TEMPO

Chiara Fracastoro – Liceo Classico CAVOUR – Torino

 

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Indice

Introduzione

Parte prima: tempo ed eternità

Il concetto del tempo nel mondo antico

La contrapposizione tra Cristianesimo ed Aristotelismo

L’evoluzione del pensiero scientifico

La contrapposizione tra universo stazionario ed universo evolutivo

Osservazioni sul big bang

Il tempo prima del tempo

Parte seconda: il tempo dell’uomo

La percezione di sant’Agostino

Il concetto di durata per Bergson

Martin Heidegger: essere e tempo

Il tempo nella relatività di Einstein

Il tempo nella letteratura

BIBLIOGRAFIA

Introduzione [Torna all'indice]

 

Nel canto XXXI del Paradiso, ai versi 37-38, Dante, guardandosi intorno nell’empireo dice con stupore di essere venuto “dal divino all’umano, a l’etterno dal tempo”. Mi sembra che nel contrasto espresso in essi sia racchiusa la vicenda umana. Noi siamo “tempo”, al di là c’è l’eterno o, secondo alcuni, il nulla.

In altre ricerche fatte a scuola, avevo già visto come il Tempo costituisca uno dei problemi costanti della riflessione filosofica e scientifica.

Ho pensato che fosse interessante per me arricchire quelle ricerche con elementi nuovi ricavati dall’anno corrente.

Il problema del tempo è però molto complesso; mi ha colpito il modo in cui è stato evidenziato da Stephen Hawking raccontando un aneddoto accaduto a Bertrand Russel il quale, alla fine di una conferenza sulla descrizione del cosmo, fu contestato da un’anziana signora che sosteneva che la terra fosse un disco posato

sul dorso di una tartaruga; lo scienziato si lasciò dunque sfuggire un sorriso di superiorità prima di ribattere: ”E su cosa poggia la tartaruga?” E la vecchia signora rispose con naturalezza: “Ma è evidente che ogni tartaruga poggia su un’altra tartaruga!”.

Hawking riflette:

 “La maggior parte delle persone troverebbe piuttosto ridicola questa immagine dell’universo che poggia su una torre infinita di tartarughe, ma perchè mai noi dovremmo pensare di saperne di più?

Che cosa sappiamo sull’universo e come lo sappiamo?

Da dove è venuto l’universo e dove sta andando?

L’universo ebbe un inizio ed in tal caso cosa c’era prima?

Qual’è la natura del tempo? Il tempo avrà mai fine?

Progressi recenti in Fisica, resi possibili da fantastiche tecnologie, suggeriscono risposte ad alcune domande di età venerabile.

Un giorno queste risposte potranno sembrarci ovvie quanto il fatto che la terra orbita attorno al sole, o forse altrettanto ridicole di una torre di tartarughe.

Soltanto il tempo (qualunque cosa esso sia) ce lo dirà.”

 

In una prima parte del mio lavoro ho confrontato l’impostazione aristotelica e quella di Sant’Agostino, ed ho notato che il concetto di tempo è profondamente interconnesso alle convinzioni religiose ed alla concezione del mondo fisico, visto nel suo complesso, ovvero alla cosmologia.

Questa interconnessione ha agito, a volte come freno, altre come stimolo al pensiero degli scienziati. Quest’azione è stata così forte da far dimenticare le discordanze osservabili o razionalmente deducibili, tra il modello dominante e l’esperienza.

 

Il punto di connessione tra la concezione del tempo e quella del cosmo che mi è parso più profondo riguarda il concetto di eternità, ovvero l’origine ed il destino, non solo del tempo, ma di tutte le cose.

 

Su questa base ho notato come si siano alternati, nel corso di più di duemila anni, il concetto di tempo e cosmo finiti ed infiniti.

La concezione di eternità del tempo accettata nel mondo classico soprattutto grazie al pensiero di Aristotele, è stata sostituita da una concezione di contrapposizione tra eternità “divina” e tempo “delle cose”, coerente con il pensiero cristiano e riportata da Dante nel passo citato inizialmente.

Nel contempo si è affermata, come risultato delle osservazioni astronomiche compiute fino al secondo secolo d.C., la concezione dell’universo tolemaico, che, necessariamente, finisce là dove arriva l’occhio umano, ovvero alle stelle che appaiono fisse, solidali tra loro.

A partire dalla rivoluzione copernicana e dai meravigliosi risultati della fisica classica, si è tornati (superando grandi difficoltà di carattere dottrinale) ad una concezione di tipo aristotelico del tempo e si sono sviluppati degli strumenti per la sua misura che ricalcavano, e ricalcano ancora oggi, la definizione che ne diede Aristotele.

Questa concezione del tempo si è sviluppata a fianco dell’ipotesi di un universo infinito e stazionario, il quale, come il tempo, non ha un inizio nè una fine.

Ma in epoca recente si è abbandonata la concezione dell’universo stazionario per giungere a quella dell’universo in espansione ed alla teoria del big bang ritornando all’idea di tempo finito.

Nell’ultimo paragrafo di questa prima parte ho voluto accennare a ciò che oggi risulta un enigma, che per alcuni può essere di peso, per altri meno, ovvero al tempo prima del big bang o della creazione, a seconda delle interpretazioni, con la consapevolezza che qualsiasi ipotesi si faccia non è più scientifica delle tartarufìghe dell’anziana contestatrice di Bertrand Russel.

 

In una seconda parte mi sono dedicata all’aspetto soggettivo della nozione del tempo nel pensiero dei filosofi che, in epoche recenti, hanno scandagliato il problema.

In particolare mi sono concentrata sull’opera di Bergson ed Heidegger

Il primo ha sviluppato il concetto di tempo dell’anima di Agostino per giungere al concetto di durata, contrapponendo il tempo fisico alla percezione del tempo da parte dell’uomo; il secondo ha ricollegato la concezione del tempo con i più avanzati sviluppi della sienza sfociati nella teoria della relatività.

Disponendo di alcuni testi che cercano di rendere accessibile una comprensione della teoria della relatività anche a chi non ha particolari mezzi matematici, ho provato a capire ed esporre qualcosa della relatività ristretta.

Ho quindi raccolto alcuni esempi in letteratura per vedere come, nei secoli, poeti e letterati abbiano confrontato la vicenda umana con il trascorrere del tempo ed in particolare l’atteggiamento dei poeti di fronte all’eternità.

Di fronte ad una scelta enorme di testi disponibili mi sono limitata a riportarne alcuni che mi sono parsi significativi dell’epoca in cui sono stati scritti.

Nonostante l’esiguo numero di testi che ho analizzato nell’approfondire l’argomento, ho potuto capire come il problema del tempo, della sua origine e della sua natura finita o infinita sia ancora del tutto aperto e, molto probalmente sarà sempre uno dei temi fondamentali dell’analisi filosofica e scientifica.

Parte prima: tempo ed eternità

Il concetto del tempo nel mondo antico [Torna all'indice]

Misura del tempo
Fino al XIII secolo, l'unico modo di misurare il tempo era l'osservazione del sole, o tramite congegni in cui il flusso costante di sostanze quali l'acqua o la sabbia potesse essere messo in correlazione con il passare del tempo.
All’inizio del XIII secolo vennero costruiti i primi orologi meccanici nei quali il moto delle lancette era azionato dalla discesa rallentata di un peso.
Fino a quest’epoca non si può parlare di fenomeni ciclici nel vero senso della parola che fossero alla base del funzionamento degli orologi, se non considerando che i cicli fossero compiuti con la rotazione delle clessidre o il risollevamento periodico dei pesi.
Fu solo nel XVII secolo che fu studiata da Galileo Galilei la regolarità nel moto del pendolo, si aveva così a disposizione un moto ciclico regolare, ma l'invenzione dell'orologio a pendolo è attribuita a Christiaan Huygens che ne depositò il brevetto nel 1656.
Egli calcolò che un pendolo della lunghezza di 99,38 cm doveva oscillare con un periodo di un secondo esatto e progettò il primo meccanismo funzionante (T=p(L/g)0.5).
Alle oscillazioni del pendolo venne applicato il meccanismo detto scappamento che le trasformava in moto rotatorio, permettendo la visualizzazione dell’ora su un quadrante.
La fabbricazione iniziò nel 1657 per opera di artigiani olandesi ed ebbe rapida diffusione.
Tutti gli orologi moderni - fino all'ultimo nato tra gli orologi atomici precisi al secondo per 30 milioni di anni - dipendono dall'oscillazione. Un'oscillatore è un congegno che si muove in modo ritmico costante. Questo movimento regolare divide il tempo in segmenti che possono essere contati.

