Capitolo Precedente Indice Capitolo Successivo

SCIENZA E GUERRA   NELLA LETTERATURA

 

SOFOCLE ED IL CONCETTO DI PROGRESSO

Già nell’antica Grecia, alcuni autori realizzarono importanti riflessioni sul progresso che cambiava di giorno in giorno la vita dell’uomo e che apportava grandissimi benefici all’umanità, ma che, nello stesso tempo, avrebbe anche potuto distruggerla: si possono quindi trovare dei versi che, pur essendo passati più di duemila anni, possono ancora oggi essere applicati al mondo contemporaneo, che rischia la distruzione a causa di un uso troppo spregiuducato di alcune scoperte tecnologiche.

Figura 27 Sofocle.

Sofocle, ad esempio, scrive che l’uomo è un essere prodigioso, che è capace di attraversare le distese del mare in tempesta e sa lavorare i campi con tenacia operosa; con reti intrecciate cattura gli uccelli, sa pescare nelle profondità marine, con i suoi ritrovati ha ragione delle belve e le domina; è in grado di addomesticare gli animali che gli tornano utili per il suo lavoro; con il suo ingegno ha scoperto il linguaggio, il pensiero, la vita associativa, i mezzi per difendersi dal caldo e dal freddo; pronto a vincere le insidie della sorte e della natura, sa trovare rimedio alle più gravi malattie, tranne che alla morte. Il fatto che l’uomo con il suo ingegno giunga a possedere oltre ogni attesa «linventiva dell’arte», non è garanzia di bene: egli talora si volge al bene, talora al male. Per Sofocle, il cittadino eccelso, che onora la sua città, é colui che accorda le leggi umane e divine, falso cittadino è colui che per ardimento si associa al male.

Questo tema delle capacità e della grandezza dell’uomo suggella uno dei più bei passi della tragedia sofoclea, il primo stasimo dell’Antigone. Dal punto di vista formale lo stasimo consta di due coppie strofiche e ciascuna strofe sviluppa un pensiero a sé strettamente individuato; ogni antistrofe è intimamente legata alla propria strofe e quindi le due coppie si presentano come un tutto organico.

Il momento in cui cade questo canto corale e l’impronta altamente lirica della riflessione, così ampia da sembrare generica, hanno spinto alcuni critici a ritenere che esso non avesse nulla a che fare con la tragedia. Ma, a ben vedere, il canto trae motivazione proprio dal contesto dell’azione in cui è inserito. Innegabile il salto brusco che separa l’umanità bassa, di cui sono impregnate le battute della guardia nella scena immediatamente precedente, dallo slancio di universalità luminosa di questo splendido inno dell’uomo, uno dei più bei gioielli dell’effervescenza intellettuale del secolo di Pericle, quando l’uomo scopre il potere del suo sapere.

Nella prima strofe il coro considera la δεινότης nell’ambito delle prime due occupazioni dell’uomo, la navigazione e l’agricoltura, viste come manifestazione dell’ardimento dell’ingegno umano anche nelle condizioni maggiormente avverse; nell’antistrofe la δεινότης dell’uomo viene invece individuata nella capacità di dominare la natura animata, in particolare nell’astuzia con cui sa cacciare e pescare. Il coro non ritiene stoltezza questo ardire, ma espressione della capacità di vincere le più gravi difficoltà. Nella seconda strofe prosegue la considerazione della creatività umana: linguaggio, pensiero, vita associata, mezzi per difendersi dal caldo e dal freddo. L’uomo ha imparato il linguaggio che si fa pensiero, l’occasione in cui si usa il discorso nel modo più pieno e totale; ha imparato l’impegno civile, educando in sé l’istinto e le stesse tendenze naturali. Ben diversamente da Protagora, l’attività politica è per Sofocle uno dei tanti aspetti della δεινότης dell’individuo, grazie alla quale l’uomo sa essere capace di pensare in ogni circostanza: solo la morte costituisce un limite assoluto.

Il coro dunque esalta, in una intensa climax ascendente, le straordinarie capacità dell’uomo, in quanto quest’essere, insieme terribile e straordinario, è divenuto uomo ricco d’ingegno, capace di meditare e di riflettere, in grado di organizzare con le leggi una esistenza civile. Poi, nell’ultima antistrofe, il tono cambia: la valutazione del progresso dipende dall’uso che l’uomo ne fa, in particolare in funzione della πόλις. In questo senso, il monito sulla cattiva utilizzazione del potere assume significato proprio se posto in rapporto con la situazione drammatica della scena precedente, ossia in riferimento al fatto che l’editto di Creonte, il vecchio re di Tebe, è stato disatteso da uno sconosciuto. La riflessione del coro si orienta sul cittadino che rispetta la legge e su chi invece la disattende. L’uomo cerca sempre il bene, ma cade in errore quando il suo intelletto si prefigge come εσθλόν quello che invece rimane κακόν: Creonte ritiene che bene sommo sia l’utile della città, e per assicurare tale bene esige l’incondizionata obbedienza dei sudditi agli ordini del capo e la condanna di ogni nemico della città, vivo o morto che sia. Egli crede i suoi ordini ben ponderati, nella convinzione che tutto è salvo se salva è la città. D’altra parte anche Antigone si comporta secondo quello che lei giudica essere il vero bene. Nella scelta etica dell’uomo sta la sua gloria e quello che lo induce al bene o al male distingue l’υψίπολις dall’άπολις, due termini su cui si viene appuntata l’attenzione della critica. Il coro qui si fa difensore della πόλις: la questione verte circa la posizione che compete all’uomo in quanto membro della πόλις, non in quanto parte del genere umano.

Il coro conclude la sua meditazione sul mistero dell’uomo con la condanna senza appello per colui che nella propria città trasgredisce le leggi e la giustizia divina e con il rifiuto e l’emarginazione dalla comunità di un simile individuo: si può riscontrare la necessità della legge, della tradizione e della religione ai fini della vita sia del singolo, sia della comunità, nonché per rivelare la catastrofe tragica che colpisce chi le trascura.

 

332        Molte sono le cose mirabili

Ma nulla è più mirabile dell’uomo

 

Strofe seconda

353        Ed ha imparato la parola e il pensiero

rapido come il vento e gli impulsi

    1. agli ordinamenti civili ed a fuggire

gli strali dei geli inospitali

e gli strali delle piogge violente,

    1. ricco di ogni risorsa appresa da sé; non va incontro a

nessun evento futuro privo di risorse; solo dalla morte

non troverà scampo;

  1. ma ha escogitato scampo da mali incurabili.

 

Antistrofe seconda

  1. Pur possedendo oltre ogni speranza

Il potere inventivo dell’arte, che è qualcosa di saggio,

366-67   talora si muove verso il male, talora verso il bene;

se mette d’accordo le leggi della sua patria

e la giustizia giurata degli dei

    1. sarà grande nella sua città, senza città colui il quale,

per sfrontatezza, si attiene al male.

Non mi sia ospite, né amico

374        chi agisce così.

 

Sul finire della tragedia, viene rinfacciato a Creonte, che troppo tardi ha compreso dove l'ha portato la sua decisione di voler applicare ostinatamente le leggi scritte degli uomini, anche quando queste contraddicevano quelle non scritte eppure inviolabili degli dei: «Essere saggi è la prima condizione della felicità: non si deve mai commettere empietà nei confronti degli dei. I discorsi tracotanti dei superbi suscitano i duri colpi della sventura ed insegnano, con la vecchiaia, la saggezza» (Antigone, 1347-53).

E la comprensione - che giunge invariabilmente troppo tardi, quando ormai la ruota del destino ha già intrecciato e divelto i fili delle sventurate esistenze degli eroi messi in scena dai tragediografi - è il cuore della sciagura stessa e sua prima causa insieme, appunto, alle «incomprensibili» volontà divine.

 

LUCREZIO E LA MORTE DELL’UNIVERSO

 

Figura 28 Lucrezio.

Lucrezio, uno dei più importanti poeti latini del I secolo a.C., nella sua unica opera pervenutaci, il De rerum natura, presenta la teoria atomistica epicurea nelle sue linee principali. Eternità della materia costituita da atomi solidi in continuo movimento di aggregazione e disgregazione, avvicendamento di nascita, crescita, decadimento e morte delle cose, esclusione di ogni intervento divino nel nostro mondo, infinità dell’universo sono i temi generali che hanno maggiore spicco nella trattazione; fra tutti sembra acquistare particolare rilievo quello della morte: morte «cosmica», cui è destinata ogni cosa, morte del nostro mondo, morte di ogni individuo.

