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GLI INTELLETTUALI   E LE ARMI ATOMICHE

 

IL CARTEGGIO TRA EINSTEIN E FREUD

Nel 1932 Albert Einstein, probabilmente il più celebre scienziato dell'era contemporaea, scrive una lettera ufficiale a Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, in quegli anni già tanto famoso quanto contestato e osteggiato da gran parte della cultura ufficiale europea.

Einstein era stato incaricato dall'Istituto internazionale per la cooperazione intellettuale - un organo operante in seno alla Società delle Nazioni - di scegliere un interlocutore con cui affrontare un problema di interesse generale. Einstein scelse Freud e con lui un tema scottante e incredibilmente complesso: la guerra. Einstein non si rivolge a Freud tanto in veste di scienziato, quanto piuttosto in veste di uomo preoccupato delle sorti del mondo; la sua domanda è semplice e diretta: c'è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?

Figura 39 Sigmund Freud.
Figura 40 Albert Einstein.


Il dibattito che si sviluppa è permeato dell'esperienza disastrosa della prima guerra mondiale, una guerra di dimensioni immense, da cui l'Europa era uscita sconvolta. Il bilancio finale non dava adito a ulteriori commenti: oltre nove milioni di morti; più di 20 milioni di feriti; molte città rase al suolo; la fame che mieteva ancora vittime in molte aree; le epidemie come il tifo, il colera e altre ancora, che infuriavano soprattutto nell'Europa orientale; ovunque era il caos sociale, politico ed economico. Questa guerra inoltre aveva visto scendere in campo eserciti immensi, sostenuti e alimentati da tutta la potenza dell'industria moderna, da armi nuove quali i carri armati, l'aviazione ed i gas asfissianti.

Quando Einstein e Freud stesero il carteggio sulla guerra, la prima guerra mondiale si era conclusa da circa 14 anni, ma il segno che aveva lasciato era ancora assai profondo e dolente. Dopo che lo stesso Freud era passato attraverso quest'esperienza ed aveva sperimentato la sua pratica psicoanalitica su persone che inevitabilmente avevano subito le sofferenze di una tale catastrofe, egli fu indotto a modificare la sua teoria delle pulsioni, in senso più complesso e inquietante. A partire da Al di là del principio del piacere (1920), essa si fonderà non solo sulle pulsioni sessuali, che rappresentano gli sforzi che gli uomini compiono verso la vita, ma anche sulle inesorabili tendenze distruttive che ciascuno di noi si porta dietro dalla nascita; a queste tendenze Freud darà il nome di «pulsioni di morte».

La riflessione sulla guerra diventava poi ancora più urgente e inevitabile se si pensa a come la ricerca scientifica da una parte e l'industria su vasta scala dall'altra stavano modificando le possibilità di gestione dei conflitti bellici, oltre che tutto il campo d'azione dell'uomo. Da ciò si intravede già il pericolo futuro di un'arma talmente potente, che porterebbe all'autodistruzione; qualcosa che oltrepassa le possibilità di qualsiasi altra arma fino ad allora conosciuta, e che trasformerebbe la guerra in qualcosa che prima d'ora era soltanto virtuale. L'evento atomico introduceva la vita dell'uomo in un contesto di totale contingenza che era del tutto ignoto agli antichi metafisici e ai moderni positivisti. La libertà umana si apriva, prima di quell'evento, su di un orizzonte ridotto, che dava per presupposte e intangibili alcune condizioni - ad esempio la continuità della specie e, al di là della specie, del fenomeno vita, con le sue multiformi espressioni - che poi sono entrate anch'esse nell'area delle libere scelte. Da questa percezione di una responsabilità smisurata nasceva un'angoscia di nuovo tipo, che modificava l'inconscio collettivo scomponendone gli antichi equilibri e preparandone forse dei nuovi. Il nuovo secolo portava con sé profondi cambiamenti, nei modi di pensare, nella cultura, nella scienza. Le ricerche scientifiche furono appunto uno dei campi di maggiore sviluppo.

Quando i due si scambiarono le loro lettere, nel 1932, non era ancora scesa sulla Germania la notte del nazismo, non era ancora esplosa la più tragica guerra della storia, non era ancora stata sperimentata la bomba atomica. Tutto doveva ancora avvenire. Eppure in quelle pagine c'è già la sapienza amara del dopo. Tre anni prima, nel 1929, Freud concludeva il saggio Il disagio della civiltà con queste parole: «Il problema fondamentale del destino della specie umana a me sembra sia questo: se, e fino a che punto, l'evoluzione civile riuscirà a padroneggiare i turbamenti della vita collettiva provocati dalla pulsione aggressiva e autodistruttrice degli uomini. In questo aspetto proprio il tempo presente merita forse particolare interesse. Gli uomini adesso hanno esteso talmente il proprio potere sulle forze naturali, che giovandosi di esse sarebbe facile sterminarsi a vicenda, fino all’ultimo uomo. Lo sanno, donde buona parte della loro presente inquietudine, infelicità, apprensione. E ora c'è da aspettarsi che l'altra delle due “potenze celesti”, l'Eros eterno, farà uno sforzo per affermarsi nella lotta con il suo avversario parimenti immortale. Ma chi può prevedere se avrà successo e quale sarà l'esito?».

È una continua lotta fra pulsione di vita e pulsione di morte, che comunque, alle soglie di una guerra nucleare, non troverebbe più alcuna via di sfogo: la stessa pulsione aggressiva non avrebbe più modo di trovare il suo soddisfacimento. Infatti il tradizionale luogo di confronto all'ultimo sangue tra Thanatos ed Eros, il campo di battaglia, è più nelle possibilità della strategia della distruzione, che ha sempre bisogno di camuffarsi con motivi ideali per affermarsi. La battaglia atomica sarebbe un atto fulmineo di puro annientamento, che non lascerebbe nessuna possibilità di sfogo all'uomo primitivo che in noi gode della strage e dell'esercizio diretto della ferocia. La categoria amico-nemico, che ha guidato finora l'evoluzione della specie, ha potuto sussistere perché l'aggressività che essa esprime e provoca non equivaleva al trionfo totale della morte.

 

IL MANIFESTO RUSSELL-EINSTEIN

Nel 1933, quando Hitler assunse il potere in Germania, Albert Einstein diede le dimissioni dall’Accademia di Prussia e si stabilì a Princeton, nel New Jersey, a causa dell’ondata antisemita provocata dall’intolleranza nazista.

Albert Einstein aveva già 60 anni quando nel 1939 scoppiò il secondo conflitto mondiale ed è in quello stesso anno che il fisico Bohr, giunto in America, annunciava che a Berlino gli scienziati Hahn e Strassmann avevano scoperto la «scissione nucleare».

Il 2 agosto di quell’anno Einstein insieme ad un gruppo di scienziati, temendo che, se Hitler fosse riuscito a costruire per primo la bomba atomica, l’avrebbe usata per porre il mondo ai suoi piedi, scrisse una lettera indirizzata al Presidente degli Stati Uniti Franklin Roosvelt chiedendo l’interessamento del governo americano alle ricerche nucleari.

Roosvelt, dopo una certa titubanza iniziale, non si limitò a prevenire la costruzione della bomba atomica da parte di Hitler, ma riunì nel deserto di Los Alamos un gruppo di fisici che riuscì nell’intento.