Alle origini del pensiero greco, il concetto di Tempo, inteso come "misura del perdurare delle cose mutevoli" e "ritmica successione del divenire", si presenta legato al mito di Crono, padre di tutte le cose, e parla di "cicli del tempo" come ruota del destino in cui tutti gli uomini rinascono.

      Aristotele, invece, sostiene che il tempo è indissolubilmente legato al movimento: in un universo immobile e senza una mente che la misuri, la dimensione della temporalità non potrebbe esistere. Il mondo è eterno e perciò sia il tempo sia il movimento sono infiniti. Secondo la sua definizione il tempo è moto che ammette una numerazione.

L’associazione tra tempo e movimento è da sempre legata all’osservazione fisica: ancora oggi il tempo non è direttamente misurabile se non attraverso la numerazione di cicli di oggetti in movimento, allora erano gli astri, più recentemente le oscillazioni del pendolo o di un meccanismo a molla, oggi quelle un cristallo di quarzo (v. Box misura del tempo).

D’altra parte alcune cose, aggiunge Aristotele, sono eterne, nel senso che non sono nel tempo; probabilmente pensa a cose come i numeri o le verità matematiche: che   2 + 2 = 4, é sempre stato così e sempre sarà così, anche con un improvviso annichilimento della realtà.

C'è sempre stato il movimento, e sempre ci sarà, perchè non ci puo esser tempo senza movimento, e tutti ammettono che il tempo sia increato. Su questo punto, i seguaci cristiani di Aristotele furono obbligati a dissentire da lui, dato che la Bibbia ci dice che l'universo ebbe un inizio.

 

La contrapposizione tra Cristianesimo ed Aristotelismo [Torna all'indice]

Il concetto di eternità, che é centrale in Aristotele, non può che essere disapprovato dai Cristiani, la cui teoria consiste nel fatto che Dio decise di creare il mondo ad un certo momento; ne consegue che il mondo non é eterno, anzi é destinato a perire.

Secondo Aristotele, le sfere dei pianeti non fanno nient'altro che imitare nel loro moto circolare l'eternità di Dio: quale é il moto che meglio rappresenta l'eternità di quello circolare? Il moto circolare infatti non ha inizio e non ha fine, arriva da dove é partito.

 Di fronte alla contrapposizione dell’eternità del tempo e la temporaneità del creato sant' Agostino dirà : "Non ci fu dunque un tempo, durante il quale avresti fatto nulla, poichè il tempo stesso l'hai fatto tu; e non vi è un tempo eterno con te [...]" (Agostino, Confessioni, libro XI, cap. 27, risposta 17) (Fisica, IV, 10, 217 b, 34)

Invece Aristotele dice che l’infinito esiste solo come potenza o in potenza e nega che esista un infinito in atto. Infinito in potenza è, ad esempio, il numero, perché è possibile aggiungere a qualsivoglia numero sempre un ulteriore numero senza che si arrivi a un numero estremo al di là del quale non si possa più andare; infinito in potenza è anche lo spazio, perché è divisibile all‘infinito, in quanto il risultato della divisione è sempre una grandezza che, come tale, è ulteriormente divisibile; infinito potenziale, infine, è anche il tempo, che non può esistere tutto insieme attualmente, ma si svolge e si accresce senza fine. Aristotele diceva che il tempo è la condizione del prima e del dopo e l'anima effettua l'operazione del contare.

Aristotele ha posto con chiarezza il problema del tempo come dimensione cosmica e naturale. Il tempo è qualcosa che dobbiamo cominciare a pensare a partire dal movimento degli astri, del sole. Egli dirà che il tempo però non coincide col movimento. Perché per determinare la velocità dobbiamo già conoscere il tempo.

Tuttavia il tempo ha a che fare col movimento. La visione di Aristotele la ritroveremo nei posteri: p.e. Bergson dirà che solo grazie ad una contaminazione con lo spazio il tempo diviene misurabile. Se misuriamo il tempo attraverso il movimento cosmico, noi in effetti lo misuriamo attraverso lo spazio, rappresentato dai movimenti degli astri. Per Bergson questo sarà tuttavia solo il punto di partenza, visto che per lui il tempo dovrà essere misurato in altro modo (cfr. Arist., Fisica, IV, 10-11; idem, De Corp., 7, 3).

S.Agostino, pur tenendo presente Aristotele, Platone, e i suoi commentatori, gli scettici, ha una visione completamente diversa del tempo derivante dalla centralità dell’animo umano: se il tempo è qualcosa che varia, l'elemento fisso che permette la comparazione tra i tempi che cambiano è la nostra anima, il nostro Spirito. Quindi noi misuriamo il futuro a partire da un atteggiamento del nostro animo, l'atteggiamento dell'attesa: il futuro è più lungo o più corto in base all'attesa. E misuriamo il passato in base ad un altro atteggiamento del nostro animo che è la memoria; anche il rapporto col passato varia secondo la memoria (cfr. S.Agostino, Confessioni, XI, 20 e 28).

Quindi si capisce come alla riflessione sul tempo sia intrinsecamente legato il problema del rapporto tra l'uomo e qualcosa che trascende l'uomo stesso dominandolo; il problema del carattere naturalistico o soggettivo del tempo porta su posizioni che, secondo alcuni, non hanno mai trovato una giusta conciliazione.

Il tempo rappresenta l'oggetto del contendere dei filosofi, la discordia per eccellenza, e forse il problema filosofico più originale di tutti e la risposta a tale problema resta aperta.

Anche oggi noi abbiamo interpretazioni naturalistiche del tempo (il tempo della fisica contemporanea: della meccanica quantistica e della relatività einsteiniana) e poi approcci soggettivi (per cui il tempo ha a che fare con l'intimità della nostra coscienza, con la nostra capacità di essere affetti da qualcosa, e di temere qualcosa, di progettare, di uscire da noi stessi, di rivolgerci al futuro).

Quindi, quando Dante contrappone l’”etterno” al tempo così come il divino all’umano, allude ad una contrapposizione che esiste solamente secondo il punto di vista cristiano, in quanto secondo la filosofia aristotelica il tempo è eterno, regolarmente numerabile e immutabile nella sua regolarità essendo legato al moto degli astri.

L’evoluzione del pensiero scientifico [Torna all'indice]

La controversia tra chi sostiene che l’universo ed il tempo siano sempre esistiti  e chi, invece, ritiene che abbiano avuto origine in un preciso istante, ritorna nella scienza ed è stata oggetto di uno dei suoi sviluppi più affascinanti.

Nel secondo secolo dopo Cristo Tolomeo sviluppò le ipotesi aristoteliche sulla disposizione degli astri ed elaborò un modello cosmologico completo con la terra al centro di otto sfere che trasportavano la Luna, il Sole, le stelle ed i cinque pianeti noti a quel tempo.