Infatti, già fin dal primo trionfante inno a Epicuro, Lucrezio ha precisato che la vittoria del filosofo è consistita nel prendere e dare coscienza dei limiti inesorabili posti alla vita umana. Attraverso lo studio della natura e dei suoi fenomeni, l’uomo approda all’amara verità che nell’eterna vicenda di aggregazione e disgregazione degli atomi, che risponde a un criterio di equilibrio universale, tutto è destinato a perire; inutile, dunque, temere la morte, inutile affannarsi a vivere in vane occupazioni; la voluptas deriva appunto, come chiarisce il proemio al II libro, dalla contemplazione razionale della natura nei sereni templi della sapienza.

In particolare, il II libro si chiude con questa visione che molti critici considerano assai pessimistica: se la materia è eterna ed eternamente sollecitata dal movimento ad aggregarsi e a disgregarsi, i corpi sono tutti accomunati da un ciclo di crescita e di successivo deperimento sino alla morte; se l’universo è infinito, molteplici ne sono i mondi, ma ognuno di essi ugualmente è destinato a esaurimento e fine.

Il poeta partecipa emotivamente alla vicenda terrena di degradazione e di morte e le due figure di coltivatori che rimpiangono i tempi passati si caricano di mestizia e di sconforto. Tuttavia il messaggio finale (vv. 1173-1174) «che tutto si avvia alla bara» rientra sempre in quelle verità gloriosamente conquistate da Epicuro: chi ha varcato moenia mundi sa che per tutto il nostro mondo è stabilita finita potestas atque alte terminus haerens. Il discorso di Lucrezio, quindi, sembra superare i limiti del suo tempo ed essere valido ancora oggi: il vecchio mondo corrotto sta per cadere in rovina o per colpa degli uomini o per una necessaria legge universale; l’unica differenza è che la nostra vita è messa in pericolo dall’esistenza, per esempio, di ordigni nucleari, il cui principio di funzionamento è basato su quegli atomi, la cui esistenza era già stata intuita da Epicuro e ripresa proprio da Lucrezio.

Libro II

Sic igitur magni quoque circum moenia mundi

1145    expugnata dabunt labem putrisque ruinas;

 

            Così dunque anche le mura del vasto mondo, dintorno,

1145    espugnate crolleranno frantumandosi in putride macerie.

 

1150    Iamque adeo fracta est aetas effetaque tellus

vix animalia parva creat, quae cuncta creavit

saecla deditque ferarum ingentia corpora partu.

 

1150    E ormai appunto la nostra età è spossata, e la terra, sfinita

            dal partorire, a stento genera piccoli animali, essa che tutte

            le stirpi generò, e dette alla luce immani corpi di fiere.

 

1173    nec tenet omnia paulatim tabescere et ire

ad capulum spatio aetatis defessa vetusto.

 

1173    E non afferra che tutte le cose a poco a poco si consumano

            e, fiaccate dal lungo corso dell'età, vanno alla tomba.

 

Nel nostro secolo qualcuno ha definito Lucrezio «primo antropologo» per l’ampia esposizione sulle origini e lo sviluppo del genere umano che egli fornisce nella seconda sezione del V libro. Il quadro dei primordi della storia dell’umanità alterna momenti descrittivi, in cui Lucrezio pare abbandonarsi alla sua vena artistica in gara coi più raffinati poeti antichi e meno antichi, quasi dimentico dell’alto compito filosofico che si è prefisso, a momenti di riflessione etica sull’umanità e sulla ferinità dell’uomo nel passato e nel presente, con punte polemiche nei confronti della cosiddetta civiltà progredita.

Ai primordi dell’umanità, infatti, non si moriva di più né più dolorosamente che oggi: allora, quando si finiva nelle fauci di una belva o azzannati, ci si contorceva in spasimi atroci fino alla morte. Ma non si moriva a migliaia in guerra in un sol giorno né sfracellati sugli scogli dalle tempeste marine durante la navigazione; si moriva di fame, non di indigestione; talvolta per ignoranza si assumeva veleno, mentre al suo tempo, ormai, lo si propinava con astuzia agli altri.

Lucrezio intende anzitutto ribadire il concetto, più volte espresso nel suo poema, secondo cui tutto il nostro mondo non ha origine divina e, come ogni suo elemento, anche l’uomo si è sviluppato autonomamente attraverso gli stessi meccanismi atomici, obbedendo a impulsi utilitaristici. L’uomo si evolve, perché nel corso dei secoli perde robustezza e resistenza ai disagi materiali, mentre, stimolato dalla natura, acquista capacità tecniche che sono alla base del cosiddetto «progresso», e gradatamente si associa ai suoi simili, imparando a comunicare con loro e stabilendo via via consuetudini e leggi di convivenza.

Figura 29 Frontespizio della II edizione aldina del De Rerum Natura (1515).
In evidenza quello che oggi verrebbe chiamato il logo di Aldo Manuzio: il delfino avvinto all’ancora, replicato dal motto (qui assente) Festina Lente (affrettati con calma).

Il progresso materiale, fin quando è stato ispirato al soddisfacimento di bisogni primari, è valutato positivamente, mentre riserve di Lucrezio si concentrano sull’aspetto di decadenza morale che il progresso ha portato con sé: il sorgere dei bisogni innaturali, della guerra, delle ambizioni e cupidigie personali ha corrotto la vita dell’uomo. Ma quella di Lucrezio non è una visione sconsolata e pessimistica: a questi problemi l’epicureismo è in grado di fornire una risposta invitando a riscoprire che «di poche cose ha davvero bisogno la natura del corpo».

La questione fondamentale è se Lucrezio creda nel progresso o con nostalgia idealizzi lo stadio primitivo di vita umana. In effetti guardando con occhio materialista alla realtà dei fatti, Lucrezio non ignora le difficoltà del cosiddetto “stato di natura” e non lo idealizza affatto come i cantori dell’età dell’oro. D’altra parte si avvede che il progresso nato dalle successive risposte a certe necessità, ne ha create e ne crea continuamente delle altre. Di lì deriva quella che è apparsa ad alcuni come nostalgia del primitivo ed è in realtà presa di coscienza; infatti vi fu un momento in cui la natura bastava all’uomo, il quale nei suoi limiti di selvaggio non chiedeva di più. Tuttavia l’uomo non poteva sottrarsi al progresso, non poteva non affinare le sue capacità di approfondimento e di sfruttamento delle nozioni acquisite.

Quindi, Lucrezio non rimpiange il lontano passato, né rinnega il progresso: ne denuncia i limiti e le contropartite. Non si muore oggi meno di ieri, semmai in modo diverso, non più per debolezza e ignoranza, bensì per rischi scelti volontariamente.

Libro V

925      Et genus humanum multo fuit illud in arvis

durius, ut decuit, tellus quod dura creasset,

 

925      Ma la stirpe umana che visse allora nei campi fu molto

            più dura, com'era naturale, ché la dura terra l'aveva creata;

 

937      quod sol atque imbres dederant, quod terra crearat

sponte sua, satis id placabat pectora donum.

 

937      Ciò che donavano il sole e le piogge, ciò che produceva

            di per sé la terra, era un dono bastevole a placare quei petti.

 

at non multa virum sub signis milia ducta

1000    una dies dabat exitio nec turbida ponti

aequora lidebant navis ad saxa virosque.

 

            Tuttavia molte migliaia di uomini adunate sotto le insegne

1000    non dava a morte un solo giorno, né le procellose acque

            del mare gettavano navi e uomini a infrangersi contro gli scogli;

 

illi inprudentes ipsi sibi saepe venenum

1010    vergebant, nunc dant [aliis] sollertius ipsi.

 

            Per ignoranza gli uomini d'allora spesso versavano il veleno

1010    a sé stessi, quelli d'ora più scaltramente lo danno essi agli altri.

 

1430    Ergo hominum genus in cassum frustraque laborat

semper et [in] curis consumit inanibus aevom,

ni mirum quia non cognovit quae sit habendi

finis et omnino quoad crescat vera voluptas;

idque minutatim vitam provexit in altum

1435    et belli magnos commovit funditus aestus.

 

1430    Dunque il genere umano a vuoto e invano si travaglia

            sempre e consuma in affanni inutili la vita,

            certo perché non conosce quale sia il limite del possesso

            e generalmente fino a qual punto cresca il vero piacere.

            E questo a poco a poco ha sospinto la vita in alto mare

1435    e ha suscitato dal profondo grandi tempeste di guerra.

 

SVEVO E LA PREVISIONE DI UNA CATASTROFE IMMANENTE

 

Figura 30 Italo Svevo.