Paradossalmente colui che mise in moto la terribile macchina della bomba atomica era lo stesso uomo che aveva affermato: «Il mio pacifismo è un sentimento istintivo, un sentimento che mi domina, perché l’assassinio dell’uomo mi ispira disgusto. Il mio atteggiamento non deriva da qualche teoria intellettuale, ma si fonda sulla mia profonda avversione per ogni specie di crudeltà e di odio.»

Ecco perché Einstein, fino alla sua morte, non dimenticò mai quella lettera e non si stancò di ripetere: «Se avessi saputo… non avrei mai scritto quella lettera» e per la stessa ragione, nel 1955, in collaborazione con il filosofo inglese Bertrand Russell ed altre menti del tempo, concepì un manifesto per sensibilizzare gli scienziati del mondo intero riguardo i pericoli di una guerra nucleare.

Figura 41 Einstein e Russel.

È una profonda analisi delle conseguenze che la bomba atomica causò nel contesto della seconda guerra mondiale e che potrebbe causare nell’immediato dopoguerra, dominato dalla continua rivalità tra Stati Uniti ed Unione Sovietica. Infatti, con quel nuovo tipo di armi è diventata veramente impossibile una guerra mondiale perché in tale evenienza il rischio sarebbe quello di determinare una catastrofe per tutto il nostro pianeta. Nel 1945 quelle armi, in sostanza, erano state usate contro l'Unione Sovietica più che contro il Giappone, perché questo era già praticamente sconfitto, mentre l'Unione Sovietica era, potenzialmente, vincitrice. Il Giappone, quindi, era un falso bersaglio: il vero obiettivo era l'Unione Sovietica.

È opportuno ricordare come il clima della guerra e del durissimo scontro politico allora conclusosi tra le forze dell'antifascismo e quelle nazi-fasciste abbia indotto molti intellettuali a leggere e interpretare l’impiego delle bombe atomiche alla luce dei conflitti politici immediati e delle strategie di dominio mondiale che le grandi potenze del tempo avevano già cercato di imporre in modo evidente nel corso della stessa guerra contro i fascisti e i nazisti.

Senza dubbio il concetto di violenza veniva a cambiare radicalmente: con le bombe atomiche non aveva e non ha più senso parlare di una violenza locale, poiché si ha sempre a che fare con una violenza globale, tale da coinvolgere tutta l'umanità. Era una violenza globale, dunque, che aveva però anche la capacità di far cambiare i rapporti tra le grandi potenze mondiali, per cui era necessario invitare la gente a guardare in faccia la realtà, senza coltivare alcuna illusione sul fatto che la vittoria, in un conflitto nucleare, non avrebbe arrecato alcun vantaggio agli stessi vincitori. Se dunque sul piano immediatamente politico connesso con la fine della seconda guerra mondiale si trattava unicamente di «chiudere» un certo ciclo di lotte (ormai sostanzialmente definito), con questo atto si inaugurò però anche un nuovo periodo in cui le guerre non avrebbero più avuto senso alcuno poiché una guerra, se proseguita, avrebbe comportato necessariamente una sconfitta di tutta l'umanità.

 

Si riporta di seguito il testo integrale del Manifesto ed una traduzione dei passi salienti.

 

The Russell-Einstein Manifesto

Issued in London, 9 July 1955

 

In the tragic situation which confronts humanity, we feel that scientists should assemble in conference to appraise the perils that have arisen as a result of the development of weapons of mass destruction, and to discuss a resolution in the spirit of the appended draft.

We are speaking on this occasion, not as members of this or that nation, continent, or creed, but as human beings, members of the species Man, whose continued existence is in doubt. The world is full of conflicts; and, overshadowing all minor conflicts, the titanic struggle between Communism and anti-Communism.

Almost everybody who is politically conscious has strong feelings about one or more of these issues; but we want you, if you can, to set aside such feelings and consider yourselves only as members of a biological species which has had a remarkable history, and whose disappearance none of us can desire.

We shall try to say no single word which should appeal to one group rather than to another. All, equally, are in peril, and, if the peril is understood, there is hope that they may collectively avert it.

We have to learn to think in a new way. We have to learn to ask ourselves, not what steps can be taken to give military victory to whatever group we prefer, for there no longer are such steps; the question we have to ask ourselves is: what steps can be taken to prevent a military contest of which the issue must be disastrous to all parties?

The general public, and even many men in positions of authority, have not realized what would be involved in a war with nuclear bombs. The general public still thinks in terms of the obliteration of cities. It is understood that the new bombs are more powerful than the old, and that, while one A-bomb could obliterate Hiroshima, one H-bomb could obliterate the largest cities, such as London, New York, and Moscow.

No doubt in an H-bomb war great cities would be obliterated. But this is one of the minor disasters that would have to be faced. If everybody in London, New York, and Moscow were exterminated, the world might, in the course of a few centuries, recover from the blow. But we now know, especially since the Bikini test, that nuclear bombs can gradually spread destruction over a very much wider area than had been supposed.

It is stated on very good authority that a bomb can now be manufactured which will be 2,500 times as powerful as that which destroyed Hiroshima. Such a bomb, if exploded near the ground or under water, sends radio-active particles into the upper air. They sink gradually and reach the surface of the earth in the form of a deadly dust or rain. It was this dust which infected the Japanese fishermen and their catch of fish. No one knows how widely such lethal radio-active particles might be diffused, but the best authorities are unanimous in saying that a war with H-bombs might possibly put an end to the human race. It is feared that if many H-bombs are used there will be universal death, sudden only for a minority, but for the majority a slow torture of disease and disintegration.

Many warnings have been uttered by eminent men of science and by authorities in military strategy. None of them will say that the worst results are certain. What they do say is that these results are possible, and no one can be sure that they will not be realized. We have not yet found that the views of experts on this question depend in any degree upon their politics or prejudices. They depend only, so far as our researches have revealed, upon the extent of the particular expert's knowledge. We have found that the men who know most are the most gloomy.

Here, then, is the problem which we present to you, stark and dreadful and inescapable: Shall we put an end to the human race; or shall mankind renounce war? People will not face this alternative because it is so difficult to abolish war.

The abolition of war will demand distasteful limitations of national sovereignty. But what perhaps impedes understanding of the situation more than anything else is that the term «mankind» feels vague and abstract. People scarcely realize in imagination that the danger is to themselves and their children and their grandchildren, and not only to a dimly apprehended humanity. They can scarcely bring themselves to grasp that they, individually, and those whom they love are in imminent danger of perishing agonizingly. And so they hope that perhaps war may be allowed to continue provided modern weapons are prohibited.

This hope is illusory. Whatever agreements not to use H-bombs had been reached in time of peace, they would no longer be considered binding in time of war, and both sides would set to work to manufacture H-bombs as soon as war broke out, for, if one side manufactured the bombs and the other did not, the side that manufactured them would inevitably be victorious.

Although an agreement to renounce nuclear weapons as part of a general reduction of armaments would not afford an ultimate solution, it would serve certain important purposes. First, any agreement between East and West is to the good in so far as it tends to diminish tension. Second, the abolition of thermo-nuclear weapons, if each side believed that the other had carried it out sincerely, would lessen the fear of a sudden attack in the style of Pearl Harbour, which at present keeps both sides in a state of nervous apprehension. We should, therefore, welcome such an agreement though only as a first step.

