Ben Mezrich, Blackjack Club, Mondadori, pp. 254, 15 Euro

Un tavolo di blackjack in un casinò di Las Vegas

 

La matematica al servizio del gioco d’azzardo. Una applicazione inconsueta, ma molto redditizia, che ha sempre tentato alcuni fra i migliori studenti del MIT, il Massachussetts Institute of Technology, una delle più prestigiose università americane. All’origine di questo interesse, un celebre “teorema”, molto semplice ma efficace, riguardante il blackjack, enunciato quarant’anni fa da Edward Thorp, docente di matematica del MIT: “Le carte basse del mazzo (dal 7 in giù) sono sfavorevoli al giocatore, quelle alte (9, 10, figure e assi) sono favorevoli”. Un teorema che gli studenti del MIT hanno cercato di perfezionare, sognando di sbancare i casinò di Las Vegas.
L’avventura più sorprendente è quella degli studenti che, nel 1994, fondarono il Blackjak Club e misero tutto il loro ingegno nello studio del blackjack, considerato l’unico gioco d’azzardo al quale si può sconfiggere il banco. La loro storia è narrata da Ben Mezrich, un giovane scrittore vissuto per un certo periodo con i giovani talenti del gioco d’azzardo, in un libro, Blackjak Club, che è diventato un bestseller e che arriva ora nella traduzione italiana.
Il blackjack, nato in Francia nel Settecento, è stato il gioco più popolare dei casinò negli anni Ottanta e Novanta, soppiantato in seguito dalle slot-machine e oggi dai videopoker di Internet. Si gioca, con un mazzo di carte da poker, contro il banco e non contro gli altri giocatori. Lo scopo del gioco è totalizzare un punteggio superiore a quello del banco, senza tuttavia superare i 21 punti, seguendo alcune semplici regole.
“Scoprimmo che il blackjack si poteva battere. Ricavandoci un mucchio di soldi – osserva uno studente del Club – Non è magia, è soltanto matematica. Si tratta di tenere sotto controllo il mazzo mentre viene mescolato. E’ un esercizio di base sulla distribuzione delle probabilità. Detto questo è solo questione di pratica”. E’ la stessa tecnica usata da Dustin Hoffman e Tom Cruise nel film Rain Man, per sbancare i tavoli di blackjack al Caesar’s Palace di Las Vegas. Una tecnica che sfrutta la natura statistica del blackjack, un gioco, possiamo dire, che ha una memoria, è soggetto alla probabilità continua. Se durante il primo giro esce un asso, ciò significa che c’è un asso in meno nel resto del mazzo. Le probabilità che esca un altro asso scendono di una frazione, che è calcolabile. In altre parole il passato ha un effetto sul futuro, a differenza degli altri giochi del casinò. Non è necessario contare le carte, ma distinguerle semplicemente, come faceva Dustin Hoffman nel film: “Cattiva uno, buona due”. La tecnica degli studenti era più raffinata e prevede un gioco di squadra che, di perfetta intesa, si muoveva nelle sale del casinò con un compito preciso. Una squadra era divisa in tre gruppi: gli Avvistatori che individuavano i tavoli più convenienti, i Gorilla che puntavano grosse somme ai tavoli segnalati come favorevoli, senza alcuna strategia di gioco, ed infine i Giocatori, forniti di una grande somma di denaro, che gestivano seguendo precise strategie di gioco. Gesti e frasi convenzionali consentivano ogni comunicazione fra i membri della squadra.
Attorno ai tavoli di blackjack ci sono sovente dei “Contacarte”, giocatori che tentano di memorizzare le carte favorevoli o meno che sono in gioco. Ma questi sono facilmente individuati dal rigoroso servizio di sorveglianza dei casinò e, bollati come ospiti non graditi, con le buone o le cattive. vengono allontanati. Le multinazionali, padrone di Las Vegas, non sono disposte, com’è facile immaginare, a rimetterci sui loro investimenti.
La severa e selettiva scuola del MIT aveva però messo in grado gli studenti del Club di eludere ogni controllo, con una perfetta organizzazione. In questo modo, nella più totale legalità, il Blackjack Club riuscì a realizzare guadagni favolosi, di milioni di dollari e ogni studente si trovò a vivere una doppia vita, da una parte la vita in famiglia, la scuola, le serate in birreria e le partite di basket, dall’altra le suite più lussuose degli alberghi di Las Vegas, splendide ragazze al silicone, serate con i divi di Hollywood, e il fascino dei tavoli da gioco. Due esistenze separate, con l’inevitabile alienazione e, alla lunga, l’esaltazione per un gioco dal quale risulta sempre più difficile sapersi allontanare, anche quando sorgono i primi problemi. Purtroppo i nostri studenti non avevano tenuto conto di una popolare teoria del caos, nata proprio fra gli studenti del MIT e ricordata da uno dei protagonisti del romanzo: “Metti insieme un mucchio di gente superintelligente e socialmente inutile come noi, e prima o poi scoppia il caos”.
Gli studenti si lasciarono tentare dal gioco oltre i margini di sicurezza, le grosse vincite non potevano non insospettire i casinò che risalirono al MIT e ai suoi studenti e questi vennero tutti schedati. Scoprirono così i membri del Blackjack Club, e diverse altre squadre di studenti un po’ troppo affezionate al blackjack. Qualche interrogatorio un po’ violento, qualche pugno sul naso e allo stomaco convinsero i nostri a desistere, imparando a loro spese che è meglio non sfidare Las Vegas.
Siamo però sicuri che, in questo momento, altre squadre di giovani del MIT, o chissà, ... del Politecnico di Torino o di Milano, continuano questa lucrosa attività. Non potendo più giocare nei casinò di Las Vegas, il vecchio gruppo, con una certa innegabile faccia tosta, ha approfittato dello spazio web all’interno del MIT per aprire una pagina web sulla quale, forti della popolarità ottenuta da questo romanzo e dalle tante trasmissioni televisive di cui sono stati protagonisti (è previsto anche un film, annunciato per il prossimo anno e interpretato da Kevin Spacey), si presentano come grandi esperti dei giochi d’azzardo. Allontanati recentemente dal MIT, in modi sicuramente meno violenti di quelli che avevano incontrato a Las Vegas, sono reperibili ora a questo indirizzo:
http://www.blackjackinstitute.com/store/
Qui troverete testi, corsi e materiali di ogni genere per diventare, dicono loro, ma è meglio non fidarsi, imbattibili al blackjack e agli altri giochi dei casinò.
Il romanzo durerà forse una sola estate, ma è una lettura divertente per conoscere i grandi centri del gioco e del sesso, i “parchi gioco” degli adulti, e una lettura da consigliare a chi ritiene che la matematica non abbia alcun valore pratico, che non serva per “far soldi”. Sono molti invece i matematici che hanno fatto fortuna, forse non al blackjack, ma come consulenti finanziari. Non si tratta sempre di gioco d’azzardo?

Federico Peiretti