COSTRUIRE IN CIELO

Giacomo Menini, Costruire in cielo. L’architettura moderna nelle Alpi italiane, Mimesis, Milano-Udine, 2017

Volume ricco di piste interpretative che attingono a prospettive disciplinari diverse ma interagenti (geografia dei territori, storia delle pratiche agricole e insediative, poetiche e controversie architettoniche, pratiche di patrimonializzazione) intrecciate con paziente acribia, delineando un orizzonte di riflessione nel quale la costruzione dei territori alpini possa configurarsi in modo più consapevole che nel recente passato. Una rilettura critica delle pratiche di urbanizzazione e di realizzazione di comprensori turistici che hanno comportato la perdita di specificità delle terre alte e l’imporsi di un cliché elementarizzato del paesaggio, oltre che il diffuso abbandono di larghe porzioni dei territori montani. Le analisi e le argomentazioni che si snodano nella tersa scrittura dei densi capitoli del volume si focalizzano sui temi del rapporto con la tradizione, dell’enigmaticità dei paesaggi alpini recepita dall’architettura moderna come spazio inedito di progetto e sfida e sull’analisi delle tipologie costruttive e delle loro interpretazioni e riattivazioni moderne. L’intento è quello di aprire uno spazio di analisi e di progetto più critico, avvertito e misurato, in cui disporsi ad affrontare non solo la scomparsa dei mondi passati, ma soprattutto la gestione della problematica eredità moderna in nuovi progetti di vita e di significato.

Il tema conduttore del volume è l’analisi dell’idea di tradizione che diventa la posta in gioco degli opposti schieramenti di tradizionalisti e modernisti, in una contesa che, prima ancora di essere confronto tra modelli e ideali costruttivi, è un fronteggiarsi di rappresentazioni più o meno esplicite, ma anche di saperi artigianali e tecniche industriali. Se l’inventività tecnica trova uno straordinario spazio di sperimentazione nelle terre alte in cui gli architetti si lanciano senza remore, dall’altro lato il tentativo di ricucire il tessuto organico delle comunità mediante il ricorso a un repertorio di forme ereditate dal passato rivela a sua volta la sua natura artificiale ed estetizzante, che innescherà la fortunata progenie del “tipico” e del “tradizionale”, propagatasi fino a noi nelle sembianze postmoderne del “rustico internazionale”. Si evoca la tradizione quando non c’è più; mentre la tradizione consisteva in un’incessante e normale trasmissione vivente (quindi in grado di adeguarsi e perfezionarsi nel tempo) delle modalità culturali di vita in luoghi specifici. Il che spiega, come l’autore argomenta con ricchezza di esempi, perché – una volta interrotta dall’irruzione di forme, tecniche e rappresentazioni moderne – essa cada rapidamente nell’oblio, o diventi ideale nostalgico cui l’architettura moderna guarda in modo strumentale e risarcitivo. Dinamica che si esplicita nel rapporto con il paesaggio, concepito come spazio naturale e avventuroso, teatro di sperimentazioni oppure evocazione di atmosfere del passato. Non mancano tuttavia nel testo esempi di realizzazioni in cui modernità e saperi tradizionali si ritrovano ad affrontare la vera sfida delle terre alte: quella della loro abitabilità e del loro significato, tra omologanti stili di vita urbani e l’inesauribile appello del paesaggio naturale, oltre le rappresentazioni e percezioni in cui è stato codificato e consumato.

Luisa Bonesio