Most of us are not neutral in feeling, but, as human beings, we have to remember that, if the issues between East and West are to be decided in any manner that can give any possible satisfaction to anybody, whether Communist or anti-Communist, whether Asian or European or American, whether White or Black, then these issues must not be decided by war. We should wish this to be understood, both in the East and in the West.

There lies before us, if we choose, continual progress in happiness, knowledge, and wisdom. Shall we, instead, choose death, because we cannot forget our quarrels? We appeal as human beings to human beings: Remember your humanity, and forget the rest. If you can do so, the way lies open to a new Paradise; if you cannot, there lies before you the risk of universal death.

 

Resolution:

We invite this Congress, and through it the scientists of the world and the general public, to subscribe to the following resolution:

«In view of the fact that in any future world war nuclear weapons will certainly be employed, and that such weapons threaten the continued existence of mankind, we urge the governments of the world to realize, and to acknowledge publicly, that their purpose cannot be furthered by a world war, and we urge them, consequently, to find peaceful means for the settlement of all matters of dispute between them.»

Max Born

Percy W. Bridgman

Albert Einstein

Leopold Infeld

Frederic Joliot-Curie

Herman J. Muller

Linus Pauling

Cecil F. Powell

Joseph Rotblat

Bertrand Russell

Hideki Yukawa

Figura 42 Joseph Rotblat.

«Nella tragica situazione che si pone all'umanità, pensiamo che gli scienziati dovrebbero riunirsi per valutare i pericoli che sono sorti come risultato dello sviluppo delle armi di distruzione di massa, e discutere una deliberazione nello spirito del documento allegato. In quest'occasione noi non parliamo come membri di questa o quella nazione, continente o fede, ma come esseri umani, membri della specie Uomo, della quale è in dubbio la continuità dell'esistenza […]. Dobbiamo imparare a pensare in un modo nuovo. Dobbiamo imparare a chiederci non quali passi possono essere fatti per dare la vittoria militare al gruppo che preferiamo, perché tali passi non esistono più; la domanda che dobbiamo porci è: quali passi debbono essere fatti per evitare una contesa militare la cui conclusione sarebbe disastrosa per tutte le parti? […]. Non c'è dubbio che in una guerra con bombe-H diverse grandi città verrebbero rase al suolo. Ma questo sarebbe uno dei disastri minori da fronteggiare. [...]. Oggi noi sappiamo, specialmente dopo il test di Bikini [23], che le bombe nucleari possono distribuire gradualmente distruzione sopra un'area molto più grande di quanto si fosse supposto. [...]. Oggi si può costruire una bomba che sarà 2500 volte più potente di quella che distrusse Hiroshima. Questa bomba, se esplodesse vicino al suolo o sott'acqua, invierebbe particelle radioattive nell'atmosfera. […]. Nessuno sa per quale grande estensione queste particelle radioattive mortali potrebbero diffondersi, ma le autorità più qualificate sono unanimi nell'affermare che una guerra con le bombe-H potrebbe molto probabilmente segnare la fine della razza umana […]. Il termine «genere umano» suona vago e astratto. La gente si rende poco conto, nell'immaginazione, che il pericolo è loro, dei loro figli, dei loro nipoti, e non solo per l'umanità vagamente concepita […]. Qualsiasi accordo di non usare la bomba-H sia stato raggiunto in tempo di pace non sarebbe più considerato vincolante in tempo di guerra, e ambedue le parti si metterebbero al lavoro per costruire bombe-H non appena la guerra scoppiasse […]. Sebbene un accordo per rinunciare alle armi nucleari, come parte di una riduzione degli armamenti, non permetterebbe una soluzione finale, esso risulterebbe utile per alcuni scopi importanti. Primo: ogni accordo fra l'Est e l'Ovest è rivolto verso il bene, in quanto tende a diminuire la tensione. Secondo: […] diminuirebbe il timore di un attacco improvviso alla Pearl Harbour, che attualmente mantiene ambedue i blocchi in uno stato di angoscia nervosa […]. Abbiamo di fronte a noi, se lo scegliamo, un progresso continuo in felicità, conoscenza e saggezza. Sceglieremo invece la morte, perché non possiamo dimenticare i nostri litigi? Ci appelliamo da esseri umani agli esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto […]. Invitiamo questo Congresso, e attraverso di esso gli scienziati di tutto il mondo e il grande pubblico, a sottoscrivere la seguente deliberazione: «In previsione del fatto che in qualsiasi futura guerra mondiale verranno sicuramente impiegate le armi nucleari, […] esortiamo i governi del mondo a rendersi conto, e a riconoscere pubblicamente, che i loro scopi non possono essere favoriti da una guerra mondiale e, di conseguenza, li esortiamo a trovare mezzi pacifici per la sistemazione di tutti gli argomenti di contesa tra loro».

 

Il professore Rotblat, uno dei firmatari di questo manifesto, successivamente sostenne che: «Fu il documento che segnò il risveglio degli scienziati negli anni della guerra fredda. Alla fine del 1954 Bertrand Russell decise, anche dietro mia sollecitazione, che qualcosa andava fatto per fermare la corsa verso l'abisso. La sua idea era che gli scienziati occidentali e gli scienziati russi dovessero trovare un punto di incontro e poiché Einstein era il più grande scienziato vivente, Russell gli chiese di firmare un appello, il cui testo sarebbe stato predisposto dal filosofo. Einstein, da Princeton, accettò immediatamente. Ma mentre lord Russell, nell'aprile del 1955, vola da Roma a Parigi, il comandante annuncia ai passeggeri che Einstein è morto. La costernazione di Russell è profonda: senza l'adesione del padre della Relatività il progetto non può decollare. Giunto a Parigi il filosofo trova però una lettera di Einstein con la sperata sottoscrizione: l'ultima che il fisico abbia posto sotto un documento».

 

RUSSELL E LA SCELTA DEL PACIFISMO

Il filosofo Bertrand Russell è una delle figure di primo piano nello scenario culturale europeo del nostro secolo, non solo in ragione dei contributi specificamente filosofici, soprattutto in campo logico-matematico ed epistemologico, ma anche per le riflessioni di ordine etico-politico e per l'impegno civile profuso nelle battaglie in difesa della pace, delle libertà individuali e collettive, nei decenni più tormentati della storia europea e mondiale.

Nel periodo tra le due guerre, l'impegno civile diviene parte integrante dell'attività teorica di Russell; egli tuttavia, scettico verso qualunque ideologia, non è interessato alla filosofia della politica, ma vuole modificare gli atteggiamenti politici della gente comune su questioni cruciali come la guerra e la pace. Deluso dal bolscevismo, che instaura un socialismo autoritario fondato sulla dittatura totalitaria di un'oligarchia burocratica, Russell critica anche le spinte autoritarie operanti nel capitalismo, dove le disparità sociali si traducono in un’illiberale sperequazione della distribuzione del potere nella sfera civile, sociale e politica. Inoltre, alle ideologie lavoriste, al sacrificio della personalità e della felicità individuale, al feticcio della produttività, egli contrappone il valore dell'ozio, la riduzione generalizzata del tempo di lavoro.