La prima guerra mondiale, conclusasi dopo aver causato più di dieci milioni di morti, dai contemporanei fu considerata il conflitto peggiore che l’umanità avesse mai combattuto, la «grande guerra». La ripresa economica che seguì riportò il benessere nella società, ma proprio questa nuova spirale produttivistica che si venne a creare fu la causa dell’alienazione dell’uomo. Usufruendo, infatti, degli studi di Freud, molti letterati europei, come Svevo, Proust e Joyce, videro l’uomo incapace di avviare un rapporto cordiale ed operoso con la realtà che lo circondava e lo considerarono un vinto, ma senza grandezza, perché la malattia della coscienza e l’inettitudine escludevano la lotta. Una tale società, quindi, non poteva produrre per il futuro altro che una catastrofe: Svevo, pur essendo morto diciassette anni prima delle stragi di Hiroshima e Nagasaki, non vedeva possibilità di salvezza ed alternative sul piano effettuale storico. Proprio nelle ultime pagine di La coscienza di Zeno analizza questa nuova condizione dell’uomo, che non è connaturata con la sua natura, ma che è dovuta a precise ragioni storiche.

La presunta guarigione di Zeno è attribuita a un'unica causa, davvero paradossale: il «commercio». Il commercio di Zeno significa il suo successo sociale, con la gratificazione che ne deriva. Ma appare evidente che tale successo è dovuto alla violenza che Zeno esercita sugli altri: la speculazione di guerra, che affama i più deboli, è una violenza anzi tra le più ripugnanti. Il successo individuale dell’«eroe» del romanzo è dunque un successo tutto costruito dentro la dimensione sociale con le sue ingiustizie e le sue storture, un successo interamente affidato alla dimensione dell’artificialità. La guarigione presunta di Zeno coincide perciò perfettamente con le ragioni che consentono al narratore-protagonista di denunciare, nell’ultima pagina, la futura catastrofe mondiale. Tra la presunta guarigione del protagonista, le ragioni antisociali e antinaturali che la consentono e il destino di distruzione dell'uomo c'è infine una sinistra profonda continuità: l’uomo – è il messaggio di Svevo – è malato senza speranza proprio perché per guarire, o per sentirsi guarito, deve affermare se stesso contro gli altri, utilizzare gli infami strumenti messi in opera dalla civiltà per favorire la sopraffazione; così che la guarigione del singolo (cioè la sua felicità individuale) e la distruzione progressiva dell’umanità procedono di pari passo. Appunto: «La vita attuale è inquinata alle radici».

Per Zeno, infatti, la vita nel primo dopoguerra è inquinata alle radici ed ha già messo in moto una spirale - l'agonismo produttivistico senza esclusione di colpi - che la distruggerà: l’uomo, che si è messo al posto degli alberi e delle bestie, ora produce ordigni. Gli ordigni si comprano e si vendono, da qui all’esplosione enorme, alla catastrofe inaudita che distrugge il pianeta, il passo è breve. Soltanto la fine del mondo potrebbe liberarlo dalla malattia. L’uomo moderno, represso dall’inconsapevolezza del proprio stato, incapace d'ironia, non può produrre che catastrofi. Artifici, menzogne e impotenza vanno di pari passo. L'unica età dell'oro possibile sulla terra è quella che accetta la sua precarietà e il condizionamento prepotente della vita. Tolleranza, autocoscienza, ironia sono le vie possibili, a portata di mano, della salvezza.

Il messaggio conclusivo del romanzo, nonostante l’apparente lieto fine della guarigione, è in realtà intriso di amaro pessimismo. La civiltà attuale, basata sul possesso degli «ordigni», la civiltà dei capitali, delle borse, degli eserciti, delle guerre e degli stermini di massa, ha imboccato un corso contrario alla natura, intesa darwinianamente come luogo della sopravvivenza del più forte, ma anche, rousseauianamente, come luogo dell’autenticità. La società dell’«occhialuto» uomo, insieme debole e forte, sano e malato, è fondata sulla menzogna e sull’inganno. Per questo la guarigione di Zeno è a sua volta doppia, così come è doppio in tutto il romanzo il linguaggio impiegato: la vittoria sugli altri, in cui la guarigione sembra consistere, si realizza non casualmente attraverso due modalità tipiche della nostra società, la speculazione di borsa e quella di guerra; così da divenire emblematica di una civiltà condannata alla perdita dell’autenticità, alla disgregazione e alla catastrofe.

La conclusione de La Coscienza di Zeno presenta tratti fortissimi di attualità. Addirittura profetica sembra l’allusione ai possibili sviluppi del potenziale distruttivo degli armamenti militari, formulata oltre vent’anni prima dell’invenzione della bomba atomica e del suo impiego alla fine della seconda guerra mondiale.

 

La vita attuale è inquinata alle radici. L’uomo s'è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l'aria, ha impedito il libero spazio. Può avvenire di peggio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze. V'è una minaccia di questo genere in aria. Ne seguirà una grande ricchezza... nel numero degli uomini. Ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo. Chi ci guarirà dalla mancanza di aria e di spazio? Solamente al pensarci soffoco!

Ma non è questo, non è questo soltanto. Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo. Allorché 1a rondinella comprese che per essa non c'era altra possibile vita fuori dell’emigrazione, essa ingrossò il muscolo che muove le sue ali e che divenne la parte più considerevole del suo organismo. La talpa s'interrò e tutto il suo corpo si conformò al suo bisogno. Il cavallo s'ingrandì e trasformò il suo piede. Di alcuni animali non sappiamo il progresso, ma ci sarà stato e non avrà mai leso la loro salute.

Ma l'occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c'è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l’uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai, l’ordigno non ha più alcuna relazione con l'arto. Ed è l’ordigno che crea la malattia con l’abbandono della legge che fu su tutta la terra creatrice. La legge del più forte sparì e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico-analisi ci vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati.

Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incompatibile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s'arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un'esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.

 

QUASIMODO E LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Moltissimi letterati, che hanno vissuto direttamente o indirettamente l’esperienza della seconda guerra mondiale, al termine del conflitto hanno espresso il loro punto di vista sulla guerra e sul conseguente disastro. Uno di questi è Salvatore Quasimodo, che ha pubblicato nell’immediato dopoguerra Giorno dopo giorno (1947) e La vita non è sogno (1949), dove si percepisce una frattura, una nuova poesia nella quale irrompe la recente tragedia e trovano posto i dolori e le speranze dei popoli. La meditazione sul dolore dell’uomo si arricchisce, si sostanzia di una più concreta trama di relazioni con la realtà storica, con la dolorosa esperienza recente, si arricchisce di una maggiore disponibilità all’incontro con la tristezza degli altri uomini. Quasimodo pensa che la storia e il progresso non siano riusciti a cambiare l’uomo, che è ancora, sotto certi aspetti, quello primitivo, quello delle caverne: la stessa violenza irrazionale e assassina guida le sue azioni. Rispetto all’uomo primitivo, ha solo inventato strumenti di distruzione e di sangue più efficienti, più efficaci, più sofisticati, più «intelligenti». L’uomo di oggi persiste ancora nella sua follia.

 

UOMO DEL MIO TEMPO.

Figura 31 Salvatore Quasimodo.

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
- t' ho visto - dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T'ho visto: eri tu,
con la scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all'altro fratello:
"Andiamo ai campi". E quell'eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
Le loro tombe affondano nella cenere,
e gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

 

Con questa poesia l’autore vuole rivolgersi a tutti gli uomini di oggi, subito dopo gli orrori della seconda guerra mondiale. Nel corso dei secoli, il progresso ha realizzato, invece che la civiltà, strumenti di morte sempre più feroci: dalla pietra e dalla fionda si è passati alle forche, alle macchine di tortura, ai carri armati e agli aerei da guerra. Sottintesa rimane la bomba atomica, che è il peggiore strumento di distruzione di massa che l’uomo sia mai riuscito a realizzare.

Il poeta si rivolge direttamente al lettore, dicendogli che l'ha visto nella carlinga dell’aereo, pronto ad utilizzare i suoi strumenti di morte. L'uomo ha dalla sua parte la scienza con la quale è deciso a sterminare i suoi simili, senza amore, senza Cristo: ha sempre continuato ad uccidere come i suoi antenati uccisero gli animali che lo videro per la prima volta. E il sangue che si versa ancor oggi è come il sangue di Abele, che Caino uccise nei campi. La voce di Caino giunge fino a noi, come un eco di morte che non vuol spegnersi dentro la nostra giornata.

Quasimodo, rivolgendosi direttamente alle nuove generazioni, le esorta a dimenticare gli atroci insegnamenti delle persone che le hanno precedute e che hanno lasciato questa maledizione. Le tombe dei progenitori devono affondare nella cenere e gli uccelli neri o il vento devono coprire il loro cuore.

Solamente evitando di commettere gli stessi errori dei padri, l’umanità potrà uscire da questo tunnel di morte e portare rispetto, uguaglianza e progresso in ogni parte della Terra.

