non è tutta la verità, evitando così ogni forma di isterismo intellettuale. Suggerisce sempre di cercare, di seguire la novità, senza mandare al macero tutta la ricchezza che la tradizione ha prodotto. Ricchezza essenziale per la Chiesa perché ha costruito la sua teologia sulla filosofia. Ora è vero che la teologia può anche cambiare, ma non completamente dall'oggi al domani senza una sufficiente elaborazione, una, oserei dire, metabolizzazione della novità. Bisogna, cioè, assimilare la verità, occorre farla diventare parte del proprio orizzonte culturale, rielaborarla, riviverla. Non si può procedere nella storia per strappi: chi procede per strappi non costruisce storia, distrugge il passato, ma difficilmente costruisce il nuovo. Infatti, quella che nasce normalmente è una reazione uguale e contraria alla violenza che è stata esercitata. Tutte le rivoluzioni, quelle moderne e contemporanee, sono seguite da controrivoluzioni che sono uguali e contrarie al movimento rivoluzionario che si è creato.

Non solo la questione esegetica porta con sé il problema filosofico, ma anche ripropone lo scontro tra cattolicesimo e protestantesimo. Il cattolicesimo difende una religione che è fatta di Parola e tradizione, di Parola e Sacramento, che arriva fino al popolo cristiano di Firenze, che si sta dividendo su galileisti e antigalileisti, perché in maniera sconsiderata, sui pulpiti i domenicani e francescani combattono gli uni sostenendo la visione galileiana, gli altri la visione antigalileiana. Quindi il popolo di Firenze andando in Chiesa si sente implicato dentro una vicenda che non riesce a sostenere, non riesce a sopportare. Infatti, il primo procedimento, quello che nel 1616 viene archiviato, parte dalla denuncia di due frati domenicani di Firenze, che hanno assistito ad una serie di fatti religiosi in cui la controversia galileiani-antigalileiani ha preso un posto spropositato.
Allora dietro a Galileo, c'è l'immagine di una Chiesa ridotta alla parola? Certamente sì. C'è un'idea del libero esame della Sacra Scrittura, sostenuto scientificamente, che diventa anche il libero esame sulla fede? Non intendo dire che Galileo abbia sostenuto tali affermazioni esplicitamente, ma certamente è una tendenza filo-protestante presente almeno come rischio nella vicenda galileiana. Si incomincia a insinuare l'idea per cui l'autorità della Chiesa ha degli spazi in cui non può intervenire. La ricerca scientifica per esempio.

Riepilogando quanto fino adesso sostenuto, non si può affrontare realisticamente Galileo senza per prima cosa inserirlo nel grande sommovimento dell'inizio della modernità, che è un sommovimento di carattere religioso, culturale, sociale e politico. Non si può affrontare il problema Galileo senza pensare che attraverso il problema esegetico e quello filosofico si individuano due grandi questioni teoriche, che non necessariamente lo scienziato che le pone è in grado di risolvere. Innanzitutto, la questione della filosofia: non nel senso che la Chiesa vive solo se si difende la filosofia; la Chiesa vive solo se c'è la fede e la fede è la fede dei dotti e degli ignoranti, dei grandi e dei piccoli. Tuttavia, la filosofia risulta essere un valore per la storia dell'umanità. Allora il problema dell'esito della filosofia è ritenuto molto importante dalla Chiesa. Che la filosofia diventi scienza è uno sviluppo, non l'unico itinerario percorribile. La Chiesa, nella modernità, ha voluto difendere una concezione di filosofia che non si identificava meccanicamente con la scienza. L'ha difesa nelle sue scuole, nelle sue università, nell'insegnamento della tradizione, attraverso un dialogo difficilissimo, a volte con una certa estraneità, con la cultura laica. La Chiesa non ha accettato qualche cosa che non era dimostrato, la cui necessità non era dimostrata: che si dovesse archiviare tutto il passato e che la scienza diventasse l'unica forma di conoscenza. È in questo problema che si colloca il valore del rapporto scienza-filosofia, del rapporto scienza-umanità, scienza-antropologia. Se la scienza diventa un fattore tendenzialmente autonomo da qualsiasi influenza, da qualsiasi controllo, se diventa autoreferenziale, se i criteri per fare scienza sono interni alla scienza stessa (per esempio sono l'incremento degli studi, la creazione di generazioni venture meno afflitte dei mali di quelle attuali), è chiaro che nasce qualcosa di ultimamente sganciato, che diventa un fattore invasivo e pervasivo. Le manipolazioni biologiche, genetiche sono sostenute da chi ritiene che la scienza non deve essere normata da niente, non deve riferirsi a niente: né ad una visione religiosa, né ad una visione morale, né a ad un'autorità, superiore ad essa, semmai solo a autorità socialmente regolative. La scienza di oggi, non come è teorizzata, ma come è praticata, nel così detto mondo civile, non obbedisce a nessuno, né alla legge di Dio, né a nessuna evidenza di carattere morale, al massimo accetta una regolamentazione di tipo giuridico.

Pertanto l'intervento della Chiesa nella questione galileiana, come sempre avviene negli interventi della Chiesa, non deve essere visto soltanto in rapporto al presente o al passato, ma deve anche essere visto in funzione del futuro. Lo scientismo e il tecnologismo hanno sicuramente finito per creare una società tecnocratica nella quale l'uomo rischia di essere considerato semplicemente come una particella di materia. Quindi la scienza che esprimeva in modo sovrano la soggettività, finisce per creare un processo nel quale l'uomo diventa l'oggetto di una manipolazione.
La preoccupazione della Chiesa nell'intervenire nella vicenda di Galileo è, quindi, articolabile secondo i seguenti punti:

1. l'intento è quello di salvaguardare la pace del popolo cristiano;

2. rendere meno traumatico il contesto culturale e sociale già così grave;

3. non compromettere una cultura tradizionale, che doveva essere ripensata e non solo abbandonata;

4. considerare oltre alle enormi possibilità di sviluppo del metodo scientifico, anche i gravi problemi ad esso connessi.

Per questi motivi si può dire che l'intervento della Chiesa è stato sostanzialmente un fatto necessario. Era necessario intervenire, perché la questione riguardava per sua natura, al di là delle intenzioni dei singoli o dei gruppi più livelli e quindi eccedeva l'ambito di competenza specifica.

Galileo e la Chiesa: i fatti

Le scoperte che Galilei aveva compiuto con il cannocchiale, comunicate nel Sidereus Nuncius, del 1610, e nella Historia e dimostrazioni intorno alle macchie solari e ai loro accidenti, del 1613, furono interpretate dallo stesso Galieleo come l’evidente confutazione del tradizionale sistema tolemaico e come la conferma empirica che non si poteva ridurre la dottrina copernicana a un interessante ipotesi a astronomica, me si doveva prendere atto della sua veridicità fisica.

Da questa convinzione Galilei trovò la forza per iniziare una pubblica battaglia in favore di Copernico contro le resistenze degli ambienti colti italiani ed europei nei confronti della nuova dottrina. Da un punto di vista cosmologico Galileo intendeva confutare le obiezioni filosofiche rivolte, in nome dell’aristotelismo, contro il movimento della Terra: per questo, Galileo, nel dibattito che seguì alle sue scoperte si trovò contro la maggior parte degli eminenti professori delle Università nei cui ambienti ancora si difendeva con convizione il sistema aristotelico.

Anche gli ambienti ecclesiastici si trovarono coinvolti nella discussione, in quanto Galileo era convinto che la Chiesa avrebbe potuto svolgere un ruolo propulsivo nella diffusione delle nuove idee scientifiche. A questo scopo, al fine di rendere accettabili le teorie di Copernico alla Chiesa, Galilei tra il 1613 e il 1616 si impegnò ad eliminare le obiezioni teologiche contro la dottrina geocentrica, fondate sul contrasto tra tale dottrina e alcuni passi della Bibbia che parevano affermare implicitamente il movimento del Sole. Si pensi ai celebri versetti nei quali Giosuè ordina al Sole di fermarsi.

Giosuè 10:12

Allora, quando il Signore mise gli Amorrei nelle mani degli Israeliti, Giosuè disse al Signore sotto gli occhi di Israele:

«Sole, fèrmati in Gàbaon

e tu, luna, sulla valle di Aialon».

Galileo scrisse a tal fine le cosiddette “Lettere copernicane”. I punti chiave di questa sua produzione sono i seguenti:

- una critica radicale all’interpretazione letterale dei versetti biblici adottata ancora nel Seicento negli ambiti più conservatori per confutare il movimento

- l’idea che il compito delle Sacre Scritture fosse morale e salvifico, ma non scientifico

- la rivendicazione dell’autonomia della ricerca scientifica e l’affermazione della superiorità in questo campo delle conoscenze ottenute con ragione ed esperienza rispetto a quelle apparentemente ricavabili dalla Bibbia

Ecco ciò che Galileo nel 1613 scriveva in proposito a Benedetto Castelli, suo seguace e collaboratore:

Io crederei che l’autorità delle Sacre Scritture avesse avuto solamente la mira a persuadere a gli uomini quegli articoli e proposizioni, che sono necessarie per la salute loro, e superando ogni umano discorso, non potevamo per altra scienza né per altro mezzo farcisi credibili, che per bocca dello stesso Spirito Santo.

Le Sacre Scritture mirano cioè a persuadere gli “uomini” di quelle verità necessarie alla loro salvezza che, essendo del tutto inaccessibili alla ragione umana, non possono essere apprese se non dalla rivelazione divina e dunque dalla Bibbia. Galilei sostiene anche però che non ci sarebbe ragione di pensare che Dio abbia voluto farci conoscere con la Bibbia cose che noi possiamo apprendere con l’esperienza dei sensi e la ragione, facoltà che Egli stesso ci ha donato per studiare ambiti, come per esempio quello delle scienze naturali, di cui la Bibbia quasi non si occupa.

Le posizioni prese dalla Chiesa e dai diversi ordini religiosi su questi temi furono quantomai diversificate. Una parte dell’ordine domenicano aveva da subito guardato con sospetto alla battaglia copernicana di Galileo; ed è proprio dal convento di San Marco, la sede di Firenze dei domenicani, che nel 1615 era partita una prima denuncia contro Galileo: i domenicani, da sempre particolarmente attaccato alla tradizione dell’aristotelismo cristiano, mal tolleravano il contenuto della lettera a Castelli, di cui abbiamo trattato poco fa. I domenicani, non bisogna dimenticarlo, erano stati fondati da San Domenico nel Duecento proprio per combattere le varie eresie; e gli appartenti all’ordine continuavano a sentirsi come “cani da guardia” del Sant’Uffizio, custodi dell’ortodossia cristiana, e anche in questo caso non disattesero i loro compiti. Ecco un passo della denuncia, indirizzata da frate Lorini al crdinale prefetto della congregazione dell’Indice:

perché infinito è l’obbligo che tengono tutti i frati di San Domenico che dal loro Santo Padre furono istituiti come i cani bianchi e neri del Santo Ofizio, ecco che per questo io essendomi capitato ora tra le mani una scrittura corrente nelle mani di tutti, fatta da questi che domandano galileisti, affermanti che la terra si muove ed il cielo sta fermo, seguendo le posizioni di Copernico, dove a giudizio di tutti questi nostri Padri di questo religiosissimo convento di San Marco, vi son dentro molte proposizioni che ci paiono o sospette o temerarie per questo mi son risoluto io d’inviarla a V.S. Illustrissima, acciò che ella, piena di santissimo zelo possa se le parrà metterci quie ripari che li giudicherà più necessari.

Altri ordini religiosi, e altri illustri uomini di Chiesa, erano invece meno legati all’aristotelismo tomistico, e più vicini alla tradizione agostiniana: tra questi, spiccavano i padri oratoriali, fondati nel Cinquecento da Filippo Neri, e il cardinale Baronio, che fu uno dei massimi intellettuali della Controriforma. Recentemente scomparso, il cardinale aveva sempre insistito sul valore morale e salvifico della rivelazione, escludendo però che la Bibbia fosse un manuale di cosmologia o di scienza, dove andare a trovare verità sulla costituzione del mondo: è di Baronio la famosa formula per cui la Bibbia insegnerebbe come si va a l Cielo, non come sia fatto il cielo. Le posizioni del cardinale erano dunque molto simili a quelle che Galileo sosteneva nelle Lettere Copernicane, e aprivano la strada ad un’analisi della Bibbia che andasse oltre il significato letterale, cosa che Galileo e i suoi seguaci già da molto tempo auspicavano.