Negli anni trenta Russell pone l'obiezione di coscienza tra i supremi diritti umani, in quanto libertà di non dover commettere azioni giudicate immorali dalla propria coscienza e teorizza apertamente il disarmo unilaterale senza condizioni. Egli critica anche, con l'uso della scienza a scopi bellici, l'ideologia della neutralità della scienza, che vela i rapporti di potere che ne determinano le finalità. Un governo mondiale, la giustizia economica, un'educazione non repressiva e autoritaria, ma aperta e sperimentale, critica e tendente insieme all'individuazione e alla socializzazione, sono premesse indispensabili di una pace permanente.

La comparazione costi-benefici («qualsiasi distruzione è preferibile al dominio nazista sull'Europa») giustificherà tuttavia, agli occhi di Russell nel 1939, la necessità di fronteggiare militarmente Hitler. Al termine del secondo conflitto mondiale, Russell è intimorito dalla logica espansionistica che guida l'azione politica sovietica. Per il suo impegno anticomunista, nei primi anni della guerra fredda il filosofo anticonformista riceve l'Order of Merit (1949) e persino il premio Nobel per la letteratura (1950). Dopo la morte di Stalin però, la condotta americana nella guerra fredda, il maccartismo, il processo di Rosenberg[24] e la limitazione delle libertà civili negli Stati Uniti, la guerra di Corea, la corsa agli armamenti, l'esplosione della bomba H nell’atollo di Bikini e infine la crisi di Suez (1956)[25] convincono il filosofo che si tratta ora di compiere una «denuncia imparziale della guerra fredda», sottratta alla logica dei blocchi contrapposti, che non parteggi né per gli Usa, né per l’Urss, ma contrasti ambedue le superpotenze. Nell'era atomica la cooperazione, la non competizione, la salvaguardia della specie, della vita e dell'ambiente assurgono a valori assoluti: chi ricerca non i beni compossibili, perseguibili in un medesimo contesto senza confliggere, bensì i beni incompatibili, che inducono a confliggere per la loro soddisfazione, vota l’umanità all'autodistruzione. Ai vecchi obiettivi si aggiungono ora la fine immediata della corsa agli armamenti, la trasformazione dell'Onu in un'assemblea deliberativa sottratta al controllo incrociato delle superpotenze, il controllo demografico, la decolonizzazione economica e politica, una più equa ripartizione della ricchezza mondiale a favore dei paesi poveri, l’interdizione dell'uso della scienza a scopi bellici.

 

Figura 43 Bertrand Russel.

L’attività pacifista promossa da Russell dalla metà degli anni cinquanta ai primi anni sessanta ricorre, volta a volta, all'azione diretta e alla disobbedienza civile, oltre all'appello del 1955, firmato con Einstein e altri intellettuali, alle lettere aperte (famose sono la Lettera ai potenti della terra, indirizzata a Eisenhowere e Kruscev nel 1957 e quella del 1962 indirizzata a Kennedy e Kruscev nel pieno della crisi cubana), ai convegni (la Conferenza degli scienziati, tenuta in Canada nel 1957, ottiene la ratifica del trattato per l'abolizione degli esperimenti atomici in superficie), a campagne di sensibilizzazione mediante marce, sit-in o controcelebrazioni come l’Hiroshima Day. Proprio a causa di un sit-in di protesta sotto il Ministero della difesa britannico, nel 1961 viene condannato a due mesi di prigione per istigazione alla disobbedienza civile.

Merita una particolare menzione l’istituzione, da lui promossa, di un tribunale internazionale (il «tribunale Russell») per l’accertamento e la pubblica condanna dei delitti di genocidio perpetrati dagli Americani nel Vietnam.

In particolare, in uno dei suoi libri, Has Man a Future? (Ha un futuro l’uomo?), egli riflette sull’era atomica e sulle sue origini, ma propone anche un ritratto sintetico e fedele della situazione storico-politica che fece da sfondo alla nascita delle prime bombe atomiche.

 

L’era nucleare, nella quale la razza umana sta vivendo e nella quale, a breve, potrebbe morire, è iniziata per l’opinione pubblica con il lancio di una bomba atomica su Hiroshima il 6 agosto del 1945. Ma per gli scienziati nucleari e per qualche autorità americana, essa è iniziata nel momento in cui la costruzione di un’arma nucleare è stata possibile. Il lavoro per la sua costruzione è stato iniziato dagli Stati Uniti, Canada e Gran Bretagna molto tempo prima l’inizio della seconda guerra mondiale. […]

Il fatto che la costruzione di una bomba potesse essere possibile era noto ai fisici nucleari sin dalla scoperta della reazione a catena, avvenuta poco prima dell’inizio della seconda guerra mondiale. Malgrado tutti gli sforzi per la segretezza, molta gente sapeva che il lavoro per la sua costruzione era in atto.

Lo sfondo politico del lavoro degli scienziati atomici fu la determinazione nello sconfiggere il nazismo. E’ stato creduto – io penso giustamente – che una vittoria nazista sarebbe stata un terribile disastro. E’ stato, inoltre, creduto, nelle nazioni occidentali, che gli scienziati tedeschi fossero molto avanti nella costruzione di una bomba A e che, se essi avessero preceduto l’occidente, avrebbero probabilmente vinto la guerra. Quando la guerra finì, si scoprì, con il completo stupore sia degli scienziati americani che di quelli inglesi, che i tedeschi erano lontani dal successo e, come tutti sanno, che i Tedeschi furono sconfitti prima che qualsiasi arma nucleare fosse costruita. Ma io non penso che gli scienziati nucleari dell’occidente possano essere accusati per aver creduto il lavoro [della costruzione di una bomba atomica] urgente e necessario. Anche Einstein lo favorì. Quando, comunque, la guerra tedesca finì, la gran parte di questi scienziati che avevano collaborato nella costruzione della bomba A, considerarono opportuno che essa non venisse utilizzata contro i Giapponesi, i quali erano già vicini alla sconfitta e, in ogni caso, essi non costituivano una minaccia per il mondo come Hitler. Molti di loro fecero pressanti proteste al governo americano suggerendo che, invece di utilizzare la bomba come un’arma di guerra, esso avrebbe dovuto, con un pubblico annuncio, farla esplodere in un deserto e che il controllo futuro dell’energia nucleare avrebbe dovuto esser posto nelle mani di un’autorità internazionale. Sette dei più eminenti tra gli scienziati nucleari prepararono e scrissero quello che è conosciuto come «The Franck Report» che essi presentarono al Segretario della Guerra nel giugno del 1945. Questo è un documento veramente ammirabile ed acuto e, se esso avesse ottenuto il consenso dei politici, nessuno dei conseguenti terrori sarebbe nato…

 

LE TESI DI GÜNTHER ANDERS

Günther Anders è autore di un'opera, ancora in parte inedita, in cui l'interesse per la filosofia si alterna con quello per la letteratura e per l’arte. Sono famose le sue prese di posizione sulla bomba atomica (Essere o non essere e La coscienza al bando del 1961 e 1962).

Anders consiglia all’uomo alcune massime che lo possano guidare in questa epoca atomica, dominata dalla tecnica.

 

Figura 44 Günther Anders

«Il tuo primo pensiero dopo il risveglio sia: Atomo. Poiché non devi cominciare un solo giorno nell'illusione che quello che ti circonda sia un mondo stabile. Quello che ti circonda è qualcosa che domani potrebbe essere già semplicemente stato; e noi, tu e io e tutti i nostri contemporanei, siamo più caduchi di tutti quelli che finora sono stati considerati tali. E questo sia il tuo secondo pensiero dopo il risveglio: La possibilità dell'apocalisse è opera nostra. Ma noi non sappiamo quello che facciamo».