 

“HIROSHIMA” DI JOHN HERSEY

Introduzione

Le bombe di Hiroshima e Nagasaki sancirono la fine di una guerra in Asia che aveva le sue origini nel 1930, in particolare con il tentativo del Giappone di creare un impero nell’Asia orientale e nel Pacifico occidentale. L’espansione giapponese minacciava gli interessi economici e militari americani, soprattutto nell’importante area dell’Indocina. Quando i negoziati diplomatici fallirono nel tentativo di arrestare i Giapponesi, il governo di Washington decretò, nel luglio 1940, l’embargo contro il Giappone, che non poteva più importare, quindi, il petrolio per sostenere e alimentare il suo esercito. Diviso tra la scelta di ridimensionare le proprie mire espansionistiche o confrontarsi con gli Stati Uniti, il governo giapponese rispose nel dicembre 1941 con un attacco a sorpresa alla flotta navale americana a Pearl Harbor. Questa incursione portò gli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale.

Nel momento in cui gli USA si mobilitarono, la maggior parte del sud-est asiatico era nelle mani dei Giapponesi. Feroci battaglie e sanguinose perdite segnarono la lotta degli USA per rimontare il terreno perduto e sconfiggere il Giappone. Le forze armate giapponesi opposero una compatta e spesso suicida resistenza in posti come Guadalcanal, Midway Island, Bougainville, Tarawa, Saipan, Corregidor e Okinawa. Dopo ogni battaglia, il computo dei morti aumentava, non solo dei soldati americani e giapponesi, ma anche dei civili, travolti e massacrati. Con la distruzione di Hiroshima e Nagasaki, per la prima volta i Giapponesi furono costretti a confrontare il loro essere vittime con il loro ruolo di imperialisti durante la guerra, non solo in Corea, ma anche in Cina e in altre parti dell’Asia orientale.

E’ quindi interessante vedere, al di là dell’episodio storico, come i Giapponesi e gli Americani si sono confrontati con il bombardamento di Hiroshima dal 1945 in poi.

 

La coscienza americana

Milioni di Americani avevano appoggiato, anche negli anni successivi, il discorso di Harry Truman quando questi annunciò che una nuova arma aveva distrutto la «military base» di Hiroshima e che «the atomic bomb was a wholly justified means of defeating a tracherous foe.» Nel discorso di Truman, Hiroshima doveva vendicare l’attacco giapponese a Pearl Harbor. Il discorso proseguì argomentando che la bomba aveva salvato migliaia di Americani che sarebbero stati sterminati nel caso si fosse invaso il Giappone. Un sondaggio della rivista Fortune nel 1945, mostrò che solo il cinque per cento degli intervistati era contrario al bombardamento di Hiroshima e Nagasaki e addirittura una significativa minoranza si lamentava del fatto che gli Americani avessero lanciato solo una bomba atomica.

Certe reazioni erano dovute anche al fatto che gli Americani non avevano una immagine diretta degli effetti della bomba, poichè i militari americani di stanza in Giappone censuravano i reportage in cui si mostravano i corpi senza vita e i sopravvissuti menomati.

Infatti, gli Americani all’inizio videro solo immagini di una incredibile nube a forma di fungo, considerata un nuovo elemento «naturale». Infatti proprio il binomio «mushroom-cloud» suggeriva l’idea di un fenomeno naturale estraneo agli uomini.

Ma solo una maggiore comprensione dell’evento dovuto ad articoli di studiosi ed a una censura meno rigida ha creato la consapevolezza che Hiroshima è qualcosa che non dovrà più accadere, una lezione da non dimenticare mai. Se il numero delle vittime non fece molto effetto sul pubblico americano, invece il fatto che una città fosse stata completamente rasa al suolo, non li lasciò indifferenti. Fu appunto la distruzione di due città ad ispirare le successive campagne antinucleari. Il tema della prudenza nell’utilizzo del nucleare emerse subito: ciò che era accaduto a Hiroshima sarebbe potuto accadere in qualsiasi città americana.

L’attivismo antinucleare non si esaurì del tutto fino al 1980 e gli attivisti usarono film, fotografie, disegni, racconti giornalistici, testimonianze di superstiti, poesie e racconti basati sul bombardamento di Hiroshima e Nagasaki per esprimere il significato dell’attacco nucleare e per accrescere la consapevolezza della costante minaccia.

 

Figura 32 John Hersey.

Pertanto il ruolo di Hiroshima nella memoria americana è stato congiunto al ritmo mutevole del confronto tra minaccia di una guerra  nucleare e le campagne per ridurre questa minaccia.

 

Tra tutti i racconti del bombardamento atomico, nessuno è stato così ampiamente letto e apprezzato dagli Americani come il libro di John Hersey, Hiroshima.

Questo racconto fu scritto in un periodo nel quale c’era l’approvazione per l’utilizzo della bomba. Però, alcuni Americani facenti parte di organizzazioni religiose, soprattutto la Chiesa Cattolica e quella Protestante, per mezzo dei propri portavoce condannavano l’uso della bomba atomica, poiché i responsabili del bombardamento non avevano fatto nessuna distinzione tra combattenti e non combattenti. Diversi ecclesiastici protestanti, infatti, firmarono una petizione contro Truman, denunciando le atrocità della bomba e sottolineando che il bombardamento aveva soprattutto colpito migliaia di civili indifesi.

Nel periodo post-guerra, negli Americani crebbe la paura degli effetti delle radiazioni. Fonti giapponesi dichiaravano che la bomba atomica aveva contaminato l’area di Hiroshima uccidendo tra 30.000 e 60.000 persone. Tuttavia il Generale Lesile Groves, direttore del Manhattan Project, e il dottor Stafford Warren, che era a capo di un team di ricercatori in Giappone, negarono queste cifre e Groves addirittura dichiarò, agli Americani che ancora avevano timore delle radiazioni, che tutto sommato «it is a very pleasant way to die

In ogni caso, però, un anno dopo i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki gli Americani avevano appreso troppo poco sulla bomba per approvarne l’utilizzo nella guerra contro il Giappone; molti dei resoconti del 1946 dalle città bombardate durante la guerra mostravano diversi temi che non costituivano motivo di riflessione sull’uso della bomba. Infatti, Hiroshima e Nagasaki furono rese meno «scomode» grazie anche alla reazione dei sopravvissuti: i cittadini delle due città reagirono come vittime di una qualsiasi guerra o calamità naturale, poiché ritornarono alle loro case e cominciarono un normale processo di ricostruzione. Allo stesso tempo i giornalisti americani dipingevano Hiroshima e Nagasaki come simboli della nascita di un nuovo Giappone, devoto alla pace, al progresso e alla ricostruzione.

 

In questo contesto, il 31 agosto 1946 il New Yorker dedicò tutto il numero ad un resoconto del bombardamento atomico che era stato scritto da un giovane giornalista di nome John Hersey. Intitolato semplicemente Hiroshima, l’articolo fu un immediato successo perché raccontava quella tragedia dal punto di vista dei sopravvissuti. Tutte le copie del giornale andarono a ruba e in pochi giorni l’edizione originale divenne un oggetto per collezionisti. Un lettore entusiasta dichiarò «no one is talking about anything else but the Hersey article for the last two days, either in trains, restaurants or at home…»

Sebbene all’inizio il resoconto fu pubblicato in un giornale di limitata circolazione, Hiroshima acquisì rapidamente un largo pubblico. I lettori del New Yorker sollecitarono gli editori affinché l’articolo fosse ristampato «by the millions». Le organizzazioni degli scienziati, l’esercito e la commissione per l’energia atomica pretendevano milioni di copie, da distribuire in modo da impressionare gli Americani con il potere della nuova arma. Hersey e il New Yorker permisero che l’articolo fosse ristampato a due condizioni: la prima era che tutti i profitti andassero alla Croce Rossa ed in secondo luogo che l’articolo non doveva essere alterato. Il testo dell’articolo fu letto in quattro programmi televisi speciali di mezz’ora l’uno, senza pubblicità, dalla American Broadcasting Company tra il 9 e il 12 settembre. L’articolo raggiunse rapidamente il pubblico internazionale attraverso simili programmi o con edizioni stampate abusivamente.

L’autore di questo articolo, John Hersey, era nato in Cina ed era stato educato a Yale. Hersey aveva lavorato per le edizioni Time-Life verso la fine degli anni trenta e in seguito, dopo Pearl Harbor, aveva rivolto la sua attenzione ai reportage del periodo della guerra. Prima dell’uscita di Hiroshima, Hersey aveva scritto molti articoli per giornali americani e tre libri ambientati nel periodo della guerra.