In ambito luterano, le posizioni riguardo alla teoria copernicana erano chiare: Lutero infatti aveva sostenuto la veridicità inconfutabile di ogni passo della Bibbia, che era da considerarsi valevole in qualsiasi contesto, non solamente quello morale e religioso.

I gesuiti poi, già uno dei più potenti ordini religiosi, mantenevano un atteggiamento di grande cautela; tuttavia, essi si erano dimostrati inizialmente interessati verso le scoperte di Galileo. Tanto che lo scienziato, durante una visita a Roma del 1611, era stato accolto al Collegio Romano, l’istituzione culturale più prestigiosa dell’ordine, e aveva potuto spiegare i risultati delle proprie ricerche ai più illustri scienziati gesuiti, tra cui il matematico padre Clavio e l’autorevolissimo cardinale Roberto Bellarmino. Anche i gesuiti infatti, consapevoli della crisi del modello aristotelico, erano alla ricerca di soluzioni nuove. Tuttavia, nonostante quest’interesse per gli studi e le scoperte astronomiche galileiane, l’ordine era maggiormente favorevole al modello di Tycho Brahe, che rispetto a quello tolemaico consentiva migliori calcoli astronomici, ma permetteva di “salvare” l’immobilità della Terra, la sua centralità e il movimento del Sole; permetteva insomma di “salvare” ciò che riportava la Bibbia, ed era questa la caratteristica fondamentale che mancava alle scoperte di Copernico, e agli studi di Galileo.

Galileo, convinto della verità fisica della dottrina copernicana, tentò di far accettare le sue idee alla Compagnia di Gesù; vanamente però, come documenta chiaramente una lettera scritta il 12 aprile 1615 dal cardinale Bellarmino a padre Antonio Foscarini, un carmelitano che vava invece preso posizione a favore di Galileo e difeso la compatibilità della dottrina copernicana con la Bibbia.

Il testo della lettera di Bellarmino, riportato qui di seguito, è un passo fondamentale per comprendere i successivi sviluppi della vicenda di Galileo. Scandendo per punti la propria posizione, il cardinale afferma in primo luogo la necessità di intendere il copernicanesimo solo come “ipotesi matematica”

Mi pare che vostra Paternità et il signor Galileo facciano prudentemente a contentarsi di parlare ex-supposizione e non assolutamente, come io ho sempre creduto che abbia parlato Copernico. Perché il dire che, supposto che la Terra si muova et il Sole stia fermo si salvano tutte le apparenze meglio che porre gli eccentrici e gli epicicli, è benissimo detto, e non ha pericolo nessuno; e questo basta al matematico. Ma volere affermare che realmente il Sole stia nel centro del mondo, e solo si rivolti in se stesso senza correre dall’oriente all’occidente, e che la Terra stia nel terzo cielo e girir con somma velocità intorno al Sole, è cosa molto pericolosa non solo d’irritare tutti i filosofi e teologi scolastici, ma anco di nuocere alla Santa Fede con rendere false le Scritture Sante.

Il dibattito svoltosi fra gli anni 1613-1616 portò Galileo ad una sostanziale sconfitta. Negli anni a seguire fu costretto ad interrompere la sua battaglia in favore della teoria eliocentrica in attesa di un momento più propizio. Esso sembrò presentarsi quando nell’agosto del 1623 fu eletto papa Maffeo Barberini, fiorentino, che prese il nome di Urbano VIII. Tale elezione suscitò grandi speranze in Galileo e nei suoi seguaci, che cedettero nella possibilità di un cambiamento dell’atteggiamento della Chiesa nei confronti del copernicanesimo; Galileo giunse a dedicare al neo eletto Il Saggiatore.

A testimonianza di questo clima di favore si può leggere la seguente lettera scritta nell’ottobre 1623 al principe Federico Cesi –fondatore dell’accademia dei Lincei e convinto galileiano- da Galileo. In essa il fiorentino chiede consiglio a Cesi sull’opportunità di una visita Urbano VIII e allude all’idea di scrivere un’opera sull’eliocentrismo sfruttando la congiuntura particolarmente positiva determinata dal nuovo papato:

Io ho un gran bisogno del consiglio di V.E. circa l’effettuare il mio desiderio, e anco per avventura obbligo, di venire a baciare il piede di Sua Santità. Ma lo vorrei fare con opportunità, la quale starò aspettando che da lei mi venga accennata. Io raggiro per la mente cose di qualche momento per la repubblica letteraria, le quali se non si effettuano in questa mirabil congiuntura, non occorre, almeno per quel che si aspetta per la parte mia, sperar di incontrarne mai più una simile.

In altri termini Galileo dice al principe, che, se non avesse approfittato del momento favorevole per riprendere la battaglia in favore di Copernico, non avrebbe incontrato in vita sua mi più una simile occasione. La risposta di Cesi, esperto conoscitore degli ambienti romani, è positiva.

Nell’aprile 1624, Galileo si reca a Roma e, appena arrivato, viene ricevuto in udienza dal papa. A questa visita ne seguiranno altre cinque.

L’atteggiamento di Urbano verso Galileo è di stima e affetto: lo ringrazia della dedica nel Saggiatore e lo incoraggia proseguire nelle sue ricerche.

Ciononostante, riguardo al copernicanesimo il papa si dimostra assai prudente e, probabilmente, invita, come già Bellarmino, lo scienziato a limitarsi a trattare l’argomento in chiave ipotetica. Agostino Oregio, teologo della Curia pontificia, ci fa comprendere che in un colloquio fra Galilei e Urbano, dopo l’esposizione da parte dello scienziato delle sue idee in favore del copernicanesimo, il papa, pur dovendo riconoscere la forza delle sue argomentazioni, gli chiese:

[…] se avesse potuto o sputo Iddio disporre e muovere in altro modo gli orbi e le stelle e tutto quello che si vede nel cielo […]. Perché se Dio seppe e potè tutto questo disporre in altro modo di quel che si è pensato [da Copernico e Galilei] […] non possiamo limitare la potenza e sapienza divina a questo modo.

In altre parole domanda se, anche posto che tutte le ragioni che siamo in grado di addurre sembrino dimostrare con certezza la dottrina eliocentrica, non si debba tenere in conto che Dio, nella sua onnipotenza e onniscienza, potrebbe aver prodotto in molti altri modi quei fenomeni che noi pretendiamo dimostrare con la nostra piccola teoria. Forse sarebbe impossibile a Dio produrre quei fenomeni, maree, traiettorie delle macchie solari, studiati da Galileo, senza il duplice movimento della Terra teorizzato da Copernico? L’argomento addotto dal papa era di natura teologica: muoveva dalla certa impossibilità della ragione umana di limitare la potenza divina.

La sua formulazione richiama un versetto dell’Ecclesiaste (meglio conosciuto come il libro di Qoèlet), ove ricorre il medesimo motivo: “Dio ha fatto il mondo oggetto di infinite diatribe, acciocché all’uomo rimangano ignote le ragioni dell’opera Sua”.

Tornato a Firenze Galileo studiò e lavorò per lunghi anni in preparazione della sua opera più importante e famosa: il Dialogo sopra i due massimi sistemi.

Nonostante il rifiuto categorico da parte del pontefice di accogliere come verità fisica la dottrina eliocentrica, Galileo pensò che gli fosse rimasta la possibilità di presentare le dottrine copernicane come semplici ipotesi, anzi come le ipotesi più convincenti fra quelle fino ad allora formulate da scienziato alcuno. Galileo ne era convinto forte della grande quantità di argomenti da lui raccolti in favore di tale teoria.

L’argomento scettico propugnato dal papa non fu abbandonato dal pisano, ma anzi ripreso nella parte finale del Dialogo. Esso viene espresso per bocca di Simplicio, nel dialogo lo scienziato aristotelico, e viene posto in connessione con la dottrina galileiana delle maree, causate secondo Galileo dagli scuotimenti dovuti al duplice moto di rotazione della Terra.

Salviati, coprotagonista del Dialogo, da identificarsi con Galileo, si dimostrerà d’accordo con Simplicio, accettando di fatto gli argomenti di Urbano VIII; egli ne completerà il significato, interpretandolo in senso favorevole alla nuova scienza e all’idea del metodo scientifico: quest’ultimo presentando una scienza che si perfeziona e cresce progressivamente, avrebbe sotteso l’impossibilità di raggiungere una conoscenza assoluta e definitiva. Essa rappresenta invece il continuo omaggio dell’uomo all’onnipotenza divina, attraverso il costante impegno intellettuale di cui necessita.

Salviati-Galileo dice, riferendosi all’argomento del pontefice:

Mirabile e veramente angelica dottrina: alla quale molto concordemente risponde quell’altra, pur divina, la quale mentre ci concede il disputar intorno alla costituzione del mondo, ci soggiunge (forse acciò che l’esercizio delle menti umane non si tronchi e anneghettisca) che non siamo per ritrovar l’opera fabbricata per le sue mani.

Riprendendo nella parte conclusiva del Dialogo la “angelica dottrina” di papa Urbano VIII, Galilei credeva di aver tenuto sufficientemente conto delle argomentazioni mosse dal pontefice, consentendo in tal modo una ricezione abbastanza positiva da parte delle alte sfere della Chiesa. Fu una speranza errata.

Sebbene l’opera fosse stata conclusa da Galilei nel 1630, dopo alcune interruzioni di varia natura, dovettero passare altri due anni prima della sua pubblicazione, che avvenne nel febbraio del 1632 a Firenze presso la tipografia Landini. Nel frattempo, il lavoro di Galileo venne attentamente studiato da padre Riccardi, un prelato amico del pisano, maestro del Sacro palazzo. A Riccardi era infatti stato affidato il compito di censire l’opera al fine di concedere l’autorizzazione, il nulla osta per la pubblicazione. Consapevole della delicatezza con cui andava tratteto un tema come il copernicanesimo, Riccardi, pur desideroso di vedere edita l’opera di Galileo, fece di tutto perché fossero dissimulate e smussate le prese di posizione troppo esplicite in materia di eliocentrismo.

Per questa sua premura, che lo portò a richiedere di continuo allo scienziato cambiamenti di ogni natura, Galileo divenne sempre più insofferente ad accettarne i consigli, sebbene numerose furono le modifiche e prezioso l’interesse del sacerdote. La modifica più vistosa all’opera fu quella che riguardò il titolo: in origine Del flusso e riflusso del mare. Esso faceva riferimento in maniera troppo esplicita alla “eversiva” tesi galileiana sulle maree e sulla loro origine. Tesi considerata dallo stesso Galileo la più esplicita prova dei movimenti della Terra. Il Riccardi, da censore ecclesiastico, forse su indicazione del papa stesso, pretese fosse assegnato all’opera un titolo più “sterilizzato” che mettesse sullo stesso piano e assegnasse pari credibilità al sistema tolemaico e copernicano. Entrambi i modelli, geocentrico ed eliocentrico, furono denominati “massimi”.

La concessione del nulla osta da parte di Riccardi avvenne solo dopo che Galileo acconsentì a scrivere una introduzione all’opera nella quale lo scienziato affermava di aver scritto l’opera principalmente per dimostrare ai protestanti che anche in Italia e tanto più negli ambienti più vicini alla Sacra Romana Chiesa si era al corrente delle nuove dottrine astronomiche. Sempre in tale introduzione si rassicuravano i lettori sulla natura eminentemente ipotetica delle affermazioni fatte in materia di eliocentrismo.

Queste affermazioni, che di fatto smentivano ciò che Galileo aveva sempre sostenuto, furono scritte con tale enfasi che risultano eccessive e chiaramente volte a dissimulare il sostegno al copernicanesimo evidentemente presente nel Dialogo. Tuttavia Galileo era talmente ansioso di vedere pubblicato il suo lavoro e talmente sicuro che la forza delle proprie argomentazioni avrebbe convinto ogni lettore attento al di là del proemio, che si prestò senza troppe esitazioni a scrivere e aggiungere quanto gli fu richiesto. Bisogna però notare come in molti altri punti dell’opera lo stesso Galileo non esiti a definire il copernicanesimo come una semplice “ipotesi”.