Anders, quindi, non esita a utilizzare formule enfatiche per evidenziare la folle esagerazione rappresentata dalla corsa agli armamenti e dall’opzione nucleare. L’intento è quello di estremizzare i toni per portare alla luce la terribile e distruttiva unicità della bomba; la strategia filosofica di fondo è quella husserliana di «sospendere il giudizio» per mostrare fenomeni che altrimenti rimarrebbero nascosti e inaccessibili al pensiero.

L’atomica è il frutto più maturo e allo stesso tempo più distorto della società della tecnica: essa non è nemmeno definibile – per utilizzare un linguaggio caro ad Heidegger – come un «mezzo», ossia come un semplice oggetto da manipolare. Le conseguenze olocaustiche del suo impiego, infatti, annienterebbero il principio generale «mezzo-fine», annullando ogni altro possibile scopo per cui definire il mezzo stesso.

Nei confronti di tale pericolo, Anders sottolinea l’analfabetismodisentimenti e la cecità umana, la cui origine risiede in ragioni al contempo storiche e antropologiche: l’immaginazione e il sentimento sarebbero troppo «lenti» e «scollati» rispetto al pensiero e all’intelletto, inducendo una sorta di schizofrenia delle facoltà, prodotto immediato dell’human engeneering della società di massa. Ci troviamo in una situazione simile a quella del genio kantiano, nel quale la discrepanza tra sensibilità e intelletto produce il rischio del non senso e dell’incomprensibilità della propria opera.

Anders, quindi, elabora le seguenti tesi:

  1. Il 6 agosto 1945, giorno in cui fu sganciata la prima bomba atomica su Hiroshima, è cominciata una nuova era: l'era in cui possiamo trasformare in qualunque momento la terra intera in un'altra Hiroshima. Da quel giorno siamo onnipotenti in modo negativo: potendo essere distrutti in ogni momento, da quel giorno siamo totalmente impotenti. Quest'epoca è l'ultima: la possibilità dell'autodistruzione del genere umano non può aver fine che con la sua stessa fine.

  2. La tesi, apparentemente plausibile, che nell'attuale situazione politica ci sarebbero (fra le altre componenti) anche «armi atomiche», è un inganno. Poiché la situazione attuale è determinata esclusivamente dall'esistenza di «armi atomiche», è vero il contrario, cioè che le cosiddette azioni politiche hanno luogo entro la situazione atomica.

  3. Ciò contro cui lottiamo, non è questo o quell'avversario che potrebbe essere attaccato o liquidato con mezzi atomici, ma la situazione atomica in sé. Poiché questo nemico è nemico di tutti gli uomini, quelli che si sono considerati finora come nemici dovrebbero allearsi contro la minaccia comune. Organizzazioni e manifestazioni pacifiche, da cui sono esclusi proprio quelli con cui si tratta di creare la pace, si risolvono in ipocrisia, presunzione compiaciuta e spreco di tempo.

  4. Le nubi radioattive non badano alle pietre miliari, ai confini nazionali o alle «cortine». Ognuno può colpire chiunque ed essere colpito da chiunque. Se non vogliamo restare moralmente indietro rispetto agli effetti dei nostri «prodotti», dobbiamo fare in modo che l'orizzonte di ciò che ci riguarda, e cioè l'orizzonte della nostra responsabilità, coincida con l'orizzonte entro il quale possiamo colpire o essere colpiti e cioè che diventi anch'esso globale. Non ci sono più che vicini.

  5. Ciò che si tratta di ampliare, non è solo l'orizzonte spaziale della responsabilità per i nostri vicini, ma anche quello temporale. Poiché le nostre azioni odierne, per esempio le esplosioni sperimentali, toccano le generazioni venture, anch'esse rientrano nell'ambito del nostro presente. Tutto ciò che è «venturo» è già qui, presso di noi, poiché dipende da noi.

  6. Ciò che conferisce il massimo di pericolosità allla situazione apocalittica in cui viviamo, è il fatto che non siamo in grado di concepirla, che siamo incapaci di rappresentarci la catastrofe. Raffigurarci il non-essere (la morte, ad esempio, di una persona cara) è già di per sé abbastanza difficile; ma è un gioco da bambini rispetto al compito che dobbiamo assolvere come apocalittici consapevoli. Poiché questo nostro compito non consiste solo nel rappresentarci l'inesistenza di qualcosa di particolare, ma nel supporre inesistente questo contesto, e cioè il mondo stesso. Questa «astrazione totale» trascende le forze della nostra immaginazione naturale.

  7. Ma poiché, come homines fabri, siamo capaci di tanto (siamo in grado di produrre il nulla totale), la capacità limitata della nostra immaginazione (la nostra «ottusità») non deve imbarazzarci. Dobbiamo (almeno) tentare di rappresentarci anche il nulla. Ecco quindi il dilemma fondamentale della nostra epoca: «Noi siamo inferiori a noi stessi», siamo incapaci di farci un'immagine di ciò che noi stessi abbiamo fatto. In questo senso siamo «utopisti a rovescio»: mentre gli utopisti non sanno produrre ciò che concepiscono, noi non sappiamo immaginare ciò che abbiamo prodotto.

  8. La frattura che divide l'umanità non esiste, oggi, fra lo spirito e la carne, fra il dovere e l'inclinazione, ma fra la nostra capacità produttiva e la nostra capacità immaginativa. Questo «scarto» non divide solo immaginazione e produzione, ma anche sentimento e produzione, responsabilità e produzione. Si può forse immaginare, sentire o ci si può assumere la responsabilità dell'uccisione di una persona singola; ma non di quella di centomila. Quanto più grande è l'effetto possibile dell'agire e tanto più è difficile concepirlo, sentirlo e poterne rispondere; quanto più grande lo «scarto», tanto più debole sarà il meccanismo inibitorio. Liquidare centomila persone premendo un tasto è infinitamente più facile che ammazzare una sola persona. Al «subliminare», noto dalla psicologia (lo stimolo troppo piccolo per provocare già una reazione), corrisponde il «sopraliminare»: ciò che è troppo grande per provocare ancora una reazione.

  9. Nulla di più falso della frase cara alle persone di mezza cultura, per cui vivremmo già nell'«epoca dell'angoscia». Questa tesi ci è inculcata dagli agenti ideologici di coloro che temono solo che noi si possa realizzare sul serio la vera paura, adeguata al pericolo. Noi viviamo piuttosto nell'epoca della minimizzazione e dell'inettitudine all'angoscia. L'imperativo di allargare la nostra immaginazione significa quindi in concreto che dobbiamo estendere e allargare la nostra paura. Va da sé che questa nostra angoscia deve essere di un tipo affatto speciale. 1) Un'angoscia senza timore, poiché esclude la paura di quelli che potrebbero schernirci come paurosi. 2) Un'angoscia vivificante, poiché invece di rinchiuderci nelle nostre stanze ci fa uscire sulle piazze. 3) Un'angoscia amante, che ha paura per il mondo e non solo di ciò che potrebbe capitarci.