Il modello di Tolomeo fornì un sistema ragionevolmente esatto per predire le posizioni dei corpi celesti in Cielo. A tal fine Tolomeo dovette supporre che la Luna percorresse una traiettoria che prevedeva grandi variazioni nella sua distanza dalla terra.

Ne conseguiva che a volte le dimensioni del suo diametro apparente avrebbero dovuto raddoppiarsi.

Tolomeo stesso riconobbe che questo era un punto debole nella sua teoria, ma non di meno il modello venne generalmente accettato e venne anche adottato dalla Chiesa cristiana come concezione in accordo con le Sacre Scritture avendo anche il vantaggio di lasciare all’esterno della sfera delle stelle fisse un grande spazio per sistemare il paradiso.

Questo modello durò per più di mille anni finchè, prima Copernico, poi Galileo e Keplero, proposero modelli che, ponendo il sole al centro dell’universo, risultavano più semplici e precisi nel descrivere il moto dei corpi celesti.

Keplero arrivò quasi per caso a scoprire che, ipotizzando orbite ellittiche anzichè circolari, dei pianeti attorno al Sole, si otteneva una precisione molto maggiore, il perchè di questa forma, apparentemente “imperfetta” fu fornito molto tempo dopo da Isaac Newton che non solo propose una teoria sul modo in cui i corpi si muovono nello spazio e nel tempo, ma sviluppò anche il complesso apparato matematico necessario per analizzare tali moti.

Newton postulò una legge di gravitazione universale, secondo la quale ogni corpo nell’universo è attratto verso l’altro con una forza direttamente proporzionale al prodotto delle loro masse ed inversamente proporzionale al quadrato della loro distanza.

Il paradosso di Olbers
Nel 1823 Olbers sostenne in un suo articolo molto discusso all’epoca chei in un’universo infinito e statico, in qualsiasi direzione si volga lo sguardo, la linea visuale finirebbe sulla superficie di una stella, cosicchè l’intero cielo dovrebbe essere luminoso come il sole anche di notte.

Il modello copernicano aveva causato l’abbandono delle sfere celesti tolemaiche e con esse l’idea che l’universo avesse un confine naturale, Poichè le stelle fisse non sembravano mutare la loro posizione in cielo, eccezion fatta per il moto diurno causato dalla rotazione della Terra sul suo asse, divenne naturale supporre che le stelle fossero oggetti simili al Sole, ma molto più lontani.

Già Newton si rese conto di una lacuna della sua teoria consistente nel fatto che le stelle avrebbero dovuto attrarsi tra di loro, cosicchè non potessero restare essenzialmente immobili come apparivano ed avrebbero dovuto cadere tutte verso un centro di gravità comune.

Newton affermò che se fosse esistito un numero infinito di stelle, distribuite uniformamente in uno spazio infinito, non ci sarebbe stato un punto di convergenza e quindi le stelle avrebbero potuto mantenersi in equilibrio.

Questa teoria resse, salvo sporadiche obiezioni fino alla fine del secolo XIX.

In termodinamica l'entropia è una funzione di stato che si introduce insieme al secondo principio della termodinamica e che viene interpretata come una misura del disordine di un sistema fisico o più in generale dell'universo. In base a questa definizione possiamo dire che quando un sistema passa da uno stato ordinato ad uno disordinato la sua entropia aumenta

Nonostante le contraddizioni dovute al paradosso di Olbers (v. Box) ed alla enunciazione del secondo prinicipio della termodinamica a seguito del quale un quantità, l’entropia, mostrava di essere in costante aumento (v. Box) nessuno ebbe l’ardire di postulare un universo diverso da quello stazionario dominato da movimenti regolari apparentemente proveniente dall’eternità e ad essa destinato.

Contrariamente alle aspettative di un progressivo allontanamento della scienza dalla religione si è verificata, nel corso del secolo XX, una inattesa possibilità di convergenza in quanto al modello dell'universo stazionario si è contrapposto quello dell'universo evolutivo.

La contrapposizione tra universo stazionario ed universo evolutivo [Torna all'indice]

La concezione dell’universo stazionario prevede che esso si estenda infinitamente nel tempo e nello spazio e che la sua densità rimanga costante, perché la stessa energia di espansione si trasforma in energia di creazione della materia.

La teoria dell'universo evolutivo prevede invece che esso abbia avuto un inizio (noto come big-bang) e una continua evoluzione da uno stato ad altissime temperature e densità allo stato attuale.

Per quanto non fosse possibile ipotizzare, con i mezzi del secolo XIX, una teoria cosmologica in grado di contrastare quella dell’universo stazionario, fu proprio l’osservazione che in un qualsiasi ciclo termodinamico l’entropia fosse destinata ad aumentare che iniziò ad incrinare l’assoluta certezza che la comunità scientifica nutriva in essa.

Quando la maggior parte degli scienziati credeva in un universo essenzialmente statico ed immutabile, il problema se esso avesse o no avuto un inizio era in realtà una questione di competenza della metafisica o della teologia.

Si poteva spiegare altrettanto bene ciò che si osservava sia con la teoria che l’universo esistesse da sempre, sia con la teoria alternativa che esso fosse stato messo in movimento in un qualche tempo finito in passato, in modo da dare l’impressione che esso esistesse da sempre.

Ma nel 1929 Edwin Hubble fece l’osservazione, di importanza capitale, che, in qualsiasi direzione si osservi, le galassie lontane presentano un progressivo aumento della lunghezza d’onda della radiazione emessa con l’aumento della distanza, tale aumento, detto red-shift, risulta spiegabile in base all’effetto Doppler-Fizeau che comporta una variazione della lunghezza d’onda percepita da un osservatore di un corpo in moto. In pratica, per spiegare questo fenomeno,  occorre ipotizzare una progressivamente maggiore velocità di allontanemento delle galassie all’aumentare della loro distanza: da ciò è scaturita la teoria dell’universo in espansione.

Una galassia a spirale e un piccolo ammasso di galassie

Espansione dei corpi in direzioni non parallele significa divergenza da un’origine comune per cui questa scoperta portò il problema dell’inizio dell’universo nell’ambito della scienza.

Le osseravazioni di Hubble suggerirono che doveva esserci stato un tempo, chiamato in seguito big bang, in cui l’universo era infinitamente piccolo ed infinitamente denso; il fatto che tutto l’universo provenga da un unico punto e che esso abbia avuto inizio in un particolare momento, è un’idea non nuova, per quanto i tempi ed i modi in cui viene descritta siano sensibilmente diversi da quelli della Bibbia, c’è un punto fondamentale di convergenza: esiste un tempo iniziale.

Ovviamente sono nate anche teorie diverse, come quella dell’universo pulsante, che negavano l’anomalia dell’istante iniziale, ma, nel corso di questo secolo, cosmologi e astrofisici hanno cercato di immaginare quali prove osservative si potessero attuare, per stabilire quali dei due modelli spiegasse meglio l'universo reale.

Osservazioni sul big bang [Torna all'indice]

Per poter parlare della natura dell’universo e discutere problemi come se ci sia stato o meno un inizio ed una fine, occorre avere ben chiaro cosa sia una teoria scientifica.

Una teoria, per esser una buona teoria scientifica deve soddisfare due richieste: descrivere con precisione le osservazioni compiute sulla base di un modello ad essa conseguente e fare predizioni ben definite in merito ai risultati di future osservazioni.

Come ha sottolineato Karl Popper, una buona teoria fa un certo numero di predizioni suscettibili di essere confutate.

Un'osservazione possibile, per verificare se il big bang fosse esistito o meno, fu suggerita dal fisico di origine russa George Gamow, le cui simpatie andavano all'universo evolutivo.

Egli pensava che se effettivamente l'universo avesse avuto origini da uno stato ad altissima temperatura e densità, sarebbe stato riempito di radiazione termica corrispondente a quelle altissime temperature, e quindi avrebbe irraggiato come un corpo nero con un massimo di emissione nel dominio dei raggi gamma ed X.

