Le opere di uno scrittore rivoluzionario

Amore Emma Frara Stefano

INDICE:

La Biografia: Vita e Opere.

Se la figura di Galilei appartiene, a buon diritto, alla storia globale della civiltà, nella prospettiva della quale acquista la sua giusta proporzione la sua opera d’uomo che forse più di ogni altro contribuì alla nascita del mondo moderno, una parte notevole delle sue opere appartiene alla storia della letteratura, per la straordinaria abilità e sensibilità creativa che il suo autore dimostra nell’invenzione delle forme destinate a comunicare al lettore i fondamenti umani, oltre che propriamente scientifici, della sua proposta innovatrice. La fine educazione letteraria ricevuta in famiglia, e un vivo interesse personale – testimoniato dalla frequentazione assidua dell’opera di Ariosto (al quale vanno, nella polemica tra i sostenitori del poema cavalleresco e i fautori del poema eroico di Tasso, le spiccate preferenze del giovane Galilei) – permettono all’autore del Saggiatore e del Dialogo di raggiungere la massima efficacia divulgativa e dimostrativa nella sua polemica contro i suoi avversari.

La vita di Galileo Galilei è ricca di scoperte e di opere, di relazioni e di tensioni anche drammatiche e può essere distinta in quattro periodi principali.

 

1. Il Periodo della Formazione e delle Prime Ricerche Scientifiche (1564-92)

Nacque a Pisa nel 1564 da una famiglia fiorentina di nobili origini. Dopo l’infanzia (1564-74) trascorsa nella sua città natale, intraprese gli studi di medicina presso l’Università di Pisa (1581-1585). Abbandonata l’Università, nel 1586 esordì nel mondo scientifico proponendo un’interessante relazione sulla bilancetta idrostatica (La Bilancetta) da lui ideata per determinare il peso specifico dei corpi.

 

2. Il Periodo dell’Egemonia Culturale (1592-1615)


Nel 1592, Galileo si trasferì all’Università di Padova per insegnare matematica. Nel vivace ambiente intellettuale della città veneta, protetto dalla sostanziale tolleranza assicurata dalla Repubblica ai suoi intellettuali, entra in rapporti di amicizia con Paolo Sarpi e Giovan Francesco Sagredo e instaura legami epistolari con grandi personalità straniere, vivendo quelli che definì “i diciotto anni migliori” della sua vita.

Galileo Galilei, http://www.galileo-galilei.org/pictures/picture-galileo.jpg

A questo periodo risale l’invenzione del “compasso geometrico e militare” (Le operazioni del compasso geometrico e militare); al 1609 la scoperta del cannocchiale. Oltre a perfezionare gli strumenti già in uso in Olanda, di cui ebbe vaghe notizie, egli fu sicuramente il primo a intuirne e sfruttarne le possibilità come strumento di osservazione scientifica del cielo. La relazione con cui annunciò al mondo le scoperte astronomiche effettuate con il nuovo strumento, attraverso il Sidereus Nuncius nel 1610, gli garantì fama e rinomanza internazionale. Il perdurare di feroci attacchi alla sua opera lo spinse in questi anni ad assicurarsi il consenso degli astronomi della Compagnia di Gesù. Questo non bastò a porre fine al conflitto apertosi con molti esponenti della Chiesa, preoccupati delle conseguenze teologiche delle scoperte di Galilei, il quale decise di ricorrere, da quel momento in avanti, per sostenere le sue ragioni, al volgare, per permettere ad un pubblico più vasto di partecipare direttamente al dibattito. Riferendosi alla propria Istoria delle macchie solari e loro accidenti (1613), affermò di averla “scritta in vulgare perché ho bisogno che ogni persona la possi leggere”. Nella famosa lettera al padre Castelli, egli propose alla fine del 1613, con la distinzione tra conoscenza scientifica e religiosa del mondo (entrambe procedenti da Dio) una soluzione che a noi pare moderata e quasi banale della questione, perché viviamo in un mondo in cui la scienza galileiana ha avuto il sopravvento sui pregiudizi fideistici, almeno nei paesi di cultura occidentale. Ma l’ipotesi di Galilei implicava in sostanza il riconoscimento pieno del diritto della scienza a proseguire la sua esplorazione del mondo secondo i criteri che essa stessa avrebbe elaborato per perseguire i propri scopi nel più efficace dei modi.

 

3. Il Periodo della Controversia con la Chiesa e della Ricerca di un Compromesso con le sue Dottrine (1615-32)

Urbano VIII, al secolo Cardinal Maffeo Barberino (1568-1644) http://www.loc.gov/exhibits/vatican/images/human27.jpg

Nel 1615 Galilei fu denunciato all’Inquisizione dai Domenicani. Nonostante (o forse a causa) dell’appassionata difesa di sé che egli tentò a Roma sulla fine del 1615, Galilei fu solennemente ammonito. La comparsa nel cielo di tre meteore nel 1618 fu l’occasione di un nuovo scontro con i Gesuiti, brillantemente risolto a proprio favore da Galilei con il polemico e vivace Il Saggiatore (il bilancino di precisione degli orefici), con cui rispondeva alla Libra (la bilancia) del padre gesuita Orazio Grassi. Galileo usciva trionfatore dallo scontro. L’elezione nel medesimo anno al soglio pontificio del cardinale Barberini, uomo di mente aperta e suo antico estimatore, fece sorgere in lui nuove speranze e lo indusse a portare a termine un’opera cui lavorava da anni, che presentasse in termini scientifici ma in forma accessibile al largo pubblico il contrasto con le due opposte tesi. Ne nacque Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, terminato nel 1630 e pubblicato nel 1632, con l’autorizzazione del pontefice, al quale l’autore aveva sottoposto preventivamente il piano dell’opera, accettando di proporre le due tesi come teorie “astratte” e di mantenere nell’esposizione un atteggiamento di neutralità e di equidistanza.

Galilei finì per fare di quest’opera la più efficace, persuasiva e travolgente dimostrazione dell’insensatezza che minava le posizioni dei tradizionalisti. La forma dialogica si dimostrava perfettamente congruente con gli atteggiamenti metodologici innovatori e rafforzava, nel crescendo assicurato dallo svolgimento della discussione, la dimostrazione della validità del metodo e degli atteggiamenti proposti dai personaggi incaricati di esporre la rivoluzionaria teoria eliocentrica di Copernico.

4. Il Periodo del Processo, dell’Abiura e della Segregazione ad Arcetri (1633-42)

Vecchio e malato, tenuto in condizioni di quasi assoluto isolamento, lo scienziato trascorse gli ultimi anni della sua vita al domicilio coatto (dapprima a Villa Medici a Roma, poi nel suo villino ad Arcetri, presso Firenze).

Galileo Galilei davanti al Tribunale della Santa Inquisizione, in una stampa posteriore al sec. XVII. http://alternative.freeweb.supereva.it/inquisizione.jpg

Qui Galilei proseguì con ferrea determinazione i suoi studi di meccanica, che riuscì a completare e a sintetizzare acutamente nella più rivoluzionaria delle sue opere, la quale superava le ultime difficoltà irrisolte che impedivano l’accettazione piena delle nuove teorie: i Discorsi e dimostrazioni intorno a due nuove scienze, pubblicato in Olanda nel 1638. L’opera, attraverso l’elaborazione matematica delle esperienze condotte sulla resistenza dei materiali e lo studio della dinamica, pose le basi su cui si svilupperà tutta la fisica e la scienza moderna, offrendo con il nuovo concetto di “moto” proposto da Galilei un elemento unificatore di tutte le osservazioni e ipotesi innovatrici elaborate dal suo autore e insieme una prova evidente dell’efficacia del metodo sperimentale. L’opera non incorse nella condanna dei teologi dell’Inquisizione, ai quali evidentemente sfuggì la connessione con le opere precedenti e la portata teorica dei risultati, che permettevano l’unificazione (in una nuova teoria generale del movimento dei corpi, la “dinamica”) dello studio dei fenomeni terrestri e dei fenomeni celesti, sottoposti ora alle stesse leggi e alle stesse verifiche sperimentali. Galilei, sempre più indebolito dall’età e dalla progressiva cecità, colpito negli affetti familiari, continuò con acume immutato le sue indagini fino alla morte (1642).

Cronologia

1564 Nasce il 12 febbraio a Pisa, figlio del fiorentino Vincenzo Galilei, noto musicologo.
1574 Si trasferisce a Firenze.
1581-85 Studia medicina a Pisa.
1586 Scrive La Bilancetta, in cui spiega il funzionamento della bilancetta idrostatica.
1589 Ottiene il primo incarico d’insegnamento di matematica presso l’università di Pisa.
1590 Scrive Considerazioni al Tasso.
1591 Muore il padre e deve farsi carico di mantenere la famiglia.
1592 E’ chiamato a ricoprire la cattedra di matematica presso l’università di Pisa.
1597 Scrive il Trattato della sfera ovvero cosmografia, in cui descrive il sistema tolemaico. Contemporaneamente, in alcune lettere (fra cui una a Keplero), dichiara la propria adesione alla teoria copernicana.
1599 Comincia una relazione con la veneziana Marina Gamba, da cui avrà tre figli.
1604 Formula la legge sulla caduta dei gravi.
1606 Pubblica Le operazioni del compasso geometrico e militare.
1609 Costruisce il cannocchiale e lo offre a Venezia, ottenendone una duplicazione dello stipendio.
1610 Pubblica il Sidereus Nuncius [Nunzio delle stelle o Annuncio sulle stelle], in cui annuncia, fra l’altro, la scoperta (il 7 gennaio) di quattro satelliti di Giove (Io, Europa, Ganimede e Callisto) ai quali impone il nome di astri medicei, in onore di Cosimo II de’ Medici, cui l’opera è dedicata. Cosimo lo richiama a Firenze con l’incarico di “primario matematico e filosofico” granducale.
1611 Compie un viaggio a Roma, dove è ben accolto dai gesuiti e accettato nell’Acca-demia dei Lincei.
1613 Sono pubblicate tre lettere da lui indirizzate a Marco Wesler e relative alle macchie solari, che provocano i primi dissidi con i gesuiti. In dicembre scrive la famosa lettera a Benedetto Castelli: è la prima delle Lettere copernicane.
1615 È denunciato all’Inquisizione da parte di un domenicano, Niccolò Lorini, e scrive, per difendersi, altre tre lettere copernicane. In dicembre parte per Roma per cercare d’impedire un provvedimento contro di lui.
1616 Riceve un’ammonizione ufficiale da parte dell’Inquisizione e del cardinale Bellarmino che gli intima di rinunciare a professare la teoria copernicana.
1623 Pubblica il Saggiatore, in seguito ad una polemica con il gesuita Orazio Grassi.
1624 Si reca a Roma per ossequiare il nuovo papa Urbano VIII, di cui spera di ottenere l’ap-poggio.
1630 È di nuovo a Roma per ottenere l’autorizzazione a pubblicare Il dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo tolemaico e copernicano.
1632 Esce il dialogo, ma dopo poche settimane viene sequestrato. Galilei riceve l’ordine di recarsi a Roma davanti al commissario dell’Inquisizione.
1633 Si svolge il processo e Galilei viene condannato. Attraverso l’abiura dinanzi alla Congregazione del Sant’Uffizio, ottiene di essere scarcerato e, dopo un periodo passato a Siena, di stabilirsi nella sua villa di Arcetri, presso Firenze.
1637 È gravemente malato e perde la vista.
1638 Compare in Olanda, a Leida, l’ultimo suo grande trattato, Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attinenti alla meccanica ed i movimenti locali.
1642 Galileo muore ad Arcetri l’8 gennaio all’età di 77 anni.


Il Linguaggio e lo stile

Molti sono i critici letterari che si sono proposti un’analisi attenta e il più possibile esauriente del linguaggio e dello stile di un autore tanto importante e tanto rivoluzionario quale è Galileo. Ne vengono proposte soltanto alcune, forse le più conosciute, che tuttavia propongono dei quadri con sfumature a volte molto differenti.

" R. Luperini, P. Cataldi, L. Marchiani, F. Marchese; “La scrittura e l’interpretazione” vol. 2, tomo I (Il Barocco, l’Arcadia e il Rococò), edizione rossa, G. B. Palumbo Editore, Palermo Gennaio 2003, pagg. 62-63.

«Nel progetto di egemonia culturale sviluppata da Galileo scienza e letteratura erano strettamente connesse. Solo lo strumento letterario e l’uso del volgare potevano consentirgli un’operazione di politica culturale varia e complessa – di rigorosa esposizione scientifica ma anche di alta divulgazione – come quella da lui tentata. Il trattato scientifico in lingua volgare italiana doveva diventare, nelle sue intenzioni, un modello da proporre a livello internazionale. Galileo perseguiva insomma un’alterna­tiva al latino della Chiesa e delle chiuse accademie dei dotti: un’alternativa linguistica, letteraria, culturale. Egli si rivolge sia agli ambienti dei letterati e degli intellettuali, sia al mondo dei tecnici, degli ingegneri, degli artigiani per creare un consenso alla sua proposta, anche se sa bene che è decisivo conquistare soprattutto i nobili e trovare un punto di accordo con le autorità ecclesiastiche. Solo una prosa letteraria e scientifica insieme, raffinata ed elegante ma anche precisa e concreta, poteva essere all’altezza di tale progetto. La secca aridità del linguaggio scientifico nel latino scola­stico dell’epoca non era ormai più adatta al disegno di Galileo. […]

Tommaso Campanella. http://www.ilnar-ratore.com/homeI/ antologia/images/ Campanella.jpg

Dal toscano, ma probabilmente anche dall’esperienza padovana in cui ebbe modo di apprezzare Ruzzante, trasse inoltre la sua tendenza al realismo, al rifiuto di soluzioni astratte, talvolta al parlato. Anche nella scelta dei nuovi vocaboli tecnici e scientifici da usare per la prima volta nei trattati egli fece ri­corso alla lingua comune d’uso toscano, rifiutando i latinismi o i grecismi.

La chiarezza cristallina e la forza argomentativa del ragionamento, unite però a una vivacità che respinge ogni schematica freddezza, esprimono un senso di cal­ma superiorità. Non per nulla Galileo è un maestro dell’ironia […].


E tuttavia tale calma superiore non si trasforma mai in un atteggiamento dog­matico o non problematico o scarsamente dialettico. L’uso del dialogo è organico a una concezione processuale e problematica (interdialogica, potremmo dire) di ve­rità. Quest’ultima è considerata sempre in divenire: un processo più che una stabi­le acquisizione. Il libro della natura è infinito e infinita sarà la sua comprensione.

Quanto alla precisione della prosa galileiana, essa costituisce indubbiamente il primo grande modello di prosa scientifica moderna. Dalla matematica, di cui egli assume non solo la coerenza logica e l’astratto rigore, ma anche la struttura argo­mentativa, egli deriva quella nettezza espositiva che lo allontana, nonostante qual­che occasionale analogia, dalle soluzioni barocche. Nello stesso tempo proprio tale rigore rende impossibili quelle aperture al mondo della magia che persi­stevano invece in Bruno e in Campanella. Anche da tale punto di vista Galileo apre la strada alla scienza moderna.».

" F. Flora; Storia della letteratura italiana, vol. III; Arnoldo Mondadori editore; Verona maggio 1956; da pag. 167 a pag. 174.

 

Francobollo italiano del 15/02/1964 – IV centenario della nascita di Galileo Galilei. Ritratto di G. Reni.

«[…] poeta di versi non fu. E certo non chiameremo poesia il sapido capitolo Contro il portar la toga. Talvolta sembrò contrapporre poesia e natura come menzogna e verità. […]

La prosa s’illumina della luce raggiunta, e del sereno sorriso dell’attonito scopritore. Non violenze, sfoghi, abbandoni nello stile di Galileo, se non in qualche esclamazione. […] Piuttosto un sorridere ironico e superiore su coloro che in omaggio alle condizioni apprese negano l’evidenza. Sono i momenti della letizia che allenta la tensione del discorso scientifico […]

Galileo è tal duttile scrittore da poter passare con semplicità elegante dalla sentenza filosofica e dalla dimostrazione matematica al ricordo personale e all’aneddoto, per poi senza sforzo risalire alla materia scientifica. […]

Ed ecco un altro aneddoto della pertinacia di un altro aristotelico: «E’ son vivi e sani alcuni gentil uomini che furono presenti quando un dottor leggente in uno Studio famoso, nel sentir circoscrivere il telescopio da sé non ancora veduto, disse che l’invenzione era presa da Aristotile; e fattosi portare un testo, trovò certo luogo dove si rende la ragione onde avvenga che da fondo d’un pozzo molto cupo si possano di giorno veder le stelle in cielo; e disse ai circostanti: - Eccovi il pozzo, che denota il cannone; eccovi i vapori grossi da’ quali è tolta l’invenzione de i cristalli; ed eccovi finalmente fortificata la vista nel passar i raggi per il diafano più denso e oscuro.» […]

Il metodo argomentativo di Galileo somiglia il procedere socratico, per soluzioni aggiuntive, sino all’estrema dimostrazione. […]

Aristotele, “l’avversario” di Galileo nel celebre affresco “La scuola d’Atene” di Raffaello, 1509-1510.

Nella prosa di Galileo si sente l’educazione umanistica e filosofica, […] ma più si sente la coscienza amorosa di una scoperta quotidiana del mondo, attraverso il metodo che muta le conoscenze nel mutar della dottrina e delle sue macchine. […]

Classico scrittore, la sua opera rigorosamente scientifica ha un’olimpica unità di ritmo come quella dell’universo fisico che egli rivelò: una cordialità comunicativa pur nell’imperiosa autorità dell’asserzione: una sorgente di luce ch’egli gradua e guida, come uno spirituale riflettore sulle cose e sulle figure. Forse non si ebbe mai in alcuna lingua moderna un altro esemplare di scienziato che alla virtù dell’indagine unisse tanto genio di espressione.

Stupisce la limpidezza della sua prosa in cui si riflette la luce stessa di ciò che i suoi occhi hanno osservato, mentre egli descrive […]; egli può trattare anche la più astratta sostanza delle nude idee con una concretezza espressiva che dà loro una sagoma viva, naturalmente adorna, come sono vestiti secondo la frase evangelica i gigli dei prati. […]

I riti del sole, della luna e degli altri pianeti nel coro dei mondi, la liturgia delle maree e dei venti, dei suoni e dei colori e delle tempere, sono le strofe del divino poema che egli apprende; perciò il suo racconto ha il tono stupito e talvolta sfavillante dell’intera gioia di chi assiste alla creazione del mondo.

E qui è il segreto dello stile olimpico, tanto concreto e tanto favoloso, di Galileo Galilei.».

" R. Spongano, “La prosa galileiana”, http://xoomer.virgilio.it/brdeb/critica/seicen to/prosa.htm a cura di L. De Bellis.

«Nella prosa di Galileo, sotto il dominio della riflessione e dell’argomentazione scientifica, sono contenuti la foga e l’ardore della passione e dell’intuizione. Il tono prevalente dei suoi scritti è quindi quello di una calma solenne che si dispiega nel largo periodare; ma questo tono non è il metro unico della sua prosa che, nelle ampie strutture, immette una varietà e una vivacità atte a distinguerle nettamente dalla solida compattezza della prosa cinquecentesca e a definirne la diversità e originalità.

La prosa di Galileo è il riflesso della sua anima: fervida, e ciò nondimeno padrona di sé; entusiastica, e ciò nondimeno grave. Non vi è prosatore che come lui sappia contenere, sotto il dominio della riflessione, la foga e il fremito della passione, e che con altrettanta sicurezza raffreni e temperi tutti gli scatti dell’ardore.

Una foto scattata dalla sonda Galileo che ritrae le quattro lune di Giove, chiamate da Galileo “astri medicei”: Io, Europa, Ganimede e Callisto.http://www.lastoria.info/images/jupiter1.jpg

 

Di qui il tono prevalentemente calmo dei suoi scritti, di qui il giro prevalentemente largo della sua forma: due cose che restano impresse e che tuttavia non sono né il metro né il senso unico della sua pagina. Voglio dire che Galileo è uno scrittore che pagina per pagina si presenta vario, e quindi anche vivace e rapido, e tuttavia nell’insieme torna quasi solamente alto e solenne.

Persino i suoi scritti polemici si risolvono in un’ampia più che agitata esaltazione della sua figura di scienziato, e trasfigurano in ritratto il suo ideale di sapienza, più che registrare e descrivere le battute e le mosse di un contrasto. Così, in questa prosa i particolari contano dappertutto meno che l’insieme, al contrario di quello che accade negli scrittori più letterati, dove i particolari pesano e vengono in luce punto per punto come un riflesso o uno spiccato accento di motivi dominanti. In Galileo non la parola, né la frase o la battuta, segnano ciò, ma il periodo, e più del periodo la pagina, più della pagina l’intero sviluppo di un’argomentazione.



E questo avviene non solo per la forza di concatenazione logica di cui è dotata la sua mente, ma per un vero e proprio magistero stilistico dovuto all’ampiezza di respiro di cui è capace la sua anima. Qui si rivela l’originalità assoluta di Galileo come scrittore, che, pur avendo un intelletto potentemente costruttivo e logico, è tuttavia alienissimo dal costruire i suoi periodi sui nudi suggerimenti di esso, cioè con forti e rigide giunture sintattiche, e vi infonde un andamento così sciolto che fa delle sue prose di argomento più arduo un capolavoro di lucidezza e di duttilità.

Galileo Galilei mostra il cannocchiale al Doge di Venezia, Pisa, Biblioteca Universitaria, 1846, olio su tela, http://moro.imss.fi.it:9000/struts-aig/primoIngresso.do

Egli ha una sintassi altrettanto complessa del Guicciardini, ma nel Guicciardini il lettore l’avverte, in lui non se ne accorge. Galileo ha periodi che, nelle parti espositive, vanno quasi sempre oltre le venti righe: alcuni si avvicinano alle trenta. Si leggono come i più agevoli che mai fossero scritti. A volte essi sono concatenati con altri ed altri ancora a saldare il giro di un’intera dimostrazione. Neppure questo pesa, neppure qui si para innanzi al lettore nulla di architettonico. Un periodo di simile ampiezza in Guicciardini riesce poderoso, in Galileo è spazioso. L’uno e l’altro hanno un procedimento convergente verso un punto solo, ma con quale diversa struttura! Questo punto è il vero rettor di tutti i pesi ed occupa il centro nel periodo guicciardiniano; sta invece nella conclusione del periodo galileiano, e non regge, ma esso è retto da tutto quel che gli è subordinato. Per questo abbiamo lì un edificio sintattico e l’impressione della compattezza e della massa, e qui, nonostante tutto - cioè nonostante la stessa sintassi, nonostante le deduzioni matematiche, nonostante la concatenazione logica - nessuna sensazione del genere, ma, piuttosto, l’impressione della vastità e della libera immensità.

Tanto è fallace dunque ricollegare Galileo al resto della prosa toscana cinquecentesca, che quel che appare il medesimo nella misura, riesce tutto diverso e quasi il contrario nei risultati e negli effetti veri dell’arte: altra riprova che il gusto di Galileo fu tutto diverso e niente guidato da quello del secolo.».

" A cura di E. Malato; “Storia della letteratura italiana”, vol. V: “La fine del Cinquecento e il Seicento”, cap. XI (Galilei e la letteratura scientifica di B. Basile); Salerno Editrice; Cittadella (PD) luglio 1997; pagg. 935-936-937-938

«Galileo era convinto che se i numeri possono diventare cifre simboliche delle leggi naturali intelligibili, le parole possono egualmente costituire i segni combinatori in grado di rendere conto di tutta la molteplicità del mondo sensibile. Segni di cui è tessuta un’apologia nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo:

«Io ho un libretto assai più breve d’Aristotile e d’Ovidio, nel quale si contengono tutte le scienze, e con pochissimo studio altri se ne può formare una perfettissima idea: e questo è l’alfabeto; e non è dubbio che quello che saprà ben accoppiare e ordinare questa e quella vocale con quelle consonanti o quell’altre, ne caverà le risposte verissime a tutti i dubbi e ne trarrà gli insegnamenti di tutte le scienze e di tutte le arti, in quella maniera appunto che il pittore da i semplici colori diversi, se­paratamente posti sopra la tavolozza, va, coll’accozzare un poco di questo con un poco di quello e di quell’altro, figurando uomini, piante, fabbriche, uccelli, pesci, ed insomma imitando tutti gli oggetti visibili, senza che su la tavolozza sieno né oc­chi né penne né squamme né foglie né sassi[…]».

Perfettamente in grado di calare nel latino internazionale della scienza anche un nuovo sapere - come dimostrano gli scritti compresi fra gli Iuvenilia e gli ultimi teoremi dei Frammenti - Galileo scelse l’italiano, per i capolavori della maturità, allo scopo di permetterne la fruizione a un più vasto pubblico: gli “intendenti” - come scriveva - bisognosi di una lingua rigoro­sa e non astrusa, esatta e insieme elegante; un pubblico che non coincide, pur ponendosi al di là del laboratorio di ricerca, né con l’accademia dei filo­sofi di professione, né con i puri tecnici, ma piuttosto con gli uomini di let­tere, gli unici capaci, in fondo, di far germogliare, nel progetto galileiano, il nuovo sapere nella coscienza di un’epoca. Ma nel progressivo abbandono del latino si cela anche una più sottile componente e il rigetto della lingua divenuta, nella prassi dell’aristotelismo cinquecentesco, relitto di formulari stantii, inservibili, nella loro cristallizzazione semantica, per ridefinizioni di concetti operativi. Meglio ricorrere, per la grammatica delle nuove scoper­te, a uno strumento duttile come il volgare, che Galileo tecnicizza, sfruttan­done appieno la natura composita, già da tempo aperta alle nuove sugge­stioni di una terminologia meccanica diffusa dalla trattatistica rinascimen­tale. Galileo non è il primo a scrivere dì scienza in italiano: lo precedettero Leonardo da Vinci, Niccolò Tartaglia, Vannuccio Biringuccio, Agostino Ramelli, Vittorio Zonca. Ma è il primo a strutturare la sua lingua in un equili­brio stabile fra il polo letterario e quello empirico, fra l’istanza retorica - anche un fisico deve pur sempre persuadere - e la “geometrica strettezza” delle dimostrazioni.


Da un punto di vista strettamente lessicale, Galileo “normalizza” il suo vocabolario, in modo che le “parole” – flatus vocis da connettere alle “cose” della scienza - escano dallo spazio dell’indistinto casuale per assumere la cogenza causale dei fenomeni descritti.

Un altro francobollo italiano del valore di £ 750 del 07/08/1995 in commemorazione del XIV convegno Mondiale di Relatività Generale e Fisica della Gravitazione. A destra A. Einstein, più a sinistra G. Galilei.

Lo scienziato definisce senza accet­tare il fluido dei termini intercambiabili, ma creando un lessico univoco per i fenomeni, trascritti secondo cadenze costanti: le celebri «imposizioni di nomi» di Galileo, che dà senso preciso - e sempre univoco - a «forza», «gravità», «impeto», «resistenza», «potenza», «riflessione», «rifrazione», «momento», «attrizione», «decremento», «peso morto», «moto natural­mente accelerato», «punto del contatto», «quanti», ecc… […]

La stessa istanza antiscolastica emerge dalle scelte del genere letterario, sot­tratto alla fissità normativa della sinossi enciclopedica in favore della mobi­le struttura del dialogo, dov’è possibile convincere e polemizzare, ma so­prattutto narrare la storia dei problemi da molteplici prospettive, così che la pagina di Galileo - polifonica - raccoglie a un tratto i dati diacronici di un processo mentale e quelli sincronici della sua formalizzazione in modello matematico. E lo stile, che conosce tensione intellettuale, e gli «aculei iro­nici» del lusus polemico, inquadra perfettamente questo ritmo di un parla­to-scritto di cordialità fervida e acume brillante. Sia quando Galileo ne illumina la chiarezza con calcolatissimi artifici compositivi (sintassi nomina­le, risparmio dei connettivi subordinanti, riprese oppositive, climax ascen­dente e discendente nelle perorazioni, uso geometrico di espressioni corre­lative e intensive), sia quando ne esprime le potenzialità ordinative con usi dilemmatici di forza logica straordinaria. […]

Anche nelle clausole espressive di un dettato non sempre disposto ai panneggiamenti delle subordinate, favorevole invece a una memorabile brevitas del parlato emotivo, capace di pervenire alla massima che incalza l’avversario:

la logica […] è l’organo col quale si filosofa; ma, sì come può esser che un artefice sia eccellente in fabbricare organi, ma indotto nel sapergli sonare, così può esser un gran logico, ma poco esperto nel sapersi servir della logica; sì come ci son molti che sanno per lo senno a mente tutta la poetica, e son poi infelici nel compor quattro versi solamente; altri posseggono tutti i precetti del Vinci, e non saprebber poi dipignere uno sgabello. Il sonar l’organo non s’impara da quelli che sanno far organi, ma da chi gli sa sonare; la poesia s’impara dalla continua lettura de’ poeti; il dipignere s’apprende col continuo disegnare e dipignere; il dimostrare, dalla lettura dei libri pieni di dimostrazioni, che sono i matematici soli, e non i logici.

Laconismo che la scrittura letteraria italiana […] non aveva ancora conosciuta, se non forse nella memoria degli scritti di Niccolò Machiavelli, anch’egli scienziato – sia pure della storia e della politica – e unico scrittore argomentativi il cui nome non sfiguri accanto a quello di Galilei.

 

Esercizi poetici giovanili e saggi di critica letteraria. Gli studi su Dante, Petrarca, Ariosto e Tasso

Dante Alighieri, poeta italiano autore della famosa Divina Commedia, raffigurato in un affresco di Andrea del Castagno (Firenze, Uffizi). Foto: IGDA / G. Nimatallah. Omnia 2000 Gold


«Galileo dovette la copia, la purità e la luminosa evidenza della sua prosa ad uno studio costante della poesia»: questo storico giudizio di Ugo Foscolo trova una conferma nello scienziato, che era solito ricollegare la sua celebrata «chiarezza» a replicate «letture» in cui aveva un posto d’onore l’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto. Ma si conoscono altri libri prediletti di Galileo, estesi da Dante a Tasso, passando per Petrarca e per certa tradizione realistica cinquecentesca fra Berni e il Ruzante. Opere che aprono qualche spiraglio su di una frequentazione precoce con la lingua letteraria, che i primi maestri avrebbero voluto limitare esclusivamente al latino, prevedendo destini accademici per il geniale discepolo. Gli esercizi poetici giovanili, lo scherzoso Capitolo contro il portar la toga, le chiose affettuose a Dante, Petrarca e Ariosto (contrapposto, poeta di «cose», a Tasso poeta di «parole»), servono però soprattutto a penetrare l’estetica di Galileo, la sua ricerca puntigliosa della perspicuità espressiva. E in proposito il più grande dei letterati coevi, Torquato Tasso, diviene – proprio come Aristotele nel campo scientifico – il modello negativo, l’ombra inquietante di una scrittura «ampullosa» ed erudita, avversata da Galileo: un critico incapace – proprio come la migliore arte figurativa e architettonica toscana coeva – di accettare forme stilistiche che noi definiremmo “barocche” o compromesse col concettismo. Non a caso egli scrive nelle Considerazioni al Tasso:

«Uno tra gli altri difetti è molto familiare al Tasso […]; ed è, che mancandogli ben spesso la materia, è costretto andar rappezzando insieme concetti spezzati e senza dependenza e connessione tra loro, onde la sua narrazione ne riesce più presto una pittura intarsiata, che colorita a olio: perché, essendo le tarsìe un accozamento di legnetti di diversi colori, con i quali non possono mai accoppiarsi e unirsi così dolcemente che non restino i loro confini taglienti e dalla diversità de’ colori crudamente distinti, rendono per necessità le lor figure secche, crude, senza tondezza e rilievo; dove che nel colorito ad olio, sfumandosi dolcemente i confini, si passa senza crudeza dall’una all’altra tinta, onde la pittura riesce morbida, tonda, con forza e con rilievo. Sfuma e tondeggia Ariosto, come quelli che è abbondantissimo di parole, frasi, locuzioni e concetti; rottamente, seccamente, e crudamente conduce le sue opere il Tasso, per la povertà di tutti i requisiti al ben oprare.».

