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4. Le apparenze ingannano? Percezione e illusione

Dante e l’elogio dell’esperienza
Nel II Canto del Paradiso, Beatrice, dopo aver sorriso alquanto alla domanda di Dante che chiede spiegazioni sulla natura delle macchie lunari e dopo aver sottolineato che spesso, là dove i sensi possono guidarla, come nel caso delle macchie lunari che tutti possono vedere, la ragione ha corte l’ali, chiede a Dante di esprimere la propria opinione in proposito.
Dante dice di ritenere che l’effetto dipenda dalla maggiore o minore densità dei corpi. Beatrice lo dice in errore, e spiega che tutte le stelle sono di uguale materia variamente distribuita, ma che gli effetti che esse producono in terra differiscono tra loro non solo in quantità, ma anche in qualità; le cause quindi devono procedere anche da proprietà differenti per qualità. Così la luna, se la rarità della materia fosse la cagione delle sue macchie, potrebbe addirittura essere “bucata”, in alcune zone, da parte a parte; ma questa sua condizione si manifesterebbe durante le eclissi di sole, poiché lo si vedrebbe trasparire nei tratti “bucati”. Poiché questo non è, pur non essendo bucata da parte a parte, si potrebbe ancora dire essere scavata da grandi buche e valli, là dove si accentui la rarità della sua materia; un po’ come la terra se non ci fossero le acque dei mari. In questo caso si potrebbe pensare che il raggio di sole riflesso da quelle zone, appaia essere lì più scuro, in confronto al resto della superficie lunare, per essere il raggio riflesso ( nel verso: rifratto, ma con il significato di: rimandato indietro ) da superfici più lontane, che sono quelle delle cavità.
Da questo dubbio (istanza), dice Beatrice, ci si può liberare tramite l’aiuto dell’esperienza, che è la fonte dalla quale derivano tutte le arti, e fornisce a Dante le istruzioni per realizzare un esperimento in grado di falsificare definitivamente questa congettura:

Da questa istanza può diliberarti
Esperienza, se giammai la provi,
Ch’esser suol fonte ai rivi di vostr’arti.
Tre specchi prenderai; e i due rimovi
Da te d’un modo, e l’altro più rimosso
Tr’ambo li primi gli occhi tuoi ritrovi.
Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso
Ti stea un lume che i tre specchi accenda,
E torni a te da tutti ripercosso.
Benché nel quanto tanto non si stenda
La vista più lontana, lì vedrai
come convien ch’igualmente più risplenda.
Miniatura del XV secolo che illustra l’esperimento

Prendi tre specchi (c, e, D) e allontanane due da te ponendoli alla stessa distanza e disponi il terzo ad una distanza maggiore, in modo che tu lo veda tra gli altri due; fa poi che alle tue spalle arda un lume (a) la cui luce, rivolta verso gli specchi, riverberi in essi la sua fiamma, in modo che l’immagine venga riflessa da tutti e tre. Nonostante l’immagine dello specchio più lontano non sia estesa ( nel quanto ) come le altre, ti accorgerai che risplende alla pari di quelle degli specchi più vicini.
A detta di Patrick Boyde, nella sua esegesi di Dante e la scienza, nella miniatura che illustra l’esperienza, il miniatore commette l’errore di rappresentare la fiamma dello specchio più lontano (D) in grandezza pari a quella degli altri due specchi più vicini. Ritengo invece che non ci sia in questo alcun errore, dal momento che, per rappresentare con efficacia il concetto dantesco, ciò che deve essere messo in evidenza non è tanto la caratteristica del “quanto” ma quella del “quale”che si identifica con lo splendore, detto pari da Dante per i tre specchi, ed è ciò che il miniatore ha rappresentato.
Va però detto chiaramente che è l’affermazione di Dante ad essere errata . Probabilmente, di fronte ad una verifica dell’esperimento, chi un po’ si intende di ottica e sa come l’intensità luminosa di una sorgente vari in funzione della distanza come tutte la grandezze che si “propagano nello spazio”, noterebbe, per così dire, “ a priori “ come la brillantezza dello specchio più lontano risulti più debole. Allo stesso tempo un altro pregiudizio può far apparire le cose alla maniera di Dante: le immagini che si vedono sono quelle dello stesso lume, che possiede una sua ben precisa e definita brillantezza, unica ad essere riflessa da ciascuno specchio. Certo però, se la brillantezza risultasse decisamente diversa alla vista, tale pregiudizio verrebbe immediatamente rimosso, ma se la differenza non fosse così palese, non si pensi che i sensi non possano trarci in inganno: la situazione descritta dall’esperienza, realizzata da Patrick Boyde nella Senior Combination Room del St John’s College di Cambridge, è stata fissata in varie fotografie, e ha fatto dire a molte persone ( non addette ai lavori ), alle quali sono state mostrate, che Dante aveva ragione.
E tanto ci potrebbe bastare per convincerci del fatto che tutto ciò che cade sotto i nostri sensi insieme alla “canoscenza” che da questo se ne trae, appartiene alla storia del millenario dualismo tra realtà e parvenza e tra vero e falso.
Dimmi allora, qual è la tua opinione? [….] Dobbiamo stare attenti al significato che diamo alla parola opinione. Quando ho molte prove mi arrischio a dire che so una cosa; quando ne ho molto meno mi arrischio a dire che ho un’opinione su questa cosa; quando ne ho meno ancora arrischio una congettura. Se in una questione non ne ho abbastanza nemmeno per una congettura immagino che mi sembri di poter fare una congettura, ma nei libri, le congetture hanno un certo modo di parere ancora più grandi dei fatti.” [ Thornton Wilder- Idi di marzo]
E la questione si ripete se ci chiediamo se quanto appena letto possa essere considerato un fatto, un’opinione, una congettura o se almeno possa essere immaginato come tale.


Bibliografia

Dante Alighieri : La Divina Commedia – commentata da: Carlo Steiner – Natalino Sapegno – Buti.

A cura di Patrick Boyde e Vittorio Russo : Atti del convegno Internazionale di studi “ Dante e la scienza “ - Opera di Dante e della Biblioteca Classense di Ravenna – 1993 Le scienze - J.J. Callahan - 1976