  10. L'imperativo di allargare la portata della nostra immaginazione e della nostra angoscia finché corrispondano a ciò che possiamo produrre e provocare, si rivelerà continuamente irrealizzabile. Non dobbiamo lasciarci spaventare; il fallimento ripetuto non depone contro la ripetizione del tentativo. Anzi, ogni nuovo insuccesso è salutare, poiché ci mette in guardia contro il pericolo di continuare a produrre ciò che non possiamo immaginare.

  11. Sarebbe una leggerezza pensare che quelli che sono responsabili delle decisioni, grazie a posizioni di potere politico o militare comunque acquisite, sappiano immaginare l'inaudito meglio di noi. Assai più legittimo è il sospetto che ne siano affatto inconsapevoli. Ed essi lo provano dicendo che noi siamo incompetenti nel «campo dei problemi atomici e del riarmo» e ci invitano a non «immischiarci». Molti di loro si appellano alla «competenza» solo per mascherare il carattere antidemocratico del loro monopolio. Se la parola «democrazia» ha un senso, è proprio quello che abbiamo il diritto e il dovere di partecipare alle decisioni che concernono la «res publica», che vanno, cioè, al di là della nostra competenza professionale e non ci riguardano come professionisti, ma come cittadini o come uomini. E un problema più «pubblico» della decisione sulla nostra sopravvivenza non c'è mai stato e non ci sarà mai. Rinunciando a «immischiarci», mancheremmo anche al nostro dovere democratico.

  12. Oggi si può avviare una serie di azioni successive schiacciando un solo bottone; compreso, quindi, il massacro di milioni di persone. L'uomo che schiaccia il tasto non si accorge più nemmeno di fare qualcosa; e poiché il luogo dell'azione e quello che la subisce non coincidono più, poiché la causa e l'effetto sono dissociati, non può vedere che cosa fa. È chiaro che solo chi arriva a immaginare l'effetto ha la possibilità della verità; la percezione non serve a nulla. Questo genere di mimetizzazioneè senza precedenti: mentre prima i mascheramenti miravano a impedire alla vittima designata dell'azione, e cioè al nemico, di scorgere il pericolo imminente, oggi la mimetizzazione mira solo a impedire all'autore di sapere quello che fa. In questo senso anche l'autore è una vittima.

  13. Finché l'agire si traveste ancora da «lavoro», l'uomo rimane sempre attivo, anche se inconsapevole. La menzogna celebra il suo trionfo solo quando liquida anche quest'ultimo residuo: il che è già accaduto. Poiché l'agire si è trasferito (naturalmente in seguito all'agire degli uomini) dalle mani dell'uomo in tutt'altra sfera: in quella dei prodotti. Essi sono, per così dire, «azioni incarnate». La bomba atomica (per il semplice fatto di esistere) è un ricatto costante: e nessuno potrà negare che il ricatto è un'azione. Qui la falsità ha trovato la sua forma più menzognera: non ne sappiamo nulla, abbiamo le mani pulite, non c'entriamo. Assurdità della situazione: nell'atto stesso in cui siamo capaci dell'azione più enorme - la distruzione del mondo - l'«agire», in apparenza, è completamente scomparso. Poiché la semplice esistenza dei nostri prodotti è già un «agire», la domanda consueta: che cosa dobbiamo «fare» dei nostri prodotti (se, ad esempio, dobbiamo usarli solo come «deterrenti»), è una questione secondaria, anzi fallace, in quanto omette che le cose, per il fatto stesso di esistere, hanno sempre agito.

  14. La guerra atomica possibile sarà la più priva d'odio che si sia mai vista. Chi colpisce non odierà il nemico, poiché non potrà vederlo; e la vittima non odierà chi lo colpisce, poiché questi non sarà reperibile. Nulla di più macabro di questa mitezza (che non ha nulla a che fare con l'amore positivo). Certo l'odio sarà ritenuto indispensabile anche in questa guerra. Per alimentarlo, si indicheranno oggetti d'odio ben visibili e identificabili, «ebrei» di ogni tipo. Ma quest'odio non potrà entrare minimamente in rapporto con le azioni di guerra vere e proprie: e la schizofrenia della situazione si rivelerà anche in ciò, poichè odiare e colpire saranno rivolti a oggetti completamente diversi.

 

 

Figura 45 Norberto Bobbio.

Anders prospetta una possibile via d’uscita, rivolgendosi al potere salvifico e «armonizzante» dell’arte, in particolare della grande musica. Essa detiene un valore etico, oltre che estetico, essendo in grado di trasformare l’uomo e di proporre un linguaggio a quello della deriva tecnicizzante cui siamo sottomessi. Con il recupero dell’ascolto – facoltà troppo spesso dimenticata dal mondo della pubblicità che propone esclusivamente modelli predefiniti – viene prospettata una possibile e reale alternativa da cui ripartire per superare l’omologazione imposta dalla tecnica.

Le tesi di Anders sono certamente molto forti e provocatorie, ma fanno parte di una precisa strategia intellettuale: quella di deformare per constatare, di distorcere per vedere meglio, sono un «estremo rimedio», con il merito di illustrare i «mali estremi» che quotidianamente viviamo.

Norberto Bobbio, nel presentare il libro di Anders, Essere o non essere, ha scritto: «Lo scopo dell'autore è più quello di scuotere gli indifferenti, di incitare i dubbiosi, di rendere perpetuamente inquieti gli ottimisti di professione e vigilanti i già convinti, che non quello di suggerire soluzioni immediate e indiscutibili. Da una pagina autobiografica del libro si apprende che, quando l'autore ebbe acquistato coscienza che è in gioco, oggi, la conservazione del tutto, il suo pensiero dominante diventò quello di suscitare questa coscienza anche negli altri, a costo di apparire agli occhi di qualche vecchio amico un fissato. A chi gli rimprovera di aver abbandonato la versatilità di un tempo, di voler viaggiare ormai su di un binario unico, risponde: “Ma a che serve questa versatilità, quando siete tutti sul treno che corre difilato sul suo binario unico verso la catastrofe?”»

Ciò dimostra come il pensiero di Anders, inspiegabilmente poco conosciuto, si radichi profondamente nella cultura nel ‘900 e come la sua filosofia sia volta a stabilire le cause che hanno portato l’uomo a creare una società in cui l’unico protagonista è l’apparato tecnico.