Francesco Petrarca ornato della corona d’ulivo, uno dei riconoscimenti più illustri per la sua epoca. http:// www.taccuinistorici.it/fotonews/508.jpg


La diatriba s’inserisce nella querelle tardo-cinquecentesca che opponeva i fautori – sempre più numerosi – della Gerusalemme liberata agli adepti del Furioso. Ma proprio opponendo la grazia naturale di Ariosto alle concettose macchine tassiane, Galileo opera le sue scelte di campo. Galileo non gradisce nell’arte alcun panneggiamento allegorico o morale che rappresenti un’ottica programmata. Galileo non ama certamente Tasso e la sua opera, e nell’accusa al poeta sorrentino è condannata ogni macchina barocca:

«Sig. Tasso, vorrei pur che voi sapessi che le favole e le finzioni poetiche devono ser-vire in maniera al senso allegorico, che in esse non apparisca una minima ombra d’obligo: altrimenti si darà nello stentato, nel sforzato, nello stiracchiato e nello spropositato; e farassi mia di quelle pitture, le quali, perché riguardate in scorcio da un luogo determinato mostrino una figura umana, sono con tal regola di prospetti­va delineate, che, vedute in faccia e come naturalmente e comunemente si guardano le altre pitture, altro non rappresentano che una confusa e inordinata mescolan­za di linee e di colori, dalla quale anco si potriano malamente raccapezare imagini di fiumi o sentier tortuosi, ignude spiagge, nugoli o stranissime chimere. Ma quan­to di questa sorte di pitture che principalmente son fatte per esser rimirate in scor­cio, è sconcia cosa rimirarle in faccia, non rappresentando altro che un mescuglio di stinchi di gru, di rostri di cicogne, e di altre sregolate figure, tanto nella poetica fin­zione è più degno di biasimo che la favola corrente, scoperta e prima dirittamente veduta, sia per accomodarsi alla allegoria, obliquamente vista e sottointesa, strava­gantemente ingombrata di chimere e fantastiche e superflue imaginazioni.»

E quale fosse poi la stima dello scienziato per le bellezze formali lambiccate di Tasso - e dell’età sua - si evince dall’interpretazione, acida come al co­spetto di un teorema fallace, di questi versi della Liberata dedicati al ritratto d’Armida (Canto XVI, ottava 18):

Ella dinanzi al petto ha il vel diviso, 18

e ‘l crin sparge incomposto al vento estivo;

langue per vezzo, e ‘1 suo infiammato viso

fan, biancheggiando, i bei sudor più vivo:

quel raggio in onda, le scintilla un riso

ne gli umidi occhi tremulo e lascivo.

Sovra lui pende; ed ei nel grembo molle

Le posa il capo, e ‘l volto al volto attolle,

Galileo postilla: «vel diviso: volevi dire velo aperto; ma transeat. Langue per ve<z>zo è languido e pedantesco. Non ho mai visto biancheggiar i sudori, se non intorno a i testicoli dei cavalli». E nell’intemperanza verbale c’è tutta la sete di concretezza di Galileo.

 

¨ Capitolo contro il Portar la Toga. ¨

È riportato questo breve testo in versi scritto da Galileo quando era ancora nel pieno della sua giovinezza e con quell’entusiasmo che, col tempo, venne in parte meno soprattutto a causa del processo e delle accuse della Chiesa.

Mi fan patir costoro il grande stento,

Che vanno il sommo bene investigando,

E per ancor non v’hanno dato drento.

E mi vo col cervello immaginando,

Che questa cosa solamente avviene

Perchè non è dove lo van cercando.

Questi dottor non l’han mai intesa bene,

Mai son entrati per la buona via,

Che gli possa condurre al sommo bene.

Perchè , secondo l’opinion mia,

A chi vuol una cosa ritrovare,

Bisogna adoperar la fantasia,

E giocar d’invenzione, e ‘ndovinare;

E se tu non puoi ire a dirittura,

Mill’altre vie ti posson aiutare.

Questo par che c’insegni la natura,

Che quand’un non può ir per l’ordinario,

Va dret’a una strada più sicura.

Lo stil dell’invenzione è molto vario;

Ma per trovar il bene io ho provato

Che bisogna proceder pel contrario:

Cerca del male, e l’hai bell’e trovato;

Però che ‘l sommo bene e ‘l sommo male

S’appaion com’i polli di mercato.

Quest’è una ricetta generale:

Chi vuol saper che cosa è l’astinenza;

Trovi prima che cosa è ‘l carnovale,

E ponga tra di lor la differenza;

E volendo conoscer i peccati,

Guardi se ‘l prete gli dà penitenza;

E se tu vuo’ conoscer gli sciaurati,

Omacci tristi e senza discrizione,

Basta che tu conosca i preti e’ frati,

Che son tutti bontà e divozione:

Un’altra, e non minor, maladizione

Nasce tra noi di questa ria semenza,

Che tien il mondo in gran confusione:

Quest’è la maggioranza e preminenza

Che vien da’ panni bianchi, oscuri o persi,

Che pongon tra’ Cristian la differenza.

Questa pospone a i monaci i conversi,

Antepon l’oste a i suoi lavoratori,

E da i padron fa i sudditi diversi:

Dov’in que’ tempi non eran signori,

Conti, marchesi o altri bacalari,

Nè anche poveracci o servidori.

Tutti quanti eron uomini ordinari,

Ognun si stava ragionevolmente,

Eron tutti persone nostre pari,

E ciascun del compagno era parente,

Se non era parente, gli era amico;

Se non amico, al manco conoscente.

Credi pur ch’ella sta com’io ti dico,

Che ‘l vestir panni e simil fantasie

Son tutte quante invenzion del Nimico;

Come fu quella dell’artiglierie,

E delle streghe e dello spiritare,

E degli altri incantesimi e malie.

Un’altra cosa mi fa strabiliare,

E sto per dirti quasi ch’io c’impazzo,

Nè so trovar com’ella possa stare:

Ed è, che se qualcun per suo sollazzo,

Sendo ‘ngegnoso e alto di cervello,

Talor va ignudo, e’ dicon che gli è pazzo:

I ragazzi gli gridan: Véllo, véllo;

Chi gli fa pulce secche e chi lo morde,

Traggongli sassi e fannogli il bordello;

Altri lo vuol legar con delle corde,

Come se l’uomo fusse una vitella:

Guarda se le persone son balorde!

E se tu credi che questa sia bella,

E’ bisogna che ‘n cielo, al parer mio,

Regni qualche pianeto o qualche stella.

Però se vuol così Domenedio,

Che finalmente può far ciò che vuole,

Io son contento andar vestito anch’io,

E non ci starò a far altre parole:

Andrommen’anch’io dietro a questa voga;

Ma Dio sa lui, se me n’incresce e duole!

Ma ch’io sia per voler portar la toga,

Come s’io fussi qualche Fariseo,

O qualche scriba o archisinagoga,

Non lo pensar; ch’io non son mica Ebreo,

Se bene e’ pare al nome e al casato

Ch’io sia disceso da qualche Giudeo.

I’ sto a veder se ‘l mondo è spiritato,

Se egli è uscito del cervello affatto,

E s’egli è desto, o pure addormentato;

E s’egli è vero ch’un che non sia matto

Non arrossisca che gli sia veduto

Un abito sì sconcio e contraffatto.

In quant’a me mi son ben risoluto,

Ch’io non ne voglio intender più sonata:

Mi contento del mal ch’io n’ho già auto;

E perchè non paresse alla brigata,

Ch’io mi movessi senz’occasione,

Anzi vo’ dirti una mia fantasia,

Che gli uomini son fatti com’i fiaschi.

Quando tu vai la state all’osteria,

Alle Bertuccie, al Porco, a Sant’Andrea,

Al Chiassolino o alla Malvagia,

Guarda que’ fiaschi, innanzi che tu bea

Quel che v’è drento; io dico quel vin rosso,

Che fa vergogna al greco e alla verdea:

Tu gli vedrai che non han tanto in dosso,

Che ‘l ferravecchio ne dessi un quattrino;

Mostran la carne nuda in sino all’osso:

E poi son pien di sì eccellente vino,

Che miracol non è se le brigate

Gli dan del glorioso e del divino.

Gli altri, ch’han quelle veste delicate,

Se tu gli tasti, o son pieni di vento,

O di belletti o d’acque profumate,

O son fiascacci da pisciarvi drento.

E questa via ci fa toccar il fondo,

E sciogl’il nodo alla nostra questione.

Io piglio un male a null’altro secondo,

Un mal che sia cagion de gli altri mali,

Il maggior mal che si trovi nel mondo;

Il quale ognun che vede senz’occhiali,

Che sia l’andar vestito, tien per certo;

Questo lo sanno in sino gli animali,

Che vivono spogliati e allo scoperto;

E sia pur l’aria calda o ‘l tempo crudo,

Non istan mai vestiti o al coperto.

Volgo poi l’argomento, e ti conchiudo,

E ti fo confessare a tuo dispetto,

Che ‘l sommo ben sarebbe andare ignudo.

E perchè vegghi che quel ch’io ho detto

È chiaro e certo e sta com’io lo dico,

Al senso e alla ragion te ne rimetto.

Volgiti a quel felice tempo antico,

Privo d’ogni malizia e d’ogni inganno,

Ch’ebbe sì la natura e ‘l cielo amico;

E troverai che tutto quanto l’anno

Andava nud’ognun, picciol e grande,

Come dicon i libri che lo sanno.

Non ch’altro, e’ non portavon le mutande,

Ma quant’era in altrui di buono o bello

Stava scoperto da tutte le bande.

E così ognun, secondo il suo cervello,

Coloriva e ‘ncarnava il suo disegno,

Secondo che gettava il suo pennello;

Nè bisognava affaticar l’ingegno

A strolagar per via d’architettura,

O ‘ndovinar da qualche contrassegno:

Non occorreva andar per cognettura,

Perchè la roba stava in su la mostra,

Come fan quegli ch’han poca levata,

Io son contento dir la mia ragione,

E che tu stesso la sentenza dia:

So che tu hai giudizio e discrizione.

La prima penitenza che ci sia

(Guarda se per la prima ti par nulla),

È ch’io non posso fare i fatti mia,

Come sarebbe andar alla fanciulla;

Ma mi tocca a restar fuor della porta,

Mentre ch’un altro in casa si trastulla.

Dicon ch’è grave errore, e troppo importa

Ch’un dottor vadia a casa le puttane:

La togal gravità non lo comporta.

E ‘l veder queste cose così strane

Mi fa poi far qualch’altro peccataccio,

E bene spesso adoperar le mane:

Onde costor, che si pigliano impaccio

Della mia salvazione e del mio bene,

Bravano e gridan ch’io non ne fo straccio.

A un che vada in toga non conviene

Il portar un vestito che sia frusto,

A voler che la cosa vadia bene;

Perchè, mostrando tutto quanto il fusto

E la persona giù lunga e distesa,

Egli è forza ch’ei faccia il bellombusto:

E così viene a raddoppiar la spesa;

E questa a chi non ha molti quattrini

È una dura e faticosa impresa.

Non ci vuol tanti rasi ed ermisini,

Quando tu puoi portare il ferraiuolo:

Basta aver buone scarpe e buon calzini;

Il resto, quando sia di romagnuolo,

Non vuol dir nulla, se ben par che questa

Sia una sottigliezza da Spagnuolo:

E non importa che tu ti rivesta,

Mutand’abiti e foggie a tutte l’ore,

Se è dì di lavoro o dì di festa.

Se per disgrazia un povero dottore

Va per la strada in toga scompagnato,

Par quasi ch’e’ ci metta dell’onore;

E se non è da venti accompagnato,

Mi par sempre sentir dir le brigate:

“Colui è un ignorante e smemorato”:

Tal che sarebbe meglio a farsi frate;

Ch’al manco vanno a coppie, e non a serque,

Come van gli spinaci e le granate.

Però chi dice lor: Beati terque,

Non dice ancor quanto si converrebbe,

E sarie poco a dir terque quaterque;

Dove ch’a un dottor bisognerebbe

Dargli la mala Pasqua col mal anno,

A voler far quel ch’ei meriterebbe.

Non so com’ei non crepi dell’affanno,

Quand’egli ha intorn’a sè diciott’o venti,

Che, per udirlo, a bocca aperta stanno.

A me non par egli essere altrimenti,

Che sia tra i pettirossi la civetta,

O la Misericordia tra’ Nocenti;

E n’ho aut’a’ miei dì più d’una stretta:

E però, toga, va’ pur in buon’ora,

Vatten’in pace, che sie benedetta.E si vendeva a peso e a misura.

E quest’è la ragion che ci dimostra

Ch’allor non eron gl’inconvenienti,

 

 

 

 

Busto di Galileo Galilei di A. Costoli, 1826, scultura in marmo h. 50cm, Firenze, Palazzo Pitti http://moro.imss.fi.it:9000/struts-aig/primoIngresso.do

 

Che si veggon seguire all’età nostra.

Quella sposa si duol co’ suo’ parenti,

Perchè lo sposo è troppo mal fornito,

E non ci vuole star sotto altrimenti;

Ma dice che ci piglierà partito,

E che gli han dato colui a malizia,

Tal che gli è forza cambiarle marito.

Altri, che di ben sodi ha gran dovizia,

Talor dà in una ch’ha sì poca entrata,

Che non v’è da ripor la masserizia.

Così resta la sposa sconsolata:

Gli è ver che questo non avvien sì spesso;

Pur di queste qualcuna s’è trovata:

Dov’allor si vedeva a un di presso,

Innanzi che venissino alle prese,

La proporzion tra l’uno e l’altro sesso.

Non si temeva allor del mal franzese:

Però che, stand’ignudo alla campagna,

S’un avea qualche male, era palese;

E s’una donna avea qualche magagna,

La teneva coperta solamente

Con tre o quattro foglie di castagna.

Così non era gabbata la gente,

Come si vede che l’è gabbat’ora,

Se già l’uomo non è più ch’intendente:

Chè tal par buona, veduta di fuora,

Che se tu la ricerchi sotto panno,

La trovi come ‘l vaso di Pandora.

E così d’ogni frode e d’ogn’inganno

Si vede chiaro che n’è sol cagione

L’andar vestito tutto quanto l’anno.

Ma quand’anche un dottore andasse fuora,

E ch’andar solo pur gli bisognassi,

Come si vede che gli avvien talora,

Tu non lo vedi andar se non pe’ chiassi,

Per la vergogna, o ver lungo le mura,

E ‘n simil altri luoghi da papassi:

E par ch’e’ fugga la mala ventura;

Volgesi or da man manca or da man destra,

Com’un che del bargello abbia paura:

Par una gatta in una via maestra,

Che sbalordita fugga le persone,

Quand’è cascata giù dalla finestra,

Che se ne corre via carpon carpone,

Tanto ch’ella s’imbuchi in qualche volta,

Perchè gli spiace la conversazione.

* * * * *

Se tu vai fuor per far qualche faccenda,

Se tu l’hai a far innanzi desinare,

Tu non la fai che gli è or di merenda,

Perchè la toga non ti lascia andare,

Ti s’attraversa, t’impaccia e t’intrica,

Ch’è uno stento a poter camminare.

E però non par ch’ella si disdica

A quei che fanno le lor cose adagio

E non han troppo a grado la fatica,

Anzi han per boto lo star sempre in agio,

Come dir frati o qualche prete grasso,

Nimici capital d’ogni disagio,

Che non vanno mai fuor se non a spasso,

Come diremmo noi, a cercar funghi,

E se la piglian così passo passo.

A questi stanno bene i panni lunghi,

E non a un mie par, che bene spesso

Ho a correr perch’un birro non mi giunghi;

E ho sempre paur di qualche messo,

O che ‘l Provveditor non mi condanni,

Ch’a dire il vero è un vituperio espresso.

Però, prima ch’usar più questi panni,

Vo’ rinunziar la cattedra a Ser Piero,

E se non la vuol lui, a Ser Giovanni.

Io vo’ che noi facciamo a dir il vero:

Che crediam noi però però ch’importi

Aver la toga di velluto nero,

E un che dreto il ferraiuol ti porti,

E che la notte poi ti vadia avanti

Con una torcia, come si fa a’ morti ?

Sappi che questi tratti tutti quanti

Furon trovati da qualcuno astuto,

Per dar canzone e pasto agl’ignoranti,

Che tengon più valente e più saputo

Questo di quel, secondo ch’egli arà

Una toga di rascia o di velluto.

Dio sa poi lui come la cosa sta!

Ma s’io avessi a dire il mio parere,

Questo discorso un tratto non mi va.

Ch’importa aver le vesti rotte o intere,

Che gli uomini sien Turchi o Bergamaschi,

Che se gli dia del Tu o del Messere?

La non istà ne’ rasi o ne’ dommaschi;

 

¨ L’Acceso Dibattito su Le Considerazioni. ¨

Non sappiamo se le Considerazioni siano opera di un giovincello o di un vegliardo. Non si esagera affermando che non ci sono due studiosi che indichino lo stesso anno come data probabile dell’opera. È vero che nelle storie letterarie di solito se ne parla come di opera giovanile (vedasi, ad esempio, il Sapegno), ma quando si vuole arrivare ad un’indicazione più precisa le congetture si distribuiscono su quasi tutto il lun­ghissimo arco della vita di Galileo. Secondo il Belloni, Galileo avrebbe messo mano alle Considerazioni poco più che ventenne, compiendole tra il 1586 e il 1588. Il più noto studioso galileiano del secolo scorso, Antonio Favaro, suggerisce il periodo 1589-92: le Considerazioni sarebbero perciò opera di un giovane di venticinque-ventott’anni. Così, di anno in anno, si arriva, con il Panofsky, al 1595 (Galilei trentunenne). L’antico biografo, Vincenzo Viviani, parla di un piccolo successo locale dell’operetta:

Questa fatica gli fu domandata più volte con gran­dissima instanza da amico suo, mentre era in Pisa, e credo fusse il Sig.r lacopo Mazzoni, al quale fi­nalmente la diede, ma poi non potè mai recuperar­la, dolendosi alcuna volta con sentimento della perdita di tale studio, nel quale egli stesso diceva aver avuto qualche compiacenza et diletto.

Ora sappiamo che il Mazzoni morì nel 1598; se la memoria non inganna il Viviani (com’è il caso, infatti), Galileo non avrebbe lavorato intorno al Tasso oltre il “mezzo del cammin”. Per alcuni studiosi moderni, tuttavia, le Considerazioni sono una reazione al dilagante “tassismo” del nuovo secolo. Si arriva così ad una data probabile del 1607 (ripresa della polemica da parte del Beni, fanatico della Gerusalemme), - quest’ultima tesi fu sostenuto, tra gli altri, anche dal Privitera - e oltre. Non tanto oltre però, ché il primo cenno nel carteggio galileiano all’esistenza delle Considerazioni è del 1609. Ciò di nuovo sembrerebbe fissare un termine ad quem: i quarantacinque anni. Notiamo peraltro che c’è almeno uno studioso autorevole del Tasso, il quale dà come data della composizione delle Considerazioni gli anni 1624-1627: Galileo le avrebbe scritte dunque ultrasessantenne.

Tanta varietà di pareri è dovuta, s’intende, alla mancanza di univoca “evidenza” interna o esterna. Le opinioni citate sono quindi ugualmente “campate in aria”: basate su impressioni personali. Il Favaro, più di settant’anni fa, concluse: «è dubbio il tempo della vita di Galileo, a cui le Considerazioni si debba­no ascrivere; anzi ci sembra che, con i dati che per ora possediamo, tale questione non sia risolubile in modo sicuro». I settant’anni trascorsi non hanno apportato nuovi dati deci­sivi. Eppure un esame nuovo del quesito non mi pare inutile. Quella in cui l’indefesso studioso del Galilei lavorava era un’atmosfera particolare che - come vedremo in seguito - aveva pregiudicato in certa qual misura quella parte del suo lavoro che non poggiava direttamente su dati controllabili, ma esigeva un atto di congettura. E il Favaro rimase l’autorità, o almeno la primissima guida, di quanti più recentemente si siano accostati alle Considerazioni.

Gli “indizi esterni” si riducono a pochi brani del Carteggio galileiano:

Torquato Tasso, protetto da Eleonora d’Este, trascorse a Ferrara il periodo letterariamente più fertile della propria vita. Foto: Archivio IGDA / G. Nimatallah

Omnia 2000 gold


il 22 maggio 1609 Lodovico Cigoli parla di «certe postille sopra la prima stanza del Tasso» fatte da Galileo;

- nell’anno 1614 Paolo Gualdo cita più volte le Considerazioni annunciando prima il commento svolto dallo scienziato pisano e, in seguito, definendo tale lavoro «argutissime e dotte postille»;

- infine il Rinuccini durante gli anni 1637-1640, attraverso un intenso scambio epistolare in cui richiedeva a Galileo, prima una copia dei suoi “appunti”, in seguito di aprire nuovamente il dibattito e il confronto fra i due poeti.

Tale richiesta non potè essere soddisfatta da parte del Galilei, oltre che per i problemi con la Chiesa, anche per le sue condizioni di salute, alquanto precarie e per la cecità ormai incombente.

In base a questi scarsi dati sono possibili tre risposte, apparentemente contraddittorie:

- Prima del 1592. La notizia del Viviani, del privato successo pisano dell’opera, può essere attendibile, anche se certamente sbagliata è la sua affermazione circa il Mazzoni (il libro, come dirà Galileo, è «uscito di mano» e «andò male» molti anni dopo la morte dell’amico).

- Nei primi anni del nuovo secolo. Il fatto che nel 1609 si parli solo della postilla della prima stanza non deve, certo, far credere che il Galilei quell’anno avesse compiuto solo la prima pagina delle Considerazioni. Certo è però, che di un «commento» al poema si fa menzione solo cinque anni dopo. L’accostamento di questi due dati sembra suggerire un lavoro in progresso.

- «Dodici o quindici anni» prima del 1639, cioè tra il 1624 e il 1627. È vero che le parole di Galileo («avevo il poema del Tasso legato») possono essere costruite in due modi: «fino al ‘24-’27 possedevo una copia del Tasso, rilegata in modo particolare», ecc…; e: «tra il ‘24 e il ‘27 ho fatto rilegare il poema, in un certo qual modo, per apporvi appunto le mie note». La determinazione «in quei tempi» resterebbe più logica con la seconda costruzione.

L’ultima data congetturata assegnerebbe le Considerazioni all’operosa vecchiaia del grande scienziato; quella di mezzo ne farebbe un’opera della piena maturità; la prima data invece permetterebbe di considerarle un passatempo giovanile.

Ben per questa possibilità offerta dalla prima data, le Considerazioni sono passate nelle storie letterarie con l’aggettivo “giovanile”. I giudizi prevalentemente negativi sull’operetta sono di solito corredati dall’opinione che si tratti di un errore di gioventù. In clima di celebrazione tra i centenari galileiani, le Considerazioni sembravano a molti opera molto frivola, quasi una nota discordante nella grande mole seria dell’edizione nazionale delle Opere. Quindi la proposta, in perfetta buona fede, di considerarle «esercitazioni letterarie giovanili, di cui il grande Galileo del Nuncius, del Saggiatore, dei Massimi sistemi, non sarebbe interamente responsabile.

Ludovico Ariosto: Orlando Furioso, frontespizio con stemma del Cardinale Ippolito d’Este (Roma, Biblioteca Vaticana). Foto: Archivio IGDA

Omnia 2000 Gold

Fatto si è che il Galilei non soltanto ricorda fin nell’estrema vecchiaia queste sue esercitazioni, bensì ne parla con stima, ne rammarica la

perdita, perfino medita di produrne una copia, almeno in parte. Le tre ipotetiche risposte al quesito cronologico hanno dunque ciascuna una certa plausibilità; ma in pari tempo si può constatare che non è possibile, in base ai dati disponibili, optare in esclusiva per alcuna di esse. Accogliendo tutte le testimonianze e tutti i periodi proposti, si arriva ad un’immagine di Galileo lettore costante dell’Ariosto così come del Tasso, e postillatore saltuario di entrambe. L’intento che perdura in tutta l’opera è quello enunciato subito all’inizio, nella famosa postilla alla prima stanza del Tasso (scritta prima del 1609): l’intento di provare per via di «qualche riscontro particolare» la superiorità dell’Ariosto. Il metodo critico è poi così delineato:

Volendo noi far paragone tra questo poeta e l’Ariosto, qual si avvicini al segno di perfezione e qual ne resti lontano, andremo in tutte le pitture del Tasso esaminando queste due parti, premettendo sempre la considerazione de i componimenti nelle intere favole, che rispondono al componimento dell’istoria in pittura; e dove cascherà corrispondenza, chiameremo in comparazione i luoghi dell’Ariosto.

 

 

 

 

I Primi Scritti Scientifici: dai Theoremata al Sidereus Nuncius. Latino e Italiano

Di concretezza Galileo aveva dato prova fin dai primi saggi che costeggia­no l’universo - inevitabilmente scolastico - degli Juvenilia, da cui emerge quello scritto del 1585, La Bilancetta, dove si descrive l’uso di un apparecchio del tutto simile alla moderna bilancia di Westphal, usata ancor oggi per determinare il peso specifico. I Theoremata circa centrum gravitatis solidorum del 1587 dimostrano uno studioso di limpida formazione archimedea; ma il De Motu del 1590 è per più aspetti un capolavoro, sia stato preceduto o meno dalle esperienze dei gravi in caduta libera fatte dalla torre pendente di Pisa. Statica, cinematica, problemi del moto circolare vi trovano una tratta­zione originale, già superiore a quelle dei trattatisti coevi: fossero pure il De motu gravium et levium (1575) di Girolamo Borro e il De motu (1591) di Francesco Buo­namici, maestro di Galileo. Ma il trattato non venne edito, forse perché lo scienziato avvertì non compiutamente esperita la critica verso Aristotele, già inquisito.

La cautela di Galileo, uomo di certezze, venne esasperata nel periodo pa­dovano dall’obbligo d’insegnare, a norma dei programmi dello studio, sugli stessi manuali (Almagesto di Tolomeo, De caelo di Aristotele, la Sphaera di Sa­crobosco, il Liber de astronomia di Teone di Smirne) di cui stava verificando la fallacia. Ma non tutto rimase in pectore, tra carte private, fino alla verifica suprema del cannocchiale. Le Mecaniche del 1593 hanno connessioni col De motu, e ne ripetono, trattando il funzionamento delle macchine semplici (stadera, leva, argano, vite, taglie, coclea archimedea), tecniche raffinate di definizione, con verifiche ben oltre la sillogistica aristotelica. E se gli scritti d’ingegneria soprattutto militare confermano le “centinaia di migliaia di esperienze in mille e mille oggetti”, non mancano attestazioni documentarie su di una prassi astronomica rinnovata rispetto al piatto tradizionalismo della Cosmografia.

L’immagine di una bilancia affrescata su una parete del Palazzo della Ragione a Padova risalente all’in-circa al XVII sec.

http://www.pd.astro.it/MOSTRA/IMAGES/BILANCIA.JPG


Nel 1604 partecipa alle discussioni sull’apparizione di una nuova stella (si trattava in realtà di una “supernova”) con calcoli astronomici e postille – perplesse – all’opera degli aristotelici impegnati nell’analisi dell’astro (Baldassarre Capra e Antonio Lorenzini). Lo scienziato intervenne soltanto in modo obliquo suggerendo argomentazioni fisiche ad un amico padovano, Girolamo Spinelli, che, sotto uno pseudonimo, pubblicò, nel 1605, il Dialogo de Cecco di Ronchitti da Bruzene in perpuosito de la stella nuova, scritto in dialetto padovano e polemico verso l’astronomia tradizionale. Nel Sidereus Nuncius del 1610 ogni intemperanza verbale è comunque bandita. L’opera latina (di cui Galileo stesso nei suoi scritti italiani tradusse il titolo come “Nunzio sidereo”, “Avviso sidereo”, “Avviso astronomico”), breve – “esigua tractatio” –, dopo un cenno sull’invenzione del cannocchiale, narra, con mirabile puntualità, le scoperte compiute nel cielo. Sono i dati dell’osservazione a parlare per Galileo. Innanzi tutto, quel volto della Luna che il cannocchiale rivela scabroso, irregolare, con monti e valli affini alla morfologia del nostro mondo e non certo al mito di incorruttibilità e perfezione tipico dell’astronomia classica.

«[…] ex ipsarum autem sæpius iteratis inspectionibus in eam deducti sumus sententiam, ut certo intelligamus, Lunæ superficiem, non perpolitam, æquabilem, exactissimæque sphæricitatis existere, ut magna philosophorum cohors de ipsa deque reliquis corporibus cælestibus opinata est, sed, contra, inæqualem, asperam, cavitatibus tumoribusque confertam, non secus ac ipsiusmet Telluris facies, quæ montium iugis valliumque profunditatibus hinc inde distinguitur.[…]»

[Trad.: «Da osservazioni più volte ripetute di tali macchie fummo tratti alla convinzione che la superficie della Luna non è levigata, uniforme ed esattamente sferica, come gran numero di filosofi credette di essa e degli altri corpi celesti, ma ineguale, scabra e con molte cavità e sporgenze, non diversamente dalla faccia della Terra, variata da catene di monti e profonde valli.»]