A causa dell'espansione la temperatura diminuisce, pur restando sempre quella tipica di un corpo nero.

Gamow previde che dopo una decina di miliardi di anni la temperatura doveva essere scesa a circa 5 gradi assoluti (-268 gradi centigradi) e perciò il massimo di emissione doveva cadere a lunghezze d'onda millimetriche.

La previsione di Gamow fu verificata per caso diciassette anni dopo, quando la tecnologia di misura delle radiazioni a microonde era stata sviluppata e impiegata per i collegamenti con i satelliti artificiali per telecomunicazioni.

Furono infatti due ingegneri della Bell Telephone Company, Arno Penzias e Robert Wilson, che studiavano le cause di rumore che disturbavano queste trasmissioni, a scoprire la presenza di un rumore di fondo che proveniva con intensità costante da tutte le direzioni della volta celeste.

Essi non si resero conto di cosa si trattasse, ma pubblicarono la notizia su «Nature», e questa fu letta da Robert Dicke e James Peebles, dell'Università di Princeton, che stavano proprio lavorando ad un progetto per rivelare la radiazione predetta da Gamow.

Bruciati sul tempo dai due ingegneri, capirono subito che Gamow aveva ragione e che questa scoperta era la prova definitiva a favore del modello evolutivo, poiché un universo stazionario che non era mai passato attraverso una fase ad altissima temperatura, non era in grado di spiegare la presenza di questa radiazione.

Questa aveva un massimo di intensità intorno a qualche millimetro di lunghezza d'onda e indicava una temperatura di circa 3 gradi assoluti. Fu chiamata «radiazione fossile» perché rappresenta davvero la più antica immagine osservabile direttamente dell'universo primordiale.

Per quanto i termini della questione non siano quelli che si potevano prevedere all’epoca di Sant’Agostino, in quanto una creazione del tipo “big-bang” può essere avulsa da una concezione teistica non meno di quanto lo sia stato l’universo stazionario, è ormai opinione corrente che sia esistito un istante iniziale.

Il tempo prima del tempo [Torna all'indice]

Analogamente alla concezione dell’istante iniziale, la scienza attuale condivide con il credo creazionista la questione del tempo prima dell’istante iniziale salvo che per gli scenziati moderni è possibile ipotizzare che non ci fosse nulla, prima del big bang, o che esistesse un processo inverso; ovviamente questa ipotesi non è percorribile da chi crede in un essere superiore creatore di tutte le cose.

Senz’altro Dio è eterno e quindi esisteva prima del tempo, ma, ai credenti, si pone da sempre un’altra domanda: cosa faceva Dio prima della creazione?

Agostino risponde nelle Confessioni (XI 12.14):

Ecco come rispondo a chi domanda che cosa faceva Dio prima di fare il cielo e la terra. Non come fece quel tale che eluse con una battuta di spirito l'aggressività della domanda, rispondendo, dicono: "Preparava la Geenna per chi indaga gli abissi". Ridere non basta per capire. No, non rispondo a questo modo: preferirei allora una risposta come "Quello che non so, non lo so", che almeno risparmia la facile ironia per chi solleva una questione profonda e il plauso per chi dà una risposta falsa. Invece io affermo che tu, nostro Dio, sei il creatore d'ogni cosa creata, e se per cielo e terra s'intende ogni cosa creata, oso affermare: "Prima di fare il cielo e la terra, Dio non faceva cosa alcuna". Perché che cosa avrebbe fatto se non una cosa creata? Magari sapessi tutte le cose che vorrei, che mi sarebbe utile sapere, così come so questa: che nessuna creatura venne fatta prima che fosse fatta una qualche creatura.

 

Agostino non è il solo ad aver scherzato, anzi questa domanda che lo aveva  messo in evidente imbarazzo, era un campo di battaglia prediletto dai miscredenti; ad esempio, in un’epoca in cui sembrava inattaccabile il concetto di universo stazionario, il poeta Renato Fucini nei suoi Sonetti ipotizzava un dio che svolazzava qua e là fino al punto di chiedersi (in vernacolo toscano) se non era vergogna “non far mai niente” per cui decise di fare Pisa (era pisano), l’Affrica e il Tirolo (per far rima con volo)

 

Ovviamente la scienza attuale non è in grado di fare ipotesi comprovabili su cosa ci fosse prima del big bang e questo lascia spazio solo all’immaginazione. Senz’altro il big bang è stato un evento capace di cancellare ogni traccia di qualsiasi cosa gli preesistesse, se però si pensa ad un fenomeno inverso di implosione, allora si potrebbe pensare che anche la fase attuale di espansione possa un giorno invertirsi ed allora si tornerebbe a descrivere un fenomeno ciclico.

Al momento attuale è impensabile avere degli strumenti che ci permettano di rilevare segni provenienti dal tempo prima del big bang, per cui non si possono esprimere delle buone teorie scientifiche, nel senso indicato da Popper, riguardanti ciò che può aver preceduto il big bang, però la possibilità dell’esistenza di un fenomeno ciclico fa tornare alla mente Aristotele e la sua definizione del tempo come l’eterna numerazione di cicli successivi.

Ripensando alla torre di tartarughe nulla impedisce che un domani le teorie attuali dell’universo in evoluzione, del big bang vengano superate e forse verrà anche superata la contrapposizione tra tempo finito e tempo eterno che ha coinvolto a fondo il pensiero umano fino ad oggi.

La formazione delle stelle vista dal telescopio Hubble

Parte seconda: il tempo dell’uomo [Torna all'indice]

La relazione del tempo col pensiero e anzi la sua totale interiorizzazione e riduzione a "estensione dell'anima", a successione di stati psichici tramite la memoria e l'anticipazione, è espressa da Agostino nelle Confessioni; si passa così da un tempo della ciclicità pagana a uno lineare di stampo cristiano, che parte dalla caduta di Adamo e procede verso la dimensione del riscatto e del ritorno a Dio.

A questa concezione (che raggiungerà il suo culmine con Heidegger) a partire dal Rinascimento, se ne affianca una di tipo scientifico fondata sulla meccanica galileiana. Quest'ultima concepisce il tempo come una serie idealmente reversibile di istanti omogenei; serie che consente la riduzione del movimento a leggi fisico-matematiche.

Il concetto di tempo e spazio "assoluti" adottato da Newton iniziò a disgregarsi con la rivoluzione apportata da Einstein nel mondo della scienza e nel campo filosofico dalle obiezioni sollevate da Bergson e poi da Heidegger

La percezione di sant’Agostino [Torna all'indice]

Anche a proposito della percezione del tempo da parte dell’animo umano troviamo in Agostino (Confessioni XI 19) una profonda indagine; egli esordisce chiedendosi:

Vediamo allora se il presente possa essere lungo, anima umana: perché a te è dato sentire e misurare la durata.

Agostino consolida questa opinione dopo aver analizzato la questione della correlazione tra tempo e movimento così come era stata impostata da Aristotele, ma ricorrendo all’antico dilemma della realtà del tempo presente come separazione tra il passato che non esiste più ed il futuro che non esiste ancora:

Almeno questo ora è limpido e chiaro: né futuro né passato esistono, e solo impropriamente si dice che i tempi sono tre, passato, presente e futuro, ma più corretto sarebbe forse dire che i tempi sono tre in questo senso: presente di ciò che è passato, presente di ciò che è presente e presente di ciò che è futuro. Sì, questi tre sono in un certo senso nell'anima e non vedo come possano essere altrove: il presente di ciò che è passato è la memoria, di ciò che è presente la percezione, di ciò che è futuro l'aspettativa.

