In un breve testo dei primi anni Ottanta, raccolto in L'altrui
mestiere, Primo Levi tenta di rispondere a un lettore che gli
ha chiesto perché si scrive. E un testo da leggere con attenzione,
perché ci consente di fare luce sulla intera poetica dello
scrittore, sulle ragioni del suo operare e sulle scelte che stanno
alle radici dei suoi libri. Levi finge di dare al lettore una risposta
obiettiva, come staccandosi da se stesso, ed elenca nove ragioni
diverse, in parte opposte, che possono muovere una persona a scrivere.
Ma si sente, in ogni parola, che egli parla in realtà di
sé: sia quando porta le ragioni che in trasparenza condivide,
sia quando elenca quelle che con uguale trasparenza rifiuta.
"Perché se ne sente l'impulso o il bisogno", è
la prima risposta. E chiarisce che questa è la ragione dei
romantici; non, chiaramente, la sua. Più importante la seconda
ragione: "Per divertire o divertirsi". "Fortunatamente
- specifica lo scrittore - le due varianti coincidono quasi sempre:
è raro che chi scrive per divertire il suo pubblico non si
diverta scrivendo, ed è raro che chi prova piacere nello
scrivere non trasmetta al lettore almeno una porzione del suo divertimento".
[...]
Ho citato, con l'avallo dello stesso Levi, il verbo "divertire"
prima di "testimoniare". Mi prendo tutta la responsabilità
di questa scelta, che ad alcuni potrebbe apparire scandalosa. La
parola "testimonianza" sembra quasi obbligatoria, quando
si parla di Levi - qualcuno lo ha definito "il testimone"
per eccellenza - sarebbe difficile saltarla. Ma testimone, dobbiamo
insistere, è un esito, non è un metodo; e neppure,
se si pensa alla globalità dell'opera di Levi, un fine. Se
Levi è stato testimone, e testimone più alto di tutti,
non è perché si fosse proposto semplicemente di testimoniare.
Ma perché, a differenza di tanti altri testimoni, si era
saputo dare gli strumenti della testimonianza. Anziché tentare
di impartire degli insegnamenti, aveva perseguito l'arte, "che
è fine a se stessa". E Levi è stato testimone
tanto più efficace e, oggi possiamo dirlo, tanto più
duraturo, in quanto più è stato artista. Gli strumenti
gli venivano non dal desiderio di educare il prossimo ma da quel
sangue di poesia che aveva rintracciato in Virgilio; soprattutto
da quella leggerezza e limpidezza del bambino, dalla lucidità
e saviezza di chi ha vissuto a lungo e non invano che lo portavano
ad amare uno scrittore in apparenza per lui anomalo come Lewis Carrol.
Se vogliamo capire perché il Levi della testimonianza è
importante, dobbiamo leggerlo negli altri libri: lontani dalla testimonianza
al punto che l'autore, per pubblicare il primo fra questi, "Storie
naturali", aveva preferito dissimularsi dietro un dichiarato
pseudonimo. Questi libri non sono l'altra faccia dello scrittore,
come qualcuno ha creduto e come egli stesso ha voluto far credere.
Sono il vero Primo Levi: quello che scrive non perché pressato
da circostanze esterne, quasi costretto a dare voce, lui salvato,
al sacrificio dei sommersi; ma per libera scelta, per cercare di
capire la società in cui vive, per porre domande che possano
coinvolgere tutti e non solo chi ha condiviso la sua eccezionale
esperienza; per anticipare il futuro leggendo i segni del presente;
per divertire, si, certo; e per divertirsi. [...]
La ricerca di Primo Levi, in tutta la sua opera, è la ricerca
di un codice. E di un codice comunicante. Sono esemplari, in "L'altrui
mestiere", le pagine che ci ha lasciato contro lo "scrivere
oscuro": "Chi non sa comunicare, o comunica male, in un
codice che è solo suo o di pochi, è infelice, e spande
infelicità intorno a sé. Se comunica male deliberatamente
è un malvagio". Lui, alchimista fra le ciminiere, apprezzava
il mestiere fatto bene, il lavoro compiuto con onestà, in
anni in cui correvano opposte parole d'ordine. E con la stessa onestà
si impegnava nella scrittura. L'epopea di Libertino Faussone in
"La chiave a stella" è, in realtà, la sua
epopea. Il mestiere dello scrittore lo porta a cambiare soltanto
lo strumento, la penna anziché la chiave; non il dovere di
usarlo perché sia utile a tutti. Non è un caso che
l'opera di Primo Levi cominci con la poesia, cioè il tipo
di scrittura che chiede il massimo dell'attenzione formale. Le parole
devono trovare tutte le loro giunture, come i ferri che il montatore
di tralicci salda con il suo apparecchio.
Fondamentale, ovviamente, in lui, la chimica: che è una metafora
dell'universo, della vita, una chiave per capirla; ma è anche
un linguaggio, il più rigoroso. Non si può giocare
con il suo alfabeto: bisogna conoscerlo, rispettarlo e praticarlo.
E la tavola di Mendelejev, per Primo Levi, è un vero alfabeto:
come dimostrerà nel "Sistema periodico", come sottolineerà
in tanti interventi, riconoscendo il proprio debito di scrittore
verso il laboratorio per tanti anni praticato. Fino a chiamare Mendel
- ebreo russo come Mendelejev - il personaggio che gli è
più caro di "Se non ora, quando?", il suo alter
ego narrativo. "L'abitudine a penetrare la materia, a volerne
sapere la composizione e la struttura conduce a un abito mentale
di concretezza e di concisione", ricorda con orgoglio in uno
scritto degli anni Ottanta, quando ormai il chimico non lo faceva
più. Era diventato uno scrittore a tempo pieno, ma non poteva
dimenticare l'insegnamento ricevuto da tanti anni di lavoro a esplorare
i segreti della materia. "Quando un lettore si stupisce del
fatto che io chimico abbia scelto la via dello scrivere mi sento
autorizzato a rispondergli che scrivo proprio perché sono
un chimico: il mio vecchio mestiere si è largamente trasfuso
nel nuovo". [...]
"Quaestio de centauris", come la maggior parte dei racconti
di Levi, non si esaurisce nel repertorio linguistico a cui attinge
la materia, e nemmeno nel gioco strutturale con cui la elabora.
"Quaestio de centauris" è condotto su un forte
tema, che rimanda a tutti gli altri temi dello scrittore. Levi racconta
in modo leggero, quasi con nonchalance. [...]
Per dare verità a questo racconto, l'alchimista Primo Levi
ha inventato un linguaggio, che è la misura dello scrittore.
Dà forza e durata anche alla sua testimonianza precedente,
garantisce quella successiva: la consegna, in modo più esemplare,
alla nostra meditazione.
Giorgio Calcagno, Un alchimista fra le ciminiere, in: C.
Levi Coen et al., Primo Levi: la dignità dell'uomo,
Assisi : Cittadella Editrice.
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