In questo articolo Hersey era animato più dal suo interesse sulle sorti degli uomini, che da una riflessione «filosofica» sulla natura umana. Hiroshima divenne popolare, non perché Hersey avanzasse teorie sulla volontà di sopravvivere, ma perché egli voleva fare qualcosa che non era riuscito a nessuno prima: ricreare l’intera esperienza dell’esplosione atomica dal punto di vista delle vittime. Il contrasto tra l’apparente semplicità e oggettività della prosa e la grandezza del fenomeno che descrive rende Hiroshima, per certi versi e per certi lettori, «inquietante».

 

“Hiroshima”

Per descrivere i dettagli concernenti ai danni provocati dalla bomba, Hersey fece riferimento ai dati da lui stesso raccolti, a quelli di scienziati giapponesi e americani, in particolare i dati della USSBS (US Strategic Bombing Survey), e soprattutto alle interviste con i Giapponesi che avevano sofferto l’esperienza del bombardamento.

Il libro che egli ricavò dal suo articolo pubblicato sul New Yorker, si apre con una pagina dal titolo «When the Bomb dropped», nella quale descrive cosa stavano facendo i sei superstiti, da lui in seguito intervistati, nel momento dello scoppio della bomba. La prima pagina suscita subito un senso di curiosità e suspense nel lettore che si trova di fronte a sei brevi descrizioni di personaggi sconosciuti, che non hanno apparentemente nulla a che fare tra di loro, assolutamente ignari della tragedia che si sarebbe consumata di lì a poco e che li avrebbe visti protagonisti, non solo di un articolo e poi di un libro, ma protagonisti di un evento terribile, in quanto superstiti in mezzo a circa 100.000 morti. Se si tiene presente che per la maggior parte degli Americani di quell’epoca la parola «Giapponese» equivaleva alla figura di un malvagio distruttore a cui si doveva la strage di Pearl Harbor, l’immagine che Hersey fornisce è ancora più imponente.

La prima pagina appare all’incirca così:

 

WHEN THE BOMB DROPPED

August 6, 1945

 

MISS TOSHIKO SASAKI, a clerk in the personnel department in the East Asia Tin Works had just turned her head to chat with the girl at the next desk.

 

DR. MASAKAZU FUJI, a physician, had just sat down to read the paper on the porch of his private hospital.

 

MRS. HATSUYO NAKAMURA, a tailor’s widow, was watching a neighbour from her kitchen window.

 

FATHER WILHEM KLEINSORGE, a German priest, lay on a cot in the mission house reading a Jesuit magazine.

 

DR. TERUFUMI SASAKI, a young surgeon, walked along a hospital corridor with a blood specimen for a Wassermann test.

 

 

Figura 33 Hiroshima di John Hersey.

THE REVEREND MR. KIYOSHI TANIMOTO, pastor of the Hiroshima Methodist Church, was about to unload a cart of clothes at a rich man’s home in the suburbs.

 

Il racconto si compone di quattro sezioni, nelle quali viene descritta la tragedia di Hiroshima fino ad un anno dopo lo scoppio della bomba; la prima sezione ha come titolo A Noiseless Flash e vi troviamo la descrizione dei personaggi e del modo in cui questi furono sorpresi; la seconda parte è intitolata The Fire e parla della immediata conseguenza dello scoppio e di come reagirono i personaggi; segue Details are being investigated, dove si narra il modo in cui i personaggi sopravvivono allo scoppio e cominciano a prendere coscienza di cosa fosse successo, facendo le prime congetture sul tipo di ordigno lanciato dagli Americani. La quarta sequenza, Panic Grass and Feverfew, il più lungo dei capitoli, descrive i sei personaggi e i loro problemi di salute derivanti dalla esposizione alle radiazioni. Quest’ultimo capitolo arriva fino al 1946; qui si concludeva l’edizione del New Yorker. In una successiva edizione del libro, la narrazione viene ampliata perché Hersey torna in Giappone dopo quarant’anni per raccontare cosa abbiano fatto successivamente i suoi personaggi.

 

Il testo inizia con la descrizione dei sei personaggi, che è sviluppata minuziosamente, per cui si può notare che tutti, ad eccezione della Mrs. Nakamura, umile moglie di un sarto deceduto in guerra, sembrano avere uno status sociale o un livello culturale abbastanza elevato, per cui sono in grado di raccontare in modo chiaro ed esauriente tutti gli eventi a cui erano stati presenti.

 

La seconda parte del libro, The Fire, si apre con Mr. Tanimoto che, dirigendosi verso casa sua, trova delle persone da soccorrere lungo la strada. La narrazione è veloce e la parte descrittiva è ridotta all’osso; molto ricorrente è l’immagine del fuoco che brucia le case semidistrutte e la gente che corre da una parte all’altra della città. Dei sei personaggi, le figure principali sono i due religiosi, Mr. Tanimoto e Father Kleinsorge, che hanno il compito non solo di salvare se stessi, ma anche gli altri, siano essi i membri della congregazione dei Gesuiti o vittime straziate che chiedono acqua.

 

…a woman from next door came up to him [F. Kleinsorge] and shouted that her husband was buried under her house and the house was on fire; Father Kleinsorge must come and save him…Mr. Fukai the secretary of the dioceses was standing in his window on the second floor of the mission house, facing in the direction of the explosion, weeping…Father Kleinsorge went into the room and took Mr. Fukai by the collar of his coat and said, ‘Come with me or you’ll die!’ and began to shove and haul him out of the room…

 

L’unica descrizione di una certa rilevanza all’interno del capitolo è dedicata a quella zona di Hiroshima dove si rifugiano i superstiti: Asano Park. Questa sorta di «locus amoenus», all’interno di una città devastata, fornisce una immagine di pace e tranquillità al lettore che ha assistito finora a crolli di case, incendi e problemi di ogni genere; la descrizione di Asano Park è la seguente:

 

This private estate was far enough from the eplosion so that its bamboos, pines, laurel and maples were still alive and the green place invited refugees- partly because they believed that if the Americans came back, they would bomb only buildings; partly because the foliage seemed a center of coolness and life, and the estate’s exquisitely precise rock gardens, with their quiet pools and arching bridges, were very Japanese, normal, secure; and also partly because of an irresistible, atavistic urge to hide under leaves.

 

In Asano Park si erano rifugiati nel frattempo anche altri personaggi della vicenda, come Mrs. Nakamura e i suoi bambini, che erano miracolosamente riusciti a salvarsi dalla distruzione della loro casa; la madre con i tre bambini era stata condotta da Father Kleinsorge nel parco e ora aspettava solo di trovare un rifugio più stabile.

Miss Sasaki era invece rimasta bloccata nel suo ufficio, sotto uno scaffale caduto, ed era in attesa di soccorsi. Il Dr. Sasaki non aveva avuto il tempo di uscire dall’ospedale dove lavorava per rifugiarsi altrove; egli era rimasto quasi solo ad assistere centinaia di feriti. Il dr. Fuji era riuscito a salvarsi dopo che la sua clinica era stata completamente rasa al suolo da quello che egli credeva essere una «Molotoffano hanago», una comune bomba molotov. Egli, insieme a due infermiere, era riuscito a fuggire verso Nagatsuka, un sobborgo di Hiroshima, dove c’era la casa dei suoi genitori, che, sebbene fosse distante cinque miglia dal centro, era stata ugualmente distrutta.

Le scene che seguono sono imperniate soprattutto attorno alle figure di Father Kleinsorge e Mr. Tanimoto, il quale, dopo vari sforzi, era riuscito a procurarsi una barca con la quale guadare il fiume che attraversava Hiroshima e trasportare i feriti verso un luogo più sicuro.

Hersey, in questo momento, anticipa un concetto importante nella protesta americana contro la bomba atomica: di fronte alla tragedia di Hiroshima, le due confessioni religiose, cattolica e protestante, si uniscono e collaborano per il bene della società. Il capitolo, infatti, prosegue con Father Kleinsorge e Mr. Tanimoto, che insieme cercano disperatamente del riso per sfamare i rifugiati; la conclusione è comunque vicina perché tutte le persone, per quanti sforzi si facciano, non potranno mai essere salvate e inevitabilmente tanti soccomberanno al bombardamento.

 

Il terzo capitolo è intitolato Details are being investigated e copre un arco temporale di sette giorni, dal 6 al 12 agosto. Oltre ai suoi sei personaggi, Hersey introduce anche altri membri della comunità gesuitica, confratelli di Father Kleinsorge, dà voce ad altri hibakusha [22] e, brevemente, introduce anche alcuni militari dell’esercito giapponese.