In proposito è da considerare che sebbene più volte venga ribadita la natura ipotetica del sistema eliocentrico, tale dottrina risulta agli occhi del lettore quasi sempre rafforzata dal confronto con l’altra dottrina, anch’essa ipotetica, cioè quella tolemaica: in fin dei conti chi avesse letto l’opera sulla base delle acute argomentazioni dello scienziato pisano avrebbe quasi sicuramente finito per intendere l’eliocentrismo quale dottrina scientificamente superiore a quella aristotelica. Attraverso la sua sottile abilità retorica Galileo riesce a trascinare il lettore sulle sue posizioni, dissimulandole e non compromettendosi sul piano formale.

Egli era, insomma, ancora fermamente convinto della veridicità fisico-scientifica dell’eliocentrismo e ogni qual volta utilizza il termine “ipotesi” nel Dialogo lo usa con un’accezione sottilmente, ma profondamente diversa rispetto a Bellarmino e Urbano VIII. Per questi ultimi il termine “ipotesi” sottintendeva la natura puramente teorica di un modello astronomico, che non aveva attinenze col reale assetto del cosmo e, anzi, poteva persino essere negato per via teologica. Per Galileo l’ipotesi era piuttosto una congetture basata però sull’osservazione del reale e sull’elaborazione dell’esperienza da essa derivata: uno dei necessari passi, insomma del suo metodo scientifico. Ogni qual volta una ipotesi spiegava efficacemente determinati fenomeni e trovava ulteriori riscontri nelle verifiche empiriche di chi l’avesse formulata, essa corrispondeva, per Galileo, alla verità circa il mondo reale.

Tante cautele volute da Riccardi prima di dare alle stampe l’opera, non valsero, come ben sappiamo a scampare Galileo dal ciclone che presto lo avrebbe travolto. Quando, nel 1632, le prime copie del Dialogo giunsero a Roma, immediatamente il pisano si trovò al centro del fuoco incrociato dei suoi avversari, cui non sfuggì la struttura sostanzialmente filocopernicana dell’opera.

Anche i gesuiti, che anni prima si erano dimostrati comprensivi, se non addirittura vicini, alle posizioni di Galileo, si dimostrarono accesamente ostili allo scienziato. Tale avversione fu alimentata da alcuni screzi che il pisano aveva avuto con eminenti esponenti della Compagnia di Gesù. In particolare assai acre fu l’opposizione di padre Sheiner, un colto prelato che rivendicava la paternità delle prime osservazioni sulle macchie solari che lo avevano portato a conclusioni nettamente diverse da quelle sostenute da Galileo. Anche, e soprattutto, Orazio Grassi volle cogliere la congiuntura sfavorevole per Galileo al fine di rifarsi del sarcasmo di cui era stato bersaglio da parte del pisano nel Saggiatore. Per colpire Galileo i gesuiti si appellarono all’ingiunzione ricevuta da Galileo nel 1616, alla quale lo scienziato si era a suo tempo sottomesso, secondo al quale gli era fatto divieto di “condividere, sostenere, insegnare in qualsiasi modo la dottrina eliocentrica”. Essa, secondo i gesuiti, non poteva essere, non solo caldeggiata, ma neppure esposta quale semplice ipotesi come Galileo pretendeva di fare nel suo Dialogo.

Questa interpretazione della ingiunzione rivolta a Galileo dal Bellarmino, era del tutto nuova e assai discordante da quella che ne era sempre stata data: nel terzo e quarto decennio del Seicento era infatti stata opinione diffusa che se il copernicanesimo non era affatto ammessa quale dottrina fisica, ne era però tollerata la trattazione a livello di ipotesi. Questo lasciava pure supporre un’altra missiva che lo stesso Bellarmino aveva spedito a padre Foscarini. Solo perché supportato dalla “opinione comune” il padre Ricciardi, nella sua ossessionante cautela, aveva infine acconsentito alla pubblicazione dell’opera.

Anche un altro spinoso argomento fu utilizzato dai detrattori di Galileo per mettere il pisano in cattiva luce. Fu fatto notare al papa come la sua “dottrina”, sebbene definita “angelica”, fosse ststa messa nel Dialogo in bocca a Simplicio, lo scienziato aristotelico, che nell’organismo del trattato ricopre un ruolo negativo e viene di continuo screditato da Sagredo e Salviati, i quali ironizzano spesso sul suo spirito ottusamente conservatore. In tal modo i gesuiti, e quanti si opponevano a Galileo, posero l’accento sullo svilimento che indirettamente colpiva l’argomento pontificio e sulle beffe che attraverso Sagredo e Salviati Galileo si sarebbe fatto di Urbano VIII nel suo Dialogo.

Queste furono le vicende e i fattori che portarono a un progressivo e irreversibile irrigidimento del papa e della corte pontificia tutta. Questi dunque furono gli eventi che portarono l’Inquisizione ad avviare uno dei processi che più segneranno la storia della scienza e del suo rapporto con i sistemi religiosi.

Ci proponiamo ora di riassumere per sommi capi i momenti fondamentali del processo a Galileo:

1632: in estate Galileo tenta inutilmente di fermare il sequestro del suo Dialogo, appoggiato dai diplomatici fiorentini, presso la sede papale.

In settembre Urbano conferma il sequestro e istituisce una commissione di indagine, sui contenuti potenzialmente eversivi o ertici del Dialogo; la commissione passa le consegne al Sant’Uffizio (il massimo orgno inquisitorio della Romana Chiesa). L’Uffizio apre il 23 settembre la procedura processuale contro Galileo, dopo aver definito i capi di imputazione: il più grave fra questi, quello di non aver ottemperato all’ingiunzione del Bellarmino del 1616, interpretata secondo la versione dei gesuiti.

1633: a gennaio, il 20, a Galileo è imposto di recarsi a Roma per il processo.

Il 12 febbraio, giunge nella capitale dello Stato della Chiesa, dopo aver sostato in pieno inverno fuori dalle porte della città per svariati giorni, causa un periodo di quarantena imposto dalle pestilenze che sono diffuse in questo periodo.

Galileo è ospitato per due mesi circa dall’ambasciatore di Toscana dell’Urbe, in attesa della convocazione dell’organo ecclesiastico che si sarebbe riunito per giudicarlo.

Il 12 aprile avviene la prima udienza del processo. Padre Maculano, un domenicano, interroga il filosofo in proposito delle vicende del 1616 per conto del Sant’Uffizio. Viene contestata la mancata ottemperanza alle direttive del Bellarmino cui Galileo si sarebbe sottomesso. Galileo si difende portando come prova della sua innocenza l’attestato rilasciatogli a suo tempo dallo stesso Bellarmino nel quale si escludeva l’abiura da parte del pisano.

Tale attestato giustifica Galileo per aver insegnato e trattato in qualche modo l’eliocentrismo, nonostante l’ingiunzione intermedia dell’intransigente Segizzi, che tra l’altro non aveva rispettato le procedure del diritto canonico non essendo controfirmata da Bellarmino. Il pisano deve però riconoscere che egli si era impegnato a non condividere (“non tener”) né sostenere (“né difendere”) le dottrine copernicane. Oggettivamente il suo Dialogo tradiva questo impegno.

Galileo è costretto a una difesa perdente in partenza: prova a sostenere la tesi secondo la quale nel Dialogo non sarebbe sostenuto e difeso il copernicanesimo, ma solamente presentata, con il fine di condannarle e confutarla.

Questo atteggiamento, finalizzato a propugnare una difesa che tanto assurda doveva apparire a quanti, ed erano molti, nella corte conoscevano il Dialogo, peggiorò la posizione del pisano. I prelati parvero irritati: in particolare quelle componenti più rigorose e conservatrici del Sant’Uffizio parvero rifiutare in via definitiva ogni firma di mediazione e di compromesso.

Nei confronti di Galileo la corte assunse un atteggiamento di maggior severità. Questo atteggiamento coinvolse anche quanti si sarebbero accontentati di una condanna soltanto formale per lo scienziato, fra cui Barberini e forse il papa stesso, i quali, magari, non si aspettavano un tale atteggiamento da parte dello stesso imputato. Galileo decise di conservare la sua linea di difesa, a metà fra la fermezza e l’assurdo, continuando a rifiutare di riconoscere l’impianto decisamente copernicano dell’opera.

La diplomazia fiorentina fece sviti tentativi per evitare che l’esito del processo risultasse troppo duro, screditando in tal modo quello che era comunque il “matematico e filosofo” del Duca di Toscana. Ciononostante prevalse decisamente la “linea dura” del sant’Uffizio.

Il 22 giugno 1633 presso il convento di S. Maria sopra Minerva, davanti al tribunale ecclesiastico al gran completo Galileo ascoltava la sua condanna:

Diciamo, pronuntiamo, sentenziamo e dichiariamo che tu, Galileo suddetto, per le cose dedotte in processo e da te confessate […] ti sei reso a questo S. Offizio vehementemente sospetto d’heresia, cioè d’aver tenuto e creduto dottrina falsa e contrari alle Sacre e divine Scritture, ch’il Sole sia centro della Terra [da intendere del Cosmo] e che non si muova da Oriente a Occidente, e che la Terra si muova e non sia al centro del mondo, e che si possa tener e difendere per probabile un’opinione dopo essere stata dichiarata e definita per contraria alle Sacre Scritture; e conseguentemente sei incorso in tutte le censure pene dei sacri canoni […] contro simili delinquenti imposte e promulgate. Dalle quali siamo contenti sii assoluto, purché prima, con cuor sincero e fede non finta, davanti a noi abiuri, maledichi e detesti li suddetti errori ed heresie et qualunque altro errore et heresia contraria all cattolica et Apostolica Chiesa […]. E acciocché questo tuo grave e pernicioso errore e trasgressione no resti del tutto impunito, et sii più cauto nell’avvenire et essempio all’altri che si astengono da simili delitti, ordiniamo che per pubblico editto sia proibito il libro de’ Dialoghi di Galileo Galileo. Ti condanniamo al carcere formale in questo S. Off.o ad arbitrio nostro; e per penitenze salutari t’imponiamo che per tre anni a venire dichi una volta la settimana li sette Salimi penitenziali: riservando a noi facoltà di moderare, mutare, o levar in tutto o in parte le suddette pene e penitenze.

Riassumendo gli aspetti principali del testo di condanna, possiamo dire che Galileo fu condannato come un delinquente, ma con un “forte sospetto di eresia”, perché sostenne la dottrina eliocentrica nel Dialogo, e per aver creduto di poter sostenere la veridicità di tale teoria sebbene fosse stata definita contraria alle Sacre Scritture.

Galileo è condannato al carcere perpetuo, sebbene fosse una condanna con più valore simbolico che pratico. Il Dialogo è messo all’Indice dei libri proibiti.

Per ricevere l’assoluzione Galilei dovrà sinceramente abiurare. E poco dopo la lettura della condanna il filosofo, matematico scienziato pisano, cedette all’umiliazione dell’abiura sincera, nonostante la celebre frase, a metà fra storia e leggenda, “eppur si muove”.

IL PROCESSO – DOCUMENTI
Roberto Bellarmino

LETTERA A PAOLO ANTONIO FOSCARINI

Le Opere di Galileo Galilei, Edizione Nazionale a cura di A. Favaro.

Barbera, Firenze 1968, XII, 171-172.

ROBERTO BELLARMINO a PAOLO ANTONIO FOSCARINI [in Roma].

Roma, 12 aprile 1615.

Bibl. della R. Accademia dei Lincei in Roma. Cod. Volpicelliano A car. 159r.-160r.—Copia di mano sincrona. In capo alla car.

159r. si legge: «Copia», e a car. 160t.: «Copia della risposta dell’Ill.mo S.r Card.le Bellarmino. Al P. M.ro Paolo Antonio Foscarini, Provinciale de’ Carm.ni di Calab.a, sopra la sua lettera stampata della mobilità della terra».

Al Molto R.do P.re M.ro F. Paolo Ant.o Foscarini, Provinciale de’ Carmelit.ni della Provincia di Calabria.

Molto R.do P.re mio,

Ho letto volentieri l’ epistola italiana e la scrittura latina che la P. V. m’ ha mandato: la ringratio dell’ una e dell’ altra, e confesso che sono tutte piene d’ ingegno e di dottrina. Ma perchè lei dimanda il mio parere, lo farò con molta brevità, perchè lei hora ha poco tempo di leggere et io ho poco tempo di scrivere.