La relazione del tempo col pensiero e anzi la sua totale interiorizzazione e riduzione a "estensione dell'anima", a successione di stati psichici tramite la memoria e l'anticipazione, è espressa da Agostino nelle Confessioni; si passa così da un tempo della ciclicità pagana a uno lineare di stampo cristiano, che parte dalla caduta di Adamo e procede verso la dimensione del riscatto e del ritorno a Dio:

“In te, anima mia, misuro il tempo. Non frastornarmi coi tuoi "cosa? come?" Non frastornare te stessa con la folla delle tue impressioni. In te, dico, io misuro il tempo. Sì, l'impressione che le cose passando producono in te rimane quando le cose son passate: è questa che è presente, non quelle, che son passate perché lei ne nascesse. È questa che misuro, quando misuro il tempo. Il tempo è lei - o non è il tempo quello che misuro. E allora quando misuriamo i silenzi e diciamo che questa pausa dura quanto quel suono? Ma appunto: in questi casi per poter calcolare in qualche modo l'estensione temporale degli intervalli di silenzio, noi ci fingiamo in loro luogo il suono della voce e cerchiamo di misurare mentalmente la durata che avrebbe. Anche senza usare la voce e le labbra noi recitiamo mentalmente poemi e versi e discorsi: e siamo sempre in grado di indicare quanto durano i loro svolgimenti e che quantità di tempo occupano l'uno relativamente all'altro, non altrimenti che se li recitassimo a voce alta. Supponiamo che uno voglia emettere un suono appena un po' più lungo e abbia mentalmente prestabilito quanto dovrà esser lungo: costui avrà certamente percorso in silenzio e affidato alla memoria quel determinato lasso di tempo, e quindi avrà preso a emettere la voce, che risuona finché sia giunto il termine stabilito. Anzi, che è risuonata e risuonerà: perché quella che è già passata è senza dubbio risuonata, e quanto ne resta risuonerà. Ed è così che passa, mentre l'intenzione presente traduce il futuro in passato, e il passato cresce via via che decresce il futuro, finché consumato il futuro tutto sarà passato.

Siamo così arrivati alla percezione soggettiva del concetto di tempo che ha permeato la letteratura fin dai tempi più antichi.

Il concetto di durata per Bergson [Torna all'indice]

Bergson con le sue teorie aveva cercato di recuperare quei valori spirituali che il positivismo sembrava aver dimenticato con la crisi della ragione fra '800 e '900; una delle concezioni più originali di Bergson, che rappresenta anche uno dei fondamenti del suo sistema filosofico, e che influenzerà tutti i campi della cultura, dalla letteratura all'arte (il futurismo per esempio), è la distinzione fra il tempo della scienza ed il tempo della vita.

Infatti il tempo spazializzato della fisica trova la sua immagine in una collana di perle (i vari momenti della fisica), tutte eguali e distinti fra di loro, differenti solo quantitativamente, mentre l'immagine del tempo della durata (o della vita) è il gomitolo di filo (o la valanga), che continuamente muta e cresce su sé medesimo, con momenti diversi anche qualitativamente (tant'è vero che nel linguaggio comune si dice ad esempio che cinque minuti possono sembrare, talora, «una eternità»).

Inoltre il tempo della fisica e dell'osservazione scientifica è invertibile, poiché un esperimento può essere ripetuto ed osservato un numero indefinito di volte, mentre il tempo della psiche è fatto di momenti irripetibili. Infatti il tempo della coscienza (durée réelle, temps concret) è costituito da momenti "che non sono esterni gli uni agli altri" ma che si fondono l’uno con l’altro in un processo continuo di crescita, alla maniera di una valanga.

Ciascun momento, infatti, unendosi alla durata fino ad ora già trascorsa, dà origine a qualcosa che prima non esisteva ed è eterogeneo rispetto al passato. Nella durata non ci possono essere due momenti uguali, se non altro perché ciascuno di essi si fonde alla durata già trascorsa, che, a causa del trascorrere stesso del tempo, è differente per ciascun momento. La durata interna alla coscienza è, dunque, costituita da momenti che sono l’uno all’altro eterogenei, ma non sono reciprocamente separati.

Questa conservazione totale è nello stesso tempo una creazione totale, giacché in essa ogni momento, pur essendo il risultato di tutti i momenti precedenti, è assolutamente nuovo rispetto ad essi. «Per un essere cosciente, - dice Bergson, - esistere significa mutare, mutare significa maturarsi, maturarsi significa creare indefinitamente se stesso».

Coloro che ritengono che ogni azione spirituale, come ogni altro fatto della natura sia necessariamente determinato dalle sue cause, si fondano su un concetto del tempo che non si può applicare alla vita spirituale. Immaginano cioè il tempo secondo lo schema spaziale, come fa la scienza, perciò esteriorizzano l'azione e il motivo dell'azione considerandoli quasi come due cose esterne l'una all'altra e di cui una agisca sull'altra.

 

(da L'evoluzione creatrice, in H. Bergson, Le opere, trad. di P. Serini, UTET, Torino 1971)

Chi esamini la vita psichica nella sua effettualità [...] si accorgerà subito che il tempo ne è la stoffa stessa.Non c'è, del resto, stoffa più resistente o più sostanziale.

 Infatti, la nostra durata non è il susseguirsi di un istante a un altro istante: in tal caso esisterebbe solo il presente, il passato non si perpetuerebbe nel presente e non ci sarebbe evoluzione né durata concreta.

La durata è l'incessante progredire del passato che intacca l’avvenire e che, progredendo, si accresce. E poiché si accresce continuamente, il passato si conserva indefinitamente.

 La memoria, come abbiamo tentato di dimostrare, non è la facoltà di classificare ricordi in un cassetto o di scriverli su di un registro. Non c'è registro, non c'è cassetto; anzi, a rigor di termini, non si può parlar di essa come di una "facoltà" giacché una facoltà funziona in modo intermittente, quando vuole o quando può, mentre l'accumularsi del passato su se stesso continua senza tregua.

In realtà, il passato si conserva da se stesso, automaticamente.

Esso ci segue, tutt'intero, in ogni momento: ciò che abbiamo sentito, pensato, voluto sin dalla prima infanzia è là, chino sul presente che esso sta per assorbire in sé, incalzante alla porta della coscienza, che vorrebbe lasciarlo fuori.

La funzione del meccanismo cerebrale è appunto quella di ricacciare la massima parte del passato nell'incosciente per introdurre nella coscienza solo ciò che può illuminare la situazione attuale, agevolare l'azione che si prepara, compiere un lavoro utile.

 Talvolta qualche ricordo non necessario riesce a passare di contrabbando per la porta socchiusa; e questi messaggeri dell'incosciente ci avvertono del carico che trasciniamo dietro a noi senza averne consapevolezza. Ma, se anche non ne avessimo chiara coscienza, sentiremmo vagamente che il passato è sempre presente in noi.

Che cosa siamo, infatti, che cos'è il nostro carattere se non la sintesi della storia da noi vissuta sin dalla nascita, prima anzi di essa, giacchè portiamo con noi disposizioni prenatali?

Certo noi pensiamo solo con una piccola parte del nostro passato; ma desideriamo, vogliamo, agiamo con tutto il nostro passato, comprese le nostre tendenze congenite. Il nostro passato ci si rivela, dunque, nella sua interezza, con la pressione che esercita su di noi e sotto forma di tendenza, benché solo una piccola parte di esso si converta in rappresentazione chiara e distinta.

Conseguenza di questa sopravvivenza del passato è l'impossibilità, per una coscienza, di passare due volte per l'identico stato.

Le circostanze possono ben rimanere le stesse: la persona su cui agiscono non è più la stessa, perché la colgono in un momento nuovo della sua storia. La nostra personalità che va via via formandosi mediante il progressivo accumularsi dell'esperienza, muta continuamente; e però nessuno stato di coscienza, anche se resta identico alla superficie, si ripete mai in profondità.