Il titolo del capitolo deriva dal fatto che il governo e i cittadini giapponesi cominciano a prendere coscienza dell’avvenimento e avanzano le prime congetture su cosa abbia potuto distruggere la città. Naturalmente nessuno era a conoscenza della nuova arma, la bomba atomica, perciò le interpretazioni sono tante e tutte errate. Le prime notizie credibili vengono divulgate dalla radio giapponese che spiega a grandi linee di cosa si sia trattato:

 

Early that day, August 7th, the Japanese Radio broadcast for the first time a succinct announcement that very few, if  any, the survivors of Hiroshima happened to hear: «Hiroshima suffered considerable damage as the result of an attack by a few B-29s. It is believed that a new type of bomb was used. The details are being investigated».

 

 

Figura 34 Feriti ad Hiroshima.

Quindi Hersey torna a descrivere gli eventi riguardanti Mr. Tanimoto, il quale, viste le pessime condizioni sanitarie in cui versavano i sopravissuti ad Asano Park, si dirige verso un quartiere orientale della città, dove incontra un gruppo di militari di guardia ad una «aid station». Parlando, spiega loro la situazione ad Asano Park, dove molte persone stanno morendo senza che nessuno faccia niente per aiutarle. La risposta del militare è, comunque, secca e decisa: le persone da salvare non sono quelle che sono in fin di vita, ma coloro che hanno riportato ferite minori, perché saranno questi a ricostruire la nazione e non una massa di invalidi.

L’episodio è seguito da una narrazione riguardante Father Kleinsorge, il quale si dirige fuori da Asano Park per cercare dell’acqua per i malati. Proprio nel momento in cui si trova da solo, egli si accorge di quale sia l&rsquoeffettiva entità del danno causato dalla bomba:

 

It was then that he first realized the extent of the damage; he passed block after block of ruins, and even after all he had seen in the park, his breath was taken away.

 

Father Kleinsorge si trova di fronte a malati ancora sotto le macerie, le cui voci sembrano voci di morte. La maggior parte dei superstiti è ormai sfigurata e tutto quello che Kleinsorge può dire, è di non preoccuparsi perché un medico arriverà prima possibile a curarli. In questa scena traspare, oltre ad un senso di tristezza e desolazione, la sensazione che non si possa fare più niente. Lo sconforto è tanto, ma per fortuna, uno spiraglio di allegria viene dai bambini, quelli più indifesi e forse inconsapevoli di cosa sia successo. È il caso di Toshio Nakamura, uno dei figli della vedova, che tra la folla riesce a scorgere un suo amico e preso dalla felicità lo chiama:

 

Toshio Nakamura got quite excited when he saw his friend Seichi Sato riding up the river in a boat with his family and he ran to the bank and waved and shouted, ‘Sato! Sato!’ The boy turned his head and shouted, ‘who’s that?’

‘Nakamura’

‘Hello Toshio!’

‘are you all safe?’

‘yes, what about you?’

‘yes, we are all right. My sisters are vomiting, but I am fine’.

 

Dopo un breve excursus sulle condizioni di Miss Sasaki e sulle cure che Falther Kleinsorge offre ad alcuni sopravvissuti, il racconto ritorna su Mr. Tanimoto, ora protagonista di una scena molto significativa. Dopo essere ritornato nel suo quartiere, Tanimoto incontra la signorina Tanaka, figlia di un ricco possidente della zona. Hersey racconta:

 

Miss Tanaka came and said that her father had been asking for him. Mr. Tanimoto had reason to hate her father, the retired shipping-company official who, though he made a great show of his charity, was notoriously selfish and cruel, and who just a few days before the bombing, had said openly to several people that Mr. Tanimoto was a spy for the Americans. Several times he had derided Christianity and called it un-Japanese.

 

 

Figura 35 L’imperatore Hirohito.

La rilevanza dell’episodio sta nel fatto che Mr. Tanimoto, che aveva diversi motivi per detestare Tanaka, non lo abbandona al suo destino. Infatti, mette da parte i rancori personali, si fa condurre dalla figlia nel luogo dove il padre è sepolto e, senza rancori, recita un salmo della Bibbia per i morti. L’importanza del gesto è grande perché nella società giapponese la santificazione dei morti è un elemento molto importante. Il fatto che Tanaka in vita avesse fortemente disprezzato il credo cristiano e provasse avversione per Mr. Tanimoto, non ha più importanza, perché questi è pronto a seguire gli insegnamenti della sua religione e a pregare per quello che fino a poco tempo prima lo aveva osteggiato.

I paragrafi che chiudono il terzo capitolo riguardano dapprima il Dr. Sasaki, intento a classificare i pazienti morti in ospedale in modo da poterli cremare secondo le tradizioni giapponesi, e poi uno dei maggiori eventi riguardanti la guerra (soprattutto la fine) per i Giapponesi.

L’episodio riguarda la dichiarazione della resa da parte del Giappone, direttamente trasmessa via radio dall’imperatore Hirohito:

 

After pondering the general trends of the world and the actual conditions obtaining in Our Empire today, we have decided to effect a settlement of the present situation by resorting to an extraordinary measure.

 

L’evento occupa un posto di rilievo nella storia nazionale giapponese alla luce del fatto che in Giappone l’imperatore era ed è considerato alla stregua di un Dio o, per lo meno, discendente diretto di una famiglia divina. Lo stesso Mr. Tanimoto, che finora aveva seguito le regole della sua religione, è entusiasta dell’avvenimento, tanto che lo descrive in una lettera ad alcuni amici americani:

 

at the time of the Post-War, the most marvelous thing in our history happened. Our Emperor broadcasted his own voice through radio directly to us, common people of Japan….when they came [many civilians] to realize the fact that it was the Emperor, they cried with full tears in their eyes, ‘What a wonderful blessing it is that Tenno himself call on us and we can hear his own voice in person. We are thoroughly satisfied in such a great sacrifice.

 

Il finale di questo capitolo, una lettera scritta da un prete giapponese (Tanimoto) a degli amici americani, è un’allegoria dell’articolo di Hersey. Mr. Tanimoto è un Giapponese conoscitore dell’Occidente, mentre Hersey è un Americano conoscitore dell’Oriente; entrambi però hanno lo stesso fine: raccontare al lettore americano come sia andata la vicenda giapponese, per dimostrare che anche i Giapponesi sanno piangere «with full tears in their eyes», hanno sentimenti, tradizioni e la volontà di mettere fine ad una guerra spietata.

 

Comincia in questo modo l’ultimo capitolo scritto da Hersey, Panic Grass and Feverfew. In questo capitolo sono analizzate inizialmente le singole situazioni dei sei personaggi, poi si passa a descrivere gli incontri tra alcuni di essi, come a formare una sorta di «coscienza di hibakusha», il cui collante è Father Kleinsorge. La prima preoccupazione che li affligge è il fatto che la malattia derivante dalle radiazioni sta cominciando ad attaccare i corpi indeboliti dei superstiti.

La prima persona a rendersene conto è Mrs. Nakamura, che, pettinandosi, si accorge che la spazzola le porta via intere ciocche di capelli. Anche sua figlia Myeko sembra essere affetta dalla terribile malattia ed è costretta a rimanere a letto senza potersi muovere. Il più colpito sembra essere comunque proprio Kleinsorge. Infatti, durante uno dei suoi giri in città, si era accorto di sentirsi improvvisamente molto stanco e insieme ai suoi confratelli aveva notato che le ferite che aveva riportato sul corpo tardavano a rimarginarsi. La stessa sorte affligge anche Mr. Tanimoto, costretto a letto da febbre e malessere generale. Alla fine del paragrafo riguardante questi quattro personaggi, Hersey prende le redini della narrazione, e in due righe spiega al lettore:

 

These did not realize it, but they were coming down with the strange, capricious disease which came later to be known as radiation sickness.

 

Si apre quindi una digressione, dal punto di vista scientifico, sugli effetti della bomba. Visto che molte vittime cominciano a manifestare i primi sintomi della malattia atomica, a Hiroshima si comincia a vociferare che la bomba «had deposited some sort of poison on Hiroshima which would give off deadly emanations for seven years». In questo contesto Hersey descrive il primo episodio di odio da parte dei Giapponesi nei confronti degli Americani; questo sentimento viene espresso da Mrs. Nakamura, la vedova con tre figli da sfamare:

Figura 36 Feriti di Hiroshima.

Up to this time Mrs. Nakamura and her relatives had been quite resigned and passive about the moral issue of the atomic bomb, but this rumour suddenly aroused them to more hatred and resentment of America than they had felt all through the war.