Poi quegli ammassi stellari, che dilatano l’universo delle 1022 stelle fisse di Tolomeo rendendo possibile il plus ultra di Bacone e l’infinito di giordano Bruno. E infine le osservazioni sulla via lattea, le nebulose, le fasi di Venere, i satelliti di Giove. Quei “pianeti medicei” che chiamavano in causa l’astronomia di Copernico dimostrando proprio l’esistenza di corpi celesti ruotanti attorno ad un centro diverso dalla terra:

«[…] Eximium præterea præclarumque habemus argumentum pro scrupulo ab illis demendo, qui in Systemate Copernicano conversionem Planetarum circa Solem æquo animo ferentes, adeo perturbantur ab unius Lunæ circa Terram latione, interea dum ambo annuum orbem circa Solem absolvunt, ut hanc universi constitutionem, tanquam impossibilem, evertendam esse arbitrentur: nunc enim, nedum Planetam unum circa alium convertibilem habemus, dum ambo magnum circa Solem perlustrant orbem, verum quatuor circa Iovem, instar Lunæ circa Tellurem, sensus nobis vagantes offert Stellas, dum omnes simul cum Iove, 12 annorum spatio, magnum circa Solem permeant orbem. […]»

[Trad.: «Abbiamo dunque un valido ed eccellente argomento per togliere ogni dubbio a coloro che, accettando tranquillamente nel sistema di Copernico la rivoluzione dei pianeti intorno al Sole, sono tanto turbati dal moto della sola Luna intorno alla Terra, mentre entrambi compiono ogni anno la loro rivoluzione attorno al Sole, da ritenere si debba rigettare come impossibile questa struttura dell’universo. Ora, infatti, non abbiamo un solo pianeta che gira intorno a un altro, mentre entrambi percorrono la grande orbita intorno al Sole, ma la sensata esperienza ci mostra quattro stelle erranti attorno a Giove, così come la Luna attorno alla Terra, mentre tutte insieme con Giove, con periodo di dodici anni si volgono in ampia orbita attorno al Sole. »]

Galileo avrebbe desiderato diffondere oltre le 550 copie di tiratura del trattato latino per dotti in un’edizione ampliata – che taluni studiosi pensano persino redatta in italiano – con illustrazioni e grafici di un’intera lunazione. Progetto mai giunto in porto, forse per le dure reazioni che Galileo ebbe a subire dagli aristotelici sia in forma diretta di saggi polemici, sia in forma indiretta di richiamo censorio (Bellarmino chiese formalmente un rapporto sull’attendibilità delle scoperte galileiane). Ma Galilei comprese immediatamente da quale parte potevano giungergli i veri pericoli: dall’assise di dotti dell’entourage di Bellarmino, pronti a passare dal discorso scientifico alla teologia.

La Bilancetta

Proponiamo di seguito tutto il breve testo de La Bilancetta in cui Galileo espone una sua scoperta che gli permise di misurare il peso specifico dei corpi. Tale scoperta venne ripresa poi da altri fisici e oggi utilizziamo una versione più moderna dello strumento qui illustrato dallo scienziato pisano (la bilancia di Westphal).


«Sì come è assai noto a chi di leggere gli antichi scrittori cura si prende, avere Archimede trovato il furto dell’orefice nella corona d’oro di Ierone, così parmi esser stato sin ora ignoto il modo che sì grand’uomo usar dovesse in tale ritrovamento: atteso che il credere che procedesse, come da alcuni è scritto, co’l mettere tal corona dentro a l’aqqua, avendovi prima posto altrettanto di oro purissimo e di argento separati, e che dalle differenze del far più o meno ricrescere o traboccare l’aqqua venisse in cognizione della mistione dell’oro con l’argento, di che tal corona era composta, par cosa, per così dirla, molto grossa e lontana dall’esquisitezza; e vie più parrà a quelli che le sottilissime invenzioni di sì divino uomo tra le memorie di lui aranno lette ed intese, dalle quali pur troppo chiaramente si comprende, quando tutti gli altri ingegni a quello di Archimede siano inferiori, e quanta poca speranza possa restare a qualsisia di mai poter ritrovare cose a quelle di esso simiglianti. Ben crederò io che, spargendosi la fama dell’aver Archimede ritrovato tal furto co’l mezo dell’aqqua, fosse poi da qualche scrittore di quei tempi lasciata memoria di tal fatto; e che il medesimo, per aggiugner qualche cosa a quel poco che per fama avea inteso, dicesse Archimede essersi servito dell’aqqua nel modo che poi è stato dall’universal credito. Ma il conoscer io che tal modo era in tutto fallace e privo di quella esattezza che si richiede nelle cose matematiche, mi ha più volte fatto pensare in qual maniera, co’l mezo dell’aqqua, si potesse esquisitamente ritrovare la mistione di due metalli; e finalmente, dopo aver con diligenza riveduto quello che Archimede dimostra nei suoi libri Delle cose che stanno nell’aqqua ed in quelli Delle cose che pesano ugualmente, mi è venuto in mente un modo che esquisitissimamente risolve il nostro quesito: il qual modo crederò io esser l’istesso che usasse Archimede, atteso che, oltre all’esser esattissimo, depende ancora da dimostrazioni ritrovate dal medesimo Archimede.

Il modo è co’l mezo di una bilancia, la cui fabbrica; ed uso qui apresso sarà posto, dopo che si averà dichiarato quanto a tale intelligenza è necessario. Devesi dunque prima sapere, che i corpi solidi che nell’aqqua vanno al fondo, pesano meno dell’aqqua che nell’aria tanto, quant’è nell’aria la gravità di tant’aqqua in mole quant’è esso solido: il che da Archimede è stato dimostrato; ma perché la sua dimostrazione è assai mediata, per non avere a procedere troppo in lungo, lasciandola da parte, con altri mezi lo dichiarerò. Consideriamo, dunque, che mettendo, per esempio, nell’aqqua una palla di oro, se tal palla fosse di aqqua, non peserebbe nulla, perché l’aqqua nell’aqqua non si muove in giù o in su. Resta dunque che tal [palla] di oro pesi nel[l’aqqua] quel tanto, in che la gravità dell’oro supera la gravità dell’aqqua; ed il simile si deve intendere de gli altri metalli: e perché i metalli son diversi tra di loro in gravità, secondo diverse proporzioni scemerà la lor gravità nell’aqqua. Come, per essempio, poniamo che l’oro pesi venti volte più dell’aqqua; è manifesto dalle cose dette, che l’oro peserà meno nell’aqqua che nell’aria la vigesima parte di tutta la sua gravità: supponiamo ora che l’argento, per esser men grave dell’oro, pesi 12 volte più che l’aqqua; questo, pesato nell’aqqua, scemerà in graveza per la duodecima parte: adunque meno scema nell’aqqua la gravità dell’oro che quella dell’argento, atteso che quella scema per un ventesimo e questa per un duodecimo. Se dunque in una bilancia esquisita noi appenderemo un metallo, e dall’altro braccio un contrapeso che pesi ugualmente co’l detto metallo in aria; se poi tufferemo il metallo nell’aqqua, lasciando il contrapeso in aria; acciò detto contrapeso equivaglia al metallo, bisognerà ritirarlo verso il perpendicolo. Come, per essempio, sia la bilancia ab, il cui perpendicolo c; ed una massa di qualche metallo sia appesa in b, contrapesata dal peso d. Mettendo il peso b nell’aqqua, il peso d in a peserebbe più: però, acciò che pesasse ugualmente, bisognerebbe ritirarlo verso il perpendicolo c, come, v.g, in e; e quante volte la distanza ca supererà la ae, tante volte il metallo peserà più che l’aqqua. Poniamo dunque che il peso in b sia oro, e che pesato nell’aqqua torni il contrapeso d in e; e poi, facendo il medesimo dell’argento finissimo, che il suo contrapeso, quando si peserà poi nell’aqqua, torni in f: il qual punto sarà più vicino al punto c, sì come l’esperienza ne mostra, per esser l’argento men grave dell’oro; e la differenza che è dalla distanza af alla distanza ac sarà la medesima che la differenza tra la gravità dell’oro e quella de l’argento. Ma se noi aremo un misto di oro e di argento, è chiaro che, per participare di argento, peserà meno che l’oro puro, e, per participar di oro, peserà più che il puro argento: e però, pesato in aria, e volendo che il medesimo contrapeso lo contrapesi quando tal misto sarà tuffato nell’aqqua, sarà di mestiero ritirar detto contrapeso più verso il perpendicolo c che non è il punto e, il quale è il termine dell’oro, e medesimamente più lontano dal c che non è l’f, il quale è il termine dell’argento puro; però cascherà tra i termini e, f, e dalla proporzione nella quale verrà divisa la distanza ef si averà esquisitamente la proporzione dei due metalli, che tal misto compongono. Come, per esempio, intendiamo che il misto di oro ed argento sia in b, contrapesato in aria da d; il qual contrapeso, quando il misto sia posto nell’aqqua, ritorni in g: dico ora che l’oro e l’argento, che compongono tal misto, sono tra di loro nella medesima proporzione che le distanze fg, ge. Ma ci è da avvertire che la distanza gf, terminata nel segno dell’argento, ci denoterà la quantità dell’oro, e la distanza ge, terminata nel segno dell’oro, ci dimostrerà la quantità dell’argento: di maniera che se fg tornerà doppia di ge, il tal misto sarà due d’oro ed uno di argento. E col medesimo ordine procedendo nell’esamine di altri misti, si troverà esquisitamente la quantità dei semplici metalli.

Per fabricar dunque la bilancia, piglisi un regolo lungo almeno due braccia, e quanto più sarà lungo più sarà esatto l’istrumento; e dividasi nel mezo, dove si ponga il perpendicolo; poi si aggiustino le braccia che stiano nell’equilibrio, con l’assottigliare quello che pesasse più; e sopra l’uno delle braccia si notino i termini [dove ritor]nano i contrapesi de i metalli semplici quando saranno pesati nell’aqqua, avvertendo di pesare i metalli più puri che si trovino. Fatto che sarà questo, resta a ritrovar modo col quale si possa con facilità aver la proporzione, [secondo la quale] le distanze tra i termini de i metalli puri verra[nno] divise da i segni de i misti. Il che, al mio giudizio, si conseguirà in questo modo:

Sopra i termini de i metalli semplici avvolgasi un sol filo di corda di acciaio sottilissima; ed intorno agli intervalli, che tra i termini rimangono, avvolgasi un filo di ottone pur sottilissimo; e verranno tali distanze divise in molte particelle uguali. Come, per essempio, sopra i termini e, f avvolgo 2 fili solo di acciaio (e questo per distinguerli dall’ottone); e poi vo riempiendo tutto lo spazio tra e, f con l’avvolgervi un filo sottilissimo di ottone, il quale mi dividerà lo spazio ef in molte particelle uguali; poi, quando io vorrò sapere la proporzione che è tra fg e ge, conterò i fili fg ed i fili ge, e, trovando i fili fg esser 40 ed i ge esser, per essempio, 21, dirò nel misto esser 40 di oro e 21 di argento.

Ma qui è da avvertire che nasce una difficultà nel contare: però che, per essere quei fili sottilissimi, come si richiede all’esquisitezza, non è possibile con la vista numerarli, però che tra sì piccoli spazii si abbaglia l’occhio. Adunque, per numerargli con facilità, piglisi uno stiletto acutissimo, col quale si vada adagio adagio discorrendo sopra detti fili; ché così, parte mediante l’udito, parte mediante il ritrovar la mano ad ogni filo l’impedimento, verranno con facilità detti fili numerati: dal numero de i quali, come ho detto di sopra, si averà l’esquisita quantità de i semplici, de’ quali è il misto composto. Avvertendo però, che i semplici risponderanno contrariamente alle distanze: come, per esempio, in un misto d’oro e d’argento, i fili che saranno verso il termine dell’argento ci daranno la quantità dell’oro, e quelli che saranno verso ‘l termine dell’oro ci dimostreranno la quantità dell’argento; ed il medesimo intendasi degli altri misti.»

 

Il Sidereus Nuncius

Proponiamo alcune tra le pagine iniziali del Sidereus Nuncius (1610), l’opera con cui Galilei annunciò al mondo le proprie rivoluzionarie scoperte. Poche opere hanno avito conseguenze altrettanto vaste e profonde sullo sviluppo delle conoscenze umane.

« AVVISO ASTRONOMICO

CHE CONTIENE E SPIEGA OSSERVAZIONI DI RECENTE CONDOTTE CON L’AIUTO DI UN NUOVO OCCHIALE SULLA FACCIA DELLA LUNA, SULLA VIA LATTEA E LE NEBULOSE, SU INNUMEREVOLI STELLE FISSE, E SU QUATTRO PIANETI DETTI ASTRI MEDICEI NON MAI FINORA VEDUTI.

 


Grandi cose per verità in questo breve trattato propongo all’osservazione e alla contemplazione di quanti studiano la natura. Grandi, dico, e per l’eccellenza della materia stessa, e per la novità non mai udita nei secoli, e infine per lo strumento mediante il quale queste cose stesse si sono palesate al nostro senso.

Grande cosa è certamente alla immensa moltitudine delle stelle fisse che fino a oggi si potevano scorgere con la facoltà naturale, aggiungerne e far manifeste all’occhio umano altre innumeri, prima non mai vedute e che il numero delle antiche e note superano più di dieci volte.

Bellissima cosa e mirabilmente piacevole, vedere il corpo della Luna, lontano da noi quasi sessanta raggi terrestri, così da vicino come distasse solo due di queste dimensioni; così che si mostrano il diametro stesso della Luna quasi trenta volte, la sua superficie quasi novecento, il volume quasi ventisettemila volte maggiori che quando si guardano a occhio nudo: e quindi con la certezza della sensata esperienza chiunque può comprendere che la Luna non è ricoperta da una superficie liscia e levigata, ma scabra e ineguale, e, proprio come la faccia della Terra, piena di grandi sporgenze, profonde cavità e anfratti.

Inoltre non mi pare si debba stimar cosa da poco l’aver rimosso le controversie intorno alla Galassia, o Via Lattea, e aver manifestato al senso oltre che all’intelletto l’essenza sua; e inoltre il mostrare a dito che la sostanza degli astri fino a oggi chiamati dagli astronomi nebulose è di gran lunga diversa da quel che si è fin qui creduto, sarà cosa grata e assai bella.

Ma quel che di gran lunga supera ogni meraviglia, e principalmente ci spinse a renderne avvertiti tutti gli astronomi e filosofi, è l’aver scoperto quattro astri erranti, da nessuno, prima di noi, conosciuti né osservati, che, a somiglianza di Venere e Mercurio intorno al Sole, hanno le loro rivoluzioni attorno a un certo astro cospicuo tra i conosciuti, ed ora lo precedono ora lo seguono, non mai allontanandosene oltre determinati limiti. E tutte queste cose furono scoperte e osservate pochi giorni or sono con l’aiuto d’un occhiale che io inventai dopo aver ricevuto l’illuminazione della grazia divina.

Altre cose più mirabili forse da me e da altri si scopriranno in futuro con l’aiuto di questo strumento, della cui forma e struttura e dell’occasione d’inventarlo dirò prima brevemente, poi narrerò la storia delle osservazioni da me fatte. […]

E finalmente, non risparmiando fatiche e spese, venni a tanto da costruirmi uno strumento così eccellente, che gli oggetti visti per il suo mezzo appaiono ingranditi quasi mille volte e trenta volte più vicini che visti a occhio nudo. Quanti e quali siano i vantaggi di un simile strumento, tanto per le osservazioni di terra che di mare, sarebbe del tutto superfluo dire. Ma lasciate le terrestri, mi volsi alle speculazioni del cielo; e primamente vidi la Luna così vicina come distasse appena due raggi terrestri. Dopo questa, con incredibile godimento dell’animo, osservai più volte le stelle sia fisse che erranti. […]

Ora verremo esponendo le osservazioni da noi fatte nei due mesi trascorsi, richiamando, agli esordi di così grandi contemplazioni, l’attenzione di tutti quanti amano la vera filosofia.

In primo luogo diremo dell’emisfero della Luna che è volto verso di noi. Per maggior chiarezza divido l’emisfero in due parti, più chiara l’una, più scura l’altra: la più chiara sembra circondare e riempire tutto l’emisfero, la più scura invece offusca come nube la faccia stessa e la fa apparire cosparsa di macchie. Queste macchie alquanto scure e abbastanza ampie, ad ognuno visibili, furono scorte in ogni tempo; e perciò le chiameremo grandi o antiche, a differenza di altre macchie minori per ampiezza ma pure così frequenti da coprire l’intera superficie lunare, soprattutto la parte più luminosa: e queste non furono viste da altri prima di noi. Da osservazioni più volte ripetute di tali macchie fummo tratti alla convinzione che la superficie della Luna non è levigata, uniforme ed esattamente sferica, come gran numero di filosofi credette di essa e degli altri corpi celesti, ma ineguale, scabra e con molte cavità e sporgenze, non diversamente dalla faccia della Terra, variata da catene di monti e profonde valli. Le cose che vidi e da cui potei trarre queste conclusioni, sono le seguenti:

Nel quarto o quinto giorno dopo la congiunzione, quando la Luna ci mostra i corni splendenti, il termine di divisione tra la parte scura e la chiara non si stende uniformemente secondo una linea ovale, come accadrebbe in un solido perfettamente sferico, ma è tracciato da una linea ineguale, aspra e assai sinuosa. Infatti molte luminosità come escrescenze si estendono oltre i confini della luce e delle tenebre, e per contro alcune particelle oscure si introducono nella parte illuminata. Di più: anche gran copia di piccole macchie nerastre, del tutto separate dalla parte oscura, cospargono quasi tutta la plaga già illuminata dal Sole, eccettuata soltanto quella parte che è cosparsa di macchie grandi e antiche. Notammo pure che le suddette piccole macchie concordano, tutte e sempre, in questo: nell’avere la parte nerastra volta al luogo del Sole; nella parte opposta al Sole invece sono coronate da contorni lucentissimi, quasi montagne accese. Uno spettacolo simile abbiamo sulla Terra verso il sorgere del Sole quando vediamo le valli non ancora illuminate e splendenti i monti che le circondano dalla parte opposta al Sole: e come le ombre delle cavità terrestri di mano in mano che il Sole si innalza si fanno più piccole, così anche queste macchie lunari, al crescere della parte luminosa, perdono le tenebre.*

Veramente non solo i confini tra luce e tenebre si scorgono nella Luna ineguali e sinuosi, ma - ciò che desta maggior meraviglia - nella parte tenebrosa della Luna si mostrano moltissime cuspidi lucenti, completamente divise e avulse dalla parte illuminata e lontane da questa non piccolo tratto: che a poco a poco, dopo un certo tempo, aumentano di grandezza e luminosità: dopo due o tre ore si congiungono alla restante parte luminosa già divenuta più grande; frattanto altre e altre punte come pullulanti qua e là si accendono nella parte tenebrosa, ingrandiscono e infine si congiungono anch’esse alla parte luminosa che si è venuta sempre più ampliando. […] E sulla Terra, prima che si levi il Sole, mentre ancora l’ombra occupa le pianure, le cime dei monti più alti non sono forse illuminate dai raggi solari? non s’accresce in breve tempo la luce, quando le parti medie e le più larghe dei monti si illuminano: e finalmente, sorto già il Sole, non si congiungono le illuminazioni delle pianure e dei colli? Le varietà di tali protuberanze e cavità della Luna, sembrano poi superare d’assai l’asperità della superficie terrestre, come dimostreremo più innanzi. Frattanto non passerò sotto silenzio un fatto degno di attenzione che osservai mentre la Luna si avviava al primo quarto […] nella parte luminosa penetra un grande seno oscuro, collocato verso il corno inferiore, il qual seno avendo io a lungo osservato e scorto del tutto oscuro, finalmente dopo circa due ore cominciò a spuntare, poco sotto il mezzo della sinuosità, una sorta di vertice luminoso; questo a poco a poco crescendo prendeva figura triangolare e rimaneva del tutto staccato e separato dalla faccia luminosa; poco dopo attorno a quello cominciarono a luccicare tre piccole punte, fino a che, volgendo già la Luna al tramonto, la figura triangolare, estesa e fatta più ampia, si univa alla rimanente parte luminosa e grande come un grande promontorio, ancora circondata dai tre punti ricordati, si diffondeva nel seno tenebroso. Inoltre, all’estremità dei corni, sia superiore che inferiore, emergevano alcuni punti luminosi e completamente disgiunti dall’altra parte luminosa. […] Nell’uno e nell’altro corno era gran quantità di macchie scure, sopra tutto nell’inferiore; ed appaiono più grandi e oscure le più vicine al limite tra luce e tenebre, le più lontane meno oscure e più sbiadite. Sempre però, come anche sopra ricordammo, la parte nericcia della macchia è rivolta verso l’irradiazione solare, mentre un contorno luminoso circonda la macchia nericcia dalla parte opposta al Sole e rivolta alla parte oscura della Luna. Questa superficie lunare, là dove è variata da macchie, come occhi cerulei d’una coda di pavone, appare simile a quei vasetti di vetro che, posti ancora incandescenti in acqua fredda, acquistan superficie screpolata e ineguale, onde son detti dal volgo bicchieri di ghiaccio. Invero le grandi macchie della Luna non si vedono così rotte e ricche di avvallamenti e sporgenze, ma più uguali e uniformi; infatti spuntano solo qua e là piccole zone più luminose, cosicché se qualcuno volesse riesumare l’antica opinione dei pitagorici, cioè che la Luna sia quasi una seconda Terra, la parte di essa più luminosa rappresenterebbe meglio la superficie solida, la più scura quella acquea; e non mai ebbi dubbio che, guardato da lontano, il globo terrestre illuminato dal Sole, la superficie terrea si presenterebbe più chiara, più scura la parte acquea. […]

 


E voglio anche ricordare un’altra cosa che notai non senza una certa meraviglia: quasi nel mezzo della Luna vi è una cavità maggiore di tutte le altre e perfettamente rotonda di figura: questa scorsi in vicinanza di entrambe le quadrature, […] per quel che riguarda l’adombramento e l’illuminazione offre lo stesso aspetto che sulla Terra offrirebbe la regione consimile della Boemia, se fosse da ogni parte circondata da monti altissimi, e disposti a circolo perfetto; nella Luna infatti è circondata da monti così alti che la regione estrema confinante con la parte tenebrosa di essa si vede illuminata dal raggio solare prima che il limite tra la luce e l’ombra raggiunga il diametro della figura stessa. Come nelle altre macchie, la parte ombrosa di quella guarda il Sole, la parte luminosa è volta verso la parte oscura della Luna; per la terza volta richiamo l’attenzione su questo, come su una inoppugnabile testimonianza delle asperità e ineguaglianze che sono su tutta la parte più chiara della Luna: tra queste macchie, sempre le più scure sono quelle vicine al confine tra luce e tenebre; le più lontane invece appaiono ora più piccole, ora meno oscure; così che, quando la Luna, all’opposizione, è piena, assai poca differenza corre tra l’oscurità degli avvallamenti e il fulgore delle cime.

Le cose che abbiamo riferito si osservano nella parte più luminosa della Luna; nelle grandi macchie non si vede tanta differenza di cavità e sporgenze, quale arguimmo necessario porre nella parte più luminosa per il mutare delle configurazioni col variare dall’una all’altra delle illuminazioni del Sole, secondo le molteplici posizioni dalle quali esso guarda la Luna: nelle grandi macchie invece esistono brevi aree leggermente più scure: […] tuttavia esse si mostran sempre uguali, né aumenta o diminuisce la loro opacità, ma con differenze minime appaiono ora più scure, ora più chiare, a seconda che i raggi del Sole incidono in esse più o meno obliqui: le congiunge inoltre con le parti vicine delle macchie una specie di lieve legame, e mescolano e confondono i confini. Diversamente invece accade nelle macchie occupanti la superficie più chiara della Luna: infatti come rupi erte e con aspri ed angolosi scogli, si staccano l’una dall’altra con netti contrasti di luci ed ombre. Tra queste grandi macchie si vedono piccole aree, alcune chiare e alcune perfino lucentissime: invero queste e quelle più scure hanno sempre uguale aspetto e nessuna mutazione di figura, luce, opacità: così da non esser più dubbio che quelle appaiono per una reale disuguaglianza delle parti e non soltanto per ineguaglianze nei loro aspetti in conseguenza delle diverse illuminazioni del Sole, moventi le ombre in modi diversi, come accade invece nelle altre macchie minori che occupano la parte più chiara della Luna. Quelle di giorno in giorno cambiano aspetto, aumentano, diminuiscono, scompaiono, poiché traggono origine soltanto dalle ombre delle parti elevate.

Ma a questo proposito so che molti sono grandemente perplessi, e colpiti da una difficoltà tanto grave da costringerli a revocare in dubbio una conclusione spiegata e confermata da tante apparenze. […]

Espongo la duplice causa di questo fenomeno, che offre appiglio a dubbi tanto gravi, dando perciò duplice spiegazione al dubbio.»

Annunciando al mondo dei dotti, con il Sidereus nuncius (1610), le scoperte conseguite attraverso l’uso del telescopio (inopinatamente e genialmente da lui indirizzato non all’osservazione marina, ma alla ricognizione del firmamento), Galilei è perfettamente consapevole della portata eccezionale della propria esperienza.

Ciò giustifica obiettivamente il tono alto e solenne della scrittura, l’insistenza nella ripetizione dei termini che rinviano alla grandezza superlativa, alla novità straordinaria delle “notizie” che egli comunica ai lettori. Oltre all’ampliarsi del numero delle stelle fisse, oltre alla risoluzione del dubbio che investiva la natura della Via Lattea, oltre all’annuncio dell’esistenza dei satelliti dl Giove (il che rende estremamente improbabile l’esistenza delle “sfere” di cristallo dei cieli, postulate dalla cosmologia tradizionale), Galilei annuncia una scoperta apparentemente minore, ma di portata filosofica forse ancora più rilevante: l’irregolarità della superficie della Luna che appare «proprio come la faccia della Terra».

Francobollo italiano del valore di £ 400 del 02/05/1983. Europa. Le grandi opere del genio umano, 28^ serie. “Telescopio e Galilei”.

Questa osservazione comporta la fine dell’opposizione tra la Terra, imperfetta, e il Cielo sede di ogni perfezione, che si realizzerebbe (secondo la cosmologia religiosa tradizionale) nella piena corrispondenza - in uno spazio e in una dimensione di vita superiore - tra materia e idea, tra corpi materiali e forme geometriche. Osserviamo come l’affinità tra Luna e Terra sia ribadita più volte nel brano attraverso numerosi paragoni (fino a quello apparentemente “peregrino” del «bic­chiere di ghiaccio») è sia assunta come criterio metodologico su cui basare l’interpretazione dell’immagine della Luna.

Un’unica legge presiede dunque ai fenomeni celesti e terreni: Cielo e Terra si presentano quin­di liberati dal compito di rappresentare nel “teatro del mondo” le parti opposte e contrastanti della perfezione e dell’imperfezione, del Bene e del Male.»

 

Le Lettere Copernicane e l’Epistolario

Con le sue prime opere lo scienziato toscano venne inserito nel grande dibattito degli astronomi europei, collocandolo dalla parte di Keplero e contro il danese Tycho Brahe. Intanto, però, Galileo si esponeva alle critiche dei pensatori ortodossi e tradizionalisti e alle diffidenze delle gerarchie ecclesiastiche, che da poco avevano condannato al rogo Giordano Bruno. Di qui il tentativo galileiano, fra il 1611 e il 1615, di rassicurare la chiesa e addirittura di ricercarne l’alleanza: Galileo non intendeva rinunciare alle proprie idee e tentò di convincere che le proprie posizioni non mettevano affatto a repentaglio né la fede cattolica, né l’autorità religiosa. D’altra parte la Chiesa, sino a quel momento, non aveva espressamente condannato le teorie copernicane, anzi concedeva che esse potessero circolare sotto forma d’ipotesi matematiche. Galileo, però, voleva convincere gli esponenti della Chiesa che le teorie copernicane, da lui stesso accettate e convalidate scientificamente, erano una rappresentazione vera dell’universo. Infatti egli era persuaso dell’utilità pubblica della scienza e quindi voleva conquistare alle proprie posizioni i rappresentanti istituzionali del potere, gli unici che avrebbero potuto socializzare le conquiste della scienza, nonché finanziarne e sostenerne la ricerca. A causa dei continui e sempre più feroci attacchi nei suoi confronti da parte della Chiesa, Galileo evitò di addentrarsi nel pelago di un trattato teologico; preferì esprimere le sue opinioni in documenti privati (poi tradizionalmente noti come “lettere copernicane”), consistenti in quattro missive di analisi del problema, una diretta a Benedetto Castelli, lettore di matematica a Pisa (1613), due al teologo Monsignor Pietro Dini (febbraio – marzo 1615) e una a Madama Cristina di Lorena, granduchessa di Toscana, non poco in apprensione per le accuse di eterodossia rivolte al suo protetto (1615).

Madama Cristina di Lorena, granduchessa di Toscana e protettrice di Galileo. http://www.dram maturgia.it/immagini/cristina_di_lorena.jpg


Missive che ebbero una vasta e apprezzata circolazione manoscritta e nulla lasciarono nelle mani di zelanti inquisitori, Bellarmino compreso, oltre la testimonianza di una mente cattolica e riflessiva, ossequiosa verso la scienza, la teologia e il potere. Galileo, infatti, non cercò impossibili integrazioni tra tesi divergenti, e neppure qualche correctorium – da più parti atteso e sollecitato – alle posizioni sue e del grande alleato Keplero. Tentò invece, confermando l’unicità del “vero”, di delineare un duplice modo di rivelarlo da parte del Creatore. La Sacra Bibbia, dunque, non è né con Aristotele e Tolomeo, né con i copernicani: è solo un messaggio morale e salvifico da cui è impossibile dedurre un sistema di scienza. Se si scomodano versetti per combattere l’eliocentrismo, biso-gnerebbe, accettandone egualmente la lettera, dare a Dio “piedi” e “mani” e “occhi”. L’intenzione dello Spirito Santo – come postilla Galileo sempre nella Lettera a Madama Cristina di Lorena, di finezza più incisiva di quelle a Castelli o a Dini – è solo di insegnarci «come si vadia al cielo, non come vadia il cielo», ed eventuali posizioni discordanti dalla scienza sperimentale «furono in tal guisa profferte da gli scrittori sacri per accomodarsi alla capacità del vulgo assai rozzo ed indisciplinato…».

Galileo risolveva così una vecchia querelle presente nella cultura religiosa, fin dall’epoca in cui Lutero aveva definito Copernico «insensato», «astronomo da quattro soldi», irridendolo proprio con la sola, ovvia, citazione scritturale che gl’Inquisitori rivolgevano ora a Galileo: «Ma la Sacra Scrittura ci dice che Giosuè [X 13] ordinò al Sole, non alla Terra, di fermarsi».

 

«12 Allora Giosuè parlò al Signore, nel giorno in cui egli diede l’Amorreo in mano dei figli d’Israele, e disse alla loro presenza:

«Sole, fermati sul Gabaon

E tu, luna, sopra la valle d’Aialon!»

13 E il sole e la luna si fermarono.

Finché il popolo non si fu vendicato dei suoi nemici.

E questo non è forse scritto nel libro dei Giusti? Ed il sole stette dunque fermo nel mezzo del cielo, e non s’affrettò a tramontare per lo spazio d’un giorno.

14 Non vi fu mai né prima né dopo un giorno così lungo. Allora il Signore obbedì alla voce dell’uomo e combatte per Israele.»

La Sacra Bibbia, Libro di Giosuè, cap. X, 12-13-14

 


Lettera a Madama Cristina di Lorena

«[…] Il motivo, dunque, che loro producono per condennar l’opinione della mobilità della Terra e stabilità del Sole, è, che leggendosi nelle Sacre lettere, in molti luoghi, che il Sole si muove e che la Terra sta ferma, né potendo la Scrittura mai mentire o errare, ne séguita per necessaria conseguenza che erronea e dannanda sia la sentenza di chi volesse asserire, il Sole esser per se stesso immobile, e mobile la Terra.