Questo perché la nostra durata è irreversibile: per poter riviverne anche un momento solo bisognerebbe annullare il ricordo di tutti i momenti successivi.

Martin Heidegger: essere e tempo [Torna all'indice]

Heidegger muove le sue prime riflessioni a proposito del tempo chiedendosi: Come mai il tempo è così importante?

Risponde dicendo che l'interesse di sapere cosa sia il tempo è stato risvegliato oggigiorno dallo sviluppo della fisica:

 

È opportuno anzitutto un accenno preliminare al tempo che si incontra nella quotidianità, il tempo della natura e del mondo. L'interesse di sapere che cosa sia il tempo è stato risvegliato oggigiorno dallo sviluppo della fisica nella sua riflessione sui principi fondamentali del coglimento e della determinazione che vanno qui attuati, cioè i princìpi fondamentali della misurazione della natura entro un sistema di riferimento spazio-temporale.

Lo stato attuale di questa ricerca scientifica è fissato nella teoria della relatività di Einstein.Eccone alcune tesi: lo spazio in sé non è niente; non c'è uno spazio assoluto. Esso esiste soltanto mediante i corpi e le energie che contiene.

 

Estremizzando le tesi einsteniane giunge ad affermare che non esiste un tempo assoluto e nemmeno una sincronicità degli eventi, tuttavia riconosce l'invarianza delle equazioni che ne descrivono i processi. Il tempo viene quindi strettamente legato ad un sistema di riferimento: è ciò in cui si svolgono gli eventi:

 

Già Aristotele vide questo in connessione con il modo fondamentale d'essere dell' essere-natura, cioè del mutamento, della locomozione, del procedere. Non essendo esso stesso movimento, il tempo deve necessariamente avere in qualche modo a che fare con il movimento. Lo si trova anzitutto in ciò che è mutevole; il mutamento è nel tempo.

 

Il tempo per il fisico è il tempo di un orologio, è uno svolgersi in cui gli stadi stanno in rapporto come un prima rispetto ad un poi. In quanto il tempo è costituito da stadi omogenei, è misurabile: ogni prima e poi è determinabile partendo da un "ora". L'orologio ci mostra la durata nel tempo di un evento tuttavia l' "ora" è indipendente dagli orologi in quanto anche la coscienza dell'uomo ne fa esperienza: "Ora è mattina, Ora è notte". Si domanda allora se il tempo, l' "ora" non sia all'interno della coscienza:

 

Io dispongo forse dell'essere del tempo e con l' "ora" intendo, oltre al tempo, anche me stesso? Sono io stesso l' "ora" e il mio esserci è il tempo? Oppure, in fondo, è il tempo stesso che si procura in noi l'orologio? Nel libro XI delle sue Confessioni Agostino ha spinto il problema fino al punto di domandarsi se l'animo stesso sia il tempo.

 

La domanda sul tempo ha quindi portato all'esserci (ente che noi conosciamo come vita umana nel suo essere) e alla decisione anticipatrice della morte (ciò che determina il passaggio all'autenticità). La decisione anticipatrice rivelando l'esistenza come pura possibilità, come progetto, le apre il futuro, e, d'altra parte, poichè le possibilità sono riconosciute come sempre date, la investe del suo passato. Se dunque è grazie alla decisione anticipatrice che si perviene alla possibilità di realizzare l'esistenza come un tutto unitario, è però la temporalità ciò che fonda questa possibilità, è la temporalità cioè che spiega il senso unitario delle strutture della cura.

Per Heidegger la temporalità non è fondata dall'esistenza, ma piuttosto è da essa soltanto manifestata: il tempo è scoperto come ciò che rende possibile sia la decisione sia il modo inautentico di esistere, il tempo è senso dell'esserci.

 

Riassumendo si può dire: il tempo è l'esserci. L'esserci è il mio essere di volta in volta, e quest'ultimo può essere tale in ciò che è futuro, nel precorrere che va al non più, certo ma indeterminato. L'esserci è sempre in una modalità del suo possibile essere temporale. L'esserci è il tempo, il tempo è temporale. L'esserci non è il tempo, ma la temporalità. L'asserzione fondamentale "il tempo è temporale" è pertanto la determinazione più propria, perché l'essere della temporalità significa una realtà diversa. L'esserci è il suo non più, è la sua possibilità nel precorrere che va a questo non più. In tale precorrere io sono il tempo in senso autentico, io ho il tempo. In quanto il tempo è ogni volta mio, ci sono molti tempi.[...]Se dunque il tempo viene compreso come esserci, si chiarisce allora a maggior ragione che cosa voglia dire la tradizionale asserzione sul tempo che afferma: il tempo è il vero principium individuationis. Si intende per lo più il tempo come successione irreversibile, come tempo presente e tempo della natura.

Il tempo nella relatività di Einstein [Torna all'indice]

La concezione del tempo assoluto prevede che si possa misurare con precisione un intervallo di tempo tra due eventi  e che questa misura sia sempre la stessa chiunque esegua la misura purchè sia dotato di un buon orologio.

Propagazione della luce
Una teoria adeguata non si ebbe fino al 1865 quando Maxwell riuscì ad unificare le teorie usate per descrivere le forze dell’elettricità e del magnetismo in equazioni che consideravano la luce come una perturbazione del campo elettromagnetico simili ad onde che si propagano ad una velocità fissa c=3*108 m/s.
Per questo si ipotizzò l’esistenza dell’etere immobile rispetto ad altri sistemi di riferimento per giustificare il propogaarsi della luce nel vuoto cosmico.

Benchè questa nozione sia ovvia nella vitanormale, dove ci si occupa di cose che si

muovono con relativa lentezza, non funziona

affatto per cose che si muovono ad una velocità prossima a quella della luce.

Secondo la meccanica classica ci si dovrebbe aspettare che la velocità della luce sia maggiore muovendosi verso la sorgente rispetto a quella misurabile in direzione ortogonale, così come la velocità dell’aria risulta maggiore muovendosi controvento piuttosto che ortogonalmente ad esso. Nel 1887 Michelson e Morley (vedi box) compirono osservazioni molto precise sulla velocità della luce, trovando che era sempre la stessa in tutte le direzioni indipendentemente dalla direzione del moto della sorgente o dell’osservatore.

Un’altra osservazione importante fu compiuta studiando le stelle binarie che sono in moto relativo tra loro: se la velocità di propagazione della luce emessa dalle due stelle fosse diversa in misura della loro velocità relativa, data la grande distanza tra loro e noi, si dovrebbero osservare delle disarmonie sensibili nel loro moto che invece non si osservano.

Nel 1905 Einstein osservò che il concetto dell’etere, che entrava in conflitto con le misurazioni di Michelson e Morley, diventava inutile se si abbandonava l’idea del tempo assoluto. Il postulato fondamentale della teoria della relatività, come fu chiamata, era che le leggi della scienza dovrebbero valere nello stesso modo per tutti gli osservatori liberamente in movimento, quale che fosse la loro velocità. Questo valeva per le leggi di Newton, ma ora l’idea fu estesa a includere la teoria di Maxwell e la velocità della luce: in base a questa concezione tutti gli osservatori avrebbero dovuto misurare la stessa velocità della luce per quanto elevata fosse la loro velocità.

Questo postulato  ha conseguenze notevoli come l’equivalenza tra massa ed energia

 

 E=mc2

 

   legge per cui nulla può muoversi ad una velocità superiore a quella della luce.

Un’altra conseguenza è la profonda modifica delle nostre idee di spazio e di tempo.