 

Dopo questo sfogo di Mrs. Nakamura, la narrazione subisce un vero e proprio mutamento: tutto diventa più serio e la descrizione più scientifica; entrano in gioco alcuni scienziati giapponesi che avevano ormai appreso i segreti della fissione nucleare ed erano pronti a fare le prime rilevazioni sugli effettivi danni riportati. Hersey riporta anche delle indicazioni precise, frutto di calcoli degli scienziati e questi sono i risultati:

 

…Japanese physicist who new a great deal about atomic fission worried about lingering radiation at Hiroshima…they worked north and south with Lauritsen electroscopes, which are sensible to both beta particles and gamma rays. These indicated that the highest intensity of radioactivity, was 4.2 times the average natural leak…the experts found a permanent shadow thrown on the roof of the Chamber of Commerce… several others in the lookout post of the Hypotec Bank, another in the tower of the Chugoku Electric Supply Building…by triangulating these and other shadows with the objects that formed them, the scientists determined the exact center…in early September made new measurements and the highest radiation they found was 3.9 times the natural leak and announced that people could enter Hiroshima  without any peril at all.

 

Dopo questa digressione, l’autore ritorna a descrivere gli sviluppi dei sei personaggi. Infatti, Hersey sposta l’attenzione sul Dr. Sasaki, che egli rende portavoce di una ulteriore analisi, questa volta scientifica, della malattia. Il Dr. Sasaki, insieme agli altri medici dell’ospedale della Croce Rossa, aveva elaborato la teoria secondo la quale la malattia aveva tre stadi di sviluppo. Il primo era una diretta reazione del bombardamento sul corpo umano provocato dai raggi gamma e dai neutroni liberati dalla bomba: migliaia di persone, anche se non presentavano ferite, erano morte subito dopo l’esplosione perchè erano state uccise dall’elevato assorbimento di radiazioni. Il secondo stadio cominciava circa due settimane dopo il bombardamento. I primi sintomi erano caduta di capelli, diarrea e febbre, che in alcuni casi poteva oltrepassare i quaranta gradi. Venti giorni dopo l’esplosione, cominciava a manifestarsi una evidente anemia e un calo vertiginoso del numero dei globuli bianchi, che riduceva la capacità del corpo di guarire le ferite o le ustioni. In questo secondo stadio, se la febbre rimaneva alta, c’erano seri rischi che il paziente potesse morire. Il terzo stadio era la reazione che avveniva quando il corpo cercava di curare le proprie carenze, come quella dei globuli bianchi, il cui livello non solo ritornava normale, ma si accresceva eccessivamente. In questo stadio i pazienti soffrivano di infezioni e molte ferite rimarginate davano vita a cheloidi.

Successivamente Hersey parla del ruolo dell’esercito alleato che aveva formato un nuovo governo per la città di Hiroshima e che si stava impegnando a ricostruirla:

 

Utilities were repaired,-electric light shone, trams started running and employees of waterworks fixed seventy-thousand leaks in mains and plumbing. A Planning Conference, with an enthusiastic young Military Government officer, Lieutenant John D. Montgomery, of Kalamazoo, as its adviser, began to consider what sort of city the new Hiroshima should be.

 

La prerogativa degli Americani era di ricostruire la città senza guardare troppo al lato culturale, preoccupandosi, invece, di ripristinare strade e di innalzare nuovi palazzi. Un gran numero di esperti di statistica accorsero anche per stimare esattamente a quanto ammontassero i danni e quale fosse il reale numero delle vittime. Hersey racconta questi fatti scrivendo in modo distaccato, come se gli Americani di cui parla non fossero suoi connazionali, e sembra schierarsi addirittura dalla parte dei Giapponesi, confutando le affermazioni degli statistici americani. Alle cifre che le statistiche fornivano riguardo al numero dei morti, Hersey rispondeva: «…no one in the city government pretended that these figures were accurate- though the Americans accepted them as official…». Racconta, inoltre, con un tono sfacciatamente derisorio, che la politica militare americana in Giappone vietava di rendere pubbliche le relazioni scientifiche sulla bomba, anche se ormai erano ampiamente conosciute da tutti i Giapponesi:

 

General MacArthur’s headquarters systematically censored all mentions of the bomb in Japanese scientific publications, but soon the fruit of the scientist’s calculations became common knowledge among Japanese physicists, doctors, chemists, journalists, professors and, no doubt, those statesmen and military  men who were still in circulation. Long before the American public had been told, lots of the scientists and lots of non-scientists in Japan knew - from the calculations of the Japanese nuclear physicist - that a uranium bomb had exploded at Hiroshima and a more powerful one, of plutonium, at Nagasaki.

 

Nel paragrafo successivo viene descritto un incontro tra Father Kleinsorge e Miss Sasaki. Durante questo colloquio lei aveva chiesto perché il Dio misericordioso dei cattolici aveva permesso una tale rovina su Hiroshima. La risposta di Kleinsorge non si fece attendere: «My child, man is not now in the condition that God intended. He has fallen from grace through sin». Da questo momento si apre la fase finale dell’articolo dedicato, in un certo senso, alla ricostruzione dei personaggi, parallela alla ricostruzione della città di Hiroshima; Miss Sasaki è la prima a rinascere ed a scoprire un mondo nuovo, quello cattolico.

Anche Mrs. Nakamura torna a sorridere perché la malattia sembra essere passata, così fa rinascere anche il mondo intorno a sé e alla sua famiglia:

 

During the spring she cleared away some of the nearby wreckage and planted a vegetable garden. She cooked with utensils and ate off plates she scavenged from the debris. She sent Myeko to the kindergarten which the Jesuits reopened, and the two older children attended Nobori-cho Primary School.

 

L’orto e gli utensili di Mrs. Nakamura indicano la voglia che c’era da parte dei Giapponesi di tornare alla normalità.

Il quarto capitolo si conclude con una sorta di riassunto sulle condizioni fisiche delle sei vittime.

 

In questo momento finisce l’articolo Hiroshima, pubblicato sul New Yorker, e comincia il quinto capitolo, The Aftermath, l’ultima parte del libro Hiroshima, una sorta di appendice, nella quale si descrivono le vicende dei sei personaggi fino al 1985: questo argomento non sarà trattato in questa sintesi.

 

Le reazioni al racconto

Uno studente universitario scrisse in una lettera che, prima di leggere Hiroshima, «I had never thought of the people in the bombed cities as individuals

 

Figura 37 Una vittima di Hiroshima in una foto del New Yorker del 31 agosto 1946.

A causa delle scene d’orrore che descriveva, Hiroshima riproponeva la domanda se gli Usa avessero dovuto usare la bomba oppure no. Alcuni critici pensarono che la vasta diffusione dell’articolo dimostrava quanto si sentissero colpevoli le coscienze americane. Un’ampia percentuale dei lettori del New Yorker espresse la vergogna o il senso di responsabilità che essi sentivano per aver reso possibile un tale gesto e per molti l’impatto con la realtà dei sopravvissuti provocò un cambiamento nel modo di vedere il bombardamento atomico. Un lettore che nel 1945 aveva approvato lo sganciamento della bomba, scrisse così dopo aver letto l’articolo: «I am bitterly humiliated that my country should have been the one to first (or at all) invoke this method of warfare

Ancora, altri lettori che si erano da subito opposti all’utilizzo della bomba atomica, trovarono in Hiroshima un mezzo ulteriore per far risaltare la loro protesta. Inoltre, la discussione sulla radioattività innescata da Hersey ispirò l’allora editore del Saturday Review, Norman Cousins, ad un attacco contro l’uso sconsiderato della bomba, in particolare per i suoi effetti radioattivi.

Ma molti Americani, che avevano letto e apprezzato l’articolo di Hersey, rimasero irremovibili nella propria idea che il bombardamento era giustificato, nonostante provassero pietà per le sorti delle vittime coinvolte. Essi riproponevano i discorsi che, nonostante l’orrore e la distruzione che aveva portato, la bomba aveva messo fine alla guerra, evitando una dispendiosa invasione del Giappone; sottolineavano le atrocità commesse dai Giapponesi nel Pacifico e che in ogni caso gli USA erano stati fortunati a realizzare la bomba prima dei nemici.

Subito dopo la pubblicazione dell’articolo di Hersey, dalle colonne di due importanti giornali americani apparvero degli articoli che giustificavano l’uso della bomba. Sebbene non fossero apertamente contro Hersey, questi articoli contribuirono a riavviare la controversia sul giusto utilizzo della bomba o meno. La bomba aveva in ogni caso messo fine alla guerra e pochi erano gli Americani disposti ad invertire il loro giudizio positivo sull’utilizzo di una tale arma di distruzione.