Sopra questa ragione parmi primieramente da considerare, essere e santissimamente detto e prudentissimamente stabilito, non poter mai la Sacra Scrittura mentire, tutta volta che si sia penetrato il suo vero sentimento; il qual non credo che si possa negare essere molte volte recondito e molto diverso da quello che suona il puro significato delle parole. Dal che ne séguita, che qualunque volta alcuno, nell’esporla, volesse fermarsi sempre nel nudo suono literale, potrebbe, errando esso, far apparir nelle Scritture non solo contradizioni e proposizioni remote dal vero, ma gravi eresie e bestemmie ancora: poi che sarebbe necessario dare a Iddio e piedi e mani e occhi, non meno affetti corporali ed umani, come d’ira, di pentimento, d’odio, ed anco tal volta la dimenticanza delle cose passate e l’ignoranza delle future; le quali proposizioni, sì come, dettante lo Spirito Santo, furono in tal guisa profferite da gli scrittori sacri per accomodarsi alla capacità del vulgo assai rozzo e indisciplinato, così per quelli che meritano d’esser separati dalla plebe è necessario che i saggi espositori ne produchino i veri sensi, e n’additino le ragioni particolari per che e’ sia no sotto cotali parole profferiti: ed è questa dottrina così trita e specificata appresso tutti i teologi, che superfluo sarebbe il produrne attestazione alcuna.

Francobollo italiano £ 0,1 del 1942 che celebra Galileo a Padova.


Di qui mi par di poter assai ragionevolmente dedurre, che la medesima Sacra Scrittura, qualunque volta gli è occorso di pronunziare alcuna conclusione naturale, e massime delle più recondite e difficili ad esser capite, ella non abbia pretermesso questo medesimo avviso, per non aggiugnere confusione nelle menti di quel medesimo popolo e renderlo più contumace contro a i dogmi di più alto misterio. Perché se, come si è detto e chiaramente si scorge, per il solo rispetto d’accomodarsi alla capacità popolare non si è la Scrittura astenuta di adombrare principalissimi pronunziati, attribuendo sino all’istesso Iddio condizioni lontanissime e contrarie alla sua essenza, chi vorrà asseverantemente sostenere che l’istessa Scrittura, posto da banda cotal rispetto, nel parlare anco incidentemente di Terra, d’acqua, di Sole o d’altra creatura, abbia eletto di contenersi con tutto rigore dentro a i puri e ristretti significati delle parole? E massime nel pronunziar di esse creature cose non punto concernenti al primario instituto delle medesime Sacre Lettere, ciò è al culto divino ed alla salute dell’anime, e cose grandemente remote dalla apprensione del vulgo.

Stante, dunque, ciò, mi par che nelle dispute di problemi naturali non si dovrebbe cominciare dalle autorità di luoghi delle Scritture, ma dalle sensate esperienze e dalle dimostrazioni necessarie: perché, procedendo di pari dal Verbo divino la Scrittura Sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito Santo, e questa come osservantissima essecutrice de gli ordini di Dio; ed essendo, di più, convenuto nelle Scritture, per accomodarsi all’intendimento dell’universale, dir molte cose diverse, in aspetto e quanto al nudo significato delle parole, dal vero assoluto; ma, all’incontro, essendo la natura inesorabile ed immutabile, e mai non trascendente i termini delle leggi impostegli, come quella che nulla cura che le sue recondite ragioni e modi d’operare sieno o non sieno esposti alla capacità degli uomini; pare che quello degli effetti naturali che o la sensata esperienza ci pone dinanzi a gli occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno esser revocato in dubbio, non che condennato, per luoghi della Scrittura che avessero nelle parole diverso sembiante; poi che non ogni detto della Scrittura è legato a obblighi così severi com’ogni effetto di natura, né meno eccelentemente ci si scuopre Iddio negli effetti di natura che ne’ sacri detti delle Scritture: il che volse per avventura intender Tertulliano in quelle parole: “Nos definimus, Deum primo natura cognoscendum, deinde doctrina recognoscendum: natura, ex operibus; doctrina, ex prædicationibus.”

Ma non per questo voglio inferire, non doversi aver somma considerazione de i luoghi delle Scritture Sacre; anzi, venuti in certezza di alcune conclusioni naturali, doviamo servircene per mezi accomodatissimi alla vera esposizione di esse Scritture ed all’investigazione di quei sensi che in loro necessariamente si contengono, come verissime e concordi con le verità dimostrate. Stimerei per questo che l’autorità delle Sacre Lettere avesse avuto la mira a persuadere principalmente a gli uomini quegli articoli e proposizioni, che, superando ogni umano discorso, non potevano per altra scienza né per altro mezzo farcisi credibili, che per la bocca dell’istesso Spirito Santo: di più, che ancora in quelle proposizioni che non sono de Fide l’autorità delle medesime Sacre Lettere deva esser anteposta all’autorità di tutte le Scritture umane, scritte non con metodo dimostrativo, ma o con pura narrazione o anco con probabili ragioni, direi doversi reputar tanto convenevole e necessario, quanto l’istessa divina sapienza supera ogni umano giudizio e coniettura.

Francobollo italiano del 1942 del valore di £ 0,25 che rappresenta Galileo che mostra il cannocchiale al Doge di Venezia.

Ma che quell’istesso Dio che ci ha dotati di sensi, di discorso e d’intelletto, abbia voluto, posponendo l’uso di questi, darci con altro mezo le notizie che per quelli possiamo conseguire, sì che anco in quelle conclusioni naturali, che o dalle sensate esperienze o dalle necessarie dimostrazioni ci vengono esposte innanzi a gli occhi e all’intelletto, doviamo negare il senso e la ragione, non credo che sia necessario il crederlo, e massime in quelle scienze delle quali una minima particella solamente, ed anco in conclusioni divise, se ne legge nella Scrittura; quale appunto è l’astronomia, di cui ve n’è così piccola parte, che non vi si trovano né pur nominati i pianeti, eccetto il Sole e la Luna, e duna o due volte solamente, Venere, sotto nome di Lucifero. Però se gli scrittori sacri avessero avuto pensiero di persuadere al popolo le disposizioni e movimenti de’ corpi celesti, e che in conseguenza dovessimo noi ancora dalle Sacre Scritture apprender tal notizia, non ne avrebbon, per mio credere, trattato così poco, che è come niente in comparazione delle infinite conclusioni ammirande che in tale scienza si contengono e si dimostrano. […]

Dalle quali cose descendendo più al nostro particolare, ne séguita per necessaria conseguenza, che non avendo voluto lo Spirito Santo insegnarci se il cielo si muova o stia fermo, né la sua figura sia in forma di sfera o di disco o distesa in piano, né se la Terra sia contenuta nel centro di esso o da una banda, non avrà manco avuto intenzione di renderci certi di altre conclusioni dell’istesso genere, e collegate in maniera con le pur ora nominate, che senza la determinazion di esse non se ne può asserire questa o quella parte; quali sono il determinar del moto e della quiete di essa Terra e del Sole.

E se l’istesso Spirito Santo a bello studio ha pretermesso d’insegnarci simili proposizioni, come nulla attenenti alla sua intenzione, ciò è alla nostra salute, come si potrà adesso affermare, che il tener di esse questa parte, e non quella, sia tanto necessario che l’una sia de Fide, e l’altra erronea? Potrà, dunque essere un’opinione eretica, e nulla concernente alla salute dell’anime? o potrà dirsi, aver lo Spirito Santo voluto non insegnarci cosa concernente alla salute? Io qui direi che quello che intesi da persona ecclesiastica costituita in eminentissimo grado, ciò è l’intenzione delle Spirito Santo essere d’insegnarci come si vadia al cielo, e non come vadia il cielo. […]».

La scrittura di Galileo è tutta tesa all’argomentazione logica: segue con coerente rigore il filo del ragionamento. ponen­do sempre al primo posto l’aspetto razionale, senza concessioni a elementi patetici o bizzarri o comunque irrazio­nali. I nessi sono quasi sempre di natura causale: «Da che ne seguita» [Da ciò deriva], «poi che» [poiché], «Di qui», «Perché», «dunque», «per questo» ecc., perché intendo­no sottolineare gli snodi logici del discorso.

È abbastanza evidente, inoltre, la formazione umanistica di Galileo, in cui rientra anche il genere dell’epistola. Il suo discorso, pur sobrio, arieggia spesso la sintassi latina, con periodi lunghi, dove la ipotassi domina quasi incon­trastata. La distinzione fra proposizioni principali e secon­darie è netta, perché rigorosamente subordinata all’evidenza logica dell’argomentazione. Non mancano incre­spature d’umore, sotto forma di domande retoriche o di battute di spirito, come nella parte conclusiva del brano (si veda la battuta di spirito pronunciata da «persona ecclesia­stica costituita in eminentissimo grado»); ma, nel com­plesso, la superficie del discorso è egualmente pacata e distesa. Insomma Galileo vuole convincere gli interlocuto­ri con la calma e il rigore del ragionamento. La sua prosa, per questo rispetto della tradizione umanista, appare dun­que esente, nella sostanza, dagli artifici e dal metaforeg­giare del gusto barocco, nonostante non manchi qualche eccezione.

Il cannocchiale da cui Galileo per primo vide le stelle del cielo e gli astri medicei (Io, Callisto, Ganimede ed Europa).

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Questo tipo di scrittura, così fiduciosa nella capacità di persuasione del ragionamento argomentativo, è volto a conquistare alla propria posizione la classe nobiliare, rappresentata dalla diretta destinataria, dai dotti, dalle gerarchie ecclesiasti­che, ma anche le persone genericamente colte e un pubblico non specialistico (di qui l’uso del volgare). Ovviamen­te a Galileo non sfugge che decisiva, in ultima analisi, è l’opinione della classe dominante, e dunque del ceto nobi­liare e delle autorità della Chiesa: per questo la lettera copernicana più lunga e impegnata è diretta a una nobile, la granduchessa Cristina di Lorena. La lettera esprime una ideologia (quella dell’autonomia della scienza) e una politi­ca culturale (che ha l’obiettivo di tradurre in pratica quell’ideologia). Essa da un lato manifesta una capacità offensiva, espansiva un tentativo egemonico della scien­za nei confronti della religione: infatti l’autore non accetta l’ipotesi del copernicanesimo come pura ipotesi matema­tica, ma invece sostiene la tesi che solo gli scienziati pos­sono giungere a una reale conoscenza della natura, cosic­ché, di fatto, la linea di confine fra scienza e religione viene fissata dagli studiosi della natura, non dai teologi; dall’altro lato, essa manifesta invece lo sforzo di trovare un terreno comune con le autorità religiose, alle quali viene indicata la possibilità di una spartizione dei compiti: la scienza non invaderà il campo dell’etica e delle verità di fede, cosicché alle autorità religiose spetterà mostrare come andare in cielo, agli scienziati rivelare come è, in effetti, il cielo; alle une il campo della fede, agli altri quello della natura.

 

 

 

Lettera a Benedetto Castelli

« (Firenze, 21 dicembre 1613)

Molto reverendo Padre e Signor mio Osservandissimo,

Ieri mi fu a trovare il signor Niccolò Arrighetti, il quale mi dette ragguaglio della Paternità Vostra: ond’io presi diletto infinito nel sentir quello di che io non dubitavo punto, ciò è della satisfazion grande che ella dava a tutto cotesto Studio, tanto a i sopraintendenti di esso quanto a gli stessi lettori e a gli scolari di tutte le nazioni: il qual applauso non aveva contro di lei accresciuto il numero de gli emoli, come suole avvenir tra quelli che sono simili d’esercizio, ma più presto l’aveva ristretto a pochissimi; e questi pochi dovranno essi ancora quietarsi, se non vorranno che tale emulazione, che suole anco tal volta meritar titolo di virtù, degeneri e cangi nome in affetto biasimevole e dannoso finalmente più a quelli che se ne vestono che a nissun altro. Ma il sigillo di tutto il mio gusto fu il sentirgli raccontar i ragionamenti ch’ella ebbe occasione, mercé della somma benignità di coteste Altezze Serenissime, di promuovere alla tavola loro e di continuar poi in camera di Madama Serenissima, presenti pure il Gran Duca e la Serenissima Arciduchessa, e gl’Illustrissimi ed Eccellentissimi Signori D. Antonio e D. Paolo Giordano ed alcuni di cotesti molto eccellenti flosofi. E che maggior favore può ella desiderare, che il veder Loro Altezze medesime prender satisizione di discorrer seco, di promuovergli dubbii, di ascoltarne le soluzioni, e finalmente di restar appagate delle risposte della Paternità Vostra?

I particolari che ella disse, referitimi dal signor Arrighetti, mi hanno dato occasione di tornar a considerare alcune cose in generale circa ‘l portar la Scrittura Sacra in dispute di conclusioni naturali ed alcun’altre in particolare sopra ‘l luogo di Giosuè, propostoli, in contradizione della mobilità della Terra e stabilità del Sole, dalla Gran Duchessa Madre, con qualche replica della Serenissima Arciduchessa.

Quanto alla prima domanda generica di Madama Serenissima, parmi che prudentissimamente fusse proposto da quella e conceduto e stabilito dalla Paternità Vostra, non poter mai la Scrittura Sacra mentire o errare, ma essere i suoi decreti d’assoluta ed inviolabile verità. Solo avrei aggiunto, che, se bene la Scrittura non può errare, potrebbe nondimeno talvolta errare alcuno de’ suoi interpreti ed espositori, in varii modi: tra i quali uno sarebbe gravissimo e frequentissimo, quando volessero fermarsi sempre nel puro significato delle parole, perché così vi apparirebbono non solo diverse contradizioni, ma gravi eresie e bestemmie ancora; poi che sarebbe necessario dare a Iddio e piedi e mani e occhi, e non meno affetti corporali e umani, come d’ira, di pentimento, d’odio, e anco talvolta l’obblivione delle cose passate e l’ignoranza delle future. Onde, sì come nella Scrittura si trovano molte proposizioni le quali, quanto al nudo senso delle parole, hanno aspetto diverso dal vero, ma son poste in cotal guisa per accomodarsi all’incapacità del vulgo, così per quei pochi che meritano d’esser separati dalla plebe è necessario che i saggi espositori produchino i veri sensi, e n’additino le ragioni particolari per che siano sotto cotali parole stati profferiti.

Questa è “l’omaggio” reso a Galileo dalla Banca d’Italia sulle banconote da £ 2?000quando ancora circolava la Lira.

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Stante, dunque, che la Scrittura in molti luoghi è non solamente capace, ma necessariamente bisognosa d’esposizioni diverse dall’apparente significato delle parole, mi par che nelle dispute naturali ella doverebbe esser riserbata nell’ultimo luogo: perché, procedendo di pari dal Verbo divino la Scrittura Sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito Santo, e questa come osservantissima esecutrice de gli ordini di Dio; ed essendo, di più, convenuto nelle Scritture, per accomodarsi all’intendimento dell’universale, dir molte cose diverse, in aspetto e quanto al significato delle parole, dal vero assoluto; ma, all’incontro, essendo la natura inesorabile e immutabile e nulla curante che le sue recondite ragioni e modi d’operare sieno o non sieno esposti alla capacità de gli uomini, per lo che ella non trasgredisce mai i termini delle leggi imposteli; pare che quello de gli effetti naturali che o la sensata esperienza ci pone innanzi a gli occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno esser revocato in dubbio per luoghi della Scrittura ch’avesser nelle parole diverso sembiante, poi che non ogni detto della Scrittura è legato a obblighi così severi com’ogni effetto di natura. Anzi, se per questo solo rispetto, d’accomodarsi alla capacità de’ popoli rozzi e indisciplinati, non s’è astenuta la Scrittura d’adombrare de’ suoi principalissimi dogmi, attribuendo sino all’istesso Dio condizioni lontanissime e contrarie alla sua essenza, chi vorrà asseverantemente sostenere che ella, posto da banda cotal rispetto, nel parlare anco incidentemente di Terra o di Sole o d’altra creatura, abbia eletto di contenersi con tutto rigore dentro a i limitati e ristretti significati delle parole? E massime pronunziando di esse creature cose lontanissime dal primario instituto di esse Sacre Lettere, anzi cose tali, che, dette e portate con verità nuda e scoperta, avrebbon più presto danneggiata l’intenzion primaria, rendendo il vulgo più contumace alle persuasioni de gli articoli concernenti alla salute

Stante questo, ed essendo di più manifesto che due verità non posson mai contrariarsi, è ofizio de’ saggi espositori affaticarsi per trovare i veri sensi de’ luoghi sacri, concordanti con quelle conclusioni naturali delle quali prima il senso manifesto o le dimostrazioni necessarie ci avesser resi certi e sicuri. Anzi, essendo, come ho detto, che le Scritture, ben che dettate dallo Spirito Santo, per l’addotte cagioni ammetton in molti luoghi esposizioni lontane dal suono litterale, e, di più, non potendo noi con certezza asserire che tutti gl’interpreti parlino inspirati divinamente, crederei che fusse prudentemente fatto se non si permettesse ad alcuno l’impegnar i luoghi della Scrittura e obbligargli in certo modo a dover sostenere per vere alcune conclusioni naturali, delle quali una volta il senso e le ragioni dimostrative e necessarie ci potessero manifestare il

Apoteosi di Galileo, affresco su muro, 1863, Pisa, Palazzo Toscanelli (archivio di Stato) http://moro.imss.fi.it:9000/struts-aig/primoIngresso.do

contrario. E chi vuol por termine a gli umani ingegni? chi vorrà asserire, già essersi saputo tutto quello che è al mondo di scibile ? E per questo, oltre a gli articoli concernenti alla salute ed allo stabilimento della Fede, contro la fermezza de’ quali non è pericolo alcuno che possa insurger mai dottrina valida ed efficace, sarebbe forse ottimo consiglio il non ne aggiunger altri senza necessità: e se così è, quanto maggior disordine sarebbe l’aggiugnerli a richiesta di persone, le quali, oltre che noi ignoriamo se parlino inspirate da celeste virtù, chiaramente vediamo ch’elleno son del tutto ignude di quella intelligenza che sarebbe necessaria non dirò a redarguire, ma a capire, le dimostrazioni con le quali le acutissime scienze procedono nel confermare alcune lor conclusioni ?

Io crederei che l’autorità delle Sacre Lettere avesse avuto solamente la mira a persuader a gli uomini quegli articoli e proposizioni, che, sendo necessarie per la salute loro e superando ogni umano discorso, non potevano per altra scienza né per altro mezzo farcisi credibili, che per la bocca dell’istesso Spirito Santo. Ma che quel medesimo Dio che ci ha dotati di sensi, di discorso e d’intelletto, abbia voluto, posponendo l’uso di questi, darci con altro mezzo le notizie che per quelli possiamo conseguire, non penso che sia necessario il crederlo, e massime in quelle scienze delle quali una minima particella e in conclusioni divise se ne legge nella Scrittura; qual appunto è l’astronomia, di cui ve n’è così piccola parte, che non vi si trovano né pur nominati i pianeti, Però se i primi scrittori sacri avessero auto pensiero di persuader al popolo le disposizioni e movimenti de’ corpi celesti, non ne avrebbon trattato così poco, che è come niente in comparazione dell’infinite conclusioni altissime e ammirande che in tale scienza si contengono.

Veda dunque la Paternità Vostra quanto, s’io non erro, disordinatamente procedino quelli che nelle dispute naturali, e che direttamente non sono de Fide, nella prima fronte costituiscono luoghi della Scrittura, e bene spesso malamente da loro intesi. Ma se questi tali veramente credono d’avere il vero senso di quel luogo particolar della Scrittura, ed in consequenza si tengon sicuri d’avere in mano l’assoluta verità della quistione che intendono di disputare, dichinmi appresso ingenuamente, se loro stimano, gran vantaggio aver colui che in una disputa naturale s’incontra a sostener il vero, vantaggio, dico, sopra l’altro a chi tocca sostener il falso? So che mi risponderanno di sì, e che quello che sostiene la parte vera, potrà aver mille esperienze e mille dimostrazioni necessari; per la parte sua, e che l’altro non può aver se non sofismi paralogismi e fallacie. Ma se loro, contenendosi dentro a’ termini naturali né producendo altr’arme che le filosofiche, sanno d’essere tanto superiori all’avversario, perché, nel venir poi al congresso, por subito mano a un’arme inevitabile e tremenda, che con la sola vista atterrisce ogni più destro ed esperto campione? Ma, s’io devo dir il vero, credo che essi sieno i primi atterriti, e che, sentendosi inabili a potere star forti contro gli assalti dell’avversario, tentino di trovar modo di non se lo lasciar accostare. Ma perché, come ho detto pur ora, quello che ha la parte vera dalla sua, ha gran vantaggio, anzi grandissimo, sopra l’avversario, e perché è impossibile che due verità si contrariino, però non doviamo temer d’assalti che ci venghino fatti da chi si voglia, pur che a noi ancora sia dato campo di parlare e d’essere ascoltati da persone intendenti e non soverchiamente alterate da proprie passioni e interessi.

In confermazione di che, vengo ora a considerare il luogo particolare di Giosuè, per il qual ella apportò a loro Altezze Serenissime tre dichiarazioni; e piglio la terza, che ella produsse come mia, sì come veramente è, ma v’aggiungo alcuna considerazione di più, qual non credo d’avergli detto altra volta.

Posto dunque e conceduto per ora all’avversario, che le parole del testo sacro s’abbino a prender nel senso appunto ch’elle suonano, ciò è che Iddio a’ preghi di Giosuè facesse fermare il Sole e prolungasse il giorno, ond’esso ne conseguì la vittoria; ma richiedendo io ancora, che la medesima determinazione vaglia per me, sì che l’avversario non presumesse di legar me e lasciar sé libero quanto al poter alterare o mutare i significati delle parole; io dico che questo luogo ci mostra manifestamente la falsità e impossibilità del mondano sistema Aristotelico e Tolemaico, e all’incontro benissimo s’accomoda co ‘l Copernicano.

E prima, io dimando all’avversario, s’egli sa di quali movimenti si muova il Sole? Se egli lo sa, è forza che e’ risponda, quello muoversi di due movimenti, cioè del movimento annuo da ponente verso levante, e del diurno all’opposito da levante a ponente.

Ond’io, secondariamente, gli domando se questi due movimenti, così diversi e quasi contrarii tra di loro, competono al Sole e sono suoi proprii egualmente ? È forza risponder di no, ma che un solo è suo proprio e particolare, ciò è l’annuo, e l’altro non è altramente suo, ma del cielo altissimo, dico del primo mobile, il quale rapisce seco il Sole e gli altri pianeti e la sfera stellata ancora, constringendoli a dar una conversione ‘ntorno alla Terra in 24 ore, con moto, come ho detto, quasi contrario al loro naturale e proprio.

Vengo alla terza interrogazione, e gli domando con quale di questi due movimenti il Sole produca il giorno e la notte, cioè se col suo proprio o pure con quel del primo mobile ? È forza rispondere, il giorno e la notte esser effetti del moto del primo mobili e dal moto proprio del Sole depender non il giorno e la notte, ma le stagioni diverse e l’anno stesso.

Ora, se il giorno depende non dal moto del Sole ma da quel del primo mobile, chi non vede che per allungare il giorno bisogna fermare il primo mobile, e non il Sole? Anzi, pur chi sarà ch’intenda questi primi elementi d’astronomia e non conosca che, se Dio avesse fermato ‘l moto del Sole, in cambio d’allungar il giorno l’avrebbe scorciato e fatto più breve? perché, essendo ‘l moto del Sole al contrario della conversione diurna, quanto più ‘l Sole si movesse verso oriente, tanto più si verrebbe a ritardar il suo corso all’occidente; e diminuendosi o annullandosi il moto del Sole, in tanto più breve tempo giugnerebbe all’occaso: il qual accidente sensatamente si vede nella Luna, la quale fa le sue conversioni diurne tanto più tarde di quelle del Sole, quanto il suo movimento proprio è più veloce di quel del Sole. Essendo, dunque, assolutamente impossibile nella costituzion di Tolomeo e d’Aristotile fermare il moto del Sole e allungare il giorno, sì come afferma la Scrittura esser accaduto, adunque o bisogna che i movimenti non sieno ordinati come vuol Tolomeo, o bisogna alterar il senso delle parole, e dire che quando la Scrittura dice che Iddio fermò il Sole, voleva dire che fermò ‘l primo mobile, ma che, per accomodarsi alla capacità di quei che sono a fatica idonei a intender il nascere e ‘l tramontar del Sole, ella dicesse al contrario di quel che avrebbe detto parlando a uomini sensati.

Galileo Galilei con alcuni allievi in piazza San Marco a Venezia trova le prime lenti con le quali costruirà il cannocchiale, tempera su mura, 1816, Firenze, Palazzo Pitti, Quartiere Borbonico o Nuovo Palatino, sala 15

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Aggiugnesi a questo, che non è credibile ch’Iddio fermasse il Sole solamente, lasciando scorrer l’altre sfere; perché senza necessità nessuna avrebbe alterato e permutato tutto l’ordine, gli aspetti e le disposizioni dell’altre stelle rispett’al Sole, e grandemente perturbato tutto ‘l corso della natura: ma è credibile ch’Egli fermasse tutto ‘l sistema delle celesti sfere, le quali, dopo quel tempo della quiete interposta, ritornassero concordemente alle lor opre senza confusione o alterazion alcuna.

Ma perché già siamo convenuti, non doversi alterar il senso delle parole del testo, è necessario ricorrere ad altra costituzione delle parti del mondo, e veder se conforme a quella il sentimento nudo delle parole cammina rettamente e senza intoppo, sì come veramente si scorge avvenire.

Avendo io dunque scoperto e necessariamente dimostrato, il globo del Sole rivolgersi in sé stesso, facendo un’intera conversione in un mese lunare in circa, per quel verso appunto che si fanno tutte l’altre conversioni celesti; ed essendo, di più, molto probabile e ragionevole che il Sole, come strumento e ministro massimo della natura, quasi cuor del mondo, dia non solamente, com’egli chiaramente dà, luce, ma il moto ancora a tutti i pianeti che intorno se gli raggirano; se, conforme alla posizion del Copernico, noi attribuirem alla Terra principalmente la conversion diurna; chi non vede che per fermar tutto il sistema, onde, senza punto alterar il restante delle scambievoli relazioni de’ pianeti, solo si prolungasse lo spazio e ‘l tempo della diurna illuminazione, bastò che fosse fermato il Sole, com’appunto suonan le parole del sacro testo? Ecco, dunque, il modo secondo il quale, senza introdur confusione alcuna tra le parti del mondo e senza alterazion delle parole della Scrittura, si può, col fermar il Sole, allungar il giorno in Terra.

Ho scritto più assai che non comportano le mie indisposizioni: però finisco, con offerirmegli servitore, e gli bacio le mani, pregandogli da Nostro Signore le buone feste e ogni felicità.

Di Firenze, li 21 Dicembre 1613

Di Vostra Paternità molto Reverenda

Servitore Affezionatissimo ».

Questa lettera, indirizzata al Padre Benedetto Castelli, già suo discepolo a Padova e poi matematico celebre, è tra le più famose e più notevoli. Galilei, avuta la notizia di una disputa nella quale il Castelli aveva sostenuto l’ipotesi di Copernico, riprende lui i termini del contrasto, trattando l’argomento, delicatissimo e fondamentale, dei rapporti tra fede e scienza, o, tra asserzioni bibliche e risultati delle indagini scientifiche. Per Galileo, credente, la Bibbia non può sbagliare, ma nemmeno può sbagliare la natura, libro in cui Iddio ha scritto le sue leggi a caratteri matematici. Bibbia e natura paiono trovarsi in contrasto, e perché la Bibbia ha espresso le sue verità in modi allegorici, adatti alle intelligenze comuni, o perché interpretata e spiegata male. Così Galileo salva i diritti della fede, ma salva anche quelli della scienza: in fatto di scienze naturali, si deve credere solo a ciò che ci dimostrano la «sensata esperienza» e le «necessarie dimostrazioni». Così la scienza acquista la sua autonomia, ed è proclamato il suo diritto di procedere iuxta propria principia.

Il Cannocchiale

È la lettera con cui Galileo annunzia al Doge di Venezia, il 24 agosto 1609, di aver inventato il cannocchiale. Si noti come egli renda subito conto degli aspetti pratici della sua invenzione e dei suoi possibili usi militari, sottolineandoli in modo, appunto, da attrarre l’interesse politico del Doge.

« GALILEO a LEONARDO DONATO, Doge di Venezia.

[24 agosto 1609].

Ser.mo Principe,

Galileo Galilei, humilissimo servo della Ser.à V.a, invigilando assiduamente et con ogni spirito per potere non solamente satistare al carico che tiene della lettura di Matematica nello Studio di Padova, ma con qualche utile et segnalato trovato apportare straordinario benefizio alla S.tà V.a, compare al presente avanti di quella con un nuovo artifizio di un occhiale cavato dalle più recondite speculazioni di prospettiva, il quale conduce gl’oggetti visibili così vicini all’occhio, et così grandi et distinti gli rappresenta, che quello che è distante, v. g., nove miglia, ci apparisce come se fusse lontano un miglio solo: cosa che per ogni negozio et impresa marittima o terrestre può esser di giovamento inestimabile; potendosi in mare in assai maggior lontananza del consueto scoprire legni et vele dell’inimico, sì che per due hore et più di tempo possiamo prima scoprir lui che egli scuopra noi, et distinguendo il numero et la qualità de i vasselli, giudicare le sue forze, per allestirsi alla caccia, al combattimento o alla fuga; et parimente potendosi in terra scoprire dentro alle piazze, alloggiamenti et ripari dell’inimico da qualche eminenza benchè lontana, o pure anco nella campagna aperta vedere et particolarmente distinguere, con nostro grandissimo vantaggio, ogni suo moto et preparamento; oltre a molte altre utilità, chiaramente note ad ogni persona giudiziosa. Et pertanto, giudicandolo degno di essere dalla S. V. ricevuto et come utilissimo stimato, ha determinato di presentarglielo et sotto l’arbitrio suo rimettere il determinare circa questo ritrovamento, ordinando et provedendo che, secondo che parerà oportuno alla sua prudenza, ne siano o non siano fabricati.

Et questo presenta con ogni affetto il detto Galilei alla S. V., come uno de i frutti della scienza che esso, già 17 anni compiti, professa nello Studio di Padova, con speranza di essere alla giornata per presentargliene de i maggiori, se piacerà al S. Dio et alla S. V. che egli, secondo il suo desiderio, passi il resto della vita sua al servizio di V. S. Alla quale humilmente si inchina, et da Sua Divina Maestà gli prega il colmo di tutte le felicità.»

Il Saggiatore

Francobollo italiano del 1942 del valore di £ 0,5 con l’unico ritratto originale fatto a Galileo da parte di Sustermann.