P.o Dico che mi pare che V. P. et il Sig.r Galileo facciano prudentemente a contentarsi di parlare ex suppositione e non assolutamente, come io ho sempre creduto che habbia parlato il Copernico. Perchè il dire, che supposto che la terra si muova et il sole stia fermo si salvano tutte l’apparenze meglio che con porre gli eccentrici et epicicli, è benissimo detto, e non ha pericolo nessuno; e questo basta al mathematico: ma volere affermare che realmente il sole stia nel centro del mondo, e solo si rivolti in sè stesso senza correre dall’oriente all’occidente, e che la terra stia nel 3o cielo e giri con somma velocità intorno al sole, è cosa molto pericolosa non solo d’ irritare tutti i filosofi e theologi scholastici, ma anco di nuocere alla Santa Fede con rendere false le Scritture Sante; perchè la P. V. ha bene dimostrato molti modi di esporre le Sante Scritture, ma non li ha applicati in particolare, chè senza dubbio havria trovate grandissime difficultà se havesse voluto esporre tutti quei luoghi che lei stessa ha citati.

2.o Dico che, come lei sa, il Concilio prohibisce esporre le Scritture contra il commune consenso de’ Santi Padri; e se la P. V. vorrà leggere non dico solo li Santi Padri, ma li commentarii moderni sopra il Genesi, sopra li Salmi, sopra l’Ecclesiaste, sopra Giosuè, trovarà che tutti convengono in esporre ad literam ch’il sole è nel cielo e gira intorno alla terra con somma velocità, e che la terra è lontanissima dal cielo e sta nel centro del mondo, immobile. Consideri hora lei, con la sua prudenza, se la Chiesa possa sopportare che si dia alle Scritture un senso contrario alli Santi Padri et a tutti li espositori greci e latini. Nè si può rispondere che questa non sia materia di fede, perchè se non è materia di fede ex parte obiecti, è materia di fede ex pare dicentis; e così sarebbe heretico chi dicesse che Abramo non habbia havuti due figliuoli e Iacob dtodici, come chi dicesse che Christo non è nato di vergine, perchè l' uno e l' altro lo dice lo Spirito Santo per bocca de’Profeti et Apostoli.

3.o Dico che quando ci fusse vera demostratione che il sole stia nel centro del mondo e la terra nel 3° cielo, e che il sole non circonda la terra, ma la terra circonda il sole, allhora bisogneria andar con molta consideratione in esplicare le Scritture che paiono contrarie, e piu tosto dire che non l’ intendiamo, che dire che sia falso quello che si dimostra. Ma io non crederò che ci sia tal dimostratione, fin che non mi sia mostrata: nè è l' istesso dimostrare che supposto ch’ il sole stia nel centro e la terra nel cielo, si salvino le apparenze, e dimostrare che in verità il sole stia nel centro e la terra nel cielo; perchè la prima dimostratione credo che ci possa essere, ma della 2a ho grandissimo dubbio, et in caso di dubbio non si dee lasciare la Scrittura Santa, esposta da’ Santi Padri. Aggiungo che quello che scrisse: Oritur sol et occidit, et ad locum suum revertitur etc., fu Salomone, il quale non solo parlò inspirato da Dio, ma fu huomo sopra tutti gli altri sapientissimo e dottissimo nelle scienze humane e nella cognitione delle cose create, e tutta questa sapienza l’ hebbe da Dio; onde non è verisimile che affermasse una cosa che fusse contraria alla verità dimostrata o che si potesse dimostrare. E se mi dirà che Salomone parla secondo l’ apparenza, parendo a noi ch’ il sole giri, mentre la terra gira, come a chi si parte dal litto pare che il litto si parta dalla nave, risponderò che chi si parte dal litto, se bene gli pare che il litto si parta da lui, nondimeno conosce che questo è errore e lo corregge, vedendo chiaramente che la nave si muove e non il litto; ma quanto al sole e la terra, nessuno savio è che habbia bisogno di correggere l' errore, perchè chiaramente esperimenta che la terra sta ferma e che l’occhio non s’inganna quando giudica che il sole si muove, come anco non s’ inganna quando giudica che la luna e le stelle si muovano. E questo basti per hora.

Con che saluto charamente V. P., e gli prego da Dio ogni contento.

Di casa, li 12 di Aprile 1615.

Di V. P. molto R.

Come fratello

Il Card. Bellarmino.

 

DECRETO DI PROIBIZIONE DEI LIBRI COPERNICANI

I documenti del processo di Galileo Galilei, a cura di S. Pagano, Pont. Ac. Scientiarum, Città del Vaticano

1984, 102-103.

DECRETUM

Sacrae Congregationis Illustrissimorum S.R.E. Cardinalium,

a S.D.N. Paulo Papa V Sanctaque Sede Apostolica ad Indicem librorum, eorumque permissionem, proibitionem, expurgationem et impressionem in universa Republica Christiana, specialiter deputatorum ubique publicandum.

Cum ab aliquo tempore citra prodierint in lucem inter alios nonnulli libri varias haereses atque errores continentes, ideo Sacra Congregatio Illustrissimorum S.R.E. Cardinalium ad Indicem deputatorum, ne ex eorum lectione graviora in dies damna in tota Republica Christiana oriantur, eos omnino damnandos atque prohibendos esse voluit; sicuti praesenti Decreto poenitus damnat et prohibet, ubicumque et quovis idiomate impressos aut imprimendos: mandans ut nullus deinceps, cuiuscumque gradus et conditionis, sub poenis in Sacro Concilio Tridentino et in Indice librorum prohibitorum contentis, eos audeat imprimere aut imprimi curare, vel quomodocumque apud se detinere aut legere; et sub iisdem poenis, quicumque nunc illos habent vel habuerint in futurum, locorum Ordinariis seu Inquisitoribus, statim a praesentis Decreti notitia, exhibere teneantur.

Libri autem sunt infrascripti, videlicet:

Theologiae Calvinistarum libri tres, austore Corrado Schlusserburgio.

Scotanus Redivisus, sive Comentarius Erotematicus in tres priores libros codicis, etc.

Gravissimae quaestionis Christianarum Ecclesiarum in Occidentis praesertim partibus, ab Apostolicis temporibus ad nostram usque aetatem continua successione et statu, historica explicatio, auctore Iacobo Usserio, Sacrae Theologiae in Dulbiniensi Academia apud Hybernos professore. Friderici Achillis, Ducis Vvertemberg, Consultatio de principatu inter Provincias Europae, habita Tubingiae in Illustri Collegio Anno Christi 1613. Donelli Enucleati, sive commentariorum Hugonis Donelli de Iure Civili, in compendium ita redactorum etc.

Et quia etiam ad notitiam praefatae Sacrae Congregationis pervenit, falsam illam doctrinam Pithagoricam, divinaeque Scripturae omnino adversantem, de mobilitate terrae et immobilitate solis quam Nicolaus Copernicus De revolutionibus orbium coelestium et Didacus Astunica in Job, etiam docent, iam divulgari et a multis recipi; sicuti videre est ex quadam Epistola impressa cuiusdam Patris Carmelitae, cui titulus: «Lettera del R. Padre Maestro Paolo Antonio Foscarini Carmelitano, sopra l’opinione de’ Pittagorici e del Copernico della mobilità della terra e stabilità del sole, et il nuovo Pittagorico sistema del mondo. In Napoli, per Lazzaro Scoriggio, 1615», in qua dictus Pater ostendere conatur praefatam doctrinam de immobilitate solis in centro mundi et mobilitate terrae consonam esse veritati et non adversari Sacrae Scripturae; ideo, ne ulterius huiusmodi opinio in perniciem Catholicae veritatis serpat, censuit, dictos Nicolaum Copernicum De revolutionibrus orbium, et Didacum Astunica in Job, suspendendos esse, donec corriganturlibrum vero Patris Pauli Antonii Foscarini Carmelitae omnino prohibendum atque damnandum; aliosque omnes libros, pariter idem docentes, prohibendos: prout praesenti Decreto omnes respective prohibet, damnat atque suspendit. In quorum fidem praesens Decretum manu et sigillo Illustrissimi et Reverendissimi D Cardinalis S. Caeciliae, Episcopi Albanensis, signatum et munitum fuit, die 5 Martii 1616.

P. Episc. Albanen., Card. S. Caeciliae.

Locus † sigilli. Registr. fol. 90.

F. Franciscus Magdalenus Capiferreus,

Ord. Praedic., Secret. Romae, ex Typographia Camerae Apostolicae, M.DCXVI.

SOMMARIO DEL PROCESSO

I documenti del processo di Galileo Galilei, a cura di S. Pagano,

Pont. Acad. Scientiarum, Città del Vaticano 1984, 105-113.

SULLA STAMPA DEL LIBRO

DE FLUXU ET REFLUXU MARIS †

Conforme all’ordine della Santità Vostra si è distesa tutta la serie del fatto occorso circa l’impressione del libro del 27 Galilei, quale poi è stato impresso in Fiorenza. Il negotio è in sostanza passato in questa maniera.

L’anno 1630 il Galileo portò a Roma al Padre Maestro del Sacro Palazzo il suo libro in penna, acciò si rivedesse per la stampa; et il Padre Maestro lo diede a rivedere al Padre Raffaele Visconte, suo compagno et professore delle mathematiche, et havendolo emendato in più lochi, era per darne la sua fede conforme al solito, se il libro se fosse stampato in Roma.

S’è scritto al detto Padre che mandi la detta fede, et si aspetta; si è anco scritto che venga l’originale del libro, per vedere le correttioni fatte. Il Maestro del Sacro Palazzo, che ancor lui voleva riveder il libro, et per abbreviare il tempo, concordò che gli lo facesse vedere foglio per foglio; et acciò potesse trattare con li stampatori, gli diede l’imprimatur per Roma.

Andò l’autore a Fiorenza, et fece instanza al Padre Maestro per la facoltà di stamparlo in quella città, quale gli fu negata, et rimise il negotio all’Inquisitore di Fiorenza, avocando da sé la causa, et l’avvisò di quello si doveva osservare nell’impressione, lasciando ad esso la carica di stamparlo o no. Ha esibito il Maestro del Sacro Palazzo copia della lettera che lui scrisse all’Inquisitore circa questo negotio, sì come anco copia della risposta dell’Inquisitore al detto Maestro del Sacro Palazzo, dove dice l’Inquisitore di haverlo dato a correggere al Padre Stefani, Consultore del Santo Officio. Doppo questo il Maestro del Sacro Palazzo non ha saputo altro, se non che ha visto il libro stampato in Fiorenza et publicato con l’imprimatur del’Inquisitore, et vi è anco l’imprimatur di Roma.

Si pretende che il Galileo habbia transgrediti gli ordini, con recedere dall’hypotesi, asserendo assolutamente la mobilità della terra et stabilità del sole; che habbia mal ridotto l’esistente flusso et reflusso del mare nella stabilità del sole et mobilità della terra non esistenti, che sonno li capi principali; de più, che habbia fraudolentemente taciuto un precetto fattogli dal Santo Officio dell’anno 1616, quale è di questo tenore:

Ut supradictam opinionem, quod sol sit centrum mundi et terra moveatur, omnino relinquat, nec eam de caetero, quovis modo, teneat, doceat, aut defendat, verbo aut scriptis; alias, contra ipsum procedetur in Sancto Officio. Cui praecepto acquievit et parere promisit.

Si deve hora deliberare del modo di procedere tam contra per[sona]m quam circa librum iam impressum.

In facto:

1. Venne il Galilei a Roma l’anno 1630, e portò et essibì l’original suo in penna, acciò si rivedesse per la stampa. Communicato il negozio, et havuto ordine di non passar un punto del sistema copernicano se non in pura hipotesi matematica, trovato subito che il libro non stava così, ma che parlava assolutamente, mettendo le ragioni pro et contra, ma senza decidere, si fece risoluzione dal Maestro di Sacro Palazzo che si rivedesse il libro e si riducesse ad hipotetico, e gli si facesse un capo et una perorazione con che si conformasse il corpo, disegnando questo modo di procedere e prescrivendolo a tutta la disputa da farsi anche contro il sistema tolemaico ad hominem solamente, e per mostrare che la Sacra Congregazione in riprovar il copernicano haveva sentite tutte le ragioni.