Lo scalpore che Hiroshima suscitò, deve essere analizzato nell’ambito di un contesto più ampio (quello della seconda metà del 1946), quando la sensibilità degli Americani si era «raffreddata» per il modo in cui i mass media avevano raccontato e descrivevano i resti delle città bombardate: le numerose fotografie scattate dopo il bombardamento e i documentari su Hiroshima e Nagasaki avevano messo le due città sullo stesso piano di altri abitati distrutti dalla guerra. Gli Americani capivano che la bomba aveva provocato dei danni, ma i media non dimostravano chiaramente che Hiroshima e Nagasaki erano diverse da altre città distrutte durante la guerra. Hersey, invece, riuscì (anche se alcuni lo contestavano) a far notare alla gente questa differenza, perché innalzò l’esperienza del bombardamento atomico da una normale categoria di orrore di guerra ad un livello di unicità. L’articolo persuase molti lettori che il bombardamento atomico era profondamente diverso da tutti gli altri tipi di bombardamento perché i raid sui centri abitati con bombe normali e incendiarie potevano sì infliggere danni terribili, ma gli abitanti avevano quasi sempre delle avvisaglie in anticipo, in modo da porsi al riparo.

Hiroshima, inoltre, indicava che questo tipo di bombardamento aumentava l’agonia e il dolore delle vittime a causa di un nuovo fenomeno, quello delle malattie derivanti dalle radiazioni. Hersey scriveva che la radioattività, per lo meno temporaneamente, colpiva gli organi della riproduzione e dimostrò tre terribili aspetti dell’avvelenamento radioattivo:

 

…it destroys organic life rather than material objects; it could later strike unexpectedly the survivors of the initial blast and fire; and, contrary to General Grove’s assertion, it’s definitely not a pleasant way to die.

 

Il racconto di Hersey in fondo risvegliò la coscienza di molte persone, diede la possibilità ai lettori americani di affermare i propri sentimenti, ma non li spinse su questioni riguardanti la legittimità dell’uso della bomba. Per il fatto che i suoi protagonisti erano dei civili, Hersey, forse senza volerlo, aveva reso più netta negli Americani la differenza tra i «normali» cittadini giapponesi e gli spietati soldati che avevano portato scompiglio nel Pacifico.

Una completa analisi sul legittimo uso della bomba richiedeva un numero di informazioni molto maggiore di quello che Hersey poteva offrire. Gli Americani avevano bisogno di ulteriori conoscenze riguardanti sia la situazione militare nel Pacifico nell’agosto 1945, sia le circostanze che culminarono nella decisione di usare la bomba atomica. Hiroshima non analizzava tutto ciò e non fece altre considerazioni di tipo diplomatico, politico e militare; nonostante ciò, Hersey aumentò la sensibilità degli Americani e contribuì al continuo dialogo sui rischi e i pericoli di una guerra atomica.

 

La memoria giapponese

Per gran parte del mondo, le bombe nucleari di Hiroshima e Nagasaki hanno significato la fine della «modernità» e l’inizio di un nuovo mondo di terribili e devastanti potenzialità. In Giappone la situazione fu unica per due motivi: i Giapponesi, infatti, erano stati i soli a provare sulla propria pelle gli effetti del bombardamento ed inoltre, negli anni successivi, solo loro non poterono pubblicamente discutere sulla natura e sul significato del nuovo mondo, poiché dal settembre 1945 le autorità americane che occupavano il Giappone avevano di fatto proibito qualsiasi tipo di discussione sulle bombe.

All’inizio di settembre, poco prima che la censura fosse imposta dagli Americani, il giornale giapponese Asahi Shinbun pubblicò un chiaro articolo sull’odio per gli Americani da parte dei superstiti di Hiroshima, descrivendo episodi di rabbia e violenza da parte dei sopravvissuti nei confronti dei soldati statunitensi. Stranamente però, l’odio contro gli Americani non divenne il sentimento dominante nelle settimane, nei mesi e negli anni successivi. L’incredibile potere distruttivo delle bombe fu così immenso che i Giapponesi lo considerarono quasi come una calamità naturale.

In seguito, quello che attrasse l’attenzione dei Giapponesi furono la scienza e la tecnologia adottate dagli Americani, che avevano sfiorato livelli fino ad allora impensabili. La rabbia e l’odio si dissolsero dunque rapidamente e le menti giapponesi si rivolsero all’urgente bisogno di ricostruire ciò che non c’era più. La gente comune identificò la causa di tali distruzioni nella bomba atomica, dopo pochi giorni dal bombardamento. Gli scienziati giapponesi, invece, avevano individuato la possiblità di creare quest’arma subito dopo Pearl Harbor, concludendo però che il progetto era tecnicamente fattibile, ma ci sarebbero voluti anni per realizzarlo. Yoshio Nishina, un eminente fisico che aveva studiato durante la guerra la possibilità di applicare la fissione nucleare ad un’arma, fu inviato a Hiroshima subito dopo l’attacco e si rese subito conto che le previsioni a lungo termine fatte dai Giapponesi erano state completamente sbagliate. La bomba divenne rapidamente il simbolo del potere e dello sviluppo scientifico degli Americani, un’immagine che divenne ancora più sbalorditiva se paragonata all’arretratezza giapponese. Mentre gli Americani stavano mettendo a punto una nuova arma nucleare, il governo giapponese aveva esortato i propri cittadini «to take up bamboo spears and fight to the bitter end to defend the homeland». Etsuro Kato, un famoso fumettista, catturò questa immagine in un libro di illustrazioni sul primo anno dell’occupazione americana: un uomo e una donna distesi sul terreno con canne di bambù in mano, il 15 agosto, mentre riflettono sull’assurdità di far fronte con delle canne di bambù alla bomba atomica. Ciò che Kato voleva in sostanza dire, era che i militari giapponesi avevano ingannato la popolazione e spinto il paese in una guerra suicida contro un nemico altamente superiore.

Il popolare sentimento anti-militarista, che ha influenzato la politica giapponese ne

l dopoguerra, ha la sua origine in questo background. La guerra era stata devastante per il Giappone: tre milioni di soldati, marinai e civili erano stati uccisi e un totale di sei città, tra cui Hiroshima e Nagasaki, erano state bombardate e rase più o meno completamente al suolo. I Giapponesi non guardarono alla scienza dandole una connotazione negativa; al contrario, videro proprio nella mancanza di

tecnologie adeguate la spiegazione della loro capitolazione e un mezzo necessario da utilizzare per una immediata ricostruzione. Più che in altri paesi, dunque, la particolare circostanza del bombardamento atomico creò nel dopoguerra un milieu in cui all’espressione «building a nation of science» era associata la «peace maintained through nonmilitary pursuits

Figura 38 “La Pioggia Nera”, di Ibuse Masuji

Naturalmente gli USA non fornirono nessun aiuto alle vittime dei bombardamenti: anche una minima assistenza sarebbe stato come riconoscere che l’uso della bomba atomica era stato improprio. Ma, incredibilmente, anche lo stesso Governo giapponese non fornì nessun aiuto alle vittime prima del 1952, quando ebbe fine l’occupazione americana. È, infatti, nel febbraio di quell’anno, dopo sei anni dall’esplosione della bomba atomica, che le associazioni giapponesi furono in grado di studiare liberamente i casi di malattie derivanti dalle radiazioni. Alcuni erano sfigurati, altri erano sul cammino verso una morte lenta e quelli ancora nell’utero delle proprie mamme presentavano alla nascita disturbi mentali. Gli hibakusha non erano considerati buoni compatrioti nel nuovo Giappone, perché fisicamente o fisiologicamente erano deformi immagini di un terribile passato. La maggior parte dei Giapponesi, dovendo preoccuparsi del progetto di una rapida ricostruzione, preferiva tenerli lontani da tutto, così come fece il governo, che non si preoccupò di creare un ente di assistenza per le vittime fino al 1953.

La possiblità di farsi sentire nella società giapponese fu data agli hibakusha verso la fine del 1948, quando la censura americana cominciava a farsi meno dura, aprendo, di fatto, un varco per la pubblicazione di poesie, saggi, diari e racconti creati dalle stesse vittime.

Tra questi, si può citare uno dei più famosi racconti della bomba atomica, che apparve in Giappone verso la fine degli anni cinquanta, mentre aumentavano le campagne contro la proliferazione delle armi nucleari e alcuni scrittori davano vita ad un nuovo genere letterario, la letteratura della bomba atomica. Questo racconto si intitola Kuroi Ame (la Pioggia Nera) di Ibuse Masuji, che fornisce una dettagliata ricostruzione della morte da radiazioni sulla base del diario di un sopravvissuto e di interviste ad altri hibakusha.


[22] Con questo termine si indicavano letteralmente “coloro che sono stati colpiti dalla radioattività”, vittime dell’esplosione atomica e condannate a convivere con malattie terribili e lunghe agonie che in molti casi portarono alla morte.

Capitolo Precedente Indice Capitolo Successivo