Dopo l’interdetto del 1616 Galileo rinunciò per qualche anno a professare apertamente il proprio copernicanesimo. Ma quando, nel 1623, divenne papa Urbano VIII, che egli considerava suo potenziale alleato, ritornò sulla scena pubblica con Il Saggiatore. Il trattato era destinato a chiarire la «natura, luogo e forma delle comete» e comprende tre «esami» delle tesi di Orazio Grassi, tutti costituiti da ampie chiose a passi latini della Libra astronomica ac philosophica del gesuita. E la discussione - solo in apparenza divagante - si serve del supporto logico di tre note metodologiche che si diramano dalle chiose al secondo «esame», e di quattro «proposizioni» capaci di dare cor­po assioniatico al terzo, più complesso «esame». Riguardo alla polemica sulle comete che anima quest’opera, sia Galilei che Grassi erano in difetto, pensando l’uno - il linceo - a fenomeni di rifrazione della luce solare negli strati di aria saliti alle più alte regioni celesti, l’altro - il gesuita - a corpi ce­lesti, con orbite circolari come i pianeti. Ma Galileo trasse spunto dalla di­sputa per colpire i limiti della scienza dell’epoca. La precisione del Saggiatore, che sa impiegare una «bilancia esquisita e giusta» ridicolizza il pressappoco della Libra di Grassi:

uno scienziato (nella sua irritante maschera pseudonima di Lothario Sarsi) annichilito da Galileo, che ne pone in luce tutti gli obsoleti strumenti di ri­cerca: la geometria e l’ottica avventurosa, gli esperimenti mai cogenti e la fiducia ingenua della biblioteca del passato:

Se il discorrere circa un problema difficile fusse come il portar pesi, dove molti ca­valli porteranno più sacca di grano che un cavai solo, io acconsentirei che i molti discorsi facesser più che uno solo; ma il discorrere è come il correre e non come il portare, ed un cavai barbero solo correrà più che cento frisoni. Però quando il Sarsi vien con tanta moltitudine d’autori, non mi pare che fortifichi punto la sua conclu­sione [...].

Il fuoco del dibattito suscitato dalla quaestio de cometis è comunque esteso da Galileo ad altri temi, con ampie digressioni che si dipartono dai capitoli della Libra citati nel loro linguaggio scolastico per stringersi - inesorabili - sulle contraddizioni di una scienza aristotelica ormai prossima al collasso. Si parte di lontano, evocando la stagione del Sidereus Nuncius. Ma da quel contingente d’indubitabili certezze, Galileo sciorina lezioni su fenomeni di riflessione, rifrazione e aberrazione ottica, sui paradossi della sapienza aristotelica incapace di pervenire nei cieli alla visione di uno spazio fluido di luce e di etere e sulla terra a verificare le leg­gi del moto e dell’attrito.

Galileo Galilei davanti al Sant’Offizio,Olio su tela, 1847, Parigi, in deposito nei magazzini del Louvre, Robert Fleury.

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Quanto più conta, in ogni caso, è la demolizione del concetto di natura come «organismo», cara a Grassi, cui Galileo sostituisce l’idea modernissima di un’entità impersonale che tende a strutturar­si secondo leggi rigorose. E soprattutto la negazione di un fiducioso rap­porto speculare tra sensi e natura, per Grassi - come per gli scienziati dei Cinquecento divenuto criterio di verità. E in proposito Galilei scrive un passo celebre, tra ironia e sarcasmo (Il Saggiatore, pp. 277-78):

[...] il Sarsi confida tanto nel senso della vista, che stima impossibii cosa restare in­gannato, tutta volta che si possa far parallelo tra un oggetto finto e uno reale. Io confesso di non aver la facoltà distintiva tanto perfetta, ma d’esser come quella sci­mia che crede fermamente veder nello specchio un’altra bertuccia, né prima cono­sce il suo errore, che quattro e sei volte non sia corsa dietro allo specchio per pren­derla: tanto se le rappresenta quel simulacro vivo e vero. E supposto che quegli che il Sarsi vede nello specchio non sieno uommi veri e reali, ma vani simulacri, come quelli che ci veggiamo noi altri, grande curiosità avrei di sapere, quali sieno quelle visuali differenze per le quali tanto speditamente distingue il vero dal finto.

La tagliente finezza di Galileo - che portò poi Grassi a inasprire la pole­mica, con la Ratio ponderum librae et simbellae (1626) - fu apprezzata dai contemporanei, che parlarono del Saggiatore e persino da Maffeo Barberini, papa Urbano VIII, che si faceva leggere a tavola «con gusto» il libro per goderne l’arguzia toscana. Ma l’opera, promossa alle stampe dai Lincei, ferì i dotti aristotelici – e i maestri gesuiti del Collegio Romano, cui era ascritto Grassi – per l’intento patente di «promuover quelle dubitazioni che ci è paruto che rendano incerte l’opinione avute sin qui». Turbava l’idea – allora rivoluzionaria – di una scienza concepita non come possesso stabile e garantito dalle certezze del passato, ma quale ricerca assidua capace di ripercorrere cammini assodati per dischiuderli a nuovi orizzonti. Ma, impiegato a predisporre le carte per la partita decisiva dei Massimi Sistemi, Galileo poco si curò del peso dei suoi “persecutori”, impegnati a notificare accuse alla Congregazione del Sant’Uffizio con l’intento di « far proibire o correggere il Saggiatore, imputandolo che vi si lodi la dottrina di Copernico in proposito al moto della terra ».

 

L’Origine del Suono

Per mezzo di un apologo, narrato con grande semplicità, chiarisce un principio psicologico e metodologico: che chi abbia una conoscenza limitata dei fenomeni naturali, o umani, è portata a giudizi affrettati e superficiali, mentre chi possieda un’esperienza più larga, è assai più cauto nel giudicare sapendo bene come sia difficile arrivare dalla molteplicità dei fenomeni alla formulazione della legge.

Francobollo del 1942 del valore di £ 1,25 che mostra Galileo Galilei mentre trascorre i suoi ultimi anni nella sua villa ad Arcetri.

« Parmi d’aver per lunghe esperienze osservato, tale esser la condizione umana intorno alle cose intellettuali, che quanto altri meno ne intende e ne sa, tanto più risolutamente voglia discorrerne; e che, all’incontro, la moltitudine delle cose conosciute ed intese renda più lento ed irresoluto al sentenziare circa qualche novità. Nacque già in un luogo assai solitario un uomo dotato da natura d’uno ingegno perspicacissimo e d’una curiosità straordinaria; e per suo trastullo allevandosi diversi uccelli, gustava molto del lor canto, e con grandissima meraviglia andava osservando con che bell’artificio, colla stess’aria con la quale respiravano, ad arbitrio loro formavano canti diversi, e tutti soavissimi. Accadde che una notte vicino a casa sua sentì un delicato suono, né potendosi immaginar che fusse altro che qualche uccelletto, si mosse per prenderlo; e venuto nella strada, trovò un pastorello, che soffiando in certo legno forato e movendo le dita sopra il legno, ora serrando ed ora aprendo certi fori che vi erano, ne traeva quelle diverse voci, simili a quelle d’un uccello, ma con maniera diversissima. Stupefatto e mosso dalla sua natural curiosità, donò al pastore un vitello per aver quel zufolo; e ritiratosi in se stesso, e conoscendo che se non s’abbatteva a passar colui, egli non avrebbe mai imparato che ci erano in natura due modi da formar voci e canti soavi, volle allontanarsi da casa, stimando di potere incontrar qualche altra avventura. Ed occorse il giorno seguente, che passando presso a un piccol tugurio, sentì risonarvi dentro una simil voce; e per certificarsi se era un zufolo o pure un merlo, entrò dentro, e trovò un fanciullo che andava con un archetto, ch’ei teneva nella man destra, segando alcuni nervi tesi sopra certo legno concavo, e con la sinistra sosteneva lo strumento e vi andava sopra movendo le dita, e senz’altro fiato ne traeva voci diverse e molto soavi. Or qual fusse il suo stupore, giudichilo chi participa dell’ingegno e della curiosità che aveva colui; il qual, vedendosi sopraggiunto da due nuovi modi di formar la voce ed il canto tanto inopinati, cominciò a creder ch’altri ancora ve ne potessero essere in natura. Ma qual fu la sua meraviglia, quando entrando in certo tempio si mise a guardar dietro alla porta per veder chi aveva sonato, e s’accorse che il suono era uscito dagli arpioni e dalle bandelle nell’aprir la porta? Un’altra volta, spinto dalla curiosità, entrò in un’osteria, e credendo d’aver a veder uno che coll’archetto toccasse leggiermente le corde d’un violino, vide uno che fregando il polpastrello d’un dito sopra l’orlo d’un bicchiero, ne cavava soavissimo suono. Ma quando poi gli venne osservato che le vespe, le zanzare e i mosconi, non, come i suoi primi uccelli, col respirare formavano voci interrotte, ma col velocissimo batter dell’ali rendevano un suono perpetuo, quanto crebbe in esso lo stupore, tanto si scemò l’opinione ch’egli aveva circa il sapere come si generi il suono; né tutte l’esperienze già vedute sarebbono state bastanti a fargli comprendere o credere che i grilli, già che non volavano, potessero, non col fiato, ma collo scuoter l’ali, cacciar sibili così dolci e sonori. Ma quando ei si credeva non potere esser quasi possibile che vi fussero altre maniere di formar voci, dopo l’avere, oltre a i modi narrati, osservato ancora tanti organi, trombe, pifferi, strumenti da corde, di tante e tante sorte, e sino a quella linguetta di ferro che, sospesa fra i denti, si serve con modo strano della cavità della bocca per corpo della risonanza e del fiato per veicolo del suono; quando, dico, ei credeva d’aver veduto il tutto, trovossi più che mai rinvolto nell’ignoranza e nello stupore nel capitargli in mano una cicala, e che né per serrarle la bocca né per fermarle l’ali poteva né pur diminuire il suo altissimo stridore, né le vedeva muovere squamme né altra parte, e che finalmente, alzandole il casso del petto e vedendovi sotto alcune cartilagini dure ma sottili, e credendo che lo strepito derivasse dallo scuoter di quelle, si ridusse a romperle per farla chetare, e che tutto fu in vano, sin che, spingendo l’ago più a dentro, non le tolse, trafiggendola, colla voce la vita, sì che né anco poté accertarsi se il canto derivava da quelle: onde si ridusse a tanta diffidenza del suo sapere, che domandato come si generavano i suoni, generosamente rispondeva di sapere alcuni modi, ma che teneva per fermo potervene essere cento altri incogniti ed inopinabili.

La prima pagina di un’antica edizione de Il Saggiatore.

Io potrei con altri molti essempi spiegar la ricchezza della natura nel produr suoi effetti con maniere inescogitabili da noi, quando il senso e l’esperienza non lo ci mostrasse, la quale anco talvolta non basta a supplire alla nostra incapacità; onde se io non saperò precisamente determinar la maniera della produzzion della cometa, non mi dovrà esser negata la scusa, e tanto più quant’io non mi son mai arrogato di poter ciò fare, conoscendo potere essere ch’ella si faccia in alcun modo lontano da ogni nostra immaginazione; e la difficoltà dell’intendere come si formi il canto della cicala, mentr’ella ci canta in mano, scusa di soverchio il non sapere come in tanta lontananza si generi la cometa.».

L’analisi di questa celebre pagina potrebbe essere tutta rivolta alle sue qualità stilistiche; siamo di fronte infatti ad una prosa limpida, cristallina. La vicenda è immersa in un alone di lontananza e di favola, sia per mezzo del suggestivo Incipit, sia per l’accumularsi delle impreviste “scoperte” realizzato attraverso la para­tassi che contribuisce a dare alla vicenda un tono stupefatto ed assorto. Sul piano della semplice degustazione di una pagina di “prosa d’arte”, si potrebbe continuare con notazioni impressionistiche più o meno accettabili. Ma sarebbe una lettura fuorviante, o comunque limitante e restrittiva. Per cogliere il valore di queste pagine oltre al valore formale occorre sottolinearealmeno due dati:

1) Questo apologo si inserisce all’interno di un testo teorico qual è il Saggiatore, e testimo­nia quindi l’acquisizione da parte di Galileo di una rnodalità espositiva duttile, aperta alla digressione, pronta ad alternare riposanti pause descrittive alla tensione teorica: è cioè una testimonianza di quel passaggio dal trattato al discorso e al dialogo che abbiamo indicato come la novità specifica di Galileo all’interno della trattatistica scientifica.

2) Il significato ideologico di questo testo è di grande importanza. Qui il processo della conoscenza, della lettura del “gran libro della natura”, è concepito come inesauribile, e la verità non è mai vista come definitiva, ma come suscettibile all’infinito di integrazione o di revisione. Siamo di fronte cioè al concetto della perfezionabilità del sapere che e un acqui-sizione fondamentale del “nuovo scienziato”. Ha scritto a tale proposito la Altieri Biagi:

«Dopo aver assistito al crollo di una concezione millenaria della scienza, è naturale sostituire al concetto di una verità assoluta (che, una volta raggiunta, rimane sempre tale) il concetto di verità feconda suscettibile di sviluppi e di evoluzioni».

Da questa prima acquisizione ne deriva come diretta conseguenza un’altra; la modestia scientifica, cioè la cautela nel giudizio, la problematicità. E non a caso l’apologo nel Saggiatore è immediatamente preceduto da queste righe: «Parmi d’aver per lunghe esperienze osservato, tale esser la condizione umana intorno alle cose intellettuali, che quanto altri meno ne intende e ne sa, tanto più risolutamente voglia discorrerne; e che, all’incontro, la moltitudine delle cose conosciute ed intese renda più lento ed irresoluto al sentenziare circa qualche novità».

La Lingua del Libro dell’Universo

Il testo che segue è tratto dall’opera galileiana, forse la più brillantemente polemica. Ma al di là della specifica situazione nella quale Il Saggiatore nacque, la posizione teorica qui espressa da Galileo va considerata una tappa fondamentale della faticosa conquista dell’autonomia della scienza.

«Parmi, oltre a ciò, di scorgere nel Sarsi ferma credenza, che nel filosofare sia necessario appoggiarsi all’opinioni di qualche celebre autore, sì che la mente nostra, quando non si maritasse col discorso d’un altro, ne dovesse in tutto rimanere sterile ed infeconda; e forse stima che la filosofia sia un libro e una fantasia d’un uomo, come l’Iliade e l’Orlando furioso, libri ne’ quali la meno importante cosa è che quello che vi è scritto sia vero. Signor Sarsi, la cosa non istà così. La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto.».

Alla presenza del Granduca, Galileo effettua l’esperimento della caduta dei gravi della torre di Pisa, 1816, tempera su muro, Firenze, Palazzo Pitti, Quartiere Borbonico o Nuovo Palatino, sala 15.

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In questo passo famoso Galileo contrappone, con grande chiarezza ed efficacia di immagini ed esempi, la vecchia e la nuova idea del sapere. L’immagine tradizionale della filosofia e della scienza, cui si attiene il Sarsi, impone di basare le proprie affermazioni sull’autorità dei grandi pensatori del passato, e in particolare su quella di Aristotele, secondo il famoso principio dell’ipse dixit: se lo ha detto Aristotele, allora è vero. Di qui si può e si deve partire per dedurre altre verità o spiegazioni particolari relative alla natura- Questo modo di concepire la pratica del sapere fa però della cultura qualcosa di passivo, di meccanico e di libresco. Non si considerano veramente le cose reali ma solo i libri e le opinioni scritte; non s’indaga sui fatti, ma si disputa all’infinito, badando unicamente all’arte dialettica della parola, cioè alla capacità di confutare l’avversario in forza di mere sottigliezze verbali. Questo modo di procedere era nato dalla pratica medievale del commento ai testi sacri e alle opere dei Padri della Chiesa e poi si era estesa ai testi profani della filosofia e della scienza. A questo tipo di cultura, che era divenuta sempre più vuota, pedante e servile, Galileo oppone la metafora, tipicamente rinascimentale, del libro della natura. La scienza non sta scritta in questo o quel libro degli antichi filosofi, ma, nello spettacolo stesso dell’universo, aperto da sempre davanti ai nostri occhi. Solo che per leggere il libro della natura bisogna far uso di ben altra lingua da quella della dialettica e della retorica. Qui è la grande originalità di Galileo (preceduto solo dalle intuizioni di Leonardo): indispensabile è la matematica per penetrare i segreti della natura. Il motivo di ciò è ravvisato da Galileo nel principio stesso della rivelazione divina. Essa insegna che all’uomo è stata donata una natura simile a quella del suo creatore. Ciò evidentemente significa che l’uomo è simile a Dio, non nel corpo naturale, ma nell’anima immortale e cioè nella sua ragione; essa trova appunto nella matematica la più perfetta espressione di tale razionalità. Si può infatti sostenere, dice Galileo, che l’uomo non arriverà mai a conoscere gli infiniti teoremi in base ai quali Dio ha creato la natura, ma quelli che scopre e conosce, li conosce con la stessa evidenza e perfezione razionale con le quali li conosce Dio.

Non c’è dubbio, pertanto che un’unica ragione matematica sta alla base dei fenomeni dell’universo e del pensiero dell’uomo. E se Dio ha dotato l’uomo di sensi e di ragione matematica, ciò è segno evidente che egli ha voluto che l’uomo stesso impegnasse la propria libera volontà a leggere da sé il libro della natura. E poiché Dio non può fare cose inutili o, peggio, contraddittorie. non si deve pensare che egli abbia voluto racchiudere nei libri della sua rivelazione le verità scientifiche naturali, verità che l’uomo poteva e doveva scoprire da sé mediante l’uso della sua libertà razionale. L’autorità della rivelazione va per­tanto ristretta alle questioni morali e religiose, mentre per le verità scientifiche fonte di autorità è la natura stessa: quella natura che deriva a sua volta da Dio e che Dio ha dato all’uomo come infinito oggetto di conoscenza e di scoperta. Vediamo dunque come in poche righe, con i loro riferimenti espliciti e impliciti. Galileo annunci l’inabissarsi di tutto un immenso continente culturale, di un mondo spirituale della tradizione che per secoli aveva governato le menti, e per converso annunci l’emergere di una nuova mentalità, di una nuova fede razionale e scientifica, letteralmente di una nuova ragione volta al futuro; ragione che si va costruendo non soltanto la propria autonomia da ogni impaccio ideologico, ma anche la propria lingua, i propri strumenti conoscitivi ed espressivi, i propri simboli e le proprie psicologiche certezze.

 

Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo

Con l’elezione del cardinale Maffeo Barberini (1623), che assunse il nome di Urbano VIII, in Galileo sorse la speranza di poter pubblicare, senza incorrere nella temibile ostilità della Chiesa, un vero e proprio “manifesto copernicano”. Dal momento che la situazione si rivelava propizia Galileo iniziò a procedere per gradi: innanzitutto nel 1624 scrisse la Lettera a Francesco Ingoli, una risposta in forma di epistola a un intervento contro il moto della Terra, risalente al 1616. La lettera, tuttavia, non aveva come vero interlocutore quel funzionario pontificio, accanito aristotelico. In realtà questo era un pretesto per rivolgersi allo stesso Urbano VIII, (“amatore della verità”), con lo scopo di rendergli noti in forma sintetica molti dei più importanti argomenti che sarebbero stati ripresi e ampliati nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo.

Stampa del 1818 che ritrae Galileo Galilei.

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In secondo luogo progettò un’opera complessiva, in forma di dialogo, in grado di agire come detonatore non solo contro i peripatetici, ma anche contro le radicate obiezioni che il senso comune opponeva all’ipotesi del moto della Terra. Galileo si gettò nell’impresa di slancio all’indomani della lettera all’Ingoli, seguito con entusiasmo dai suoi allievi e amici. Il lavoro, dopo diversi rallentamenti, terminò nel 1630. L’opera avrebbe dovuto avere come titolo Dialogo sopra il flusso e il reflusso del mare. Per aggirare la barriera della censura ecclesiastica e ottenere l’autorizzazione a pubblicare l’opera, Galileo dovette invece apportare numerose variazioni. Non solo modificò il proemio e le conclusioni ma acconsentì anche di sostituire il vecchio titolo con il più neutrale Dialogo di Galileo Galilei Linceo, dove ne i congressi di quattro giornate si discorre sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano, che poteva indurre il lettore superficiale a scambiare l’intero lavoro per una pura discussione accademica e astratta in cui si presentava il “pro” e il “contro” dei sistemi tolemaico e copernicano, senza alcuna pretesa di pervenire a sentenze definitive. L’opera ottenne quindi l’imprimatur del papa e poté finalmente uscire nel febbraio del 1632 a Firenze. Tuttavia il nuovo titolo reca in sé una ferma intenzione polemica nei confronti delle difese elevate dai Gesuiti contro la rivoluzione copernicana. Le parole “due massimi sistemi” sottolineano la volontà dell’autore di escludere dai due principali modelli dell’universo quello di Tycho Brahe. La decisione di Galileo di dare alla propria opera la forma dialogica è molto importante per quanto riguarda la strategia comunicativa: la scelta quasi obbligata per lo scienziato che intendeva esporre le proprie teorie nel Seicento era il trattato in lingua latina. Galileo si rivolge invece alla lingua italiana e alla lunga tradizione del genere dialogico, risalente a Platone e Cicerone, forma legata al problema dialettico della ricerca della verità mediante l’intreccio delle voci di diversi interlocutori. Troviamo dei riferimenti alla forma dialogica anche nei dibattiti umanistico-rinascimentali, in particolare con Salutati, Valla, Pontano, Alberti, Bembo e Castiglione.

Una pagina di una relazione sui Discorsi scritta da Arrighetti con aggiunte di Galileo, Folio 53r, Firenze, BNC, MS. Gal. 72. Su gentile concessione del Ministero per i beni e le attività culturali e l’esplicito divieto di ogni ulteriore riproduzione senza il consenso della biblioteca.

Anche se la sua scelta era legata ad una tradizione ben radicata Galileo la innovò profondamente, introducendo una struttura del tutto nuova che nel Seicento divenne il vero modello per il genere dialogico di tipo scientifico: è infatti impostato su tre personaggi, due dei quali, scienziati, rappresentano i due “sistemi” cosmologici contrapposti, mentre il terzo, “intendente di scienza”, non specialista, contribuisce con argomentazioni più colloquiali e divulgative a orientare l’intreccio delle voci. La scelta sul piano dei generi è strategica: si tratta di un mezzo che permetterà all’autore di catturare l’attenzione del pubblico colto sui problemi della nuova scienza, e di presentare le prove a favore del copernicanesimo.

A causa del successo del libro l’atteggiamento della Chiesa nei confronti di Galileo cambiò radicalmente. Il dialogo fu esaminato da una commissione pontificia per stabilire se possedesse un carattere copernicano. Nel luglio del 1632 arrivò da Roma l’ordina di sospendere la vendita dei Massimi sistemi. Nel gennaio del 1663 Galileo fu costretto a recarsi a Roma davanti al tribunale del Sant’Uffizio, dal quale fu condannato e dovette riconoscere la falsità delle proprie convinzioni riguardo alle tesi eliocentrica e a quella del moto della Terra. Dopo l’abiura, nel giugno del 1663 il Dialogo venne inserito nell’indice dei libri proibiti.


Una pagina iniziale del Dialogo, in cui sono raffigurati, oltre a Galileo, anche altri due scienziati, tra cui Niccolò Copernico.

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Per quanto riguarda la struttura dell’opera abbiamo tre interlocutori: il nobile fiorentino Filippo Salviati, copernicano appartenente alla cerchia degli amici di Galileo e accademico dei Lincei; il nobile veneziano Giovan Francesco Sagredo, molto vicino a Galileo begli anni dell’insegnamento padovano e rappresentante di quel pubblico di persone curiose ma non specialiste che costituisce il destinatario ideale dell’opera di divulgazione galileiana; e l’aristotelico Simplicio, un personaggio immaginario che ricorda col suo nome un celebre commentatore di Aristotele vissuto nel VI secolo. Si immagina che i tre protagonisti si riuniscano per quattro giornate a Venezia nel palazzo Sagredo sul Canal Grande, a discutere amichevolmente intorno alle ragioni a favore o contro il sistema eliocentrico. La divisione in quattro “giornate” è indice di un riferimento alla tradizione della commedia letteraria toscana che convenzionalmente chiamava giornate i propri atti, in omaggio alla struttura del Decameron; quindi il Dialogo è in parte improntato sulla comicità. Galileo non fornì l’indicazione dell’argomento principale, ma il colloquio si muove apparentemente in modo casuale. In questo modo i Massimi Sistemi comprendono non solo gli argomenti schematicamente esposti nella lettera all’Ingoli, ma tutti i temi della precente attività scientifica galileiana.

Galileo, durante la stesura del dialogo, era ancora convinto di poter convertire le alte gerarchie ecclesiastiche al copernicanesimo con la teoria eliocentrica. Il suo obiettivo non era quello di accettare un compromesso fra i due dogmi, ma di propugnare la completa autonomia delle scienze naturali nell’ambito della teologia. Infatti:

· Il discorso scientifico non ha bisogno di autorità estranee ad esso. Attraverso i suoi personaggi copernicani Salviati e Sagredo, nel dialogo Galileo nominò spesso il coraggio del dubbio e la superiorità dei fatti sulle parole;

· In tutto il libro la ragione della scienza è vista con fiducia, mentre la vecchia metafisica è smascherata con l’arma dell’ironia;

· Per Galileo la cosa più importante era quella di divulgare la funzione della ragione: per questo il libro è considerato come un’opera pedagogica che serve ad educare il lettore al ragionamento critico.

Dal punto di vista ideologico il Dialogo metteva in discussione anche le autorità tradizionali. Per questo motivo subì la dura e intransigente reazione della Chiesa.

La Fortuna del Dialogo nel Seicento.

Dopo la condanna del 1633, la scuola di Galileo subì una battuta d’arresto. Nel 1651 l’Accademia dei Lincei cessò le proprie attività e l’astronomia tornò in mano a studiosi di concezione aristotelica e gesuita. Tuttavia il libro di Galilei ebbe un’enorme risonanza in tutta l’Europa, dove il Dialogo ebbe un’eco larghissimo fra scienziati, filosofi, letterati e poeti. Ma se in Nord Europa il Dialogo trovò ammiratori entusiasti, in Italia subì la censura ecclesiastica.

Lo stemma dell’Accademia dei Lincei.

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L’età dell’Illuminismo.

Nel 1739 il Newtonianismo per le dame di Francesco Algarotti, che divulgava la fisica di Newton, fu messo all’indice perché difendeva Galileo. Ma la battaglia culturale di Galileo nel mondo moderna iniziò a diffondersi a partire dal Settecento illuministico.

Leopardi e il Modello Galileiano.

Nella prima metà dell’Ottocento l’autore che si confronta maggiormente con il Dialogo è Giacomo Leopardi; infatti in una sezione della Crestomazia cura una vera e propria antologia dei luoghi di Galileo, ma sono le Operette morali a ereditare il modello dei Massimi Sistemi.

Interpretazioni di Galileo nel Novecento.

Durante tutto il Novecento si intrecciano molte critiche verso la Scienza della Natura. Per il conflitto interpretativo sul metodo, empirista o deduttivo, fra quelli che preferirono l’astrazione matematica rispetta all’esperienza vi fu Alexandre Koirè, con i suoi Studi Galileiani. Egli reinterpretò il Dialogo e sostenne che alcuni esperimenti non furono mai eseguiti, e che quindi alcuni concetti erano stati solo dedotti col ragionamento.

Il Galileo di Brecht.

Il poeta drammaturgo tedesco dedicò a Galileo un dramma, che è diretto a criticare la funzione sociale dell’intellettuale (Vita di Galileo). Per Brecht Galileo è il campionedela battaglia contro le forze dominanti del passato ed è il prototipo dell’ingenuità illuministica.

Galileo Retore secondo Popper e Feyerabend.

I principali filosofi della scienza del secondo Novecento credevano che le teorie di Galileo non fossero realmente avallate da esperimenti, e che tali teorie fossero solo congetturali e che quindi l’esperienza galileiana fosse soltanto retorica. Questo relativismo fu esasperato dallo storico della scienza Paul K. Feyeberand(uscito dalla scuola di Popper), secondo il quale Galileo era solo un abile retore che usava mosse tattiche e trucchi psicologici. Contro tale interpretazione si sono mossi Geymonat e la sua scuola.

Il “Galileo Ritrovato” di Giovanni Paolo II.

Nel 1979 il papa Giovanni Paolo II invitò a una “composizione onesta” dei contrasti fra chiesa e Galileo.

1992 con un atto solenne la Chiesa ha riesaminato il processo riconoscendo i torti fatti a Galileo.

 

La Prima Giornata

La prima giornata si apre con una dura critica condotta da Salviati nei confronti della presunta “perfezione” attribuita sia dagli aristotelici sia dai pitagorici al numero 3. Tale critica è solo un pretesto per una più generale critica di tutta la fisica aristotelica e soprattutto della distinzione tra la Terra corruttibile e i corpi celesti immutabili e perfetti. I risultati sperimentali delle osservazioni telescopiche degli astri si sostituiscono così alla pura speculazione filosofica e dimostrano inequivocabilmente l’identità di natura fra la Terra e i corpi celesti, entrambi soggetti a Grandi mutamenti.

Il Proemio

Galileo vecchio con i discepoli, dipinto del 1840, Firenze, Tribuna di Galileo.

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Tutta l’avvertenza iniziale, rivolta al “discreto lettore” e concordata con il frate domenicano Niccolò Riccardi, rispone all’esigenza di sollecitare i tempi di stampa tranquillizzando la censura ecclesiastica. L’editto emanato dal Sant’Uffizio nel 1616 che condannava la tesi del movimento della Terra è detto dunque “salutifero”, ossia portatore di salvezza rispetto alle false credenze, mentre la teoria copernicana è presentata come una pura ipotesi matematica. Riassumendo poi il contenuto della trattazione, Galileo divide l’opera in tre parti: riguardo alla controversia sulla mobilità della Terra, che costituisce il primo argomento, afferma che tutte le esperienze sono del tutto insufficienti per concludere se la Terra si muova o se sia immobile nel cosmo. Riguardo al secondo argomento, cioè l’ipotesi copernicana, avverte che si fingerà di presentarla vittoriosa solo per spiegare con maggiore facilità ipotesi matematiche indipendenti dalle leggi concrete della natura. Riguardo infine alla terza questione, cioè la tangibile esistenza del moto delle maree da lui poste in relazione al moto della Terra, Galileo si affretta a dichiarare che si tratta solo di “fantasia ingegnosa”, quindi di una congettura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

« AL DISCRETO LETTORE

Si promulgò a gli anni passati in Roma un salutifero editto, che, per ovviare a’ pericolosi scandoli dell’età presente, imponeva opportuno silenzio all’opinione Pittagorica della mobilità della Terra. Non mancò chi temerariamente asserì, quel decreto essere stato parto non di giudizioso esame, ma di passione troppo poco informata, e si udirono querele che consultori totalmente inesperti delle osservazioni astronomiche non dovevano con proibizione repentina tarpar l’ale a gl’intelletti speculativi. Non poté tacer il mio zelo in udir la temerità di sì fatti lamenti. Giudicai, come pienamente instrutto di quella prudentissima determinazione, comparir publicamente nel teatro del mondo, come testimonio di sincera verità. Mi trovai allora presente in Roma; ebbi non solo udienze, ma ancora applausi de i più eminenti prelati di quella Corte; né senza qualche mia antecedente informazione seguì poi la publicazione di quel decreto. Per tanto è mio consiglio nella presente fatica mostrare alle nazioni forestiere, che di questa materia se ne sa tanto in Italia, e particolarmente in Roma, quanto possa mai averne imaginato la diligenza oltramontana; e raccogliendo insieme tutte le speculazioni proprie intorno al sistema Copernicano, far sapere che precedette la notizia di tutte alla censura romana, e che escono da questo clima non solo i dogmi per la salute dell’anima, ma ancora gl’ingegnosi trovati per delizie degl’ingegni.