2. In essecuzione si diede il libro a rivedere con quest’ordine al Padre fra Raffaello Visconti, compagno del Maestro di Sacro Palazzo, per esser professore delle mattematiche; et egli lo rividde et emendò in molti luoghi (avvertendo anche il Maestro d’altri litigati con l’autore, li quali il Maestro levò senza sentir altro): et avendolo del rimanente approvato, era per darne la sua fede per metterla al principio del libro, come si suole, se il libro si fusse stampato in Roma, come all’hora si pretendeva. S’è scritto al’Inquisitore che la mandi, e col primo ordinario si aspetta, sì come pure s’è mandato per l’originale, perché si vedano le correzzioni fatte.

3. Volle il Maestro di Sacro Palazzo riveder il libro per sé stesso; e lamentandosi l’autore di non esser solita la seconda revisione e della lunghezza del tempo, venne a stabilirsi, per agevolar l’opra, che il Maestro lo vedesse foglio a foglio per mandarlo al torchio: et in tanto, perché potesse trattare con li stampatori, li si diede l’imprimatur per Roma, e si abbozzò il principio del libro, e si aspettava di cominciarlo a’ freschi.

4. Andò poi a Firenze l’autore, e passato qualche tempo fece instanza & voler istampar in quella città. Il Maestro di Sacro Palazzo gliene negò assolutamente, e replicate le istanze, disse che gli riportassero l’originale per farne l’ultima revisione pattovita e che senza questo non avrebbe mai data facoltà di stamparlo per suo conto. Fu risposto non poter mandar l’originale per li pericoli della perdita et del contagio; et instando tuttavia, interpostasi l’intercessione di quella Altezza, si prese per ispediente che il Padre Maestro di Sacro Palazzo avocasse da sé la causa, rimettendola all’Inquisitore di Firenze, disegnandoli quello s’aveva ad osservare nella correzzione del libro e lasciando ad esso la carica di stamparlo o no, di maniera che uteretur iure suo, senza impegno dell’offizio del Maestro. In conformità di questo, scrisse all’Inquisitore la littera di cui va con questa la copia, segnata littera A, data ai 24 di maggio 1631, ricevuta et accusata dall’Inquisitore nella lettera B, dove dice haverlo commesso per correggere al Padre Stefani, Consultore di quel Sant’Offizio.

Gli fu mandata poi la prefazione o capo dell’opera, concepita brevemente, acciò che l’autore l’incorporasse al tutto e la fiorisse a suo modo, e facesse il fine del Dialogo in questa conformità. La copia dell’abbozzo mandato è sotto la lettera C e della lettera con che si mandò è sotto la lettera D.

5. Doppo di questo il Maestro di Sacro Palazzo non ha avuto più parte nel negozio, se non quando, stampato e publicato il libro senza nessuna sua saputa, venendone li primi essemplari, li trattenne in dogana, vedendo non osservati gl’ordini; e poi, avendone il commandamento di Nostro Signore, gl’ha fatti raccogliere per tutto, ove è potuto essere a tempo e farne diligenza.

6. Nel libro poi ci sono da considerare, come per corpo di delitto, le cose seguenti:

1. Aver posto l’imprimatur di Roma senz’ordine, e senza participar la publicazione con chi si dice aver sottoscritto.

2. Aver posto la prefazione con carattere distinto, e resala inutile come alienata dal corpo dell’opera, et aver posto la medicina del fine in bocca di un sciocco, et in parte che né anche si trova se non con difficoltà, approvata poi dall’altro interlocutore freddamente, e con accennar solamente e non distinguer il bene che mostra dire di mala voglia.

3. Mancarsi nell’opera molte volte e recedere dall’hipotesi, o asserendo assolutamente la mobilità della terra e stabilità del sole, o qualificando gli argomenti su che la fonda per dimostrativi e necessarii, o trattando la parte negativa per impossibile.

4. Tratta la cosa come non decisa, e come che si aspetti e non si presupponga la definizione.

5. Lo strapazzo de gl’autori contrarii e di chi più si serve Santa Chiesa.

6. Asserirsi e dichiararsi male qualche uguaglianza, nel comprendere le cose geometriche, tra l’intelletto umano e divino.

7. Dar per argomento di verità che passino i tolemaici ai copernicani, e non e contra.

8. Haver mal ridotto l’esistente flusso e reflusso del mare nella stabilità del sole e mobilità della terra, non esistenti. Tutte le quali cose si potrebbono emendare, se si giudicasse esser qualche utilità nel libro, del quale gli si dovesse far questa grazia.

7. L’autore hebbe precetto del 1616 dal Sant’Offizio ut supradictam opinionem, quod sol sit centrum mundi et terra moveatur, omnino relinquat, nec eam de caetero, quovis modo, teneat, doceat aut defendat, verbo aut scriptis; alias, contra ipsum procedetur in Sancto Officio. Cui praecepto acquievit et parere promisit.

SENTENZA ED ABIURA DI GALILEO

Le Opere di Galileo Galilei, Edizione Nazionale a cura di A. Favaro.

Barbera, Firenze 1968, XIX, 402-407.

3) Sentenza ed abiura.

Roma, 22 giugno 1633.

Arch. di Stato in Modena. Inquisizione. Processi 1632-1633.— Copia dal tempo.

Sentenza.

Noi Gasparo del tit. di S. Croce in Gerusalemme Borgia; Fra Felice Centino del tit. di S. Anastasia, detto d’Ascoli; Guido del tit. di S. Maria del Popolo Bentivoglio; Fra Desiderio Scaglia del tit. di S. Carlo, detto di Cremona; Fra Ant.o Barberino, detto di S. Onofrio; Laudivio Zacchia del tit. di S.Pietro in Vincoli, detto di S. Sisto; Berlingero del tit. di S. Agostino Gesso; Fabricio del tit. di S. Lorenzo in Pane e Perna Verospio, chiamati Preti; Francesco del tit. di S. Lorenzo in Damaso Barberino; et Martio di S.ta Maria Nova Ginetto, Diaconi; per la misericordia di Dio, della S.ta Romana Chiesa Cardinali, in tutta la Republica Christiana contro l’ heretica pravità Inquisitori generali dalla S. Sede Apostolica specialmente deputati; Essendo che tu, Galileo fig.lo del q.m Vinc.o Galilei, Fiorentino, dell’ età tua d’anni 70, fosti denuntiato del 1615 in questo S.o Off.o, che tenevi come vera la falsa dottrina, da alcuni insegnata, ch’ il sole sia centro del mondo et imobile, e che la terra si muova anco di moto diurno; ch’ havevi discepoli, a’ quali insegnavi la medesima dottrina; che circa l’ istessa tenevi corrispondenza con alcuni mattematici di Germania; che tu havevi dato alle stampe alcune lettere intitolate Delle macchie solari, nelle quali spiegavi l’istessa dottrina come vera; che all’ obbiettioni che alle volte ti venivano fatte, tolte dalla Sacra Scrittura, rispondevi glosando detta Scrittura conforme al tuo senso; e successivamente fu presentata copia d’ una scrittura, sotto forma di lettera, quale si diceva esser stata scritta da te ad un tale già tuo discepolo, et in essa, seguendo la positione del Copernico, si contengono varie propositioni contro il vero senso et auttorità della Sacra Scrittura; Volendo per ciò questo S.cro Tribunale provedere al disordine et al danno che di qui proveniva et andava crescendosi con pregiuditio della S.ta Fede, d’ ordine di N. S.re e degl’ Eminen.mi et Rev.mi SS.ri Card.i di questa Suprema et Universale Inq.ne, furono dalli Qualificatori Teologi qualificate le due propositioni della stabilità del sole et del moto della terra, cioè:

Che il sole sia centro del mondo et imobile di moto locale, è propositione assurda e falsa in filosofia, e formalmente heretica, per essere espressamente contraria alla Sacra Scrittura;

Che la terra non sia centro del mondo nè imobile, ma che si muova etiandio di moto diurno, è parimente propositione assurda e falsa nella filosofia, e considerata in teologia ad minus erronea in Fide.

Ma volendosi per allora procedere teco con benignità, fu decretato nella Sacra Congre. ne tenuta avanti N. S. a’ 25 di Febr.o 1616, che l’Emin.mo S. Card.le Bellarmino ti ordinasse che tu dovessi omninamente lasciar detta opinione falsa, e ricusando tu di ciò fare, che dal Comissario del S. Off.o ti dovesse esser fatto precetto di lasciar la detta dotrina, e che non potessi insegnarla ad altri nè difenderla nè trattarne, al quale precetto non acquietandoti, dovessi esser carcerato; et in essecutione dell’ istesso decreto, il giorno seguente, nel palazzo et alla presenza del sodetto Eminen.mo S.r Card.le Bellarmino, dopo esser stato dall’istesso S.r Card.le benignamente avvisato et amonito, ti fu dal P. Comissario del S. Off.o di quel tempo fatto precetto, con notaro e testimoni, che omninamente dovessi lasciar la detta falsa opinione, e che nell’ avvenire tu non la potessi tenere nè difendere nè insegnar in qualsivoglia modo, nè in voce nè in scritto: et havendo tu promesso d’ obedire, fosti licentiato. Et acciò che si togliesse affatto così perniciosa dottrina, e non andasse più oltre serpendo in grave pregiuditio della Cattolica verità, uscì decreto della Sacra Congr.ne dell’Indice, col quale furno prohibiti li libri che trattano di tal dottrina, et essa dichiarata falsa et omninamente contraria alla Sacra et divina Scrittura.

Et essendo ultimamente comparso qua un libro, stampato in Fiorenza l’ anno pross.to (sic), la cui inscrittione mostrava che tu ne fosse l’autore, dicendo il titolo Dialogo di Galileo Galilei delli due Massimi Sistemi del mondo, Tolemaico e Copernicano; et informata appresso la Sacra Congre.ne che con l’ impressione di detto libro ogni giorno più prendeva piede e si disseminava la falsa opinione del moto della terra e stabilità del sole; fu il detto libro diligentemente considerato, et in esso trovata espressamente la transgressione del predetto precetto che ti fu fatto, havendo tu nel medesimo libro difesa la detta opinione già dannata et in faccia tua per tale dichiarata, avvenga che tu in detto libro con varii ragiri ti studii di persuadere che tu la lasci come indecisa et espressamente probabile, il che pur è errore gravissimo, non potendo in niun modo esser probabile un’ opinione dichiarata e difinita per contraria alla Scrittura divina.

Che perciò d’ ordine nostro fosti chiamato a questo S. Off.o, nel quale col tuo giuramento, essaminato, riconoscesti il libro come da te composto e dato alle stampe. Confessasti che, diece o dodici anni sono incirca, dopo esserti fatto il precetto come sopra, cominciasti a scriver detto libro; che chiedesti la facoltà di stamparlo, senza però significare a quelli che ti diedero simile facoltà, che tu havevi precetto di non tenere, difendere nè insegnare in qualsivoglia modo tal dottrina.

Confessasti parimente che la scrittura di detto libro è in più luoghi distesa in tal forma, ch’ il lettore potrebbe formar concetto che gl’ argomenti portati per la parte falsa fossero in tal guisa pronuntiati, che più tosto per la loro efficacia fossero potenti a stringer che facili ad esser sciolti; scusandoti d’ esser incorso in error tanto alieno, come dicesti, dalla tua intentione, per haver scritto in dialogo, e per la natural compiacenza che ciascuno ha delle proprie sottigliezze e del mostrarsi più arguto del comune de gl’ huomini in trovar, anco per le propositioni false, ingegnosi et apparenti discorsi di probabilità. Et essendoti stato assignato termine conveniente a far le tue difese, producesti una fede scritta di mano dell’Emin.mo S.r Card.le Bellarmino, da te procurata, come dicesti, per difenderti dalle calunnie de’ tuoi nemici, da’ quali ti veniva opposto che havessi abiurato e fossi stato penitentiato dal S.to Off.o nella qual fede si dice che tu non havevi abiurato, nè meno eri stato penitentiato, ma che ti era solo stata denuntiata la dichiaratione fatta da N. S.e e publicata dalla Sacra Congre.ne dell’Indice, nella quale si contiene che la dottrina del moto della terra o della stabilità del sole sia contraria alle Sacre Scritture, e però non si possa difendere nè tenere; e che perciò, non si facendo mentione in detta fede delle due particole del precetto, cioè docere et quovis modo, si deve credere che nel corso di 14 o 16 anni n’havevi perso ogni memoria, e che per questa stessa cagione havevi taciuto il precetto quando chiedesti licenza di poter dare il libro alle stampe, e che tutto questo dicevi non per scusar l’errore, ma perchè sia attribuito non a malitia ma a vana ambittione. Ma da detta fede, prodotta da te in tua difesa, restasti magiormente aggravato, mentre, dicendosi in essa che detta opinione è contraria alla Sacra Scrittura, hai non di meno ardito di trattarne, di difenderla e persuaderla probabile; nè ti suffraga la licenza da te artefitiosamente e calidamente estorta, non havendo notificato il precetto ch’havevi. E parendo a noi che tu non havessi detto intieramente la verità circa la tua intentione, giudicassimo esser necessario venir contro di te al rigoroso essame; nel quale, senza pero pregiuditio alcuno delle cose da te confessate e contro di te dedotte come di sopra circa la detta tua intentione, rispondesti cattolicamente.