Se immagino un osservatore interno ad un sistema in movimento formato da una sorgente di luce e da due corpi da essa illuminati equidistanti da essa in direzioni opposte, posso dedurre che egli vedrà un impulso luminoso proveniente dalla sorgente raggiungere “contemporaneamente” i due corpi. Considero poi un osservatore esterno, per il quale ovviamente la velocità della luce sarà sempre uguale in tutte le direzioni; egli vedrà una dei due due corpi allontanarsi davanti al raggio luminoso, mentre l’altro corpo gli verrà incontro, perciò il primo corpo riceverà il segnale luminoso un poco prima del secondo. La differenza sarà lievissima in quanto la velocità del sistema è bassa. Quindi due eventi simultanei per un osservatore non lo sono più per l’altro.

Poichè la velocità della luce è esattamente il quoziente della distanza percorsa diviso il tempo impiegato a percorrerla, osservatori diversi misurerebbero diverse velocità, ma questo è impossibile perchè la velocità della luce deve restare la stessa in tutti i sistemi di riferimento, per cui occorre ipotizzare che siano lo spazio ed il tempo ad esser modificati.

L’interferornetro di Michelson e Morley consisteva in un dispositivo di specchi, collocato in modo che un fascio di raggi trasmesso da una sorgente luminosa (nella figura a sinistra) si divideva dirigendosi allo stesso tempo in due direzioni. Ciò era ottenuto a mezzo di uno specchio A, la cui superficie era semiargentata, per modo che una parte del fascio poteva attraversarlo per colpire lo specchio C (a destra) e l’altra parte veniva riflessa ad angolo retto verso lo specchio B. Gli specchi B e C riflettevano poi i raggi di nuovo allo specchio
A, dove nuovamente riuniti procedevano verso il cannocchiale di osservazione T. Poiché il fascio ACT deve passare tre volte attraverso lo spessore del vetro dietro alla superficie riflettente dello specchio A, una lastra trasparente di vetro di uguale spessore era collocata fra A e B, intercettando il fascio ABT, e compensandolo per questo ritardo.
L’intero apparecchio veniva ruotato in direzioni diverse, però in modo che i fasci ABT e ACT potevano essere diretti nella stessa direzione, o quella contraria o ad angoli retti rispetto alla creduta corrente di etere. A prima vista può sembrare che il tragitto «secondo la corrente» per esem pio da B ad A, dovesse compensare in durata di tempo un tragitto «contro corrente» da A fino a B. Ma non è cosi. Per condurre una barca a remi un chilometro contro corrente ed un altro chilometro seguendo la corrente occorre un tempo maggiore che remare per due chilometri in acque tranquille o attraverso la corrente, sia pure tenendo conto della deriva. Se avesse avuto luogo una accelerazione od un ritardo dell’uno o l’altro fascio causati dalla corrente di etere lo si sarebbe certo scoperto con l’apparecchio ottico in T.

Il  tempo nella letteratura [Torna all'indice]

Come è stato sentito e sofferto dai letterati e dai poeti il concetto di tempo, come essi lo hanno trasformato in qualcosa di proprio, di “vissuto” spesso con angoscia e trasmesso agli altri uomini? Il discorso sarebbe lunghissimo, perchè quasi tutti hanno espresso il  dolore per la rapidità del tempo e il desiderio di sopravvivere alla morte, illudendosi così di prolungare il proprio tempo. Devo quindi limitare la mia scelta a pochissimi.

 

Omero affronta più volte questo tema:

 

Omero: Iliade libro I, 352-353

“Poi che mi generasti a vivere breve vita, gloria almeno dovrebbe darmi l’Olimpo......”

 

La fama e l’onore (χλεοσ)  sono il conforto dell’uomo, chi se li assicura vive oltre il suo tempo, nel tempo dei posteri. Di qui la preghiera di Ettore nel canto VI (trasmettere la sua gloria al figlio); qi qui la delusione di Achille nell’Odissea per la monotonia dell’aldilà, dei campi Elisi:

 

 “Non mi volere. Ulisse divino, lodare la morte, vorei, sopra la terra vivendo, essere servo di un altro... piuttosto che regnare su tutta la turba dei morti”.

 

I poeti, anticipando cio’ che Seneca scriverà nel “De brevitate vitae”,  cercano l’illusione dell’eternità (vita oltre la morte, prolungamento del tempo) nella poesia

 

In Saffo troviamo il tema della rivale in amore, la donna zotica, che a differenza della poetessa morirà totalmente perchè non ha saputo raccogliere “le rose della poesia” (fr.55):

 

Tu giacerai morta né alcuna memoria di te mai resterà

in futuro: ché tu non hai parte delle rose della

Pieria, ma anche nella casa di Ades vagherai oscura fra

le ombre dei morti, sospesa in volo lungi da qui.

Callimaco si conforta pensando all’amico tanto amato (Eraclito) che potrà rivivere per sempre ne “i suoi usignuoli” (versi), su cui “colui che ogni cosa ghermisce”  (Hades) non può stendere la sua mano (Ant. Pal VII, 80):

 

Qualcuno mi disse della tua morte,

Eraclito, e piansi. E ricordai allora

le molte volte che parlando insieme

ci raggiunse la sera. Ora tu, amico

d'Alicarnasso, sei da lungo tempo cenere in qualche luogo.

Ma vivono per sempre i tuoi "Usignoli":

su di loro Ade che tutto rapina

non metterà le mani.

Il tema del del tempo è fondamentale in tutta la poetica di Seneca, in particolare quest’autore è interessato alla tematica dell’inesorabile fuga del tempo e della sua precarietà che attanaglia l’uomo.

Con la sua riflessione sul tempo Seneca non intende però arrivare ad una posizione filosofica sul concetto di tempo, come si è visto in Agostino o in successivi pensatori moderni come Heidegger e Bergson.  Le sue analisi nascono proprio in un momento in cui la perdita dei valori tradizionali e l’attività frenetica e disumanizzante degli uomini della prima età imperiale hanno fatto perdere di vista la dimensione dello scorrere del tempo, che tendeva ad essere mercificato da una società sempre più affaristica e materialistica. Per l’uomo alienato, tutto immerso nei suoi affari, nel raggiungimento del potere, della ricchezza, del prestigio il tempo non è che che una merce di scambio; esso è diventato una summa di ore, di giorni, di mesi, di anni che si susseguono l’uno all’altro in un immenso vortice di fatti, di azioni, di gesti privi di valore in cui l’uomo non riesce a dare un significato alla propria vita.

Nel De brevitate vitae, l’opera più significativa a riguardo, il filosofo consiglia di fermarsi un momento e di dedicare del tempo a se stessi, egli non vuole dimostrare la brevità cronologica della vita, di cui si lamentano tutti gli uomini, ma la lunghezza di una vita vissuta nella sua profonda interiorità.  Arriviamo, allora ad una distinzione tra “vita”, che è la vera vita vissuta intensamente, e “tempus”, che rappresenta lo spazio cronologico che sprechiamo nella banalità delle azioni quotidiane. L’importanza del tempo diventa allora qualitativa non quantitativa; solo attraverso l’esercizio dello spirito si può instaurare un rapporto non conflittuale col tempo. Il saggio è allora, per Seneca, colui che è capace di vivere il presente nella sua interezza, che considera la vita momento per momento, giorno dopo giorno, addirittura arrivando ad identificare ogni giorno con la vita intera.

Dunque uno dei fondamentali nell’opera di quest’autore è la contrapposizione tra il “sapiens” e gli “occupati” tra chi sa fare un positivo utilizzo del tempo e chi lo spreca inutilmente.