A questo fine ho presa nel discorso la parte Copernicana, procedendo in pura ipotesi matematica, cercando per ogni strada artifiziosa di rappresentarla superiore, non a quella della fermezza della Terra assolutamente, ma secondo che si difende da alcuni che, di professione Peripatetici, ne ritengono solo il nome, contenti, senza passeggio, di adorar l’ombre, non filosofando con l’avvertenza propria, ma con solo la memoria di quattro principi al intesi.

Tre capi principali si tratteranno. Prima cercherò di mostrare, tutte l’esperienze fattibili nella Terra essere mezi insufficienti a concluder la sua mobilità, ma indifferentemente potersi adattare così alla Terra mobile, come anco quiescente; e spero che in questo caso si paleseranno molte osservazioni ignote all’antichità. Secondariamente si esamineranno li fenomeni celesti, rinforzando l’ipotesi copernicana come se assolutamente dovesse rimaner vittoriosa, aggiungendo nuove speculazioni, le quali però servano per facilità d’astronomia, non per necessità di natura. Nel terzo luogo proporrò una fantasia ingegnosa. Mi trovavo aver detto, molti anni sono, che l’ignoto problema del flusso del mare potrebbe ricever qualche luce, ammesso il moto terrestre. Questo mio detto, volando per le bocche degli uomini, aveva trovato padri caritativi che se l’adottavano per prole di proprio ingegno. Ora, perché non possa mai comparire alcuno straniero che, fortificandosi con l’armi nostre, ci rinfacci la poca avvertenza in uno accidente così principale, ho giudicato palesare quelle probabilità che lo renderebbero persuasibile, dato che la Terra si movesse. Spero che da queste considerazioni il mondo conoscerà, che se altre nazioni hanno navigato più, noi non abbiamo speculato meno, e che il rimettersi ad asserir la fermezza della Terra, e prender il contrario solamente per capriccio matematico, non nasce da non aver contezza di quant’altri ci abbia pensato, ma, quando altro non fusse, da quelle ragioni che la pietà, la religione, il conoscimento della divina onnipotenza, e la coscienza della debolezza dell’ingegno umano, ci somministrano.

Ho poi pensato tornare molto a proposito lo spiegare questi concetti in forma di dialogo, che, per non esser ristretto alla rigorosa osservanza delle leggi matematiche, porge campo ancora a digressioni, tal ora non meno curiose del principale argomento. […]».

Il testo è il Proemio del Dialogo sopra i due massimi sistemi (1632). Precede dunque l’opera, fornendone una sorta d’introduzione. Tale introduzione appare rivolta a un destinatario, che assume la figura del «discreto lettore», vale a dire di un lettore capace di distinguere, e cioè, in questo caso, di discernere il vero dal falso e precisamente ciò che è detto per ironia e ciò che invece è detto sul serio. Il destinatario dell’opera è così anche il dedicatario di essa: il Dialogo è non solo rivolto ma dedicato ad un lettore la cui figura è valorizzata al massimo, essendo esaltata nella sua capacità d’intendere il testo e dunque di andare al di là del suo significato immediato per comprendere quello nascosto. Si preannuncia così il carattere stilistico del Proemio: l’ironia, che contiene in sé un appello a un lettore accorto che sia in grado d’intenderla.

Galileo nel duomo di Pisa, che osserva la lampada. Pisa, Opera della Primarziale Pisana, olio su tela, di Galileo Tronfi, 1870.

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Il testo è suddiviso in quattro capoversi o paragrafi. Il primo serve all’autore come difesa preventiva che dovrebbe ingannare o fuorviare gli organi ecclesiastici addetti alla censura: esprime infatti un giudizio smaccatamente positivo sull’editto con cui il Sant’Uffizio aveva condannato nel 1616 la tesi copernicana affermante il movimento della Terra. Nell’e-ditto è infatti definito «salutifero» e «opportuno» il silenzio imposto allora ai copernicani, mentre le loro tesi sono chiamate «pericolosi scandoli». L’autore informa anche di voler informare le nazioni straniere sulle ricerche che si svolgono in Italia, compiute prima di quell’editto. Nel secondo capoverso si arriva al tema del Dialogo: si chiarisce che l’autore sosterrà sì la tesi copernicana, ma solo come «pura ipotesi matematica» e per polemi­ca con gli aristotelici che, invece di stare ai dati reali, adorano le ombre cercando solo di restare fedeli a quattro principi, per giunta «mal intesi». Nel terzo si espongono i tre argomenti che saranno affrontati nel corso dell’opera: l’impossibilità di trarre dalle esperienze fatte argomenti decisivi a favore o contro l’immobilità della Terra; lo studio di alcuni feno­meni celesti per dimostrare la superiorità dell’ipotesi copernicana; la congettura per cui le maree deriverebbero dal moto della Terra. Infine nel quarto l’autore dichiara di aver usato la forma del dialogo per­ché essa ha un carattere meno rigoroso dal punto di vista scientifico ma più “narrativo”, più adatto a susci­tate l’interesse del lettore mediante l’introduzione di digressioni e di questioni curiose. Quest’ultimo punto è importante perché contribuisce a spiegare la ragione per cui Galileo ha scelto il genere letterario del dialogo.

L’ironia costituisce il carattere stilistico principale del brano. Per comprendere corret­tamente il messaggio contenuto nel Proemio bisogna infatti distinguere due diversi destinatari: oltre a quello esplicito, il «discreto lettore», c’è nel brano un destina­tario implicito, rappresentato dai censori ecclesiastici. Per rassicurare questi ultimi, si afferma che la teoria co­pernicana viene presentata nel Dialogo come vittoriosa solo «artificiosamente», cioè “non per necessità di na­tura” ma “per capriccio matematico”. Il secondo inve­ce, che coincide col vasto pubblico colto presso cui Galileo vuole divulgare il sistema eliocentrico, è chiamato a decodificare queste negazioni e a ritenerle vere e pro­prie nascoste affermazioni dell’assoluta evidenza fisica e materiale della mobilità della Terra; è ragionevole supporre, dunque, che le numerose ambiguità del te­sto possano essere comprese solo ammettendo che esso si regga interamente sullo statuto dell’ironia. Se l’ironia consiste nell’affermare una cosa intendendo l’opposto, solo il «lettore discreto», colui “che sa di­scriminare”, ossia distinguere, il vero dal falso, potrà decifrare correttamente il messaggio rovesciandone il senso. Si spiegano così anche le frequenti sottolinea­ture ironiche e i doppi sensi nascosti tra le pieghe del discorso: l’allusione alla metafora barocca del «teatro del mondo», utile a sottolineare che quanto segue è una pura finzione, la speranza che si palesino «molte osservazioni ignote all’antichità», l’invettiva contro i Peripatetici, intenti a «adorar l’ombre». Galilei dunque confida nella superiore capacità conoscitiva del «di­screto lettore» e nella miopia dei censori domenicani: il primo in grado di rovesciare la falsa ammirazione di quel «salutifero editto» nell’autentico disprezzo di un «pestifero editto», i secondi incapaci di operare tale ro­vesciamento. In un primo tempo questa strategia avrà successo; al processo del 1633, tuttavia, venne chiesto a Galilei di rispondere proprio ditale occultamento iro­nico dei contenuti del Proemio.

 

Un’immagine dei Promessi Sposi, che raffigura i bravi mentre attendono Don Abbondio. Omnia 2000 gold.

Il Proemio mostra le astuzie a cui un grande intellettuale doveva ricorrere per supera­re la censura ecclesiastica. Il ricorso all’ironia e l’appello al «discreto lettore» rivelano la duplice chiave di let­tura del brano: da un lato il censore è chiamato a pren­dere sul serio la condanna iniziale delle tesi copernicane, dall’altro il lettore attento deve invece penetrare sotto il gioco dell’ironia e capire che l’autore intende invece sostenere la tesi (proibita dalla Chiesa) del moto della letta intorno al Sole. Anche Galileo è costretto alla dissimulazione: è indotto a recitare. Come un arti­sta finge sul palcoscenico, così lui si muove sul «teatro del mondo». Un brano come questo del Proe­mio è inseparabile dalla cultura e dal costume del Sei­cento e dall’atmosfera della Controriforma. Fanno parte della cultura del Seicento l’interesse per il teatro e l’idea della vita come recita (si pensi a come il tema sia presente in Calderòn de la Barca, per esempio; ma sì trova anche nell’episodio del Principe Padre e di Ger­trude presentata al monastero, nei Promessi sposi di Manzoni, romanzo ambientato appunto nel Seicento). Inoltre la dissimulazione era imposta dalla politica seguita dalle autorità ecclesiastiche dopo il Concilio di Trento. Il clima della Controriforma ha indotto allora la Chiesa a un atteggiamento dogmatico e persecutorio nei confronti degli spiriti liberi. Si pensi che pochi anni prima del Dialogo galileiano Giordano Bruno era stato condannato al rogo e Campanella all’ergastolo. Anche Galileo, nonostante l’astuzia e l’ironia del suo Dialogo, sarà processato e costretto all’abiura, mentre la sua opera sarà inserita nell’Indice dei libri proibiti.

L’intelligenza si difende con l’ironia, che è l’arma della ragione. L’ironia èun’arma difensiva: dice una cosa per far capire l’oppo­sto, afferma negando. L’ironia presuppone l’intelligenza non solo di chi scrive ma di chi legge o ascolta. Essa contiene dunque un appello alla ragione umana, che risulta tanto più drammatico quanto più ne è impedito il libero esercizio. D’altronde la forma stessa del dialogo, scelta da Galileo, indica una volontà di comunicazione, un’esigenza di colloquio libero e intelligente. Nei momenti difficili restano solo il ricorso alla ragione pro­pria e la fiducia in quella del prossimo e nella possibilità di un’intesa reciproca al di là delle barriere poste da un potere ostile e opprimente. L’attualità del brano e il suo stesso valore storico stanno in questa testimonianza e in questo messaggio, in cui si sono riconosciuti gli uomini liberi nel corso di quasi quattro secoli.

 

La Ripugnanza per il Mutamento Nasconde la Paura della Morte

In questo passo Simplicio, il difensore del sistema aristotelico, reagisce scandalizzato e inorridito dalla portata sconvolgente dell’affermazione di Salviati, che sovverte e sconquassa la distinzione fra cielo e terra, ma non è in grado di sostenere la propria tesi, favorevole all’inalterabilità dei corpi celesti, con veri argomenti scientifici. Sagredo, invece, respinge fieramente i timori di Simplicio, sostenendo che la perenne trasformazione dei corpi, come il nascere e il morire, non sono segno di inferiorità. Solo il terrore della morte ha potuto, a suo avviso, indurre gli aristotelici, che tanto esaltano l’inalterabilità, a ritenere perfetto ciò che è immutabile. Sagredo condannerebbe questi adoratori dell’incorruttibilità ad incontrare lo sguardo pietrificante della mitologica Medusa. In tal modo, ridotti a statue, diverrebbero finalmente incorruttibili e perfetti. Secondo Sagredo non si può immaginare sciocchezza maggiore di quella di chi reputa superiori le gemme e l’oro al “vilissimo fango”: solo in quest’ultimo, infatti, vi sono le forze vitali e materiali della natura, capaci di far nascere e crescere il gelsomino o l’”arancino della Cina”. Per Simplicio, invece, tutti gli astri non possono che essere come le gemme, incorruttibili, in quanto finalizzati “all’utile” e “al diletto” degli uomini. Sagredo inoltre sottolinea la contraddizione tra l’ingenuo antropocentrismo di Simplicio e la sua convinzione che solo quanto abita sulla sfera sublunare sia soggetto a corruzione e degradazione: per un curioso paradosso Simplicio considera infatti tutti i perfetti corpi celesti del tutto subordinati a quella Terra che, nella sua stessa visione del mondo, essendo mortale, è concepita invece come misero ricettacolo di immondizie e brutture.

« SIMPLICIO: Questo modo di filosofare tende alla sovversion di tutta la filosofia naturale, ed al disordinare e mettere in conquasso il cielo e la Terra e tutto l’universo. Ma io credo che i fondamenti de i Peripatetici sien tali, che non ci sia da temere che con la rovina loro si possano construire nuove scienze.

SALVIATI: Non vi pigliate già pensiero del cielo né della Terra, né temiate la lor sovversione, come né anco della filosofia; perché, quanto al cielo, in vano è che voi temiate di quello che voi medesimo reputate inalterabile e impassibile; quanto alla Terra, noi cerchiamo di nobilitarla e perfezionarla, mentre proccuriamo di farla simile a i corpi celesti e in certo modo metterla quasi in cielo, di dove i vostri filosofi l’hanno bandita. La filosofia medesima non può se non ricever benefizio dalle nostre dispute, perché se i nostri pensieri saranno veri, nuovi acquisti si saranno fatti, se falsi, col ributtargli, maggiormente verranno confermate le prime dottrine. Pigliatevi più tosto pensiero di alcuni filosofi, e vedete di aiutargli e sostenergli, ché quanto alla scienza stessa, ella non può se non avanzarsi. E ritornando al nostro proposito, producete liberamente quello che vi sovviene per mantenimento della somma differenza che Aristotile pone tra i corpi celesti e la parte elementare, nel far quelli ingenerabili, incorruttibili, inalterabili, etc., e questa corruttibile, alterabile, etc. […]

SIMPLICIO: Eccovi, per la prima, due potentissime dimostrazioni per prova che la Terra è differentissima da i corpi celesti. Prima, i corpi che sono generabili, corruttibili, alterabili, etc., son diversissimi da quelli che sono ingenerabili incorruttibili, inalterabili, etc.: la Terra è generabile, corruttibile, alterabile, etc., e i corpi celesti ingenerabili, incorruttibili, inalterabili, etc.: adunque la Terra è diversissima da i corpi celesti.

SAGREDO: Per il primo argomento, voi riconducete in tavola quello che ci è stato tutt’oggi ed a pena si è levato pur ora.

Una pagina di una relazione di Galileo sui Discorsi, Folio 144r, Firenze, BNC, MS. Gal. 72. Su gentile concessione del Ministero per i beni e le attività culturali e l’esplicito divieto di ogni ulteriore riproduzione senza il consenso della biblioteca.

SIMPLICIO: Piano, Signore; sentite il resto, e vedrete quanto e’ sia differente da quello. […] La sensata esperienza ci mostra come in Terra si fanno continue generazioni, corruzioni, alterazioni, etc., delle quali né per senso nostro, né per tradizioni o memorie de’ nostri antichi, se n’è veduta veruna in cielo; adunque il cielo è inalterabile etc., e la Terra alterabile etc., e però diversa dal cielo. Il secondo argomento cavo io da un principale ed essenziale accidente; ed è questo. Quel corpo che è per sua natura oscuro e privo di luce, è diverso da i corpi luminosi e risplendenti: la Terra è tenebrosa e senza luce; ed i corpi celesti splendidi e pieni di luce: adunque etc. Rispondasi a questi, per non far troppo cumulo, e poi ne addurrò altri.

SALVIATI: Quanto al primo, la forza del quale voi cavate dall’esperienza, desidero che voi più distintamente mi produciate le alterazioni che voi vedete farsi nella Terra e non in cielo, per le quali voi chiamate la Terra alterabile ed il cielo no.

SIMPLICIO: Veggo in Terra continuamente generarsi e corrompersi erbe, piante, animali, suscitarsi venti, pioggie, tempeste, procelle, ed in somma esser questo aspetto della Terra in una perpetua metamorfosi; niuna delle quali mutazioni si scorge ne’ corpi celesti, la costituzione e figurazione de’ quali è puntualissimamente conforme a quelle di tutte le memorie, senza esservisi generato cosa alcuna di nuovo, né corrotto delle antiche.

SALVIATI: Ma, come voi vi abbiate a quietare su queste visibili, o, per dir meglio, vedute, esperienze, è forza che voi reputiate la China e l’America esser corpi celesti, perché sicuramente in essi non avete vedute mai queste alterazioni che voi vedete qui in Italia, e che però, quanto alla vostra apprensione, e’ sieno inalterabili.

SIMPLICIO: Ancorché io non abbia vedute queste alterazioni sensatamente in quei luoghi, ce ne son però le relazioni sicure: oltre che, cum eadem sit ratio totius et partium, essendo quei paesi parti della Terra come i nostri, è forza che e’ sieno alterabili come questi.

SALVIATI: E perché non l’avete voi, senza ridurvi a dover credere all’altrui relazioni, osservate e viste da per voi con i vostri occhi propri?

SIMPLICIO: Perché quei paesi, oltre al non esser esposti a gli occhi nostri, son tanto remoti che la vista nostra non potrebbe arrivare a comprenderci simili mutazioni.

Una prima pagina del Dialogo. http://www.ipsiasimoniliceogalilei.lu.it/galileo/Dialogo.gif

SALVIATI: Or vedete come da per voi medesimo avete casualmente scoperta la fallacia del vostro argomento. Imperocché se voi dite che le alterazioni, che si veggono in Terra appresso di noi, non le potreste, per la troppa distanza, scorger fatte in America, molto meno le potreste vedere nella Luna, tante centinaia di volte più lontana: e se voi credete le alterazioni messicane a gli avvisi venuti di là, quai rapporti vi son venuti dalla Luna a significarvi che in lei non vi è alterazione? Adunque dal non veder voi le alterazioni in cielo, dove, quando vi fussero, non potreste vederle per la troppa distanza, e dal non ne aver relazione, mentre che aver non si possa, non potete arguir che elle non vi sieno, come dal vederle e intenderle in Terra bene arguite che le ci sono.

[…] SAGREDO: Io non posso senza grande ammirazione, e dirò gran repugnanza al mio intelletto, sentir attribuir per gran nobiltà e perfezione a i corpi naturali ed integranti dell’universo questo esser impassibile, immutabile, inalterabile etc., ed all’incontro stimar grande imperfezione l’esser alterabile, generabile, mutabile, etc.: io per me reputo la Terra nobilissima ed ammirabile per le tante e sì diverse alterazioni, mutazioni, generazioni, etc., che in lei incessabilmente si fanno; e quando, senza esser suggetta ad alcuna mutazione, ella fusse tutta una vasta solitudine d’arena o una massa di diaspro, o che al tempo del diluvio diacciandosi l’acque che la coprivano fusse restata un globo immenso di cristallo, dove mai non nascesse né si alterasse o si mutasse cosa veruna, io la stimerei un corpaccio inutile al mondo, pieno di ozio e, per dirla in breve, superfluo e come se non fusse in natura, e quella stessa differenza ci farei che è tra l’animal vivo e il morto; ed il medesimo dico della Luna, di Giove e di tutti gli altri globi mondani. Ma quanto più m’interno in considerar la vanità de i discorsi popolari, tanto più gli trovo leggieri e stolti. E qual maggior sciocchezza si può immaginar di quella che chiama cose preziose le gemme, l’argento e l’oro, e vilissime la terra e il fango? e come non sovviene a questi tali, che quando fusse tanta scarsità della terra quanta è delle gioie o de i metalli più pregiati, non sarebbe principe alcuno che volentieri non ispendesse una soma di diamanti e di rubini e quattro carrate di oro per aver solamente tanta terra quanta bastasse per piantare in un picciol vaso un gelsomino o seminarvi un arancino della Cina, per vederlo nascere, crescere e produrre sì belle frondi, fiori così odorosi e sì gentil frutti? È, dunque, la penuria e l’abbondanza quella che mette in prezzo ed avvilisce le cose appresso il volgo, il quale dirà poi quello essere un bellissimo diamante, perché assimiglia l’acqua pura, e poi non lo cambierebbe con dieci botti d’acqua. Questi che esaltano tanto l’incorruttibilità, l’inalterabilità, etc., credo che si riduchino a dir queste cose per il desiderio grande di campare assai e per il terrore che hanno della morte; e non considerano che quando gli uomini fussero immortali, a loro non toccava a venire al mondo. Questi meriterebbero d’incontrarsi in un capo di Medusa, che gli trasmutasse in istatue di diaspro o di diamante, per diventar più perfetti che non sono.

SALVIATI: E forse anco una tal metamorfosi non sarebbe se non con qualche lor vantaggio; ché meglio credo io che sia il non discorrere, che discorrere a rovescio.

SIMPLICIO: È non è dubbio alcuno che la Terra è molto più perfetta essendo, come ella è, alterabile, mutabile, etc., che se la fusse una massa di pietra, quando ben anco fusse un intero diamante, durissimo ed impassibile. Ma quanto queste condizioni arrecano di nobiltà alla Terra, altrettanto renderebbero i corpi celesti più imperfetti, ne i quali esse sarebbero superflue, essendo che i corpi celesti, cioè il Sole, la Luna e l’altre stelle, che non sono ordinati ad altro uso che al servizio della Terra, non hanno bisogno d’altro per conseguire il lor fine, che del moto e del lume.

Francobollo italiano del valore di £. 70 del 15/02/1964 – IV centenario della nascita di Galileo Galilei. Ritratto di G. Reni.

SAGREDO: Adunque la natura ha prodotti ed indrizzati tanti vastissimi, perfettissimi e nobilissimi corpi celesti, impassibili, immortali, divini, non ad altro uso che al servizio della Terra, passibile, caduca e mortale? al servizio di quello che voi chiamate la feccia del mondo, la sentina di tutte le immondizie? e a che proposito far i corpi celesti immortali etc., per servire a uno caduco etc.? Tolto via questo uso di servire alla Terra, l’innumerabile schiera di tutti i corpi celesti resta del tutto inutile e superflua, già che non hanno, né possono avere, alcuna scambievole operazione fra di loro, poiché tutti sono inalterabili, immutabili, impassibili: ché se, verbigrazia, la Luna è impassibile, che volete che il Sole o altra stella operi in lei? sarà senz’alcun dubbio operazione minore assai che quella di chi con la vista o col pensiero volesse liquefare una gran massa d’oro. In oltre, a me pare che mentre che i corpi celesti concorrano alle generazioni ed alterazioni della Terra, sia forza che essi ancora sieno alterabili; altramente non so intendere che l’applicazione della Luna o del Sole alla Terra per far le generazioni fusse altro che mettere a canto alla sposa una statua di marmo, e da tal congiugnimento stare attendendo prole.

[…] SIMPLICIO: Questo non può essere, perché le generazioni, mutazioni etc. che si facesser, verbigrazia, nella Luna, sarebber inutili e vane, et natura nihil frustra facit.

SAGREDO: E perché sarebbero elleno inutili e vane?

SIMPLICIO: Perché noi chiaramente veggiamo e tocchiamo con mano, che tutte le generazioni, mutazioni, etc., che si fanno in Terra, tutte, o mediatamente o immediatamente, sono indrizzate all’uso, al comodo ed al benefizio dell’uomo; per comodo de gli uomini nascono i cavalli, per nutrimento de’ cavalli produce la Terra il fieno, e le nugole l’adacquano; per comodo e nutrimento de gli uomini nascono le erbe, le biade, i frutti, le fiere, gli uccelli, i pesci; ed in somma, se noi anderemo diligentemente esaminando e risolvendo tutte queste cose, troveremo, il fine al quale tutte sono indrizzate esser il bisogno, l’utile, il comodo e il diletto de gli uomini. Or di quale uso potrebber esser mai al genere umano le generazioni che si facessero nella Luna o in altro pianeta? se già voi non voleste dire che nella Luna ancora fussero uomini, che godesser de’ suoi frutti; pensiero, o favoloso, o empio.

SAGREDO: Che nella Luna o in altro pianeta si generino o erbe o piante o animali simili a i nostri, o vi si facciano pioggie, venti, tuoni, come intorno alla Terra, io non lo so e non lo credo, e molto meno che ella sia abitata da uomini: ma non intendo già come tuttavolta che non vi si generino cose simili alle nostre, si deva di necessità concludere che niuna alterazione vi si faccia, né vi possano essere altre cose che si mutino, si generino e si dissolvano, non solamente diverse dalle nostre, ma lontanissime dalla nostra immaginazione, ed in somma del tutto a noi inescogitabili. E sì come io son sicuro che a uno nato e nutrito in una selva immensa, tra fiere ed uccelli, e che non avesse cognizione alcuna dell’elemento dell’acqua, mai non gli potrebbe cadere nell’immaginazione essere in natura un altro mondo diverso dalla Terra, pieno di animali li quali senza gambe e senza ale velocemente camminano, e non sopra la superficie solamente, come le fiere sopra la terra, ma per entro tutta la profondità, e non solamente camminano, ma dovunque piace loro immobilmente si fermano, cosa che non posson fare gli uccelli per aria, e che quivi di più abitano ancora uomini, e vi fabbricano palazzi e città, ed hanno tanta comodità nel viaggiare, che senza niuna fatica vanno con tutta la famiglia e con la casa e con le città intere in lontanissimi paesi; sì come, dico, io son sicuro che un tale, ancorché di perspicacissima immaginazione, non si potrebbe già mai figurare i pesci, l’oceano, le navi, le flotte e le armate di mare; così e molto più, può accadere che nella Luna, per tanto intervallo remota da noi e di materia per avventura molto diversa dalla Terra, sieno sustanze e si facciano operazioni non solamente lontane, ma del tutto fuori, d’ogni nostra immaginazione, come quelle che non abbiano similitudine alcuna con le nostre, e perciò del tutto inescogitabili, avvengaché quello che noi ci immaginiamo bisogna che sia o una delle cose già vedute, o un composto di cose o di parti delle cose altra volta vedute; ché tali sono le sfingi, le sirene, le chimere, i centauri, etc.».

Matematica, Firenze, Galleria degli Uffizi, Corridoio di ponente, campata 74 affresco con ritocchi a tempera 1663. http://moro.imss.fi.it:9000/struts-aig/primoIngresso.do

 

La perfezione che il pensiero medievale ha collegato all’immutabilità, all’«inalterabilità», si ri­vela sinonimo di morte. L’«alterazione» è la condizione della vita, dell’«utilità» e della operosità: la «vasta solitudine d’arena», il «globo immenso di cristallo» (l’immagine cioè che il pensiero medie­vale attribuisce ai corpi celesti «superiori») è un’immagine desolata di morte. La Terra, “innalza­ta” alla dignità che gli aristotelici attribuiscono ai corpi celesti perfetti, si rivelerebbe per Sagredo «un corpaccio inutile al mondo, pieno di ozio, e, per dirla in breve, superfluo e come se non fusse in natura, e quella stessa differenza ci farei che è tra l’animal vivo e il morto». Quell’ideale nasce dalla paura ad accettare le regole concrete e reali della vita, dall’atteggiamento di chi, per paura della morte, per «il desiderio grande di campare assai», paradossalmente rifiuta la vita stessa, la sua dimensione concreta e i limiti ineliminabili di questa (la morte dell’individuo). La discussio­ne scientifica investe a questo punto del Dialogo la concezione stessa della vita e il compito dell’uomo nel mondo. L’antitesi tra le due prospettive è radicale; alla comicità delle opposizioni proposte da Sagredo, che rovescia il giudizio sul valore delle cose e degli oggetti («una soma di dia­manti e di rubini e quattro carrate d’oro per avere solamente tanta Terra quanto bastasse perpiantare in un picciol vaso un gelsomino» vivo) corrisponde l’augurio sarcastico dell’incontro dei “saggi aristotelici” con «un capo di Medusa» che li trasformi in statue di pietra, liberandoli per sem­pre dalla vergognosa e angosciosa vicenda di trasformazioni che è per loro la vita. L’insensatezza e l’incongruenza dei loro atteggiamenti è dimostrata dalla contraddizione in cui cade Simplicio, che comunque considera la Terra (per quanto sede della corruzione) come il centro dell'universo, e la vita sulla Terra come lo scopo dell’esistenza del mondo intero e dei rapporti (le «influenze») che gli altri corpi celesti ("perfetti”) esercitano su di essa. L’insensatezza di chi «attende prole» dal congiungimento della «sposa» (la Terra) con «una statua di marmo», l’astrattezza degli argomen­ti con cui si vuole negare la possibilità di «alterazioni» sulla superficie dei «globi celesti», già di­mostrata dalle «sensate esperienze» del telescopio di Galilei, e la volontaria cecità degli opposito­ri vanno ascritte allo stesso vizio di fondo, al rifiuto, motivato da una profonda e irrazionale pau­ra della morte, ad accettare la realtà e insieme i rischi e i piaceri dell’esperienza, l’infinita ricchezza ­del reale, che supera non solo i limiti attuali della scienza, ma le possibilità stesse della fantasia umana. Sensibilità e passione, razionalità e rigore logico sono facoltà che in Galilei, umanista e scienziato, matematico e scrittore creativo, pone sullo stesso piano nel presentare la figura ideale del “nuovo uomo” che si affaccia coraggiosamente sull’ignoto, consapevole dei limiti degli stru­menti di cui dispone e insieme fiducioso nella propria capacità di adattarli progressivamente al­la soluzione dei problemi teorici e pratici che le scoperte in atto vengono man mano prospettando alla sua coscienza.

Una Nuova Concezione della Scienza

Alla fine della prima giornata, giunta la sera, si profila il rinvio della conversazione all’indomani. In quest’ultima fase vengono invece in primo piano le riflessioni di Sagredo a Salviati riguardo al tema epistemologico della potenza della conoscenza umana. Per Sagredo è segno di presunzione ritenere l’intelletto umano capace di comprendere il modo complessivo in cui opera la natura divina. Viceversa la coscienza dei limiti del sapere umano in rapporto alla vastità della consapevolezza assoluta, sarebbe la caratteristica del vero scienziato. Così si comportava infatti Socrate, che l’oracolo di Delfi qualificava come l’ateniese più sapiente e che tuttavia dichiarava di non sapere nulla. A Simplicio risponde Salviati delineando una distinzione fra «l’intendere intensive» e «l’intendere estensive»: mentre dal punto di vista dell’estensione, della totalità, l’intelletto umano non può eguagliare quella divino, in un campo limitato e intensivo la scienza umana può competere con l’intelligenza divina mediante il metodo matematico e geometrico. L’intelletto degli uomini, benché limitato e parziale, non va disprezzato o considerato incapace di conoscere. Perfino il più semplice degli strumenti dell’intelletto, la scrittura, con i suoi «venti caratterizzi di carta» rivela di possedere una forza immensa, capace di comunicare le idee degli uomini nello spazio e nel tempo.

«SAGREDO: Estrema temerità mi è parsa sempre quella di coloro che voglion far la capacità umana misura di quanto possa e sappia operar la natura, dove che, all’incontro, e’ non è effetto alcuno in natura, per minimo che e’ sia, all’intera cognizion del quale possano arrivare i più specolativi ingegni. Questa così vana prosunzione d’intendere il tutto non può aver principio da altro che dal non avere inteso mai nulla, perché, quando altri avesse esperimentato una volta sola a intender perfettamente una sola cosa ed avesse gustato veramente come è fatto il sapere, conoscerebbe come dell’infinità dell’altre conclusioni niuna ne intende.