Pertanto, visti e maturamente considerati i meriti di questa tua causa, con le sodette tue confessioni e scuse e quanto di ragione si doveva vedere e considerare, siamo venuti contro di te alla infrascritta diffinitiva sentenza.

Invocato dunque il S.mo nome di N. S.re Gesù Christo e della sua gloriosissima Madre sempre Vergine Maria; per questa nostra diffinitiva sentenza, qual sedendo pro tribunali, di consiglio e parere de’ RR. Maestri di Sacra Teologia e Dottori dell’una e dell’altra legge, nostri consultori, proferimo in questi scritti nella causa e cause vertenti avanti di noi tra il M.co Carlo Sinceri, dell’una e dell’altra legge Dottore, Procuratore fiscale di questo S.o Off.o, per una parte, e te Galileo Galilei antedetto, reo qua presente, inquisito, processato e confesso come sopra, dall’altra; Diciamo, pronuntiamo, sententiamo e dichiariamo che tu, Galileo sudetto, per le cose dedotte in processo e da te confessate come sopra, ti sei reso a questo S. Off.o vehementemente sospetto d’heresia, cioè d’haver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch’ il sole sia centro della terra e che non si muova da oriente ad occidente, e che la terra si muova e non sia centro del mondo, e che si possa tener e difendere per probabile un’opinione dopo esser stata dichiarata e diffinita per contraria alla Sacra Scrittura; e conseguentemente sei incorso in tutte le censure e pene dai sacri canoni et altre constitutioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate. Dalle quali siamo contenti sii assoluto, pur che prima, con cuor sincero e lede non finta, avanti di noi abiuri, maledichi e detesti li sudetti errori et heresie et qualunque altro errore et heresia contraria alla Cattolica ed Apostolica Chiesa, nel modo e forma che da noi ti sarà data Et acciocchè questo tuo grave e pernicioso errore e transgressione non resti del tutto impunito, et sii più cauto nell’avvenire et essempio all’ altri che si astenghino da simili delitti, ordiniamo che per pubblico editto sia prohibito il libro de’ Dialoghi di Galileo Galilei.

Ti condaniamo al carcere formale in questo S.o Off.o ad arbitrio nostro; e per penitenze salutari t’imponiamo che per tre anni a venire dichi una volta la settimana li sette Salmi penitentiali: riservando a noi facoltà di moderare, mutare, o levar in tutto o parte le sodette pene e penitenze.

Et così diciamo, pronuntiamo, sententiamo, dichiariamo, ordiniamo e reservamo in questo et in ogni altro meglior modo e forma che di ragione potemo e dovemo.

Ita pronun.mus nos Cardinales infrascripti:

F. Cardinalis de Asculo.

G. Cardinalis Bentivolus.

Fr. D. Cardinalis de Cremona.

Fr. Ant.s Cardinalis S. Honuphrii.

B. Cardinalis Gipsius.

F. Cardinalis Verospius.

M. Cardinalis Ginettus.

LA SENTENZA DEL SANT’UFFIZIO
Testo trascritto da Angela Cerinotti

 

Roma, 22 giugno 1633

Noi:

Gasparo Borgia;

Felice Centini, detto cardinal d'Ascoli;

Guido Bentivoglio;

Desiderio Scaglia, detto di Cremona;

Antonio Barberini, detto di S. Onofrio;

Laudivio Zacchia, detto di S. Sisto;

Berlinghiero Gessi;

Fabrizio Verospi;

Francesco Barberini e

Marzio Ginetti;

Cardinali di Santa Romana Chiesa per la misericordia di Dio, Inquisitori generali specificamente deputa­ti dalla Santa Sede Apostolica contro il veleno dell'eresia in tutta la Repubblica Cristiana;

poiché tu, Galileo, fu Vincenzo Galilei, fiorentino, dell'età di settant'anni, fosti nel 1615 denunziato presso questo Sant'Uffizio come colui che riteneva vera la falsa dottrina, insegnata da alcuni, secondo la quale il Sole è al centro del mondo e immobile e la Terra compie anche un moto diurno; avevi discepoli ai quali insegnavi la stessa dottrina; tenevi sulla stessa corrispondenza con alcuni matematici di Germania; avevi dato alle stampe alcune lettere intitolate Delle macchie solari, in cui esponevi tale dottrina come vera; rispondevi alle obiezioni che ti venivano talvolta mosse producendo passi della Sacra Scrittura interpretati a modo tuo; sei stato estensore di una lettera, successivamente presentataci, che si diceva essere stata inviata da te a uno che era stato tuo discepolo, in cui, essendovi sottoscritta la teoria di Copernico, sono contenute varie posizioni contrarie al vero significato e all'autorità della Sacra Scrittura; volendo perciò questo Sacro Tribunale rimediare al disordine e al danno che ne derivavano e andavano accrescendosi con pregiudizio della Santa Fede, per ordine di Nostro Signore e degli Eminentissimi e Reverendissimi Signori Cardinali di questa Suprema Inquisizione, furono valutate dai Teologi specificatamente deputati a farlo le enunciazioni relative alla stabilità del Sole e al moto della Terra in questi termini:

che il Sole sia centro del mondo e non si muova dalla sua sede è una proposizione falsa e assurda da un punto di vista filosofico ed eretica, perché espressamente contraria alla Sacra Scrittura;

che la Terra non sia centro del mondo ne immobile, ma che sia dotata anche di un moto diurno è proposizione parimenti assurda e falsa in filosofia e considerata in teologia quanto meno erronea nella Fede.

Volendosi tuttavia allora mostrare benevolenza nei tuoi confronti, fu decretato nella Sacra Congregazione tenutasi il 25 febbraio 1616 che l'Eminentissimo Cardinale Bellarmino ti ordinasse di abbandonare del tutto la suddetta falsa dottrina, di non insegnarla ad alcuno ne difenderla o parlarne, e che, se tu non ti fossi adeguato a questi precetti, dovessi essere incarcerato. In esecuzione dello stesso decreto, il giorno successivo, nel palazzo e alla presenza del suddetto Cardinale Bellarmino, dopo essere stato da Lui benignamente avvisato e ammonito, ti fu ufficialmente comunicato dal Commissario del Sant'Uffizio di quel tempo, alla presenza di un notaio e di testimoni, che dovevi del tutto abbandonare la suddetta falsa teoria e che per l'avvenire non avresti dovuto crederla, ne difenderla, ne insegnarla in qualunque modo, ne a voce ne per iscritto e, avendo tu promesso di ubbidire, fosti congedato.

E affinchè si togliesse di mezzo definitivamente una dottrina così pericolosa e non continuasse a serpeggiare con grave rischio per la verità cattolica, venne emesso un decreto della Sacra Congregazione dell'Indice con cui furono proibiti i libri che trattano tale dottrina e venne dichiarata falsa e contraria alla Sacra e divina Scrittura.

Ma essendo ultimamente qui pervenuto un libro, stampato a Firenze l'anno scorso, la cui intestazione rivelava che tu ne eri l'autore, recitando il titolo Dialogo di Galileo Galilei delli due Massimi Sistemi del mondo, Tolemaico e Copernicano; essendo altresì stata informata la Sacra Congregazione che con la stampa di codesto libro prendeva ogni giorno più piede e andava sempre più diffondendosi la falsa teoria del moto della Terra e della stabilità del Sole, il suddetto libro venne diligentemente analizzato e fu verificata in esso un'esplicita trasgressione all'ordine che ti era stato impartito, poiché in esso tu prendevi le difese della teoria già condannata e come tale a te direttamente dichiarata, benché nel libro tu ti ingegnassi con espedienti capziosi a far credere che la lasci sussistere come ipotesi ancora da provare, il che è comunque un errore gravissimo, non potendo essere in nessun modo probabile un'opinione già dichiarata e definita in contrasto con la Sacra Scrittura.

Perciò su nostro ordine fosti convocato da questo Sant'Uffizio, in cui, dopo averlo esaminato, riconoscesti come composto e dato alle stampe da te il suddetto libro. Confessasti che, dieci o dodici anni fa, dopo essere stato precettato come sopra si è detto, ti accingesti alla sua stesura; che chiedesti l'autorizzazione a stamparlo, senza tuttavia far presente a coloro che te la concessero che avevi ricevuto il precetto di non credere, ne difendere, ne insegnare in qualunque modo tale dottrina.

Confessasti parimenti che l'esposizione del libro in più punti è in forma tale che il lettore potrebbe ritenere gli argomenti addotti a sostegno della falsa teoria vengano presentati in modo così efficace da farli piuttosto assumere come stringenti che accantonare, scusandoti letteralmente di essere incorso in un errore tanto lontano dalla tua intenzione, per aver scritto in forma di dialogo e per la naturale inclinazione a compiacersi delle proprie sottigliezze e del mostrarsi più arguto del comune nel trovare, anche per proposizioni false, ingegnosi e all'apparenza non improbabili argomenti a sostegno.

Ed essendoti stato assegnato un termine utile a predisporre la tua difesa, presentasti un documento autografo dell'Eminentissimo Cardinale Bellarmino, da te richiesto, come dicesti, per difenderti dalle calunnie dei tuoi nemici, che ti accusavano di aver abiurato e di essere stato punito dal Santo Uffizio, in cui si dice che non avevi abiurato e nemmeno che ti era stata comminata una pena dal Sant'Uffizio, ma che ti era semplicemente stata resa nota la dichiarazione fatta da Nostro Signore e pubblicata dalla Sacra Congregazione dell'Indice in cui si dice che la dottrina del moto della Terra e della stabilità del Sole è contraria alle Sacre Scritture e perciò non si può né difendere né abbracciare. Perciò, non facendo menzione il documento di altri due commi del precetto a te impartito, vale a dire insegnare e in qualunque modo, si deve credere che nel corso di 14 o 16 anni tè ne eri dimenticato e che per questa ragione avevi taciuto sul precetto ricevuto quando chiedesti l'autorizzazione a stampare il libro. Aggiungevi che il tutto non mirava a scusare l'errore, ma a farlo giudicare frutto non di cattiva intenzione, ma di vana ambizione. Ma questo documento, da te spontaneamente prodotto per difenderti, ha ulteriormente aggravato la tua posizione perché, dicendosi in esso che la suddetta teoria è contraria alla Sacra Scrittura, hai comunque avuto l'ardire di parlarne, di difenderla e di cercare di convincere circa la sua probabilità; ne valgono i pretesti da te artificiosamente e furbescamente addotti onde scusare la licenza che ti sei presa per non aver notificato il precetto ricevuto.

Sembrando a noi che tu non avessi detto tutta la verità sulla tua intenzione, abbiamo ritenuto necessario sottoporti a un rigoroso esame nel quale, senza però pregiudizio di quanto hai confessato e di quanto è emerso contro di te nella valutazione dell'intenzione, come sopra è stato detto, rispondesti cattolicamente.

Pertanto, visti e attentamente valutati gli elementi a tuo carico in questo processo, comprese le tue ammissioni e le tue giustificazioni, nonché tutto ciò che si doveva prendere in considerazione e valutare, siamo giunti contro di te a un verdetto definitivo, qui di seguito riportato.