 

HEIDEGGER E LO SVILUPPO DELLA TECNICA

Martin Heidegger, importante filosofo tedesco del Novecento e uno dei principali esponenti dell’esistenzialismo, ha studiato gli effetti dell’evoluzione della tecnica nella società ed in particolare sull’uomo. Secondo lui, l’epoca della metafisica raggiunge l'apice con il dominio della tecnica; il mondo attuale, spiega Heidegger, è caratterizzato dal fatto che la scienza e la tecnica sono talmente intrecciate con la vita che questa non è più possibile nella sua immediatezza, ma soltanto tramite esse. Dopo la seconda guerra mondiale, Heidegger ha asserito che nel mondo attuale tutto quel che esiste è massificato per via della riduzione planetaria delle distanze e della diffusione dei mezzi tecnici di comunicazione e si presenta sotto la terribile minaccia di una distruzione totale da parte della bomba atomica. La domanda che egli si pone in questo panorama riguarda pertanto l'essenza della tecnica. Generalmente la tecnica è intesa come strumento in vista di uno scopo e, dunque, come tipica di quel modo specifico dell'agire umano, che consiste nel produrre. Questo vuol dire che il produrre porta e fa apparire l'ente della velatezza nella svelatezza. Ma la verità è svelamento, ovvero velatezza e svelatezza ad un tempo, cosicchè pure la tecnica, in quanto produrre, rientra a pieno titolo nell'ambito della verità. E del resto questo era il modo in cui i Greci concepivano la tecnica, ma anche la tecnica del mondo moderno è un modo dello svelamento, con la differenza che in essa la natura appare come deposito di risorse energetiche di cui si può usufruire. Nella tecnica moderna, quindi, mondo e impianto, risultante da una imposizione, formano una cosa sola. Nell'impianto l'essere dell'ente coincide con il suo essere rappresentabile e impiegabile e questo vuol dire che esso è reso presente e disponibile alla conoscenza e alla prassi umana. L'impianto dà quindi all'uomo la possibilità di aumentare il proprio valore fino a configurarsi come signore della terra, ma così resta dimenticato l'essere nella sua verità, cioè come evento che, nello svelarsi, al tempo stesso si nasconde e si sottrae sempre ad una totale disponibilità; nella tecnica moderna arriva all'apice la nullità dell'essere e del mondo, ridotto ad una somma di enti meramente presenti e disponibili alla manipolazione umana: essa rappresenta quindi il nichilismo come esito ultimo dell'epoca della metafisica. Nel mondo della tecnica come impianto l'uomo perde la sua essenza, che risiede nel salvaguardare la verità e metterla al riparo nella sua inesauribilità. Ben lontana dal rappresentare il disincanto del mondo, la tecnica moderna assoggetta il mondo col suo incantesimo e per questo motivo Heidegger ravvisa in essa un pericolo per l'umanità, soprattutto in quanto genera l’illusoria impressione che non sussista alcun pericolo. Questo non vuol dire però che la salvezza debba essere ricercata al di fuori della tecnica, in un ricordo tanto nostalgico quanto assurdo ad una situazione pretecnologica; piuttosto, per Heidegger, proprio quando il pericolo si rivela come tale, allora può esserci la svolta e si può essere richiamati al fatto che l'essere non è mai del tutto disponibile all'uso da parte dell'uomo; in virtù di questo richiamo, la tecnica può cessare di essere praticata in modo cieco o come semplice strumento di dominio della natura e l'uomo può acquisire l’abbandono necessario per adoperare gli strumenti della tecnica, ma in modo da rendersi libero per il mondo in quanto non riducibile ai soli usi della tecnica; si possono in questo modo porre le condizioni per un possibile nuovo avvio rispetto all'epoca della metafisica, ormai terminata.

 

Figura 46 Martin Heidegger.

Significativo è questo brano, tratto da L’abbandono, in cui il filosofo sottolinea l’importanza di difendere il pensiero meditante proprio dalla tecnica e dal calcolo.

 

La potenza che si nasconde nella tecnica moderna è ciò che determina la relazione dell'uomo a ciò che è. Essa domina ormai tutta la Terra. L'uomo comincia già ad abbandonare la Terra, ad inoltrarsi nello spazio. Da appena un paio di decenni soltanto abbiamo scoperto, grazie all'energia atomica, delle fonti di energia talmente gigantesche che saranno in grado, in un prossimo futuro, di far fronte al fabbisogno mondiale di energia di ogni tipo. La fornitura immediata di nuove energie presto non sarà più circoscritta in paesi e zone determinate della Terra, come accade ora per i giacimenti di carbone o di petrolio o per il legname dei boschi. In un prossimo futuro le centrali atomiche potranno essere costruite dappertutto.

Oggi la scienza e la tecnica non si domandano più: da dove possiamo ricavare quantità sufficiente di combustibile e di carburante? Oggi la domanda decisiva suona: in che modo possiamo riuscire a domare e ad imbrigliare queste quantità di energia atomica inimmaginabilmente grandi, in che modo possiamo assicurare all'umanità che questa enorme riserva di energia improvvisamente non si ribelli, anche non per effetto di una guerra, non «sfugga di mano», non annienti ogni cosa? Quando si riuscirà ad imbrigliare l'energia atomica - e si riuscirà a farlo - allora comincerà uno sviluppo del mondo tecnico completamente nuovo. Lo sviluppo della tecnica diventerà nel frattempo sempre più veloce, non potrà arrestarsi in nessun luogo. In ogni ambito della propria esistenza l'uomo è sempre più stretta- mente assediato dal potere delle apparecchiatura tecniche e delle macchine automatiche. La potenza della tecnica che dappertutto, ora dopo ora, in una forma qualsiasi di impiego incalza, trascina, avvince l'uomo di oggi - questa potenza è cresciuta a dismisura e oltrepassa di gran lunga la nostra volontà, la nostra capacità di decisione, perché non è da noi che procede.

Ciò che è veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un completo dominio della tecnica. Di gran lunga più inquietante è che non siamo ancora capaci di raggiungere, attraverso un pensiero meditante, un confronto adeguato con ciò che sta realmente emergendo nella nostra epoca.

Sarebbe folle slanciarsi contro il mondo della tecnica, sarebbe miope condannarlo in blocco come opera del diavolo.

Ormai dipendiamo in tutto dai prodotti della tecnica, siamo costretti senza tregua a perfezionarli sempre di più. Essi ci hanno, per cosi dire, forgiati a nostra insaputa e cosi saldamente che ne siamo ormai schiavi.

Tuttavia possiamo anche comportarci altrimenti. Possiamo infatti far uso dei prodotti della tecnica e, nello stesso tempo, in qualsiasi utilizzo che ne facciamo, possiamo mantenerci liberi, cosi da potere in ogni momento farne a meno. Possiamo far uso dei prodotti della tecnica, conformarci al loro modo d'impiego, ma possiamo allo stesso tempo abbandonarli a loro stessi, considerarli qualcosa che non ci tocca intimamente e autenticamente. Possiamo dir sì all'uso inevitabile dei prodotti della tecnica e nello stesso tempo possiamo dire loro di no, impedire che prendano il sopravvento su di noi, che deformino, confondano, devastino il nostro essere.

L'uomo si trova su questa terra in una situazione pericolosa. Per qual motivo? Soltanto perché da un momento all'altro potrebbe scoppiare una terza guerra mondiale che avrebbe per conseguenze il completo annientamento dell'umanità e la devastazione della terra? No. Nell'era atomica che sta iniziando, un pericolo ancora più grave ci minaccia - e proprio quando appare scongiurato il pericolo di una terza guerra mondiale. Un'affermazione certamente singolare, questa, ma che resta tale fino a che non pensiamo. In che modo deve essere intesa questa frase? In questo modo: la rivoluzione della tecnica che ci sta travolgendo nell'era atomica potrebbe riuscire ad avvicinare, a stregare, ad incantare, ad accecare l'uomo, così che un giorno il pensiero calcolante sarebbe l'unico ad avere ancora valore, ad essere effettivamente esercitato.

Quale grande pericolo si starebbe allora avvicinando? Si troverebbero accoppiati l'acume intellettuale più efficace e produttivo, che è proprio dell'invenzione e della pianificazione calcolante, e la completa indifferenza verso il pensiero, la totale assenza di pensiero. E allora? Allora l'uomo avrebbe rinnegato, avrebbe gettato via il suo carattere più proprio: la sua essenza pensante; è necessario pertanto salvare l'essenza dell'uomo, è necessario tenere desto il pensiero.