SALVIATI: Concludentissimo è il vostro discorso; in confermazion del quale abbiamo l’esperienza di quelli che intendono o hanno inteso qualche cosa, i quali quanto più sono sapienti, tanto più conoscono e liberamente confessano di saper poco; ed il sapientissimo della Grecia, e per tale sentenziato da gli oracoli, diceva apertamente conoscer di non saper nulla.

 

Un’affascinante immagine scattata nel 1997 della torre di Pisa (dove Galileo – si dice – facesse i suoi esperimenti sulla caduta dei gravi) in cui si vede anche la cometa Hale-Bopp .www.di.unipi.it/wrla2002/ torre_di_pisa.jpg



SIMPLICIO: Convien dunque dire, o che l’oracolo, o l’istesso Socrate, fusse bugiardo, predicandolo quello per sapientissimo, e dicendo questo di conoscersi ignorantissimo.

SALVIATI: Non ne seguita né l’uno né l’altro, essendo che amendue i pronunziati posson esser veri. Giudica l’oracolo sapientissimo Socrate sopra gli altri uomini, la sapienza de i quali è limitata; si conosce Socrate non saper nulla in relazione alla sapienza assoluta, che è infinita; e perché dell’infinito tal parte n’è il molto che ‘l poco e che il niente (perché per arrivar, per esempio, al numero infinito tanto è l’accumular migliaia, quanto decine e quanto zeri), però ben conosceva Socrate, la terminata sua sapienza esser nulla all’infinita, che gli mancava. Ma perché pur tra gli uomini si trova qualche sapere, e questo non egualmente compartito a tutti, potette Socrate averne maggior parte de gli altri, e perciò verificarsi il responso dell’oracolo.

SAGREDO: Parmi di intender benissimo questo punto. Tra gli uomini, signor Simplicio, è la potestà di operare, ma non egualmente participata da tutti: e non è dubbio che la potenza d’un imperadore è maggiore assai che quella d’una persona privata; ma e questa e quella è nulla in comparazione dell’onnipotenza divina. Tra gli uomini vi sono alcuni che intendon meglio l’agricoltura che molti altri; ma il saper piantar un sermento di vite in una fossa, che ha da far col saperlo far barbicare, attrarre il nutrimento, da quello scierre questa parte buona per farne le foglie, quest’altra per formarne i viticci, quella per i grappoli, quell’altra per l’uva, ed un’altra per i fiocini, che son poi l’opere della sapientissima natura? Questa è una sola opera particolare delle innumerabili che fa la natura, ed in essa sola si conosce un’infinita sapienza, talché si può concludere, il saper divino esser infinite volte infinito.

SALVIATI: Eccone un altro esempio. Non direm noi che ‘l sapere scoprire in un marmo una bellissima statua ha sublimato l’ingegno del Buonarruoti assai assai sopra gli ingegni comuni degli altri uomini? E questa opera non è altro che imitare una sola attitudine e disposizion di membra esteriore e superficiale d’un uomo immobile; e però che cosa è in comparazione d’un uomo fatto dalla natura, composto di tante membra esterne ed interne, de i tanti muscoli, tendini, nervi, ossa, che servono a i tanti e sì diversi movimenti? Ma che diremo de i sensi, delle potenze dell’anima, e finalmente dell’intendere? non possiamo noi dire, e con ragione, la fabbrica d’una statua cedere d’infinito intervallo alla formazion d’un uomo vivo, anzi anco alla formazion d’un vilissimo verme?

SAGREDO: E qual differenza crediamo che fusse tra la colomba d’Archita ed una della natura?

SIMPLICIO: O io non sono un di quegli uomini che intendano, o ‘n questo vostro discorso è una manifesta contradizione. Voi tra i maggiori encomii, anzi pur per il massimo di tutti, attribuite all’uomo, fatto dalla natura, questo dell’intendere; e poco fa dicevi con Socrate che ‘l suo intendere non era nulla; adunque bisognerà dire che né anco la natura abbia inteso il modo di fare un intelletto che intenda.

SALVIATI: Molto acutamente opponete; e per rispondere all’obbiezione, convien ricorrere a una distinzione filosofica, dicendo che l’intendere si può pigliare in due modi, cioè intensive, o vero extensive: e che extensive, cioè quanto alla moltitudine degli intelligibili, che sono infiniti, l’intender umano è come nullo, quando bene egli intendesse mille proposizioni, perché mille rispetto all’infinità è come un zero; ma pigliando l’intendere intensive, in quanto cotal termine importa intensivamente, cioè perfettamente, alcuna proposizione, dico che l’intelletto umano ne intende alcune così perfettamente, e ne ha così assoluta certezza, quanto se n’abbia l’intessa natura; e tali sono le scienze matematiche pure, cioè la geometria e l’aritmetica, delle quali l’intelletto divino ne sa bene infinite proposizioni di più, perché le sa tutte, ma di quelle poche intese dall’intelletto umano credo che la cognizione agguagli la divina nella certezza obiettiva, poiché arriva a comprenderne la necessità, sopra la quale non par che possa esser sicurezza maggiore.

SIMPLICIO: Questo mi pare un parlar molto resoluto ed ardito.

SALVIATI: Queste son proposizioni comuni e lontane da ogni ombra di temerità o d’ardire e che punto non detraggono di maestà alla divina sapienza, sì come niente diminuisce la Sua onnipotenza il dire che Iddio non può fare che il fatto non sia fatto. Ma dubito, signor Simplicio, che voi pigliate ombra per esser state ricevute da voi le mie parole con qualche equivocazione. Però, per meglio dichiararmi, dico che quanto alla verità di che ci danno cognizione le dimostrazioni matematiche, ella è l’istessa che conosce la sapienza divina; ma vi concederò bene che il modo col quale Iddio conosce le infinite proposizioni, delle quali noi conosciamo alcune poche, è sommamente più eccellente del nostro, il quale procede con discorsi e con passaggi di conclusione in conclusione, dove il Suo è di un semplice intuito: e dove noi, per esempio, per guadagnar la scienza d’alcune passioni del cerchio, che ne ha infinite, cominciando da una delle più semplici e quella pigliando per sua definizione, passiamo con discorso ad un’altra, e da questa alla terza, e poi alla quarta, etc., l’intelletto divino con la semplice apprensione della sua essenza comprende, senza temporaneo discorso, tutta la infinità di quelle passioni».

Una foto scattata da R. Troccoli durante l’Angelus del mercoledì in cui si scorge il papa (sotto il palco con la toga rossa). Si può chiaramente ammirare, inoltre, la splendida facciata di S. Pietro, a Roma, simbolo del papato e dell’Inquisizione.

L’intelligenza dell’uomo si basa sulla coscienza del limite: la condizione per “sapere qualcosa” è la conquista di un atteggiamento di umiltà. Il concetto, implicito nello svolgimento della Favola dei suoni, è qui esposto esplicitamente da Sagredo ed è sviluppato nelle sue implicazioni polemiche, radicalmente eversive del costume e degli atteggiamenti su cui si basava il sistema della conoscenza tradizionale, fermamente arroccato nella difesa di se stesso. Questo scopo viene tanto fortemente perseguito dal dotto “aristotelico” rappresentato da Simplicio, quanto più omogeneo esso si rivela alla conservazione del “principio d’autorità” riaffermato in teoria e ristabilito in concreto sul piano religioso e politico dalla Controriforma. Il sistema “aristotelico” non ammette in questo momento storico il dubbio e la critica. Non sussiste contraddizione tra l’affermazione dell’oracolo e quella di Socrate, quando si ammetta l’insuperabile relatività e parzialità della conoscenza umana, che può cogliere appieno la «certezza» e la «necessità» soltanto di alcune tra le «infinite proposizioni», che soltanto la natura e Dio (i due termini sono significativamente accostati) comprendono appieno. È proprio questa limitazione che Simplicio non può ammettere, poiché il sistema di pensiero di cui è il rappresentante si propone come perfetto e immutabile. Ma - notano i suoi oppositori – lo stesso pensiero umano si sviluppa necessariamente nel tempo e questa sua qualità, tipica e ineliminabile, fa sì che esso si realizzi inevitabilmente attraverso fasi successive, ciascuna delle quali implica una trasformazione progressiva della situazione. L’operazione conoscitiva è un “processo” che tende all’infinito: la coscienza del limite non solo non annulla la portata dell’intelligenza dell’uomo, ma la determina ed è la condizione della sua validità, limitata ma concreta; anzi pone l’intelligenza dell’uomo tra le «più eccellenti» opere di Dio. Tocca a Sagredo proporre all’ammirazione del lettore la portata delle invenzioni concrete degli uomini, esaltando al di sopra del genio creativo dei grandi artisti (e il riferimento primo va all’arte plastica, scultorea, di Michelangelo), il genio anonimo di chi «si immaginò di trovar modo di comunicare i suoi più reconditi pensieri a qualsivoglia altra persona, benché distante per lunghissimo intervallo di luogo e di tempo» attraverso «vari accozzamenti di venti caratterizzi sopra una carta». Nella scoperta della forza liberatoria potenziale del più umile degli strumenti pratici di cui dispone ogni intellettuale (cioè di ogni uomo che voglia «comunicare i suoi più reconditi pensieri […] parlare con quelli che son nell’Indie […] parlare con quelli che non sono ancora nati») sta l’indicazione preziosa del fatto che la liberazione dai limiti ferrei, imposti dalla «prosunzione» di chi crede di sapere già tutto, alla piena realizzazione delle potenzialità della mente umana è alla portata di tutti e richiede ben poco per affermarsi in concreto.

 

La seconda giornata

Una riunione dell'Accademia del Cimento. Firenze,Tribuna di Galileo, affresco del 1840. http://moro.imss.fi.it:9000/struts-aig/primoIngresso.do

 

La seconda giornata si apre con il discorso di Sagredo che, per porre in ridicolo la sicurezza con cui Simplicio si affida all’”autorità” degli scrittori del passato, racconta l’aneddoto della studioso di anatomia, o «notomista». Ne segue una discussione sul tema dell’autorità del «mondo di carta» contrapposta alle esperienze del «mondo sensibile». Poi la seconda giornata prosegue con a discussione sul moto diurno della Terra, vale a dire sul movimento rotatorio intorno all’asse terrestre, e la confutazione da parte di Salviati delle obiezioni tradizionali di Aristotele e Tolomeo, diligentemente riferite da Simplicio. L’obiezione rivolta contro il moto diurno si basava sul fatto che i gravi cadono a perpendicolo e non obliquamente. Secondo Simplicio, dunque, se la Terra si fosse mossa attorno al proprio asse, un corpo lasciato cadere da una torre avrebbe dovuto comportarsi come quello caduto dall’albero di una nave in movimento. A tale argomentazione Salviati oppone il principio della “relatività galileiana”: invita all’esperimento consistente nel rinchiudersi in un «gran navilio» con «mosche e farfalle» e altri animaletti volanti. Come all’interno di una nave che proceda con moto uniforme non si avverte alcuna alterazione nel movimento degli animaletti perché il moto universale della nave è comunicato all’aria e alle cose in essa contenute, così accade per il moto terrestre, non avvertibile lasciando cadere anche da grande altezza un grave.

 

Per il “Mondo Sensibile”, contro il “Mondo di Carta”

Sagredo racconta l’aneddoto del «notomista» che, sezionando un cadavere, mostra ad un dotto peripatetico come, in contrasto con l’opinione di Aristotele, il fascio dei nervi parta dal cervello e non dal cuore. La risposta del testimone peripatetico è esemplare: non vuol credere alla propria esperienza visiva in quanto nel testo di Aristotele è scritto il contrario. Davanti agli attacchi sferzanti e ironici di Salviati e Sagredo, non rivolti contro Aristotele ma contro i suoi seguaci definiti «pusillanimi» e vili, che procedono sempre al riparo della sua autorità fino a negare le stesse evidenze sensibili, Simplicio, sbigottito, muta la propria sicumera in costernazione. Salviati allora esemplarmente la invita alle «ragioni» e alle dimostrazioni» scientifiche intorno al «mondo sensibile» e a rigettare lo sterile «principio di autorità» che al mondo materiale antepone «un mondo di carta».

Sagredo paragona quindi gli aristotelici a quello scultore che, avendo creato una statua spaventosa, era il primo ad averne paura; Salviati sostiene che gli aristotelici, nella pretesa di salvare ogni affermazione del maestro, quando anche sia contraddetta dalla realtà, finiscono per compromettere la credibilità di tutto il suo pensiero. Sarebbe più opportuno allora, per loro – suggerisce Salviati, con fine ironia – cercare di trovare scritto in Aristotele tutto quello che la nuova scienza viene scoprendo nel mondo, per dimostrare di non essersi fatti prendere alla sprovvista dalle nuove scoperte! Con forza, Sagredo depreca la «viltà inaudita di ingegni servili», che dedicano tutte le loro forze a «far loro oracolo una statua di legno e a quella correre per i responsi». L’attacco è così ben portato da indurre Simplicio a porre una domanda che, se da un lato è rivelatrice dell’incrinarsi delle sue certezze, dall’altro dimostra immediatamente – con la forza di un documento obiettivo, di una testimonianza involontaria – l’opposizione radicale e insanabile tra gli interlocutori del dialogo, la profonda e insuperabile diversità dei loro atteggiamenti umani, l’inconciliabilità dei loro presupposti esistenziali: l’impossibilità, in altre parole, di recuperare Simplicio alla causa della Scienza Nuova.

«SIMPLICIO: Io vi confesso che tutta questa notte sono andato ruminando le cose di ieri, e veramente trovo di molte belle nuove e gagliarde considerazioni; con tutto ciò mi sento stringer assai più dall’autorità di tanti grandi scrittori, ed in particolare … Voi scotete la testa, signor Sagredo, e sogghignate, come se io dicessi qualche grande esorbitanza.

SAGREDO: Io sogghigno solamente, ma crediatemi ch’io scoppio nel voler far forza di ritener le risa maggiori, perché mi avete fatto sovvenire di un bellissimo caso, al quale io mi trovai presente non sono molti anni, insieme con alcuni altri nobili amici miei, i quali vi potrei ancora nominare.

SALVIATI: Sarà ben che voi ce lo raccontiate, acciò forse il signor Simplicio non continuasse di creder d’avervi esso mosse le risa.

SAGREDO: Son contento. Mi trovai un giorno in casa un medico molto stimato in Venezia, dove alcuni per loro studio, ed altri per curiosità, convenivano tal volta a veder qualche taglio di notomia per mano di uno veramente non men dotto che diligente e pratico notomista. Ed accadde quel giorno, che si andava ricercando l’origine e nascimento de i nervi, sopra di che è famosa controversia tra i medici galenisti ed i peripatetici; e mostrando il notomista come, partendosi dal cervello e passando per la nuca, il grandissimo ceppo de i nervi si andava poi distendendo per la spinale e diramandosi per tutto il corpo, e che solo un filo sottilissimo come il refe arrivava al cuore, voltosi ad un gentil uomo ch’egli conosceva per filosofo peripatetico, e per la presenza del quale egli aveva con estraordinaria diligenza scoperto e mostrato il tutto, gli domandò s’ei restava ben pago e sicuro, l’origine de i nervi venir dal cervello e non dal cuore; al quale il filosofo, doppo essere stato alquanto sopra di sé, rispose: «Voi mi avete fatto veder questa cosa talmente aperta e sensata, che quando il testo d’Aristotile non fusse in contrario, che apertamente dice, i nervi nascer dal cuore, bisognerebbe per forza confessarla per vera».

Venezia, in Veneto: veduta aerea di piazza S. Marco.

Foto: IGDA / Pubbliaerfoto. Tratta da Omnia 2000 Gold.

SIMPLICIO: Signori, io voglio che voi sappiate che questa disputa dell’origine de i nervi non è miga così smaltita e decisa come forse alcuno si persuade.

SAGREDO: Né sarà mai al sicuro, come si abbiano di simili contradittori; ma questo che voi dite non diminuisce punto la stravaganza della risposta del Peripatetico, il quale contro a così sensata esperienza non produsse altre esperienze o ragioni d’Aristotile, ma la sola autorità ed il puro ipse dixit.

SIMPLICIO: Aristotile non si è acquistata sì grande autorità se non per la forza delle sue dimostrazioni e della profondità de i suoi discorsi: ma bisogna intenderlo, e non solamente intenderlo, ma aver tanta gran pratica ne’ suoi libri, che se ne sia formata un’idea perfettissima, in modo che ogni suo detto vi sia sempre innanzi alla mente; perché e’ non ha scritto per il volgo, né si è obligato a infilzare i suoi silogismi col metodo triviale ordinato, anzi, servendosi del perturbato, ha messo talvolta la prova di una proposizione fra testi che par che trattino di ogni altra cosa: e però bisogna aver tutta quella grande idea, e saper combinar questo passo con quello, accozzar questo testo con un altro remotissimo; ch’e’ non è dubbio che chi averà questa pratica, saprà cavar da’ suoi libri le dimostrazioni di ogni scibile, perché in essi è ogni cosa.

SAGREDO: Ma, signor Simplicio mio, come l’esser le cose disseminate in qua e in là non vi dà fastidio, e che voi crediate con l’accozzamento e con la combinazione di varie particelle trarne il sugo, questo che voi e gli altri filosofi bravi farete con i testi d’Aristotile, farò io con i versi di Virgilio o di Ovidio, formandone centoni ed esplicando con quelli tutti gli affari de gli uomini e i segreti della natura. Ma che dico io di Virgilio o di altro poeta? io ho un libretto assai più breve d’Aristotile e d’Ovidio, nel quale si contengono tutte le scienze, e con pochissimo studio altri se ne può formare una perfettissima idea: e questo è l’alfabeto; e non è dubbio che quello che saprà ben accoppiare e ordinare questa e quella vocale con quelle consonanti o con quell’altre, ne caverà le risposte verissime a tutti i dubbi e ne trarrà gli insegnamenti di tutte le scienze e di tutte le arti, in quella maniera appunto che il pittore da i semplici colori diversi, separatamente posti sopra la tavolozza, va, con l’accozzare un poco di questo con un poco di quello e di quell’altro, figurando uomini, piante, fabbriche, uccelli, pesci, ed in somma imitando tutti gli oggetti visibili, senza che su la tavolozza sieno né occhi né penne né squamme né foglie né sassi: anzi pure è necessario che nessuna delle cose da imitarsi, o parte alcuna di quelle, sieno attualmente tra i colori, volendo che con essi si possano rappresentare tutte le cose; ché se vi fussero, verbigrazia, penne, queste non servirebbero per dipignere altro che uccelli o pennacchi.

SALVIATI: E son vivi e sani alcuni gentil uomini che furon presenti quando un dottor leggente in uno Studio famoso, nel sentir circoscrivere il telescopio, da sé non ancor veduto, disse che l’invenzione era presa da Aristotile; e fattosi portare un testo, trovò certo luogo dove si rende la ragione onde avvenga che dal fondo d’un pozzo molto cupo si possano di giorno veder le stelle in cielo; e disse a i circostanti: «Eccovi il pozzo, che denota il cannone; eccovi i vapori grossi, da i quali è tolta l’invenzione de i cristalli; ed eccovi finalmente fortificata la vista nel passare i raggi per il diafano più denso e oscuro […]

Una pagina con disegni geometrici concentrici, Folio 121r, Firenze, BNC, MS. Gal. 72. Su gentile concessione del Ministero per i beni e le attività culturali e l’esplicito divieto di ogni ulteriore riproduzione senza il consenso della biblioteca.

SIMPLICIO: Io credo, e in parte so, che non mancano al mondo de’ cervelli molto stravaganti, le vanità de’ quali non dovrebbero ridondare in pregiudizio d’Aristotile, del quale mi par che voi parliate talvolta con troppo poco rispetto; e la sola antichità, e ‘l gran nome che si è acquistato nelle menti di tanti uomini segnalati, dovrebbe bastar a renderlo riguardevole appresso di tutti i letterati.

SALVIATI: Il fatto non cammina così, signor Simplicio: sono alcuni suoi seguaci troppo pusillanimi, che danno occasione, o, per dir meglio, che darebbero occasione, di stimarlo meno, quando noi volessimo applaudere alle loro leggereze. E voi, ditemi in grazia, sete così semplice che non intendiate che quando Aristotile fusse stato presente a sentir il dottor che lo voleva far autor del telescopio, si sarebbe molto più alterato contro di lui che contro quelli che del dottore e delle sue interpretazioni si ridevano? Avete voi forse dubbio che quando Aristotile vedesse le novità scoperte in cielo, e’ non fusse per mutar opinione e per emendar i suoi libri e per accostarsi alle più sensate dottrine, discacciando da sé quei così poveretti di cervello che troppo pusillanimamente s’inducono a voler sostenere ogni suo detto, senza intendere che quando Aristotile fusse tale quale essi se lo figurano, sarebbe un cervello indocile, una mente ostinata, un animo pieno di barbarie, un voler tirannico, che, reputando tutti gli altri come pecore stolide, volesse che i suoi decreti fussero anteposti a i sensi, alle esperienze, alla natura istessa? Sono i suoi seguaci che hanno data l’autorità ad Aristotile, e non esso che se la sia usurpata o presa; e perché è più facile il coprirsi sotto lo scudo d’un altro che ‘l comparire a faccia aperta, temono né si ardiscono d’allontanarsi un sol passo, e più tosto che mettere qualche alterazione nel cielo di Aristotile, vogliono impertinentemente negar quelle che veggono nel cielo della natura. […]

SIMPLICIO: Ma quando si lasci Aristotile, chi ne ha da essere scorta nella filosofia? nominate voi qualche autore.

SALVIATI: Ci è bisogno di scorta ne i paesi incogniti e selvaggi, ma ne i luoghi aperti e piani i ciechi solamente hanno bisogno di guida; e chi è tale, è ben che si resti in casa, ma chi ha gli occhi nella fronte e nella mente, di quelli si ha da servire per iscorta. Né perciò dico io che non si deva ascoltare Aristotile, anzi laudo il vederlo e diligentemente studiarlo, e solo biasimo il darsegli in preda in maniera che alla cieca si sottoscriva a ogni suo detto e, senza cercarne altra ragione, si debba avere per decreto inviolabile; il che è un abuso che si tira dietro un altro disordine estremo, ed è che altri non si applica più a cercar d’intender la forza delle sue dimostrazioni. E qual cosa è più vergognosa che ‘l sentir nelle publiche dispute, mentre si tratta di conclusioni dimostrabili uscir un di traverso con un testo, e bene spesso scritto in ogni altro proposito, e con esso serrar la bocca all’avversario? Ma quando pure voi vogliate continuare in questo modo di studiare, deponete il nome di filosofi, e chiamatevi o istorici o dottori di memoria; ché non conviene che quelli che non filosofano mai, si usurpino l’onorato titolo di filosofo. Ma è ben ritornare a riva, per non entrare in un pelago infinito, del quale in tutt’oggi non si uscirebbe. Però, signor Simplicio, venite pure con le ragioni e con le dimostrazioni, vostre o di Aristotile, e non con testi e nude autorità, perché i discorsi nostri hanno a essere intorno al mondo sensibile, e non sopra un mondo di carta.».

Un ritratto di Galileo Galilei.

http://www.giovannipastore.it/regoli_file/GALILEO.JPG

Il testo è agli inizi della seconda giornata e si suddivide in tre momenti: Il primo è occupato dall’aneddoto del “notomista”, raccontato da Sagredo, caso esemplare della necessità di attenersi all’esperienza e non al sapere libresco degli aristotelici. Il secondo è occupato dalla confutazione del credo aristotelico basato sull’ipse dixit, e cercano di trovare una risposta per ogni problema posto dall’esperienza pratica. Il terzo contiene l’elogio dell’esperienza e della ragione, uniche guide possibili: viene quindi esaltata la concretezza del «mondo sensibile».

La struttura teatrale del dialogo è resa evidente da due elementi: 1) le parole dei dialoganti funzionano talora come didascalie, perché descrivono il comportamento scenico dei personaggi; 2) lo scontro filosofico e scientifico fra diverse verità assume un’evidenza teatrale grazie alla contrapposizione dei personaggi, perfettamente delineati anche nelle loro psicologie.

Domina la comicità, che scaturisce dall’ottusa ripugnanza di Simplicio di fronte alle novità e alla possibilità stessa del mutamento. Simplicio qui mostra sgomento dinanzi al coraggio dei suoi interlocutori che in modo intrepido vanno al di là delle scontate certezze del credo aristotelico. La comicità è d’altronde coerente con il tono realistico del dialogo. La tendenza del dialogo alla rappresentazione corposa e materialistica di oggetti e avvenimenti assume qui la figura dell’ipotiposi nella descrizione concreta, esatta e icasticamente efficace dei nervi del cadavere sezionato. La speculazione teorica è dunque calata in un contesto tangibile di situazioni reali. Il realismo e la comicità possono derivare dall’esempio del Decameron di Boccaccio. Secondo un critico, Carlo Muscetta, Simplicio viene preso in giro da Salviati e Sagredo come, nel Decameron, Calandrino da Bruno e Buffalmacco.

Il brano non lascia dubbi sull’intenzione ironica di quanto affermato nel proemio. Nel proemio, infatti, si affermava che l’autore voleva rendere in considerazione solo astratte «ipotesi matematiche». Ma si tratta in realtà di un’affermazione ironica che vuole sostenere l’opposto di quanto detto. Qui infatti Salviati sta lontano dalle astrattezze matematiche ed esalta la materialità dell’esperienza che si realizza nel «mondo sensibile». La drammatica portata ideologica dell’alternativa fra «mondo sensibile» e «mondo di carta» non è comprensibile al di fuori del contesto storico della Controriforma. La lotta contro il principio di autorità colpisce in pieno il pilastro ideologico costruito dalla Chiesa a partire dal Concilio di Trento. Opporsi all’ipse dixit significava mettere in discussione non solo l’autorità di Aristotele, ma quella della Chiesa; combattere non solo un principio scientifico e filosofico, ma la pratica politica degli organi ecclesiastici e dei loro bracci secolari (gli Stati). Insomma guardare alla materialità delle cose e stare alle risultanze dell’esperienza e della ragione, senza affidarsi più all’autorità dei libri antichi e dei loro interpreti attuali, voleva dire porre in crisi non solo tutto il sapere tradizionale, basato sui principi dogmatici, ma un intero sistema politico e sociale. Di qui lo “scandalo” e la condanna di Galileo.

La lotta contro il principio d’autorità caratterizza tragicamente l’epoca della Controriforma, ma è presente, in forme non necessariamente così drammatiche, in ogni epoca storica, e dunque anche nella nostra. Ogni novità, non solo in campo scientifico ma in ogni settore della cultura, deve affermarsi contro la resistenze della tradizione e della consuetudine, e contro la tendenza naturale degli uomini all’acquiescenza. Tuttavia Galileo non intende certo rendere lecito ogni atteggiamento di rottura. Ciò sarebbe un cedimento all’anarchia e al gratuito disordine, e contrasterebbe con il rispetto per l’ordine, per la chiarezza, per il rigore che Galileo aveva desunto dalla frequentazione dei classici. Ma la rottura è lecita e anzi necessaria quando è legittimata dall’evidenza delle esperienze concrete della ragione umana. L’unica guida è la ragione. La ragione ha dei limiti e non può spiegare tutto, ma è l’unica bussola possibile nel campo degli studi naturali. Questa fiducia nella ragione umana, unita alla coscienza dei suoi limiti, è l’insegnamento che Galileo ha lasciato ai tempi moderni e allo stesso relativismo dei nostri giorni.

La superiorità dell’intelligenza di Galileo si rivela nella decisione di non fare dell’av-versario un personaggio semplicemente comico, di non ridurlo al rango di una risibile “marionetta” dai movimenti automatici e sempre prevedibili. Simplicio è piuttosto un personaggio tragicomico, che rivela inconsapevolmente (manifesta, sul “palcoscenico” del dialogo, con la forza dell’evidenza delle sue reazioni) il vizio profondo della sua personalità: la paura di affrontare l’ignoto, il rifiuto del rischio e della grandezza, del coraggio con cui occorre affrontare l’esperienza della vita e della conoscenza. Chiaro il riferimento a Dante nel cosiddetto “Canto di Ulisse”, il XXVI canto dell’Inferno nei versi 118-120: «Considerate la vostra semenza:/fatti non foste a viver come bruti,/ma per seguire virtute e canoscenza’.». Il rifiuto, in nome dell’ideale astratto, della grandezza (relativa, ma non per questo disprezzabile) che l’uomo può raggiungere con l’uso coraggioso e responsabile della propria intelligenza, preclude ogni possibilità concreta di progresso e annulla ogni dignità intellettuale in chi, come Simplicio, si rinchiude nell’esercizio diligente e ossessivo della memoria, nel disperato tentativo di costringere la viva e multiforme concretezza della realtà ad adeguarsi alle parole, arbitrariamente interpretate, di un libro antico, scritto con tutt’altro proposito da un maestro autentico, Aristotele, tradito dalla “pusillanimità” pignola con cui i suoi timorosi seguaci sperano di vincere la paura del nuovo, l’orrore della prospettiva del crollo delle antiche certezze. La scelta di proporre l’avversario come uomo limitato, ma non del tutto privo di qualità (Simplicio, infatti, è tanto intelligente e leale d’ammettere la propria inferiorità intellettuale) non serve soltanto a sottolineare il merito di chi lo supera in intelligenza, ma dimostra come la vera battaglia si combatta non tra due ipotesi accademiche, ma tra due concezioni della vita, contrapposte e inconciliabili.

La disarmante prova di immaturità umana, prima che intellettuale, di cui Simplicio dà prova nell’invenzione di Galileo, all’inizio della Giornata Seconda del Dialogo, dimostra insieme l’urgenza e la difficoltà di trasformare abitudini secolari di vita, prima che di pensiero. Si tratta dunque davvero di «rifare i cervelli», per usare l’espressione corposa e realistica di Galileo, e senza perder tempo.

 

L’Esperimento del gran naviglio

Ritratto a mezzo busto di Galileo Galilei in G. Galilei, Opere di Galileo Galilei Nobile Fiorentino Primario Filosofo, e Mattematico del Serenissimo Granduca di Toscana, Firenze, nella stamperia di S.A.R. per Gio: Gaetano Tartini, e Santi Franchi, 1718, avanti p. LVII; stampa a bulino, 1718, (208 x 144).

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Il testo che segue è tratto dalla seconda giornata del Dialogo sopra i due massimi sistemi. In questa parte dell’opera Galileo è impegnato a discutere di uno dei due movimenti che il modello copernicano assegna alla Terra: quello che porta ogni giorno il nostro pianeta a compiere una rotazione intorno al proprio asse (e da cui dipende l’alternarsi del giorno e della notte). L’esperienza del “gran naviglio” qui esposta rappresenta un classico ed efficacissimo argomento contro le obiezioni rivolte alla rotazione della Terra dal punto di vista della fisica aristotelica. Nell’elaborazione dell’argomento è decisiva l’applicazione dei principi d’inerzia, di composizione dei movimenti e di relatività; insomma una pagina-chiave per tutta la fisica.

