<< Capitolo precedente Indice Capitolo successivo >>

1. Lo zero tra il Nulla e il Vuoto

Lao Tse, VI sec a.C.

Scrive Laotse, nel Tao Te King, uno dei grandi libri dell’Antica Cina:

Lo guardi e non lo vedi
lo ascolti e non lo senti
ma se lo adoperi è inesauribile

La sua è la descrizione del Tao, dell’Assoluto, ma sono parole che ben si adattano alla presentazione dello zero, un numero speciale, che richiede un’attenzione particolare. E’ un numero che ci porta, oltre la matematica, verso concetti quali il Nulla e l’Infinito

Rene Magritte, Trahison des images, 1929


Per capire di che cosa stiamo parlando, partiamo dall’insieme vuoto, che possiamo considerare come la rappresentazione matematica del Nulla o almeno la sua migliore approssimazione. Non è certo il Nulla, ma, per così dire, una sua idea concreta, di “scatola” vuota: una sala cinematografica senza spettatori, un vaso senza fiori, un alveare senz’api, una spiaggia senza bagnanti.. La conquista dello zero, nella storia della matematica, e il suo riconoscimento al rango di numero non fu facile e trovò molte resistenze. D'altra parte, se rappresenta il Nulla, si può ritenere, a torto, che non sia così essenziale come gli altri numeri: "Nelle normali attività quotidiane - osservò Whitehead - lo zero non ci serve affatto, nessuno va al mercato a comprare zero pesci". Lo zero, infatti, non è indispensabile nell’aritmetica più elementare: i romani e i greci, ad esempio, ne fecero a meno, e fino al Medioevo lo zero venne usato in modo impreciso, con molta circospezione. In fondo usare lo zero implicava l’ammissione dell’esistenza del Nulla, cosa non semplice. Scrive Geymonat: “Tutti siamo convinti di poter parlare sensatamente del “nulla”, di intenderci fra noi allorché usiamo questo termine […] esso deve avere per noi un significato ben determinato. Proprio questo fatto però, che esso significhi qualcosa, che denoti un’effettiva realtà, sembra particolarmente ripugnante al pensiero comune”.