 

Seneca De brevitate vitae, 8

 

Mirari soleo, cum video aliquos tempus petentes et eos qui rogantur facillimos; illud uterque spectat propter quod tempus petitum est, ipsum quidem neuter: quasi nihil petitur, quasi nihil datum. Re omnium pretiosissima luditur; fallit autem illos quia res incorporalis est, quia sub oculos non venit, ideoque vilissime aestimatur, immo paene nullum eius pretium est. [2] Annua, congiaria homines carissime accipiunt et illis aut laborem aut operam aut diligentiam suam locant: nemo aestimat tempus; utuntur illo laxius quasi gratuito. At eosdem aegros vide, si mortis periculum propius admotum est, medicorum genua tangentes, si metuunt capitale supplicium, omnia sua ut vivant paratos inpendere: tanta in illis discordia adfectuum est. [3] Quodsi posset quemadmodum praeteritorum annorum cuiusque nurnerus proponi, sic futurotum, quomodo illi qui paucos viderent superesse trepidarent, quomodo illis parcerent! Atqui facile est quamvis exiguum dispensare quod certum est; id debet servari diligentius quod nescias quanda deficiat. [4] Nec est tamen quod putes illos ignorare quam cara res sk: dicere solent eis quos valdissime diligunt paratos se partem annorum suorum dare. Dant nec intellegunt; dant autem ita ut sine illorum incremento sibi detrahant. Sed hoc ipsum, an detrahant, nesciunt; ideo tolerabilis est illis iactura detrimenti latentis. [5] Nemo restituet annos, nemo iterum te tibi reddet. Ibit qua coepit aetas nec cursum suum aut revocabit aur supprimet; nibil tumultuabitur, nihil admonebit velocàatis suae: tacita labetun Non ilia se regis imperio, non favore populi longius proferet: sicut missa est a primo die curret, nusquam devertetur, nusquam remorabitun Quid flet? Tu occupatus es, vita festinat: mors interim aderit, cui velis nolis vacandum est.

 

Traduzione: Mi fa sempre meraviglia vedere alcuni chiedere tempo e chi ne è richiesto così arrendevole; l'uno e l'altro guarda allo scopo per cui si chiede il tempo, nessuno dei due al tempo in sé: lo si chiede come fosse niente, si dà come fosse niente. Si gioca con la cosa più preziosa di tutte. Non ne hanno coscienza, perché è immateriale, perché non cade sotto gli occhi, e perciò è valutata pochissimo, anzi non ha quasi prezzo. Assegni annuali, donativi gli uomini li ricevono come tesori e nel procurarseli impiegano le loro fatiche, il loro lavoro, la loro solerzia: nessuno dà valore al tempo; ne usano senza risparmio, come fosse gratis. Ma vedili quando sono ammalati, se incombe pericolo di morte, toccare le ginocchia dei medici; se temono la pena capitale, pronti a sborsare tutto quello che hanno pur di vivere: tanto sono discordi i loro sentimenti. Che se fosse possibile a ognuno aver dinanzi agli occhi il numero degli anni futuri, al pari dei passati, come sbigottirebbe chi ne vedesse avanzare pochi, come ne farebbe economia! Eppure è facile amministrare ciò che è sicuro, per quanto esiguo; si deve custodire con maggior cura ciò che non sai quando verrà a mancare. E tuttavia non credere che ignorino che cosa preziosa sia: a quelli che amano di più ripetono di essere pronti a dare pane dei propri anni. Li danno senza rendersene conto: li danno in modo di toglierli a sé senza accrescerli a loro. Ma non sanno neppure se li tolgono: perciò gli è sopportabile una perdita che è un danno inavvertito. Nessuno ti renderà gli anni, nessuno ti restituirà a te stesso; andrà il tempo della vita per la via intrapresa e non tornerà indietro nè arresterà il suo corso; non farà rumore, non darà segno della sua velocità: scorrerà in silenzio; non si allungherà per editto di re o favore di popolo; correrà come è partito dal primo giorno, non farà mai fermate, mai soste. Che avverrà? Tu sei affaccendato, la vita si affretta: e intanto sarà li la morte, per la quale, voglia o no, devi aver tempo

 

 

Successivamente negli ultimi secoli dell’evo antico, mentre si diffondevano i culti isiaci e soprattutto il Cristianesimo, si afferma la fede in una vera sopravvivenza dell’anima in Dio e Sant’Agostino può fiduciosamente contrapporre al tempo creato da Dio, quel Dio stesso che è lui stesso eternità.

 

Di questa fede è testimonianza tutta la letteratura Cristiano-antica e poi Cristiano-medievale, e anche l’iconografia medievale spesso incentrata sul tema del Giudizio Universale, della pena e del premio oltre la morte, allora il tempo della vita appare come un breve pellegrinaggio, un esilio destinato a sfociare in un’eternità di dolore e gioia.  E di nuovo si può citare Dante (canto XI del Purgatorio, vv. 91-108).

 

Oh vana gloria de l’umane posse!

com’ poco verde in su la cima dura,

se non è giunta da l’etati grosse!

Credette Cimabue ne la pittura

tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,

sì che la fama di colui è scura.

Così ha tolto l’uno a l’altro Guido

la gloria de la lingua; e forse è nato

chi l’uno e l’altro caccerà del nido.

Non è il mondan romore altro ch’un fiato

di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,

e muta nome perché muta lato.

Che voce avrai tu più, se vecchia scindi

da te la carne, che se fossi morto

anzi che tu lasciassi il "pappo" e ’l "dindi",

pria che passin mill’anni? ch’è più corto

spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia

al cerchio che più tardi in cielo è torto?

 

Ma nella pur religiosissima età barocca, che per la Spagna e per l’Italia fu un periodo di decadenza economica e di opposizione controriformistica, alla salda fede di Dante, che contrapponeva senza timore l’eternità al tempo, il senso angoscioso della fragilità umana e della brevità della vita prende cupamente il sopravvento.

 

Luìs de Gòngora:

 

La clessidra

 

Che vale, tempo tiranno,

la ristretta prigione

che di vetro ti costruimmo

per tenerti in mano,

se trattenerti è vano,

e sempre di te è vuota

quando più pensi piena,

la nostra vita, alla cui voce

fuggi qual tempo veloce

e sordo come nell’arena?

 

Orologio a stelle

 

Se voglio attraverso le stelle

Sapere, tempo, dove sei,

vedo che con lor vai,

ma non torni con loro.

Dove imprimi le tue orme,

che non trovo il tuo corso?

Ohimè, m’inganno!

Tu voli, rotoli e corri:

tempo, sei tu che resti,

Son io che me ne vado.)?

 

Fu soprattutto nel decadentismo, in quell’età che vide il disgregarsi di tante convenzioni, il crollo di tanti valori e di tanti ideali e il disorientamento dell’uomo incapace di trovare certezze nella propria identità e nel significato della vita, che si affermò con nuova attualità la meditazione sul tempo. L’influenza di Bergson collegata con quella di Freud determinò una svolta decisiva nell’evoluzione del romanzo, che mutò radicalmente struttura e linguaggio divenendo specchio della travagliata coscienza dell’uomo moderno.

BIBLIOGRAFIA [Torna all'indice]

Stephen Hawking  Dal Big Bang ai buchi neri: breve storia del tempo RIZZOLI

C.M.Garelli Lezioni di fisica superiore LEVROTTO & BELLA

A.Einstein, L.Infeld L’evoluzione della fisica  BORINGHIERI

B.Russel  L’ABC della relatività LONGANESI

O:Costa de Beauregard Il 2° principio della scienza del tempo F.ANGELI

G.Agnelli, A.Orlando Un filosofo allo specchio: Seneca PALUMBO EDITORE

Sant’Agostino Le confessioni  EINAUDI

H.Bergson L'evoluzione creatrice

M.Heidegger Il concetto di tempo ADELPHI

U.Amaldi  Dal pendolo ai quark ZANICHELLI

http://www.nasa.gov/

http://www.matematicamente.it/tesine/carmignani_c/index.htm

http://web.cheapnet.it/enigmatempo/percorso-01.html