Invocato dunque il nome di Nostro Signore Gesù Cristo e della sua gloriosissima Madre sempre Vergine Maria; per questa nostra sentenza definitiva in una seduta con funzione di tribunale, su consiglio e parere dei Maestri di Sacra Teologia e Dottori della legge sacra e di quella umana, nostri esperti, proferiamo in questo scritto nella causa e cause condotte prima di noi tra Marco Carlo Sinceri, Dottore dell'una e dell'altra legge, Procuratore fiscale di questo Sant'Uffizio da una parte e te soprannominato Galileo Galilei, reo qui presente, inquisito, processato e confesso come sopra si è detto dall'altra:

diciamo, pronunciamo, sentenziamo e dichiariamo

che tu, nominato Galileo, per le ragioni emerse nel processo e da te come sopra confessate, ti sei attirato il sospetto da parte di questo Santo Uffizio di essere veramente eretico, cioè di avere mantenuta e creduta vera una dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, vale a dire che il Sole è centro per la Terra e non si muove da oriente a occidente, mentre al contrario la Terra si muove e non è centro del mondo, e di aver ritenuto possibile mantenere e difendere come probabile una teoria dopo che questa è stata dichiarata e definita contraria alla Sacra Scrittura; e che di conseguenza sei incorso in tutti i provvedimenti e nelle pene previste dalla legge sacra e dalle altre disposizioni generali e particolari assunte e promulgate contro simili colpevoli. Da esse ricaviamo che tu possa essere assolto purché prima, con cuore sincero e autentica fede, in nostra presenza tu abiuri, maledica e respinga i suddetti errori ed eresie, e qualunque altro errore o eresia contraria alla Chiesa Cattolica e Apostolica, nel modo e nella forma che ti saranno da noi prescritti.

E affinché questo tuo grave e dannoso errore e la trasgressione di cui ti sei reso colpevole non restino del tutto impuniti, e tu possa essere più cauto per l'avvenire e di esempio agli altri, onde si astengano da simili colpe, ordiniamo che con pubblico editto sia proibito il libro dei Dialoghi di Galileo Galilei.

Ti condanniamo al carcere formale in questo Sant'Uffizio a nostro arbitrio; e come penitenza per la salute della tua anima ti imponiamo di recitare per i prossimi tre anni una volta la settimana i sette Salmi penitenziali, riservandoci la facoltà di moderare, cambiare, togliere del tutto o in parte le pene e penitenze suddette.

Così diciamo, pronunciamo, sentenziamo, dichiariamo, ordiniamo e ci riserviamo di agire in ogni altro modo e forma migliore, avendone la possibilità e il dovere.

Così ci pronunciamo noi sottoscritti Cardinali:

F. Cardinale d'Ascoli

G. Cardinale Bentìvoglio

Fr. D. Cardinale di Cremona

Fr. A. Cardinale di S. Onofrio

B. Cardinale Gessi

F. Cardinale Verospi

M. Cardinale Ginetti

ABIURA DI GALILEO
Testo trascritto da Angela Cerinotti

Io Galileo, fu Vincenzo Galilei, fiorentino, di anni 70, personalmente costituito in giudizio e inginocchiato davanti a voi Eminentissimi e Reverendissimi Cardi­nali Inquisitori generali in tutta la Repubblica Cristia­na contro la malvagità eretica; avendo davanti agli oc­chi i santi Vangeli, su cui poso le mani, giuro che ho sempre creduto, credo e con l'aiuto divino crederò per l'avvenire tutto ciò che accoglie, predica e insegna la Santa Chiesa Cattolica e Apostolica. Ma poiché que­sto Sant'Uffizio, per avere io, dopo essermi stato formalmente intimato con un precetto dello stesso di ab­bandonare completamente la falsa teoria che il Sole è centro del mondo e non si muove e la Terra non è cen­tro del mondo e si muove, e di non mantenere, difen­dere ne insegnare in qualunque modo, ne a parole ne per iscritto, la suddetta falsa dottrina, e dopo essermi stato notificato che tale dottrina è contraria alla Sacra Scrittura, scritto e dato alle stampe un libro in cui ne parlo pur essendo già stata condannata e porto argo­menti efficaci a suo favore, senza prendere netta posizione, mi ha giudicato veramente sospetto di eresia, cioè di aver tenuto fermo e creduto che il Sole è centro del mondo e immobile e la Terra non ne è il centro e si muove, volendo cancellare dalla mente delle Vo­stre Eminenze e da quella di ogni cristiano questo grave sospetto, giustamente concepito contro di me, con cuore sincero e autentica fede abiuro, maledico e dete­sto i suddetti errori ed eresie e in generale ogni qua­lunque altro errore, eresia o setta contraria alla Santa Chiesa; e giuro che per l'avvenire non dirò mai più ne asserirò, ne a parole ne per iscritto, cose tali per cui possa rinascere su di me un tale sospetto, ma se m'im­batterò in qualche eretico o sospetto d'eresia, lo de­nuncerò a questo Sant'Uffizio, ovvero all'Inquisitore o Ordinario del luogo dove dovessi trovarmi.

Giuro altresì e prometto di adempiere e osservare in­teramente tutte le penitenze che mi sono state o mi sa­ranno inflitte da questo Sant'Uffizio e che se, Dio non voglia, dovessi contravvenire in qualche modo alle mie promesse o ai miei giuramenti, mi sottometterò a tutte le pene e castighi previsti dal diritto canonico e dalle altre disposizioni generali e particolari previste e promulgate contro questi reati.

Mi possano in ciò aiutare Dio e i suoi santi Vangeli, su cui poso le mani.

Io, suddetto Galileo Galilei, ho abiurato, giurato, promesso e mi sono obbligato come sopra; e in fede della verità ho firmato di mio pugno il presente docu­mento d'abiura e l'ho recitato parola per parola, a Ro­ma, nel convento di S. Maria sopra Minerva, oggi, 22 giugno 1633.

Io, Galileo Galilei, ho sottoscritto la suddetta abiu­ra, di mio pugno.

REVISIONE DEL PROCESSO

Dal tempo del processo di Galileo il pensiero teologico e l'epistomologia della scienza hanno subito una notevole evoluzione. La teologia e la scienza del Seicento negavano che un "evento", cioè una qualsiasi parte del reale, avesse un contenuto di verità non esauribile con un solo punto di vista e con il corrispettivo linguaggio descrittivo e interpretativo.

Oggi invece i più accettano l’idea che un evento sia suscettibile di molteplici letture (scientifica, metafisica, sapienziale, …) che richiedono più linguaggi, ciascuno dei quali con il proprio obiettivo specifico e limitato cosi da non poter esaurire la complessità dell’evento stesso. Deriva da ciò una maggior umiltà nella pretesa conoscitiva che riduce le contrapposizioni e agevola il dialogo fra le varie letture. Di recente, la commissione insediata dal papa Giovanni Paolo II col compito di pubblicare gli atti del processo e chiudere ufficialmente il conflitto che si era istaurato tra Galilei e la Chiesa, ha terminato i suoi lavori permettendo cosi al papa di esporre nel discorso del 31 ottobre 1992 le conclusioni sul processo ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze. Con questo discorso si decise che nel XVII secolo si scontrarono una fisica che aveva conseguito un adeguato statuto epistemologico e una ermeneutica biblica del tutto inadeguata, e che questa situazione ha permesso la tragica incomprensione del più grande scienziato cattolico del XVII secolo. Il doloroso malinteso sulla presunta opposizione tra scienza e fede appartiene ormai al passato. Ecco una parte del discorso tenuto da papa Giovanni Paolo II il 31 ottobre 1992.

“Ero mosso da simili preoccupazioni, il 10 novembre 1979 in occasione della celebrazione del primo centenario della nascita di Albert Einstein, quando espressi davanti a questa medesima Accademia l'auspicio che «dei teologi, degli scienziati e degli storici, animati da spirito di sincera collaborazione, approfondissero l'esame del caso Galileo e, in un riconoscimento leale dei torti da qualunque parte essi venissero, facessero scomparire la sfiducia che questo caso ancora oppone, in molti spiriti, ad una fruttuosa concordia tra scienza e fede» (AAS 71, 1979, pp. 1464-1465). Una commissione di studio è stata costituita a tal fine il 3 luglio 1981. Ed ora, nell'anno stesso in cui si celebra il 350° anniversario della morte di Galileo, la Commissione presenta, a conclusione dei suoi lavori, un complesso di pubblicazioni che apprezzo vivamente. Desidero esprimere la mia sincera riconoscenza al Cardinale Poupard incaricato di coordinare le ricerche della Commissione nella fase conclusiva.

A tutti gli esperti che hanno partecipato in qualche modo ai lavori dei quattro gruppi da cui è stato condotto questo studio pluridisciplinare, dico la mia profonda soddisfazione e la mia viva gratitudine. Il lavoro svolto per oltre dieci anni risponde ad un orientamento suggerito dal Concilio Vaticano II e permette di porre meglio in luce vari punti importanti della questione. In avvenire, non si potrà non tener conto delle conclusioni della commissione. Ci si meraviglierà forse che (...) io ritorni sul caso Galileo. Non è questo caso archiviato da tempo e gli errori commessi non sono stati riconosciuti? Certo, questo è vero. Tuttavia, i problemi soggiacenti a quel caso toccano la natura della scienza come quella del messaggio della fede. Non è dunque da escludere che ci si trovi un giorno davanti ad una situazione analoga, che richiederà agli uni e agli altri una coscienza consapevole del campo e dei limiti delle rispettive competenze. (...) Una doppia questione sta al cuore del dibattito di cui Galileo fu al centro. La prima è di ordine epistemologico e concerne l'ermeneutica biblica. A tal proposito, sono da rilevare due punti. Anzitutto, come la maggior parte dei suoi avversari Galileo non fa distinzione tra quello che è l'approccio scientifico ai fenomeni naturali e la riflessione sulla natura di ordine filosofico, che esso generalmente richiama. È per questo che egli rifiutò il suggerimento che gli era stato dato di presentare come un'ipotesi il sistema di Copernico, fin tanto che esso non fosse confermato da prove irrefutabili. Era quella, peraltro, un'esigenza del metodo sperimentale di cui egli fu il geniale iniziatore. Inoltre, la rappresentazione geocentrica del mondo era comunemente accettata nella cultura del tempo come pienamente concorde con l'insegnamento della Bibbia, nella quale alcune espressioni, prese alla lettera, sembravano costituire delle affermazioni di geocentrismo. Il problema che si posero dunque i teologi dell'epoca era quello della compatibilità dell'eliocentrismo e della Scrittura. Così la scienza nuova, con i suoi metodi e la libertà di ricerca che essi suppongono, obbligava i teologi ad interrogarsi sul loro criterio di interpretazione della Scrittura. La maggior parte non seppe farlo. Paradossalmente, Galileo, sincero credente, si mostrò su questo punto più perspicace dei suoi avversari teologi. «Se bene la Scrittura non può errare, scrive a Benedetto Castelli, potrebbe nondimeno talvolta errare alcuno de suoi interpreti ed espositori, in vari modi» (Lettera del 21 dicembre 1613, in Edizione nazionale delle Opere di Galileo Galilei dir. A. FAVARO, riedizione del 1968). Si conosce anche la sua lettera a Cristina di Lorena (1615) che è come un piccolo trattato di ermeneutica biblica. Possiamo già qui formulare una prima conclusione. L'irruzione di una nuova maniera di affrontare lo studio dei fenomeni naturali impone una chiarificazione dell'insieme delle discipline del sapere. Essa le obbliga a delimitare meglio il loro campo proprio, il loro angolo di approccio, i loro metodi, così come l'esatta portata delle loro conclusioni. In altri termini, questa novità obbliga ciascuna delle discipline a prendere una coscienza più rigorosa della propria natura. Il capovolgimento provocato dal sistema di Copernico ha così richiesto uno sforzo di riflessione epistemologica sulle scienze bibliche, sforzo che doveva portare più tardi frutti abbondanti nei lavori esegetici moderni e che ha trovato nella Costituzione conciliare Dei Verbum una consacrazione ed un nuovo impulso. La crisi che ho appena evocato non è il solo fattore ad aver avuto delle ripercussioni sull'interpretazione della Bibbia. Noi tocchiamo qui il secondo aspetto del problema, l'aspetto pastorale.
In virtù della missione che le è propria la Chiesa ha il dovere di essere attenta alle incidenze pastorali della sua parola. Sia chiaro anzitutto che questa parola deve corrispondere alla verità. Ma si tratta di sapere come prendere in considerazione un dato scientifico nuovo quando esso sembra contraddire delle verità di fede. Il giudizio pastorale che richiedeva la teoria copernicana era difficile da esprimere nella misura in cui il geocentrismo sembrava far parte dell'insegnamento stesso della Scrittura. Sarebbe stato necessario contemporaneamente vincere delle abitudini di pensiero ed inventare una pedagogia capace di illuminare il popolo di Dio. Diciamo in maniera generale che il pastore deve mostrarsi pronto ad un'autentica audacia evitando il duplice scoglio dell'atteggiamento incerto e del giudizio affrettato potendo l'uno e l'altro fare molto male.