«SALVIATI: […] E qui, per ultimo sigillo della nullità di tutte le esperienze addotte, mi par tempo e luogo di mostrar il modo di sperimentarle tutte facilissimamente. Riserratevi con qualche amico nella maggiore stanza che sia sotto coverta di alcun gran navilio, e quivi fate d’aver mosche, farfalle e simili animaletti volanti; siavi anco un gran vaso d'acqua, e dentrovi de’ pescetti; sospendasi anco in alto qualche secchiello, che a goccia a goccia vadia versando dell’acqua in un altro vaso di angusta bocca, che sia posto a basso: e stando ferma la nave, osservate diligentemente come quelli animaletti volanti con pari velocità vanno verso tutte le parti della stanza; i pesci si vedranno andar notando indifferentemente per tutti i versi; le stille cadenti entreranno tutte nel vaso sottoposto; e voi, gettando all’amico alcuna cosa, non più gagliardamente la dovrete gettare verso quella parte che verso questa, quando le lontananze sieno eguali; e saltando voi, come si dice, a piè giunti, eguali spazii passerete verso tutte le parti. Osservate che avrete diligentemente tutte queste cose, benché niun dubbio ci sia che mentre il vassello sta fermo non debbano succeder così, fate muover la nave con quanta si voglia velocità; ché (pur che il moto sia uniforme e non fluttuante in qua e in là) voi non riconoscerete una minima mutazione in tutti li nominati effetti, né da alcuno di quelli potrete comprender se la nave cammina o pure sta ferma: voi saltando passerete nel tavolato i medesimi spazii che prima, né, perché la nave si muova velocissimamente, farete maggior salti verso la poppa che verso la prua, benché, nel tempo che voi state in aria, il tavolato sottopostovi scorra verso la parte contraria al vostro salto; e gettando alcuna cosa al compagno, non con più forza bisognerà tirarla, per arrivarlo, se egli sarà verso la prua e voi verso poppa, che se voi fuste situati per l’opposito; le gocciole cadranno come prima nel vaso inferiore, senza caderne pur una verso poppa, benché, mentre la gocciola è per aria, la nave scorra molti palmi; i pesci nella lor acqua non con più fatica noteranno verso la precedente che verso la sussequente parte del vaso, ma con pari agevolezza verranno al cibo posto su qualsivoglia luogo dell’orlo del vaso; e finalmente le farfalle e le mosche continueranno i lor voli indifferentemente verso tutte le parti, né mai accaderà che si riduchino verso la parete che riguarda la poppa, quasi che fussero stracche in tener dietro al veloce corso della nave, dalla quale per lungo tempo, trattenendosi per aria, saranno state separate; e se abbruciando alcuna lagrima d’incenso si farà un poco di fumo, vedrassi ascender in alto ed a guisa di nugoletta trattenervisi, e indifferentemente muoversi non più verso questa che quella parte. E di tutta questa corrispondenza d’effetti ne è cagione l’esser il moto della nave comune a tutte le cose contenute in essa ed all’aria ancora, che per ciò dissi io che si stesse sotto coverta; ché quando si stesse di sopra e nell’aria aperta e non seguace del corso della nave, differenze più e men notabili si vedrebbero in alcuni de gli effetti nominati: e non è dubbio che il fumo resterebbe in dietro, quanto l’aria stessa; le mosche parimente e le farfalle, impedite dall’aria, non potrebber seguir il moto della nave, quando da essa per spazio assai notabile si separassero; ma trattenendovisi vicine, perché la nave stessa, come di fabbrica anfrattuosa, porta seco parte dell’aria sua prossima, senza intoppo o fatica seguirebbon la nave, e per simil cagione veggiamo tal volta, nel correr la posta, le mosche importune e i tafani seguir i cavalli, volandogli ora in questa ed ora in quella parte del corpo; ma nelle gocciole cadenti pochissima sarebbe la differenza, e ne i salti e ne i proietti gravi, del tutto impercettibile.

«[…]d’aver mosche, farfalle e simili animaletti volanti; […]». Foto di A. Pieralisi del 16 giugno 2001 nel Parco della Gola Rossa e di Frasassi. http://www.parks.it/indice/galleria/foto-flora-fauna/PRgoladellarossa-insetti.jpeg

SAGREDO: Queste osservazioni, ancorché navigando non mi sia caduto in mente di farle a posta, tuttavia son più che sicuro che succederanno nella maniera raccontata: in confermazione di che mi ricordo essermi cento volte trovato, essendo nella mia camera, a domandar se la nave camminava o stava ferma, e tal volta, essendo sopra fantasia, ho creduto che ella andasse per un verso, mentre il moto era al contrario. Per tanto io sin qui resto sodisfatto e capacissimo della nullità del valore di tutte l’esperienze prodotte in provar più la parte negativa che l’affirmativa della conversion della Terra. […]».

Riprendendo e rielaborando un’immagine della Cena delle ceneri di Giordano Bruno, Salviati stabilisce un’analogia tra le condizioni esistenti sulla superficie terrestre e quelle che si verificano su una nave. Nella prima pane del brano, Galileo immagina che l’esperimento si svolga sottocoperta perché in quel luogo, trasmettendosi an­che all’aria il moto della nave, è possibile evitare l’attrito dell’aria stessa. Attraverso l’osservazio­ne dei movimenti che si verificano sotto coperta, argomenta il sostenitore della tesi copernicana, è impossibile decidere se la nave sia ferma o si muova, ammesso che il suo movimento abbia velocità uniforme e non subisca deviazioni rispetto alla direzione di marcia. Infatti quei movimenti – di persone, insetti, pesci in vasca, oggetti - continuano a svolgersi, mentre la nave si muo­ve, esattamente come si svolgono quando la na­ve è immobile. Analogamente, tutti i movimenti che si verificano sulla Terra, e quindi anche quelli dei gravi cadenti, degli uccelli, delle nuvole, dei proiettili, continuerebbero a svolgersi sen­za alcuna variazione anche supposto il moto di rotazione terrestre.

Ciò perché, per il principio di inerzia e di com­posizione dei movimenti, anche quando la nave o la superficie terrestre si muovono, il loro movi­mento si comunica a tutti gli oggetti che vi si trovano e si conserva, sommandosi (componen­dosi) con il movimento o la quiete di tutti in mo­do identico, senza determinare variazioni nel comportamento degli uni relativamente agli altri.

Sul ponte, ossia all’esterno, non essendo soli­dale l’aria circostante con la nave, è possibile invece osservare alcune differenze nello svol­gersi dei fenomeni in rapporto al fatto che la nave sia ferma o in movimento (come nel caso del fumo, leggerissimo). La differenza che si registrerebbe compiendo l’esperimento sovra­coperta invece che all’interno della nave, sa­rebbe molto modesta nel caso delle gocce ca­denti e impercettibile nel caso dei salti o della traiettoria di corpi pesanti lanciati nelle diverse direzioni. Infatti in questi casi la resistenza op­posta dall’aria al moto inerziale assume minor rilievo, a causa della ridotta superficie dei corpi presi in considerazione in rapporto al peso. Galileo immagina tuttavia che l’atmosfera sia soli­dale con la Terra: l’aria sarebbe per così dire “artigliata” dalle montagne e conseguentemen­te trascinata in un movimento solidale alta su­perficie della Terra.

La formulazione dei principi di relatività e di inerzia corrisponde solo in pane a quella propria della fisica moderna, che riguarda, nel caso di enti-ambi i principi, movimenti rettilinei uniforme. Nei moderni manuali di fisica, per esempio, i due principi sono formulati più o meno nel mo­do seguente:

1) non è possibile decidere, sulla base di osser­vazioni compiute all’interno di un sistema, se il sistema si trovi in stato di quiete o si muova di moto rettilineo uniforme (relatività);

2) un corpo, se non è sottoposto a sollecitazioni, permane nel suo stato, di quiete o di moto rettilineo uniforme (inerzia).

Relazione di Galileo sui Discorsi contenente triangoli rettangoli in scala. Folio 71r, Firenze, BNC, MS. Gal. 72.Su gentile concessione del Ministero per i beni e le attività culturali e l’esplicito divieto di ogni ulteriore riproduzione senza il consenso della biblioteca.

Ora, è evidente che nella situazione immaginali nel brano che abbiamo letto, il moto inerziale contemplato, benché uniforme, non è a rigore rettilineo, ma svolgendosi sulla superficie del mare segue una traiettoria circolare (la Terra essendo sferica). Questo fatto ha generato tra gli storici della scienza un vivace dibattito intorno all’attribuzione a Galilei del merito della primitiva elaborazione del principio: mentre infatti alcuni interpreti avvalorano la paternità gali­leiana dei principi in questione, secondo altri invece, solo dopo Galilei (e specificamente con Cartesio) la fisica moderna sarebbe pervenuta una formulazione compiuta dei principi in questione. Non entreremo qui nel merito della discussione, limitandoci a osservare quanto segue. Effettivamente Galileo, all’epoca della scrittu­ra del Dialogo, considera il movimento circolare come unico movimento realmente naturale; egli per questo considera il moto circolare come il moto inerziale per eccellenza, ignorando la proiezione tangenziale di un corpo dotato di moto circolare. Nei Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, tuttavia, egli mostrerà di concepire come moto inerziale quello di un corpo lanciato su di un piano orizzontale, e quindi rettilineo. Soprattutto nel testo più tardo la formulazione galileiana appare dunque molto prossima a quella adottata successivamente.

Un ulteriore motivo d’interesse offerto dal testo riguarda il metodo della scienza galileiana. Benché non manchi nella pagina di Galileo il rinvio a una serie ricchissima di fatti effettivamente sperimentabili (come prova la descrizione accurata del comportamento degli insetti, gocce d’acqua ecc…), il testo non propone la descrizione di un’esperienza effettivamente compiuta, ma quella dimostrazione immaginata. Come documentano le continue puntualizzazioni di Galileo, la costruzione della metafora del gran naviglio implica che facciano astrazione da molti aspetti che si presenterebbero alla nostra osservazione, se facessimo la concreta esperienza di un viaggio per nave (beccheggio, rollio, deviazioni determinate da spinte laterali); e implica che la mente si raffiguri, invece, un contesto in cui tutti questi elementi – normalmente presenti nell’esperienza – vengano annichiliti e sostituiti da condizioni ideali (per ciò si parla, in casi come questo, di esperimento “ideale”).

 

La Terza e La Quarta Giornata

Il terzo giorno si apre con un’invenzione scenica che conferma la presenza dell’ironia come procedimento retorico dominante del Dialogo. Infatti Simplicio arriva tardi all’appuntamento proprio perché la sua gondola rimane arenata nei canali veneziani a causa del fenomeno della bassa marea. Occorre tener presente che Galileo considerava le maree un vero e proprio “asso nella manica” che avrebbe persuaso i suoi lettori dell’evidenza fisica del sistema copernicano in generale, e del moto terrestre in particolare. La giornata prosegue dunque discutendo proprio intorno al fenomeno fisico che il ritardo dell’ingenuo aristotelico Simplicio implicitamente dimostrava: il moto della Terra intorno al Sole. La giornata si chiude infine con una disputa sul magnetismo terrestre.

Un’immagine dell’astronomo tedesco J. Keplero. http://digilander.libero.it/ initlabor/musica-modalita/*modalita-immagini-file-vari/keplero.jpg

La quarta giornata è dedicata all’argomento del flusso e reflusso del maree, considerato erroneamente da Galileo come vero e proprio elemento probatorio dell’ipotesi copernicana. Questa spiegazione avrebbe dovuto ricondurre il fenomeno delle maree a leggi puramente meccaniche, escludendo l’ipotesi di Keplero che, legato alla tradizione dell’ermetismo e dell’astrologia, ricercava nell’influenza lunare la spiegazione delle maree. La rotazione diurna della Terra intorno al proprio asse e la rivoluzione annua intorno al Sole mescolandosi assieme avrebbero impresso all’elemento fluido dell’acqua una spinta da Oriente verso Occidente e viceversa. Oggi sappiamo che riguardo alle maree aveva ragione Keplero, pur con la sua ambigua teoria degli “influssi”, e non Galileo. Resta comunque rilevante il tentativo di legare la teoria eliocentrica a una prova fisica e tangibile, attuato da Galileo per bocca di Salviati che descrive l’alternarsi della marea nella laguna di Venezia e poi nell’intero bacino del Mediterraneo.

Il Dialogo si conclude con una concessione alla dottrina degli avversari. Si tratta ancora di una modifica introdotta successivamente, che mirava ad attenuare e occultare la portata dirompente del libro. I tre personaggi si accomiatano dirigendosi ciascuno alla propria gondola. Simplicio, prima di lasciare gli amici, fa proprio il cosiddetto “argomento teologico” del papa Urbano VIII, già cardinale Bellarmino: è impossibile vincolare la sapienza divina alla «fantasia particolare» dello scienziato. Dunque tutto quanto è stato discusso è solo «fantasia». Ma posto in bocca a Simplicio, personaggio che aveva ricoperto il ruolo dello sciocco, anche l’argomento teologico ne esce svalutato.

I Discorsi intorno a due nuove scienze e gli scritti minori

Si stenta a credere - ma è documentato - che Galileo iniziasse la stesura dei Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attenenti alla mecanica e i movimenti locali nell’estate del 1633, subito dopo la condanna dei Massimi sistemi, ponendo nei nuovi «dialoghi» gli stessi protagonisti (Simplicio, Salviati, Sagredo) dell’opera precedente. E c’è chi ha scritto che i Discorsi «non sono meno copernicani del Dialogo [...]. I teologi non li condannarono perché non li avevano capiti». Ma il tono, d’impervio tecnicismo, e l’argomento, sottratto pour cause all’astronomia, rinviano a una più meditata argomentazione settoriale, anche se Galileo, parlando della «resistenza dei corpi solidi ad esser spezzati» e del «moto locale» (le due nuove scienze), è capace di toccare questioni delicatissime, come il problema della coesione della materia e la definizione delle leggi del moto uniforme e na­turalmente accelerato, poi strumento indispensabile della nuova fisica. Quindi Galileo fu più audace di Cartesio, che, all’indomani del processo, scrisse a Mersenne di non aver inviato alle stampe il suo Traité du monde per timore di censure ecclesiastiche. Le stesse che Galileo aggirò facendo uscire dall’Italia la sua ultima opera - pubblicata nella tipografia degli Elzeviri a Leida nel 1638, nel 1639 tradotta anche in Francia come Nouvelles pensées de Galilei - e ponendola sotto l’ègida della pura meccanica.

La prima pagina dei Discorsi. http://www.library.usyd.edu.au/ libraries/rare/modernity/images/galilei2-1.jpg

Oggetto della prima «giornata» dei Discorsi è il problema strutturale della materia e della resistenza dei corpi; della seconda, la forma e dimensione degli stessi in rapporto alle leggi meccaniche; della terza e della quarta, il moto dei gravi e dei proiettili, quantificato, per la prima volta, con parame­tri rigorosi. Numerose digressioni, more solito, riguardano problemi su atomi e vuoto, equilibrio idrostatico, acustica, balistica, dottrina degli «indi-visibili», tutto dedotto da osservazioni ed esperienze «tritissime e familiari ad ognuno». È un mondo fenomenico che la democrazia della «nuova scienza», caduta ogni autorità, sottopone al ricercatore, libero d’indagare la natura, purché col metodo giusto: quello infine compreso anche da Simplicio, costretto alla resa definitiva, ad ammettere, con Sagredo, «che con gran ragione voleva Platone i suoi scolari prima ben formati nelle matemati­che».

Il modello matematico condiziona, rinviando con le sue leggi formali a sintassi analitiche precise (Galileo qui, più che nei Massimi sistemi, è discepolo degli Elementi di Euclide, delle Coniche di Apollonio Pergeo, della Collectio mathematica di Pappo d’Alessandria, del grande Archimede dell’Arenario), i modi espositivi del testo. La sconfitta di Simplicio non conclude il discor­so sull’aporia logica di un vecchio parametro di ricerca illuminato dalla ve­rità di una scoperta. Questa è sancita nel momento in cui Salviati, chiuso il ciclo descrittivo dell’osservazione e dell’esperimento, riporta la legge natu­rale intuita ad assiomi e corollari strutturati in modo che la loro rete logica copra tutti i casi di ricorrenza del fenomeno, con criteri di verificabilità ge-neralizzata e semplificazione in teorema: la cui definizione è ottenuta da una dialettica verbale che tende alla formularità, grandissima scoperta dei Discorsi.

Tale logica sembrerebbe raggelare gli spazi del pathos letterario. Ma non è cosi. Galileo che nei Discorsi attenua, nei modi sermocinali di una lezione, le pointes verso la cultura di Simplicio – figura certamente più drammatica in quest’opera, che ferisce a morte la Physica di Aristotele, difesa però dal suo scoliasta con piglio gagliardo –, dà invece slancio alla sua prosa nel mo­mento descrittivo dell’esperimento, di una funzionale visività che svetta sull’inevitabile laconismo delle sillogi di assiomi e corollari. Così lo scien­ziato, che non arretra di fronte ad alcuna sfida, spiega il modo d’investigare la « gravità» dell’aria:

«Ho preso un fiasco di vetro assai capace e col collo strozzato, al quale ho applicato un ditale di cuoio, legato bene stretto nella strozzatura del fiasco, avendo in capo al detto ditale inserta e saldamente fermata un’ animella da pallone, per la quale con uno schizzatoio ho per forza fatto passar nel fiasco molta quantità d’aria; della quale, perché patisce d’esser assaissimo condensata, se ne può cacciare due e tre altri fiaschi oltre a quella che naturalmente vi capisce. In una esattissima bilancia ho io poi pesato molto precisamente tal fiasco con l’aria dentrovi compressa, aggiustando il peso con minuta arena. Aperta poi l’animella e dato l’esito all’aria, violentemente nel vaso contenuta, e rimessolo in bilancia, trovandolo notabilmente alleggerito, sono andato detraendo dal contrappeso tant’ arena, salvandola da parte, che la bilancia resti in equilibrio col residuo contrappeso, cioè col fiasco: e qui non è dubbio che ‘l peso della rena salvata è quello dell’aria che forzatamente fu messa nel fiasco e che ultimamente n’è uscita.».

E Galileo afferma ancora:

«Mentre io mi vo figurando, un mobile grave discendente partirsi dalla quiete, cioè dalla privazione di ogni velocità, ed entrare nel moto, ed in quello andarsi volocitando secondo la proporzione che cresce ‘l tempo dal primo istante del moto, ed avere v<erbi> g<ratia>, in otto battute di polso acquistato otto gradi di velocità, della quale nella quarta battuta ne aveva guadagnati quattro, nella seconda due, nella pri­ma uno, essendo il tempo subdivisibile in infinito, ne séguita che, diminuendosi sempre con tal ragione l’antecedente velocità, grado alcuno non sia di velocità così piccolo, o vogliam dire di tardità cosi grande, nel quale non sia trovato costituito l’istesso mobile dopo la partita dall’infinita tardità, cioè dalla quiete […].».

Passo che esprime un rapporto esemplare tra osservazione e misura di cui è traccia anche negli ultimi lavori di Galileo. Quei Frammenti avrebbero dovuto costituire appendici dei Discorsi, e furono trascritti dagli allievi Vi­viani e Torricelli, ma purtroppo editi solo nel 1718, con la sorpresa di trovar­vi idee per una «quinta» e una «sesta» giornata dell’opera, dedicate, rispet­tivamente, alle Definizioni delle proporzioni di Euclide e alla Forza della percossa. Temi trattati con logica sperimentale da parte di uno scienziato che, nel 1640, aveva ripreso (pressoché già cieco) l’astronomia, scrivendo ancora una Lettera al principe Leopoldo di Toscana sul candore lunare, tardo ma non patetico ritorno alla scienza del Sidereus Nuncius.

 

L’Introduzione dei Discorsi

 

Una pagina di una relazione sui Discorsi scritta da Guiducci con aggiunte e correzioni di Galileo. Folio 65r, Firenze, BNC, MS. Gal. 72.Su gentile concessione del Ministero per i beni e le attività culturali e l’esplicito divieto di ogni ulteriore riproduzione senza il consenso della biblioteca.

Si presenta l’introduzione di Galileo ai Discorsi, in cui, oltre a presentare l’opera, l’autore celebra il dedicatario del suo scritto: il Conte di Noailles. Una pagina importante perché Galileo si trovava a pubblicare un suo scritto e nel frattempo era inquisito dal S.to Offizio con l’accusa di eresia. Nel luglio 1633 Galileo Galilei lascia Roma. Fra il luglio e il dicembre è ospitato con premure filiali dall'arcivescovo di Siena cardinal Ascanio Piccolomini. Nel dicembre 1633 gli è concesso di ritirarsi nella sua villa di Arcetri, sempre però come prigioniero. Nell'aprile 1634 gli muore la figlia suor Maria Celeste, e ciò gli procura un altro grande dolore.

La tempra dello scienziato non era stata però fiaccata del tutto. Già nei mesi trascorsi a Siena aveva iniziato la composizione di una nuova opera, destinata a raccogliere i frutti delle sue ricerche fisiche, risalenti talvolta al periodo dello Studio pisano e dello Studio padovano.

Passata attraverso laboriose revisioni, l'opera apparve nel 1638 col tito­lo: Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno due nuove scienze, attinenti alla meccanica e i movimenti locali. Si tratta d'un grosso lavoro di scienza pura, nel quale vengono trattate con abbondanza di esperienze le que­stioni fondamentali della resistenza dei materiali, dal Galilei ricondotte nell'ambito di una disciplina antichissima come la statica, e della dinamica, presentata viceversa come la disciplina dei tempi moderni, frutto pressoché esclusivo delle ricerche da lui stesso condotte.

 

 

 

 

« ALLO ILLUSTRISSIMO SIGNORE

IL SIGNORE

CONTE DI NOAILLES

Consiglier di sua Maestà Cristianissima, Cavalier dell’Ordine di Santo Spirito, Mariscalco de’ suoi campi ed esserciti, Siniscalco e Governatore di Roerga e Luogotenente per Sua Maestà inOvergna, mio Signore e Padrone colendissimo

Illustrissimo Signore,

Riconosco per uno effetto della magnanimità di V. S. Illustrissima quanto gli è piaciuto disporre di questa opera mia; non ostante che (come ella sa), confuso e sbigottito da i mal fortunati successi di altre mie opere, avendo meco medesimo determinato di non esporre in pubblico mai più alcuna delle mie fatiche, ma solo, acciò del tutto non restassero sepolte, essendomi persuaso di lasciarne copia manuscritta in luogo conspicuo al meno a molti intelligenti delle materie da me trattate, e per ciò avendo fatto elezzione, per il primo e più illustre luogo, di depositarle in mano di V. S. Illustrissima, sicuro che, per sua particolare affezzione verso di me, averebbe avuto a cuore la conservazione de’ miei studii e fatiche; e per ciò nel suo passaggio di qua, ritornando dalla sua ambasciata di Roma, fui a riverirla personalmente, sì come più volte avevo fatto per lettere; e con tale incontro presentai a V. S. Illustrissima la copia di queste due opere che allora mi trovavo avere in pronto, le quali benignamente mostrò di gradire molto e di essere per farne sicura conserva, e, col participarle in Francia a qualche amico suo, perito di queste scienzie, mostrare che, se bene tacevo, non però passavo la vita del tutto ociosamente.

Una stampa che ritrae Galileo con il suo “scettro”, il cannocchiale, mentre mostra il cielo a tre Grazie. http: //www.pisa.sbn.it/docs/galileo/immagini/sez111.gif

Andavo dipoi apparecchiandomi di mandarne alcune altre copie in Germania, in Fiandra, in Inghilterra, in Spagna, e forse anco in qualche luogo d’Italia, quando improvvisamente vengo da gli Elzevirii avvisato come hanno sotto il torchio queste mie opere, e che però io deva prendere risoluzione circa la dedicatoria e prontamente mandargli il mio concetto sopra di ciò. Mosso da questa inopinata ed inaspettata nuova, sono andato meco medesimo concludendo che la brama di V. S. Illustrissima di suscitare ed ampliare il nome mio, col participare a diversi miei scritti, abbia cagionato che sieno pervenuti nelle mani de’ detti stampatori, li quali, essendosi adoperati in publicare altre mie opere, abbiano voluto onorarmi di mandarle alla luce sotto le loro bellissime ed ornatissime stampe. Per ciò questi miei scritti debbono risentirsi per aver avuta la sorte d’andar nell’arbitrio d’un sì gran giudice, il quale, nel maraviglioso concorso di tante virtù che rendono V. S. Illustrissima ammirabile a tutti, ella con incomparabile magnanimità, per zelo anco del ben publico, a cui gli è parso che questa mia opera dovesse conferire, ha voluto allargargli i termini ed i confini dell’onore. Sì che, essendo il fatto ridotto in cotale stato, è ben ragionevole che io con ogni segno più cospicuo mi dimostri grato riconoscitore del generoso affetto di V. S. Illustrissima, che ha avuto a cuore di accrescermi la mia fama con farli spiegar le ale liberamente sotto il cielo aperto, dove che a me pareva assai dono che ella restasse in spazii più angusti. Per tanto al nome vostro, Illustrissimo Signore, conviene che io dedichi e consacri questo mio parto; al che fare mi strigne non solo il cumulo de gli oblighi che gli tengo, ma l’interesse ancora, il quale (siami lecito così dire) mette in obligo V. S. Illustrissima di difendere la mia riputazione contro a chi volesse offenderla, mentre ella mi ha posto in steccato contro a gli avversarii. Onde, facendomi avanti sotto il suo stendardo e protezzione, umilmente me le inchino, con augurarle per premio di queste sue grazie il colmo d’ogni felicità e grandezza.

D’Arcetri, li 6 Marzo 1638.

Di V. S. Illustrissima

Devotissimo Servitore

GALILEO GALILEI»

 

L’Abiura

L’ennesimo ritratto di Galileo che sembra sia stato eseguito dal Tintoretto nei primi anni del ‘600. http://www.er.uqam.ca /nobel/r14310/Ptolemy/Images/Galileo/Tintoretto/coul.jpg

Quella che segue è l’abiura pronunciata da Galileo il 22 giugno del 1633, esattamente nove anni prima di morire. L’Inquisizione aveva ormai condannato il suo capolavoro, Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo; a Galileo non restava che l’abiura per restare in vita e non essere condannato a supplizi fisici terribili, nonché alla scomunica. Da notare l’assenza di quella frase, ormai una massima, che è, erroneamente, attribuita a Galileo: «Eppur si muove!».

Galileo è, a questo punto della sua vita, un uomo ormai vecchio, quasi completamente cieco, non è più quel talento così intelligente e allo stesso tempo sprezzante, arguto ma pungente della maturità.

E sorge allora spontanea una domanda: è giusto rinunciare alle proprie idee, scoperte e ideali per salvare pochi anni di vita? O è meglio, forse, finire da “eroe” la propria esistenza, come aveva fatto poco tempo prima Giordano Bruno? Ma ci è il vero “eroe”, chi muore per cocciutaggine o chi si salva perché incompreso? Cosa avremmo fatto al suo posto? E, infine, quali sono oggi gli ostacoli, le censure e le moderne “Inquisizioni”, che ostacolano il progresso? Non speriamo di aver dato una risposta definitiva in queste pagine

«Io Galileo, fig.lo del q. Vinc.o Galileo di Fiorenza, dell’età mia d’anni 70, constituto perso­nalmente in giudizio, e inginocchiato avanti di voi Emin.mi e Rev.mi Cardinali, in tutta la Republica Cristiana contro l’eretica pravità generali Inquisitori; avendo davanti gl’occhi miei li sacrosanti Vangeli, quali tocco con le proprie mani, giuro che sempre ho creduto, credo adesso, e con l’aiuto di Dio crederò per l’avvenire, tutto quello che tiene, predica e insegna la S.a Cattolica e Apostolica Chiesa. Ma perché da questo S. Off.o, per aver io, dopo d’essermi stato con precetto dall’istesso giuridicamente intimato che omninamente dovessi lasciar la falsa opinione che il sole sia centro del mondo e che non si muova e che la terra non sia centro del mondo e che si muova, e che non potessi tenere, difendere né insegnare in qualsivoglia modo, né in voce né in scritto, la detta falsa dottrina, e dopo d’essermi notificato che detta dottrina è contraria alla Sacra Scrittura, scritto e dato alle stampe un libro nel quale tratto l’istessa dottrina già dannata e apporto ragioni con molta efficacia a favor di essa, senza apportar alcuna soluzione, sono stato giudicato veemente­mente sospetto d’eresia, cioè d’aver tenuto e creduto che il sole sia centro del mondo e immobile e che la terra non sia centro e che si muova;

Pertanto volendo io levar dalla mente delle Eminenze V.re e d’ogni fedel Cristiano questa veemente sospizione, giustamente di me conceputa, con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li sudetti errori e eresie, e generalmente ogni e qua­lunque altro errore, eresia e setta contraria alla S.ta Chiesa; e giuro che per l’avvenire non dirò mai più né asserirò, in voce o in scritto, cose tali per le quali si possa aver di me simil sospizione; ma se conoscerò alcun eretico o che sia sospetto d’eresia lo denonziarò a questo S. Offizio, o vero all’inquisitore o Ordinario del luogo, dove mi trovarò.

Giuro anco e prometto d’adempire e osservare intieramente tutte le penitenze che mi sono state o mi saranno da questo S. Off.o imposte; e contravvenendo ad alcuna delle dette mie premesse e giuramenti, il che Dio non voglia, mi sottometto a tutte le pene e castighi che sono da’ sacri canoni e altre costituzioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate. Così Dio m’aiuti e questi suoi santi Vangeli, che tocco con le proprie mani.

Io Galileo Galilei suddetto ho abiurato, giurato, promesso e mi sono obligato come sopra; e in fede del vero, di mia propria mano ho sottoscritta la presente cedola di mia abiurazione e recitatala di parola in parola, in Roma, nel convento della Minerva, questo di 22 giugno 1633.

Io, Galileo Galilei ho abiurato come di sopra, mano propria.»


Per la prima pagina: sullo sfondo una pagina scritta di una relazione sui Discorsi di Guiducci, Firenze, BNC, MS. Gal.72. (Su gentile concessione del Ministero per i beni e le attività culturali e l’esplicito divieto di ogni ulteriore riproduzione senza il consenso della biblioteca.). In primo piano Galileo Galilei in un ritratto di Joost Sustermans (Firenze, Uffizi). Foto: IGDA / G. Nimatallah da Omnia 2000 Gold.

L’origine delle foto è stata inserita quale didascalia.

Si ringraziano inoltre per la collaborazione: prof. F. Peiretti, prof. D. Drivet, prof.ssa G. De Blasio, la bibliotecaria e la biblioteca del Liceo Classico C. Cavour.

Un particolare ringraziamento va ancora riconosciuto alla Biblioteca Nazionale Centrale e al Ministero per i Beni e le Attività Culturali per averci concesso l’utilizzo del materiale pubblicato sul sito, nonché alla Responsabile del Settore Manoscritti e Rari, Dott.ssa Paola Pirolo.

Emma Amore e Stefano Frara