Soltanto l'abbandono di fronte alle cose e l'apertura al mistero non accadono mai senza il nostro consenso, non sono affatto degli accadimenti casuali. Entrambi scaturiscono soltanto da un pensiro incessante e appassionato.

 

 

CONCLUSIONE

 

Noi siamo dei consumatori dissoluti di energia e dei grandi inquinatori. La vera sfida, che ci dovremmo imporre come popolo, è farla finita quanto prima con la nostra nefasta dipendenza dal petrolio e dai combustibili fossili. Ciò non richiederebbe di tornare allo stile di vita del XVIII secolo, né subire una drastica riduzione della popolazione umana. Piuttosto, dovremmo condurre una vita basata su una tecnologia sofisticata, in grado di convertire efficientemente la luce solare in elettricità per usi stazionari, per l’autotrazione e per altri usi mobili. Questo lascerebbe le riserve di carbonio in pace nel sottosuolo, o quanto meno incombuste, così da poterle sfruttare per quei prodotti e quei materiali derivati dal petrolio ormai indispensabili alla vita contemporanea.

In questo contesto, lo sviluppo dell’idrogeno come vettore di energia è fondamentale per il successo delle fonti rinnovabili, la chiave di volta di uno scenario energetico sostenibile. Jesse Ausubel, direttore del Program for the Human Environment della Rockefeller University, sostiene che il modo migliore per produrre idrogeno - “il combustibile nei tempi dei tempi” - è il nucleare. Così Cesare Marchetti, dell’International Institute for Applied Systems Analysis di Laxenburg (Austria), che parlava dell’idrogeno già negli anni Sessanta, afferma: “Il nucleare si presenta come il sistema più affidabile a lungo termine. E io credo che presto lo vedremo ripartire”.

 

Quando si parla di nucleare, però, ritornano alla ribalta i problemi legati allo smaltimento delle scorie radioattive, i timori legati al terrorismo, ma anche gli aspetti legati alla corsa agli armamenti nucleari.

La fine della guerra fredda ha diffuso la sensazione che gli arsenali nucleari siano ormai una reliquia del passato poiché sarebbe venuta meno la ragione principale della loro esistenza, cioè lo scontro tra i due «imperi» e quindi delle rispettive alleanze militari. Ma si tratta di un’impressione illusoria, purtroppo infondata. Il fattore atomico invece continua a fare la differenza, a segnare lo status di un paese rispetto a un altro, anche se ovviamente lo scenario mondiale è cambiato e non vi sono più le drammatiche contrapposizioni bipolari del secondo dopoguerra.

 

Il rischio dell’impiego di armi nucleari, quindi, è sempre presente per cui è necessario operare su più versanti.

In primo luogo si dovrebbe agire, attraverso un trattato internazionale, affinché: siano proibiti lo sviluppo, la sperimentazione, la produzione, la conservazione, il trasferimento e l’uso delle armi nucleari e la minaccia di usarle; sia imposto agli Stati in possesso di armi nucleari di distruggere i loro arsenali in una serie di fasi; sia proibita inoltre la produzione di armi che usano materiale fissile e fare in modo che i vettori siano distrutti o riconvertiti per renderli non adatti al trasporto di queste armi. Il tutto sotto l’attenta verifica di un’apposita agenzia. Perché ciò possa accadere, però, è necessario che siano diffuse le informazioni necessarie a comprendere che, con la nuova e ancora più pericolosa corsa agli armamenti nucleari, è in gioco la sopravvivenza stessa dell’umanità. Solo così si potrà costruire un forte movimento per la messa al bando delle armi nucleari, che faccia percepire la gravità della minaccia e faccia valutare con la dovuta attenzione le notizie che dovrebbero allarmare, come, ad esempio, quella che basterebbero 300 secondi, in uno scambio di colpi nucleari tra India e Pakistan, per spazzare via New Delhi e Islamabad.

 

Figura 47 Il Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Inoltre, ritengo necessario rendere più incisiva l’azione dell’ONU attraverso una sua riforma. Infatti, l’11 settembre e, soprattutto, la crisi irachena hanno dimostrato ancora una volta l’incapacità del Consiglio di sicurezza di assolvere le funzioni per cui era stato creato. La carta delle Nazioni Unite, scritta alla fine della seconda guerra mondiale, era basata principalmente su un presupposto: il mantenimento dell’intesa tra le grandi potenze vincitrici del conflitto, nell’assunto che continuassero a essere interessate a difendere lo statu quo e, di conseguenza, a svolgere collettivamente le funzioni di «sceriffi del mondo». Invece, in questi anni, il Consiglio di sicurezza, da centro decisionale, produttore del «bene pubblico» mondiale della pace e della sicurezza internazionali, si è trasformato in un semplice foro, non solo di discussione, ma di vero antagonismo fra i cinque membri permanenti, che lo utilizzano per conseguire i rispettivi interessi nazionali.

Appare, quindi, realistico ritenere che l’unica riforma praticabile sia quella di passare ad un Consiglio di sicurezza senza diritti di veto ed allargato anche a rappresentanti del mondo islamico (ad esempio l’Organizzazione della conferenza islamica), dell’Africa (con l’Organizzazione dell’unità africana) e dell’America latina (con l’organizzazione degli stati americani), che, allo stato attuale, hanno un «peso» politico estremamente limitato, ridimensionando, qualora sia ritenuto necessario, la presenza dell’Europa. In tal modo si potrebbe creare una politica del dialogo credibile, innanzi tutto nei confronti del mondo islamico, ma anche delle altre culture che vedono nella globalizzazione una minaccia per la loro dignità; si potrebbero, così, coordinare meglio, in un clima di maggiore partecipazione, consapevolezza e sicurezza, tutte le attività tese a creare una reale cooperazione tra gli stati, attivando così uno sviluppo economico-sociale, premessa indispensabile per evitare l’infiltrazione del terrorismo «globalizzato».

 

Con la consapevolezza che le idee che ho esposto siano solamente un limitato contributo sull’argomento, concludo con le parole di Mons. Jean Louis Tauran, Ministro degli Esteri vaticano, che il 26 ottobre 1991, dopo l’inizio della prima guerra in Irak, disse davanti all’Assemblea dell’ONU: “La questione del disarmo non è teorica: è una necessità da cui dipende la sopravvivenza del nostro mondo. L’esperienza di questi ultimi mesi basta a dimostrare l'inutilità e la crudeltà della guerra in se stessa. Da parte sua la Santa Sede ha lanciato e lancia a tutti lo stesso messaggio: la guerra con i mezzi distruttivi forniti dalla tecnologia moderna non risolve mai in modo definitivo i problemi dei rapporti tra i popoli”.


[23] Serie di sei esplosioni nucleari con bombe all’idrogeno, effettuate dagli USA nel periodo marzo – maggio 1954 nell’atollo di Bikini (isole Marshall – Pacifico).

[24] Alfred Rosenberg (1893 - 1946), politico tedesco e teorico del razzismo ariano, fu condannato a morte dal tribunale di Norimberga.

[25] In quell’anno il canale fu nazionalizzato da Nasser, provocando l’intervento armato di Francia, Gran Bretagna e Israele contro l’Egitto.

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