Può essere qui evocata una crisi analoga a quella di cui parliamo. Nel secolo scorso ed all'inizio del nostro, il progresso delle scienze storiche ha permesso di acquisire nuove conoscenze sulla Bibbia e sull'ambiente biblico. Il contesto razionalista nel quale, per lo più, le acquisizioni erano presentate, poté farle apparire rovinose per la fede cristiana. Certuni, preoccupati di difendere la fede, pensarono che si dovessero rigettare conclusioni storiche seriamente fondate. Fu quella una decisione affrettata ed infelice. L'opera di un pioniere come il Padre Lagrange ha saputo operare i necessari discernimenti sulla base di criteri sicuri. Bisogna ripetere qui ciò che ho detto sopra. È un dovere per i teologi tenersi regolarmente informati sulle acquisizioni scientifiche per esaminare, all'occorrenza, se è il caso o meno di tenerne conto nella loro riflessione o di operare delle revisioni nel loro insegnamento.

Se la cultura contemporanea è segnata da una tendenza allo scientismo, l'orizzonte culturale dell'epoca di Galileo era unitario e recava l'impronta di una formazione filosofica particolare. Questo carattere unitario della cultura, che è in sé positivo ed auspicabile ancor oggi, fu una delle cause della condanna di Galileo. La maggioranza dei teologi non percepiva la distinzione formale tra la Sacra Scrittura e la sua interpretazione, il che li condusse a trasporre indebitamente nel campo della dottrina della fede una questione di fatto appartenente alla ricerca scientifica.
In realtà, come ha ricordato il Cardinal Poupard, Roberto Bellarmino, che aveva percepito la vera posta in gioco del dibattito, riteneva da parte sua che, davanti ad eventuali prove scientifiche dell'orbita della terra intorno al sole si dovesse «andar con molta consideratione in esplicare le Scritture che paiono contrarie» alla mobilità della terra e «più tosto dire che non l'intendiamo, che dire che sia falso quello che si dimostra» (Lettera al Padre A. Foscarini, 12 aprile 1615). Prima di lui, la stessa saggezza e lo stesso rispetto della Parola divina avevano già guidato sant'Agostino a scrivere: «Se ad una ragione evidentissima e sicura si cercasse di contrapporre l'autorità delle Sacre Scritture, chi fa questo non comprende e oppone alla verità non il senso genuino delle Scritture, che non è riuscito a penetrare, ma il proprio pensiero, vale a dire non ciò che ha trovato nelle Scritture, ma ciò che ha trovato in se stesso, come se fosse in esse» (Epistula 143, n. 7; PL 33, col 588). Un secolo fa, il Papa Leone XIII faceva eco a questo pensiero nella sua enciclica Providentissimus Deus: «Poiché il vero non può in alcun modo contraddire il vero, si può esser certi che un errore si è insinuato o nell'interpretazione delle parole sacre o in un altro luogo della discussione» (Leonis XIII Pont. Max. Acta, vol. XIII, 1894).
Il Cardinal Poupard ci ha ugualmente ricordato come la sentenza del 1633 non fosse irreformabile e come il dibattito, che non aveva cessato di evolvere, sia stato chiuso nel 1820 con l'imprimatur concesso all'opera del canonico Settele (cf. Pontificia Academia Scientiarum, Copernico, Galilei e la Chiesa. Fine della controversia (1820). Gli atti del Sant'Ufficio, a cura di W. Brandmuller e E. J. Greipl, Firenze, Olschki, 1992).

A partire dal secolo dei Lumi fino ai nostri giorni, il caso Galileo ha costituito una sorta di mito, nel quale l'immagine degli avvenimenti che ci si era costruita era abbastanza lontana dalla realtà. In tale prospettiva il caso Galileo era il simbolo del preteso rifiuto, da parte della Chiesa, del progresso scientifico, oppure dell'oscurantismo «dogmatico» opposto alla libera ricerca della verità. Questo mito ha giocato un ruolo culturale considerevole; esso ha contribuito ad ancorare parecchi uomini di scienza in buona fede all'idea che ci fosse incompatibilità tra lo spirito della scienza e la sua etica di ricerca, da un lato, e la fede cristiana, dall'altro. Una tragica reciproca incomprensione è stata interpretata come il riflesso di una opposizione costitutiva tra scienza e fede. Le chiarificazioni apportate dai recenti studi storici ci permettono di affermare che tale doloroso malinteso appartiene ormai al passato.

Dal caso Galileo si può trarre un insegnamento che resta d'attualità in rapporto ad analoghe situazioni che si presentano oggi e possono presentarsi in futuro. Al tempo di Galileo, era inconcepibile rappresentarsi un mondo che fosse sprovvisto di un punto di riferimento fisico assoluto. E siccome il cosmo allora conosciuto era, per così dire, contenuto nel solo sistema solare non si poteva situare questo punto di riferimento che sulla terra o sul sole. Oggi, dopo Einstein e nella prospettiva della cosmologia contemporanea, nessuno di questi due punti di riferimento riveste l'importanza che aveva allora. Questa osservazione, è ovvio, non concerne la validità della posizione di Galileo nel dibattito; intende piuttosto indicare che spesso, al di là di due visioni parziali e contrastanti, esiste una visione più larga che entrambe le include e le supera.

Un altro insegnamento che si trae è il fatto che le diverse discipline del sapere richiedono una diversità di metodi. Galileo, che ha praticamente inventato il metodo sperimentale, aveva compreso, grazie alla sua intuizione di fisico geniale e appoggiandosi a diversi argomenti, perché mai soltanto il sole potesse avere funzione di centro del mondo, così come allora era conosciuto, cioè come sistema planetario. L'errore dei teologi del tempo, nel sostenere la centralità della terra fu quello di pensare che la nostra conoscenza della struttura del mondo fisico fosse, in certo qual modo, imposta dal senso letterale della S. Scrittura. Ma è doveroso ricordare la celebre sentenza attribuita a Baronio: «Spiritui Sancto mentem fuisse nos docere quomodo ad coelum eatur, non quomodo coelum gradiatur». In realtà, la Scrittura non si occupa dei dettagli del mondo fisico, la cui conoscenza è affidata all'esperienza e ai ragionamenti umani. Esistono due campi del sapere, quello che ha la sua fonte nella Rivelazione e quello che la ragione può scoprire con le sole sue forze. A quest'ultimo appartengono le scienze sperimentali e la filosofia. La distinzione tra i due campi del sapere non deve essere intesa come una opposizione. I due settori non sono del tutto estranei l'uno all'altro, ma hanno punti di incontro. Le metodologie proprie di ciascuno permettono di mettere in evidenza aspetti diversi della realtà.”

La posizione di Joseph Ratzinger sul caso Galileo

 

La crisi della fede nella scienza
tratto da Svolta per l'Europa? Chiesa e modernità nell'Europa dei rivolgimenti,
Paoline, Roma 1992, p. 76-79.

"Nell'ultimo decennio, la resistenza della creazione a farsi manipolare dall'uomo si è manifestata come elemento di novità nella situazione culturale complessiva. La domanda circa i limiti della scienza e i criteri cui essa deve attenersi si è fatta inevitabile. Particolarmente significativo di tale cambiamento del clima intellettuale mi sembra il diverso modo con cui si giudica il caso Galileo.

Questo fatto, ancora poco considerato nel XVII secolo, venne -già nel secolo successivo- elevato a mito dell'illuminismo. Galileo appare come vittima di quell'oscurantismo medievale che permane nella Chiesa. Bene e male sono separati con un taglio netto. Da una parte troviamo l'Inquisizione: il potere che incarna la superstizione, l'avversario della libertà e della conoscenza. Dall'altra la scienza della natura, rappresentata da Galileo; ecco la forza del progresso e della liberazione dell'uomo dalle catene dell'ignoranza che lo mantengono impotente di fronte alla natura. La stella della Modernità brilla nella notte buia dell'oscuro Medioevo (1).

Secondo Bloch, il sistema eliocentrico -così come quello geocentrico- si fonda su presupposti indimostrabili. Tra questi, rivestirebbe un ruolo di primo piano l'affermazione dell'esistenza di uno spazio assoluto; opzione che tuttavia è stata poi cancellata dalla teoria della relatività. Egli scrive testualmente: «Dal momento che, con l'abolizione del presupposto di uno spazio vuoto e immobile, non si produce più alcun movimento verso di esso, ma soltanto un movimento relativo dei corpi tra loro, e poiché la misurazione di tale moto dipende dalla scelta del corpo assunto come punto di riferimento, così ?qualora la complessità dei calcoli risultanti non rendesse impraticabile l'ipotesi? adesso come allora si potrebbe supporre la terra fissa e il sole mobile» (2).

Curiosamente fu proprio Ernst Bloch, con il suo marxismo romantico, uno dei primi ad opporsi apertamente a tale mito, offrendo una nuova interpretazione dell'accaduto.

Il vantaggio del sistema eliocentrico rispetto a quello geocentrico non consiste perciò in una maggior corrispondenza alla verità oggettiva, ma soltanto nel fatto che ci offre una maggiore facilità di calcolo. Fin qui, Bloch espone solo una concezione moderna della scienza naturale. Sorprendente è invece la valutazione che egli ne trae:

«Una volta data per certa la relatività del movimento, un antico sistema di riferimento umano e cristiano non ha alcun diritto di interferire nei calcoli astronomici e nella loro semplificazione eliocentrica; tuttavia, esso ha il diritto di restar fedele al proprio metodo di preservare la terra in relazione alla dignità umana e di ordinare il mondo intorno a quanto accadrà e a quanto è accaduto nel mondo» (3).

Se qui entrambe le sfere di conoscenza vengono ancora chiaramente differenziate fra loro sotto il profilo metodologico, riconoscendone sia i limiti che i rispettivi diritti, molto più drastico appare invece un giudizio sintetico del filosofo agnostico-scettico P. Feyerabend. Egli scrive:

«La Chiesa dell'epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galileo fu razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revisione» (4).

Dal punto di vista delle conseguenze concrete della svolta galileiana, infine, C. F. Von Weizsacker fa ancora un passo avanti, quando vede una «via direttissima» che conduce da Galileo alla bomba atomica.

Con mia grande sorpresa, in una recente intervista sul caso Galileo non mi è stata posta una domanda del tipo: «Perché la Chiesa ha preteso di ostacolare lo sviluppo delle scienze naturali?», ma esattamente quella opposta, cioè: «Perché la Chiesa non ha preso una posizione più chiara contro i disastri che dovevano necessariamente accadere, una volta che Galileo aprì il vaso di Pandora?».

Sarebbe assurdo costruire sulla base di queste affermazioni una frettolosa apologetica. La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della razionalità, ma dalla sua fondamentale affermazione e dalla sua inscrizione in una ragionevolezza più grande. [...] Qui ho voluto ricordare un caso sintomatico che evidenzia fino a che punto il dubbio della modernità su se stessa abbia attinto oggi la scienza e la tecnica".



 

(1) Cfr. W. Brandmüller, Galilei und die Kirche oder das Recht auf Irrtum, Regensburg 1982.
(2) E. Bloch, Das Prinzip Hoffnung, Frankfurt/Main 1959, p. 920; Cfr F. Hartl, Der Begriff des Schopferischen. Deutungsversuche der Dialektik durch E. Bloch und F. v. Baader, Frankfurt/Main 1979, p. 110.
(3) E. Bloch, Das Prinzip Hoffnung, Frankfurt/Main 1959, p. 920s.; F. Hartl, Der Begriff des Schopferischen. Deutungsversuche der Dialektik durch E. Bloch und F. v. Baader, Frankfurt/Main 1979, p. 111.
(4) P. Feyerabend, Wider den Methodenzwang, FrankfurtM/Main 1976, 1983, p. 206.

Iconografia:

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